Verso un volto nuovo della parrocchia



    Card. Corrado Ursi  

    (NPG 1969-11-48)

    LA PARROCCHIA

    Noi non possiamo non sentire vivamente il problema del rinnovamento della Chiesa specialmente nel suo momento essenziale che è quello della vita della parrocchia, cellula della Chiesa. Se non si rinnova la parrocchia non si rinnova la Chiesa.
    Abbiamo ereditato una parrocchia molto spesso di stile devozionale, fatta di una piccola percentuale di «pie persone» che ci hanno trattenuto distanti dalla maggior parte dei battezzati, impedendoci di comunicare loro il contatto con le fonti, la S. Scrittura e la vita sacramentale.
    Purtroppo anche i Sacramenti sono stati visti spesso solo sul piano devozionale. Mi domando, ad esempio, quanti avrebbero fatto il matrimonio religioso, se non ci fosse stata tutta la solennità esterna; o quanti avrebbero chiesto la Cresima o la Comunione se non ci fosse stata la relativa festività. Basta infatti toccare la questione della «festa» per trovarci dinanzi a reazioni molto vivaci, non solo da parte della gente, ma - ciò che è peggio - anche dello stesso clero, che stenta ad attuare una pastorale viva. Per questo i Sacramenti della fede sono divenuti un po' i Sacramenti della festa, di una festa esteriore e tradizionale.
    Abbiamo ereditato questo tipo ti parrocchia, tanto spesso privo dell'essenzialità della vita cristiana. Dobbiamo perciò lavorare seriamente nella trasformazione della parrocchia.
    La parrocchia la vedo così: soprattutto protesa nell'edificare la vera Chiesa. La Chiesa è una comunione spirituale, di idee e di persone, profonda, sul piano della Grazia. Una vera comunione include non soltanto coloro che vengono in chiesa, ma tutti coloro che formano la vera Chiesa. Ci sono quelli che non possono venire in chiesa, ma che debbono sentirsi membri della Chiesa. Occorre trovare questo vincolo di unione e potenziarlo.
    Naturalmente non si può concepire la Chiesa senza le strutture; se la Chiesa è comunione ci vogliono le strutture comunitarie. Secondo me esse sono quattro.
    - C'è la comunità di fede: non è sufficiente che ognuno sappia il catechismo, ma occorre una comunione di fede. Inoltre il catechismo diventa sovente una cultura e cultura non è fede. È possibile conoscere bene la teologia ed avere poca o scarsa fede; è importante arrivare a fare in modo che la dottrina sia fede comune. E così la parrocchia sarà una vera comunità di fede.
    - C'è una seconda struttura: la comunità dei beni, lo scambio dei beni spirituali, e anche di quelli materiali, perché il segno di una comunione interiore sta anche in una disponibilità esteriore verso i fratelli. La parrocchia deve essere intesa come un tessuto di cuori intercomunicanti. Se non c'è questa apertura di cuore, del fratello verso il fratello, anche nelle cose materiali, la comunione è svuotata di carica interiore e di verità.
    - La terza struttura è quella liturgica, cioè la struttura del nostro incontro con Dio. Ma il colloquio con Dio impone anche il colloquio con i fratelli, poiché siamo tutti figli di Dio, e soltanto in Cristo possiamo incontrarci con Dio, e parlare con Lui, e contemporaneamente incontrarci con gli uomini e considerarli fratelli in un colloquio intimo e soprannaturale. Questo è il punto centrale della liturgia.
    - Infine, l'ultima struttura è quella missionaria: la parrocchia deve assumere in sé, in dimensione missionaria e profetica, tutto l'anelito di Cristo verso i fratelli, e cioè il suo disegno di salvezza da estendersi a tutti, in tutte le circostanze di tempo, di cultura, di civiltà, e con ampiezza di orizzonti.

