Angelo Schwarz
(NPG 1969-01-75)
Proporre dei cicli organici riguardanti l'Eucaristia è un'impresa quasi impossibile, in quanto l'analisi del concetto in questione esula dalla maggior parte delle opere cinematografiche. Di conseguenza, si profilavano due rischi: fare una miscellanea di polpettoni religiosi radunati a casaccio, oppure travisarne completamente il significato, preoccupati di giustificare una realtà a priori dell'opera visionata.
Dopo queste affermazioni, che possono sembrare piuttosto rigide, vorremmo ricordare ancora che il cinema non può essere strumentalizzato come sussidio a livello didattico in quanto è un'opera d'arte autonoma e, in quanto tale, è una testimonianza interessante già di per se stessa.
Una riflessione sulla comunità che parta dall'Eucaristia presuppone una realtà molto complessa e una visione della società sul piano metafisico e teologico estranea alla maggior parte degli uomini che si fermano, per lo più, a considerazioni di tipo politico di confederazioni di stati e di «blocchi» quando non precipitano nel più vieto e trito provincialismo nazionale. In un certo senso, si può affermare che il cinema non ha mai fatto il discorso di una costruzione di un universo umano omogeneo e di tipo universale, per fermarsi piuttosto ad alcuni elementi che, indubbiamente, lo costruiscono: la giustizia, l'amore, la pace, la fine dell'intolleranza religiosa, razziale, politica ecc... Le uniche eccezioni, in questo senso, riguardano il cinema rivoluzionario sovietico degli anni intorno al 1920 e le tendenze attuali di parte del New America Cinema; ambedue queste eccezioni viziate da complessi, quali la retorica del proletariato, per quanto riguarda il cinema sovietico, e la liberazione dei tabù sessuali, per quanto riguarda il N.A.C.
Partendo quindi da queste basi e dalla realtà della produzione cinematografica attuale, può essere interessante più che la presentazione organica di un ciclo o di diversi cicli sull'argomento, l'offrire del materiale che ogni educatore userà nella maniera che lui stesso valuterà più opportuna. Tutto questo, sempre tenendo presente che le opere cinematografiche qui segnalate sono la testimonianza di un'esigenza e non la testimonianza di una realtà esistente. In altre parole: gli uomini, in questo caso gli uomini di cinema, ci domandano qualcosa per dare una soluzione ai loro giorni contati, alle loro rivoluzioni, alla loro solitudine e noi possiamo dare loro una risposta. I problemi di questi uomini di cinema sono un po' i problemi di molti dei nostri giovani; il tema, largamente indicativo dell'«Eucaristia», può offrire una risposta a queste loro ansie. Il ciclo quindi, più che sviluppare un tema contenutistico, presenta esigenze cui rispondere.
L'INCOMUNICABILITÀ
Deserto Rosso
reg. di Michelangelo Antonioni
L'uomo, la vita, le cose non sono che soggetti per un esperimento: il suo primo film a colori.
8 1/2
reg. di Federico Fellini
Che cos'è la vita, la nostra dimensione umana? Vaneggiamenti, ricordi, nostalgie della purezza dell'infanzia, ma soprattutto incapacità a formulare un discorso non solo per l'indomani, ma anche per il presente. L'unica cosa tangibile che possediamo sono i ricordi confusi della nostra realtà di ieri.
LA SOLITUDINE COME CONDIZIONE
Il fischio al naso
reg. di Ugo Tognazzi
La nostra è una società organizzata. Un banale errore e l'ingranaggio ci trascina tra l'indifferenza degli altri fino alla morte.
I giorni contati
reg. di Elio Petri
Di fronte alla paura della morte ci si sforza di capire i perché della vita; perché si piange, perché si ride, perché uno lavora. Il protagonista della storia non lo sa e il regista nemmeno. La sequenza finale sul tram con il protagonista che si addormenta non risolve niente, un interrogativo nuovo ci assale: dorme o ha per sempre finito di chiedersi «perché»?
PER ROMPERE LA SOLITUDINE
L'uomo di Aran
reg. di Robert Flaerty
La solitudine non è pesante quando la vita e dura e la natura è avversa perché si è uniti contro qualcosa.
