Joseph Aubry
(NPG 1969-10-06)
In questo articolo, che conclude lo studio sugli aspetti comunitari dell'Eucaristia (cf 1969/2 e 1969/5), J. Aubry fa oggetto delle sue riflessioni il gesto della Comunione.
In un momento difficile per il passaggio da una concezione molto individualistica ad una facile esteriorità ammantata di nominalismo e per le intemperanze che fioriscono qua e là anche da suggestioni oggettive, queste pagine si presentano serene, sicure, fortemente stimolatrici.
La Comunione eucaristica è vista come il momento costitutivo della comunità, in tre dimensioni complementari:
* la verità della Comunione richiede il «mettersi in stato di carità» da parte di tutta la comunità: i riti che il nuovo ordo Missae ha potenziato ritrovano, in questa realtà, il loro significato pregnante;
* Cristo che si fa «colui che si mangia» e il dono dello Spirito fanno di noi che ci cibiamo di uno stesso pane, un unico vero corpo;
* la comunità, unificata nel corpo di Cristo, si apre alla vita, con una forte carica di carità.
Lo studio di Aubry si radica nella teologia per aprirsi alle problematiche educative: fa della vera pastorale. Le sue parole possono fornirci un termine di paragone dell'efficienza delle celebrazioni, della vita delle nostre comunità.
IL GESTO SUPREMO DI DIO E DELL'ASSEMBLEA
Eccoci alla seconda parte della liturgia eucaristica: la Comunione al sacrificio. Essa va dal Pater ai riti di congedo dell'assemblea. E il suo significato fondamentale è duplice: l'assemblea, con tutta l'intensità di un gesto propriamente sacramentale, si unisce direttamente al suo Salvatore e in Lui al suo Padre celeste, e con questo si ricostituisce come Corpo del Cristo e come-Famiglia di Dio. Nello stesso tempo e inscindibilmente quelli che si comunicano sono uniti tra loro come membra dello stesso Corpo e figli della stessa Famiglia: l'assemblea è quindi anche direttamente ricostituita come comunità soprannaturalmente fraterna.
- La Comunione ha anzitutto un aspetto comunitario
Certo, la Comunione è anche, nella vita cristiana, un atto eminentemente personale: vi è un'ostia per ciascuno e ciascuno è preso nel più profondo della sua particolare identità per unirsi al suo Signore e al suo Padre nell'intimità più reale: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».
Tuttavia occorre tener presente che, secondo la logica stessa del sacramento, la dimensione comunitaria è la principale: l'assemblea rimane fino alla fine il soggetto e l'oggetto della celebrazione e come tale si esprime fino alla fine nella sua relazione di Alleanza con Dio; il Cristo presenta il suo corpo da mangiare alle sue membra riunite, come all'ultima Cena.
È quindi soltanto all'interno di questa assemblea che ognuno è colto, pur nel pieno rispetto della sua assoluta originalità personale. Non è affatto inutile ricordarlo, tanto la Comunione è stata presentata come un mistero di pura intimità tra l'individuo cristiano e il suo Signore, dimenticando una verità che pure è lampante: quest'ostia che ognuno riceve è il frammento ti un unico Pane spartito (anche se il rito purtroppo non lo mostra che raramente); colui che è ricevuto, è il Cristo-Vittima per la sua Chiesa e che ha radunato la sua Chiesa: Egli si unisce con ogni singolo membro solo nell'atto in cui si unisce a tutte le membra e invitandolo a unirsi ad essi come a dei fratelli.
- La Comunione porta a compimento il gesto del rinnovo dell'Alleanza
Difatti la Messa fin dall'inizio era una riunione di famiglia. La Comunione realizza il compimento dell'incontro con Dio e con gli altri, una forma di unione quale più intima non si può concepire, se non l'incontro stesso del cielo, che essa del resto simboleggia e di cui è già un abbozzo. La legge dell'Alleanza, ri-ascoltata, è stata ri-accettata. Il sacrificio dell'Alleanza, ri-attualizzato, è stato nuovamente offerto. Rimane il Pasto dell'Alleanza per sigillarla in modo definitivo, per esprimerla come un mistero d'amore. Il sacrificio offerto porta, senza più tardare, il suo frutto supremo: l'Alleanza è realizzata fino all'unità, fino all'unione più effettiva di carità: «Che essi siano una cosa sola con Noi e tra di essi e Noi!».