    LA FAMIGLIA

    Con queste strutture è possibile costruire la vera parrocchia? Sì, ma ad un patto: o le mettiamo in ogni famiglia oppure non le realizzeremo mai nella parrocchia. Così penso il rapporto tra famiglia e parrocchia: la famiglia sta alla parrocchia come la radice sta ai rami. Non dobbiamo dimenticare che prima della Chiesa è venuta la famiglia, ed era la famiglia che faceva da tramite tra Dio e l'uomo: il potere di mediazione avveniva nella famiglia.
    Io traduco la «Chiesa domestica» di cui parla il Concilio Vaticano: la famiglia è la Chiesa nella sua fase domestica. Come quando metto il seme sotterra vi metto l'albero nella sua fase di seme; quando spunta il germoglio vedo l'albero nella sua fase di germoglio; quando vedo lo stelo considero l'albero nella sua fase di tronco; quando vedo i rami lo considero nella sua fase di ramificazione; quando vedo poi i fiori e i frutti considero l'albero nella sua fase perfetta.
    La Chiesa, che è una realtà unica, è incominciata nella famiglia. I genitori sono sacerdoti; quando vengono ai piedi dell'altare sono essi che si costruiscono la famiglia, sono essi «i mediatori». È il marito che media la grazia da Dio alla sua moglie, è la moglie che media la grazia tra Dio e suo marito, e tutti e due mediano la grazia tra Dio e i loro figli. Essi sono i primi mediatori.
    Le strutture che sono proprie della parrocchia le vedo radicate nella famiglia. Dobbiamo quindi portare la nostra attenzione alla famiglia, se vogliamo costruire la Chiesa nella parrocchia e trovare nella famiglia la struttura della comunità di fede, la struttura liturgica, la tensione missionaria.
    Questo non ci deve meravigliare. I genitori sono i primi e veri maestri della fede e quindi la prima comunità di fede la debbono formare i genitori con i loro figli. Le stesse feste della famiglia sono le feste della parrocchia: Natale, Pasqua, e le solennità di tutto l'arco dell'anno sono comuni tra parrocchia e famiglia. Le feste del Battesimo, della Cresima, del Matrimonio, dell'onomastico...: le feste religiose sono le stesse feste della famiglia. Il primo pranzo di nozze consumato dagli sposi è stato il banchetto dell'altare: da lì, hanno costituito la loro mensa e in questa prospettiva consumano il loro pasto nella propria casa. La loro mensa è legata all'altare: non possono non sentire questo collegamento. Noi purtroppo abbiamo scisso le cose. Anche l'Azione Cattolica, pur con i grandi benefici arrecati, avendo diviso gli uomini dalle donne, dai giovani, dai fanciulli... ha frantumato tutta la famiglia ed ha posto una dinamica della parrocchia distinta dalla dinamica della famiglia. Per quanto è possibile, la famiglia deve presentarsi unitariamente anche in chiesa e fare in modo che la mensa di casa sia legata alla mensa di chiesa, come la comunità della casa è legata alla comunità della chiesa, come le feste della casa sono le feste della chiesa. Se non portiamo la nostra attenzione alla famiglia restituendole il suo volto di chiesa, faticheremo invano a costruire la chiesa, tanto più che: ciò che è costruito in chiesa verrebbe annullato in casa se la casa non riesce ad esprimere il suo «dono».

    L'INIZIAZIONE CRISTIANA

    Nel momento del Battesimo c'è stato quasi un contratto in cui il bimbo ha chiesto la fede per ottenere la vita eterna. Egli è entrato nella chiesa perché il sacerdote ha promesso la fede ed il sacerdote lo ha battezzato perché il bimbo «si è già sottomesso» alla fede, per ottenere la vita eterna.
    Ma era un gesto embrionale. Lo sviluppo della fede battesimale esige un profondo lavoro di crescita.
    La fede non è cultura: anche se purtroppo spesso i catechismi si limitano (o si limitavano) alla fase intellettualistica. Dobbiamo perciò attuare una vera progressione di maturità, attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima, Eucaristia.
    Attualmente però questa iniziazione non c'è, perché essi vengono amministrati in modo slegato. Il Sacramento del Battesimo viene amministrato senza una conseguente presa di coscienza; la Comunione, di frequente unita alla Cresima, ha una breve preparazione e nessuna continuità. L'opus operatum su cui abbiamo fatto troppo affidamento, ci è stato ripresentato dal Concilio in termini nuovi. Il documento sulla liturgia ci dice che i Sacramenti suppongono la fede, debbono essere ricevuti per fede e potenziano la fede; il Concilio si richiama ad una vera e propria instaurazione della iniziazione alla fede. I Sacramenti sono dei punti fermi di tutto l'arco della iniziazione cristiana.
    La prassi pastorale che attuiamo in Diocesi, cammina sulle seguenti linee. Poiché tendiamo al superamento della scuola di catechismo, distinguiamo l'iniziazione cristiana in due fasi.
    - La prima fase ha come centro la casa, la famiglia: è una iniziazione post-battesimale, fatta dei genitori stessi. In casa, il ragazzo deve incominciare a prendere coscienza del Battesimo e del suo sviluppo, in modo da poter giungere «maturo» alla prima Comunione, verso i sette anni, quando egli si apre alla capacità di ragione e può assorbire in sé la «malizia» del mondo. Al termine di questa prima fase di iniziazione, noi diamo la prima Comunione, che preferiamo chiamare «ammissione alla mensa», perché la prima Comunione con Cristo è già avvenuta nel Battesimo.
    L'ammissione alla mensa eucaristica comporta due novità: il cibo nuovo e i commensali nuovi (non solo i commensali di casa, ma i commensali della Chiesa).
    Attorno alla mensa vi è cibo nuovo ed una comunità nuova: si instaurano quindi rapporti nuovi con Cristo, cibo nuovo, e con i commensali con cui il bambino divide il pasto.
    Il bambino deve prendere coscienza di questi rapporti ecclesiali, che superano la dimensione puramente mistica: l'«avrai Gesù dentro di te» è molto parziale, poiché tutta la catechesi di Cafarnao parla di un cibo che si può prendere solo comunitariamente, soltanto in un contesto ecclesiale.
    - E così inizia la seconda fase. La Cresima verrà amministrata verso i 12 anni, al termine di tutta la iniziazione cristiana, quando sta per scoppiare la pubertà e quindi il disordine delle concupiscenze. La Cresima è conferita al «momento giusto»: per prevenire le passioni, le debolezze, il disordine delle concupiscenze.
    I tre Sacramenti sono così i tre punti di riferimento: il Battesimo viene sviluppato nell'educazione familiare; la prima Comunione all'apertura della mente verso la mensa ecclesiale; la Cresima conclude tutta l'iniziazione cristiana.