Un uomo, una donna
reg. di Claude Lelouch
Un uomo, una donna e sembra che la solitudine sia superata. Ma la vita non è la bella favola di Lelouch perché l'amore è sempre un'accettazione della propria solitudine, delle proprie incertezze.
La ragazza di Bube
reg. di Luigi Comencini
Un amore vero è pieno d'incertezze, l'unica cosa sicura è l'amore. Niente però cambia c'è solo qualcosa di più, un peso nuovo da portare in cambio di un po' di felicità.
L'UNITA ATTRAVERSO LE IDEOLOGIE
La corazzata Potemkin
reg. di S. M. Ejzenstejn
La rivoluzione: una realtà che sembra cambiare. Finito l'entusiasmo per i nuovi indirizzi presi si tornerà a costruire una realtà fatta di monotonia.
All'Ovest niente di nuovo
reg. di Lewis Milestone
Prima e dopo le guerre è di moda il pacifismo. Ma il pacifismo non è la pace, non è l'amore e il gridare «siamo tutti fratelli» non risolve niente.
Il Treno
reg. di John Frankenheimer
La resistenza al nazifascismo riunì uomini in un discorso comune contro altri uomini in nome di ideali non sempre settari. Ma quando i «cattivi» sono fuori del gioco si ritornerà alle beghe di tutti i giorni. È più facile far deragliare un treno che guardarci negli occhi.
Le stagioni del nostro amore
reg. di Florestano Vancini
Le ideologie cambiano, si diventa vecchi e altre generazioni si fanno avanti e si rimane a metà tra la voglia di lasciarsi andare e il tentativo di costruire qualcosa di finalmente valido che non si sa che cosa sia.
LA RELIGIONE COME TENTATIVO PER SUPERARE LA SOLITUDINE
L'arpa birmana
reg. di Kon Ichikawa
Noi e coloro che ci hanno preceduto lungo la strada della morte. Noi e loro, la nostra umanità è la loro umanità. La certezza che la nostra vita è legata alla loro morte e tutti assieme realizziamo una comunità unica.
La fontana della vergine
reg. di Ingmar Bergman
La morte non viaggia da sola, con sè porta l'interrogativo dell'esistenza di Dio. Ma perchè Dio non parla? Perché ci dobbiamo accontentare della Grazia? Comunque una soluzione c'è, irrazionale come il nostro concetto di razionale, per non sentirci più soli: costruire un tempio a un Dio del quale abbiamo timore quasi a sfida del suo silenzio.
Le chiavi del paradiso
reg. di John M. Sthal
Le strade del Paradiso sono tante l'essenziale è arrivarci. Perché la strada deve essere solitaria?
A questo punto mancano le indicazioni per proseguire il discorso anche se ci vorrebbe qualcosa per concludere. La risposta per ora non la si può trovare in un film ma la dobbiamo cercare tra di noi. In questa breve carrellata di film si può già vedere come il mondo chieda a noi cristiani qualcosa che ancora non abbiamo saputo dare. Dalle risposte che daremo, dai dibattiti che ne seguiranno dipenderà, la nostra scoperta di una realtà concreta che ci riunisce qual è l'Eucaristia. Se così sarà avremo dato una testimonianza e avremo messo le basi per una nuova pagina della nostra storia del cinema. La civiltà delle immagini è il metro sul quale possiamo misurare il nostro tempo e non è colpa del cinema se le nostre risposte agli interrogativi non sono ancora uscite dai nostri cenacoli.
Alcuni dei film indicati in questa proposta, sono stati classificati dal CCC: Sconsigliabile.
Le nuove norme in vigore dal 1 gennaio e riportate tra i documenti di questo numero della Rivista, indicano anche la nuova categoria III utilizzabile, con le debite cautele, per i cineforum.
Mentre la Rivista va in macchina, non conosciamo se questi film appartengano o meno a detta categoria III.
La loro utilizzazione è quindi relativa a queste disposizioni pratiche e soprattutto alla valutazione concreta di convenienza dei responsabili del cineforum. L'analisi contenutistica è a totale responsabilità dell'A.
(n.d.r.)