In questo «banchetto» eucaristico sacrificale, il Cristo si è fatto Vittima della sua Chiesa al solo scopo di divenire il suo Nutrimento. A sua volta il Padre dei cieli raggiunge il colmo della sua infinita generosità: aveva dato suo Figliò come sua Parola e come nostra Vittima; ora l'offre e lo distribuisce Lui stesso ai suoi figli, alla tavola divina, come Pane meraviglioso per la loro Vita eterna.
- La Comunione non è capita da molti cristiani
Come allora spiegare l'illogicità e l'ingratitudine di tanti cristiani? Molti, dopo di aver ricevuto la Parola e offerto la Vittima, si arrestano all'improvviso e rifiutano di andare fino alla conclusione normale dei due gesti: disdegnano il Cibo offerto! Nei primi secoli, non sarebbe saltato in testa a nessuno di partecipare all'assemblea eucaristica senza accettare il suo svolgimento integrale. Tutta intera l'assemblea pregava, ascoltava, cantava, offriva... e quindi si comunicava, accostandosi processionalmente e continuando a cantare. Donde viene questa immobilità ormai cronica di tanti cristiani al momento della Comunione? Perché rompere così con l'assemblea proprio al momento supremo, facendo un torto a se stessi e ad essa?
La spiegazione più ovvia è che questi cristiani non hanno ancora capito la Messa, come l'atto di un'assemblea di membri solidali che rinnova l-Alleanza col suo Dio. Certamente la pia partecipazione alla Messa, senza comunicarsi, apporta la sua parte di grazie. Ma la Comunione fa di queste grazie, frutto del sacrificio, l'applicazione più abbondante, più sicura, più personale e nello stesso tempo più comunitaria, e anche più normale, perché voluta dal Cristo e dalla sua Chiesa, quindi, in definitiva, la più feconda per la comunità cristiana concreta. A devozione uguale, una Comunione spirituale (da raccomandarsi sempre insistentemente a chi non si accosta alla sacra mensa) non varrà mai una Comunione sacramentale. La liturgia stessa distingue questa ultima tappa della Messa in tre parti, nelle quali si afferma sempre più il mistero di unità e di carità.
PRIMA DELLA COMUNIONE, L'ASSEMBLEA SI METTE IN STATO DI CARITÀ
S. Paolo, scrivendo ai Corinti, li metteva severamente in guardia contro un modo «indegno» di mangiare il Pane del Signore e di bere al suo Calice, che li faceva «mangiare e bere la loro condanna» (1 Cor., 11, 27-34). Ci sono delle condizioni preliminari alla recezione fruttuosa dell'Eucaristia: occorre «esaminare se stessi». Al dire dello stesso S. Paolo, sono la fede («saper discernere il Corpo del Signore») e la carità («disapprovare le divisioni, aspettarsi a vicenda»).
Più precisamente, è degno di nota il fatto che tutti i riti di preparazione, dal Pater al bacio di pace, sono orientati verso l'espressione o la domanda dell'unità nella carità.
- In tutte le liturgie, il Padre nostro è per eccellenza la preghiera filiale e fraterna di preparazione alla Comunione, per le due domande: «Dacci oggi il nostro pane... Rimetti a noi i nostri debiti». Approfittiamo con gioia del fatto che la riforma liturgica ha permesso all'assemblea tutta intera di dirlo o di cantarlo con il celebrante.
- Poi viene il rito della frazione del pane, gesto tipico della Cena del Cristo: esso preludeva solennemente alla distribuzione. I discepoli di Emmaus riconobbero il Signore «alla frazione del pane», ci racconta S. Luca (24,35), e la prima comunità cristiana designava con questa espressione tutta la celebrazione eucaristica (Atti, 2,42). Purtroppo questo rito oggi passa quasi inosservato. Il celebrante rompe «l'ostia grande», ma le ostie piccole sono già confezionate prima... come se, nei pasti ordinari, si mettessero sulla tavola i pezzetti di pane, spezzati già prima accuratamente. Bisognerà ben ritrovare un giorno la pienezza del rito simbolico dello spezzettamento: un solo Cristo è distribuito a tutti i comunicandi per ricreare la loro unità.
- Meno importante certo, ma pure significativo, è il gesto della commistione, almeno se ricordiamo la sua origine: la particella mescolata al vino proveniva da una Messa celebrata anteriormente dal capo della diocesi. Si proclamava con questo l'unità del sacrificio della Chiesa nel tempo (legame con le Messe precedenti) e nello spazio (legame con la Messa del Vescovo o del Papa). Ma forse questo significato è troppo lontano dal nostro contesto attuale.
- Durante questi riti si fa la supplica per la pace che ritorna con insistenza: pace esteriore (embolismo del Pater), pace con Dio per il perdono dei peccati («la pace del Signore...», terzo Agnus Dei), infine pace nella Chiesa e tra noi (preghiera che segue l'Agnus Dei).
- Allora viene il bacio di pace. Nell'antichità questo bacio (di cui già S. Paolo ce ne attesta l'uso) aveva luogo in tutte le Messe ed era praticato da tutta la comunità, uomini e donne, ciascuno dal suo lato. Esso mette in atto la domanda del Pater: «Rimetti a noi come noi rimettiamo», e si propaga partendo dall'altare, baciato in antecedenza, cioè partendo da Cristo.
Tutto questo insieme esprime l'urgenza del sentimento fraterno che deve animare una comunità che si comunica. Se i gesti di ascoltare la Parola e di offrire la Vittima insieme non l'hanno già riunificata profondamente, si affretti a immergersi nell'unico clima che conviene al gesto supremo di mangiare il Pane dell'unità: un autentico amore fraterno.
NELLA COMUNIONE L'ASSEMBLEA È RICOSTITUITA CORPO DI CRISTO
Non potendo purtroppo raccoglierci tutti realmente attorno ad una stessa tavola [1], andiamo successivamente davanti all'altare (sola vera «mensa della Comunione») per ricevervi lo stesso Pane di vita e bere allo stesso calice. Questa processione è un atto religioso e comunitario, ancor più accentuato se i comunicandi avanzano cantando tutti insieme, secondo un'usanza antica fortunatamente restaurata: è l'assemblea come tale che avanza verso il Signore.
Effettivamente questo Pane che essa riceve non è qualche cosa, ma Qualcuno, il Cristo in persona, la Vittima del sacrificio dell'Alleanza della Chiesa con Dio. Ogni membro lo accoglie presso di sé, «sotto il suo tetto», come l'hanno accolto un giorno Zaccheo, Matteo, Marta e Maria... Anzi di più e meglio! Il Cristo non è più soltanto Colui col quale si mangia nell'intimità (Apoc., 3,20), ma Quello stesso che si mangia, il Cibo divino. È il gesto del mangiare che concretizza questo incontro, per il quale convito e cibo non fanno che una sola cosa a seguito di un fenomeno di assimilazione! Ciò significa che esso sorpassa tutti i limiti entro i quali ogni amore umano è coartato a mantenersi: i due amici, volenti o nolenti, restano sempre uno esterno all'altro. Tutto il mistero inaudito della grazia è espresso e accresciuto nella «Comunione»: si tratta di un incontro unificante che si situa al di là di ogni esperienza umana.
Ma la meraviglia è ancora più grande se si considera che lo stesso Cristo-Cibo si unisce nel medesimo tempo con tutta la moltitudine delle sue membra riunite: al di là quindi dell'intimità creata tra Lui e ciascuno, tutti si uniscono in Lui, nella stessa profonda intimità. La Comunione appare allora nel suo significato primo e tiretto: essa ricrea la comunità «cristiana», fa di essa più profondamente, partendo dal Corpo eucaristico del Cristo, il suo Corpo mistico nello Spirito, secondo la grande parola di S. Paolo ai Corinti: «Tutti noi non formiamo che un solo corpo, perché partecipiamo ti un solo pane» (10,17). E nella stessa misura, per mezzo del Figlio essa si unisce al Padre per essere ricreata come «Famiglia di Dio» nello stesso Spirito Santo.
Alcuni testi liturgici recenti ci mostrano infatti che lo Spirito è come il Centro divino in cui si operano gli incontri unificanti. Gesù risorto l'ha ricevuto in pienezza. Per incarico del Padre, Egli Lo invia ai suoi discepoli perché possano in questo Spirito rapportarsi a Lui come membra e al Padre come figli, e perché si possa attuare in Lui la comunione divina tra tutti. Le tre nuove Preghiere Eucaristiche esprimono chiaramente questo concetto: «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo» (II).
Riusciamo a cogliere tutta l'ampiezza del mistero della Comunione? Esso sorpassa la comunità locale per operare l'unificazione di tutta la Chiesa e, a poco a poco, di tutti gli uomini. Nelle migliaia di chiese e di cappelle, sotto tutte le latitudini, soprattutto alla domenica e nei giorni festivi, milioni di cristiani ricevono lo stesso Cristo dopo aver celebrato lo stesso sacrificio da cui è sgorgata la Chiesa. L'umanità nuova e definitiva si costituisce veramente a poco a poco in grazia delle Comunioni eucaristiche.
Ma la quarta preghiera Eucaristica aggiunge al passo citato: «Concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino un'offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria». Si esprime qui sinteticamente il frutto primo della Comunione: ora l'assemblea deve vivere nel concreto dell'esistenza quotidiana ciò che è divenuta, un mistero di unità e di carità.
DOPO LA COMUNIONE, LA COMUNITÀ DEVE VIVERE IL SUO MISTERO DI UNITÀ
Vittima e Cibo, il Cristo ha ripreso possesso delle sue membra per unirle a sé e tra di loro, ma anche per trascinarle nel suo mistero pasquale. Ontologicamente ricostituita dalla comunione, l'assemblea è pure da essa spiritualmente provocata. Essa porta a compimento l'offerta di se stessa, impegnandosi, con la forza del mistero sacramentale, a morire e a risuscitare con il suo Signore, ciò che equivale in definitiva ad accettare le rinunce necessarie, per vivere nell'amore filiale e fraterno. Il «significato» della Comunione era la ri-creazione della comunità. La sua grazia propria, il suo «frutto» primo è una grazia di carità, per mezzo della quale la comunità vivrà unita e irraggiante, la grazia di obbedire al comandamento nuovo del Crocifisso: «Amatevi come ìo vi ho amati».
- La preghiera comunitaria di rendimento di grazie ne offre una prima breve occasione. Nel postcommunio infatti, è ancora l'assemblea che si esprime, e più di una volta esplicita la domanda di fedeltà al gesto della Comunione, per esempio a Pasqua: «Infondi in noi, o Signore, il tuo spirito di carità affinché coloro che tu hai nutrito col sacramento pasquale possano essere uniti nell'amore».
- Ma un'altra occasione le è offerta e ben più vasta: tutta la giornata e la vita intera: la dedizione ai fratelli vicini, lo sforzo per l'intesa e l'unità, e, in questo modo, la testimonianza dell'amore cristiano in mezzo al mondo dei non credenti.
- È bene qui cogliere fino a qual punto tutta la Messa, e specialmente la Comunione, rilancia i cristiani nella loro missione in mezzo al mondo. Essi sono venuti a rinnovare l'Alleanza, voluta dal Padre per l'umanità intera... Hanno inteso la Parola, indirizzata in pratica a tutti. Hanno riofferto il sacrificio, compiuto «per la salvezza del mondo intero». Hanno rafforzato i legami di membra al Corpo del Cristo, di questo Corpo in paziente crescita e che soltanto la Parusia porterà a compimento. In breve, sono tutti gli uomini ad essere chiamati alla comunione con Dio e tra di loro. Privilegiati come sono, dal momento che partecipano già a questo mistero e ne hanno appena rinnovato gli effetti, come potrebbero i cristiani essere delle membra oneste del Cristo e dei degni figli del Padre se non lavorassero con gioia e coraggio per l'avvento del loro Regno? È necessario che la corrente di carità di cui la Messa e la Comunione hanno arricchito i membri dell'assemblea cristiana passi nella loro vita di membri della città umana, e per mezzo di essi raggiunga e penetri il mondo.
Così la parola finale del celebrante è quella stessa del Cristo alla fine della sua vita, all'atto di inviare i suoi apostoli alla conquista del mondo intero: «Andate!». Convocata ufficialmente all'inizio, l'assemblea è pure ufficialmente congedata. «Io voglio che la mia casa si riempia», disse il Re che celebrava le nozze di suo figlio (Luca, 14,23). Andate dunque a tutti i crocicchi delle strade e cercate coloro che non sono ancora venuti, affinché, di Eucaristia in Eucaristia, la sala del banchetto sia infine riempita totalmente!
NOTE
[1] Speriamo che la riforma in corso possa presto permettere la restaurazione di un altro rito antico, almeno per gruppi ristretti: prima di comunicarsi, il celebrante depone l'ostia nella mano dei comunicandi, e ciascuno aspetta che finisca la distribuzione. Allora tutti insieme dicono il a Signore, non son degno» e mangiano il Pane consacrato nello stesso momento. Lo stesso significato di unità è espresso anche molto bene quando i comunicandi si passano l'un l'altro il Calice col prezioso Sangue.