    VISIONE CRISTIANA

    Ecco come vediamo la iniziazione cristiana. Per avere la fede occorre innanzitutto la conoscenza di Dio, la conoscenza dell'uomo, la conoscenza delle cose; questo fa parte delle nozioni.
    La conoscenza porta al colloquio. Conosciuto Dio, gli uomini e le cose nella luce divina, ne viene il colloquio con Dio, con i fratelli e con le cose e questo è il momento liturgico.
    Dopo il colloquio viene la vita.
    La conoscenza di Dio e il colloquio con lui è già donazione, interscambio tra Dio e me: da questo dono nasce il mio dono ai fratelli e il loro a me, il mio dono alla creazione e il dono della creazione a me.
    Si entra così in una comunione di scambio di beni personali e sociali. La conoscenza è il momento culturale, il colloquio è il momento liturgico, il vivere Dio con i fratelli e con la creazione, è il momento della carità, costituisce la comunione di carità.
    Da tutto ciò, fiorisce spontaneo il momento missionario: la gioia dell'incontro con Dio, con i fratelli, con la creazione, io voglio parteciparla anche agli altri.
    Questa azione dev'essere programmata tra la famiglia e la parrocchia. Quando il ragazzo a 12 anni apprende questa visione cristiana ed ecclesiale, senza distinguere i due momenti di origine, avremo utilizzato ciò che è stato fatto in famiglia e ciò che è stato perfezionato e completato in parrocchia: la sua educazione sarà integrata e armonica.

    FAMIGLIA E DOMENICA

    A Napoli si sta attuando una esperienza significativa: l'incontro dei parroci con le varie famiglie, con l'autorizzazione anche di celebrare la Messa in casa, perché la famiglia possa riscoprire la sua vocazione ecclesiale. La Messa è nata in casa: fu annunziata a Cana e fu celebrata da Cristo nel Cenacolo, sala da pranzo di una famiglia. Anche gli apostoli celebrarono nelle singole case e nelle famiglie private.
    Il permesso di celebrare in famiglia viene dato a patto che non si tratti di Messe di devozione, ma di riscoperta della natura ecclesiale della famiglia.
    Ogni famiglia deve conservare e approfondire il rapporto con la parrocchia e con la domenica, mediante l'impegno per la iniziazione cristiana dei figli e la partecipazione, come famiglia, alla messa domenicale, nella chiesa parrocchiale.
    Nella vita della Chiesa, io vedo due poli: la famiglia e la domenica. Il parroco, su questi due centri deve vivificare il tono ecclesiale. Dovrà continuare a trattare gli sposi sempre, anche nella loro famiglia, come sacerdoti, non solo il giorno del loro matrimonio (purtroppo spesso si dimentica la loro funzione e li si considera come... vedovi, celibi, bambini).
    La domenica deve essere sempre più l'epifania della Chiesa. Durante la settimana, occorre lavorare nelle famiglie; la domenica invece sarà  l'epifania di tutta la famiglia cattolica, riunita attorno alla mensa per l'ascolto della Parola, per il Sacrificio, per la Comunione, per irrompere poi nella vita quotidiana, con la gioia e il seme della grazia.

    IL CONSIGLIO PASTORALE - LA CARITÀ

    Io do grande importanza al consiglio pastorale.
    Se il consiglio pastorale viene realizzato in ogni parrocchia, esso ne cambierà il volto. I laici cominceranno a produrre la loro presenza, a parlare ed a far sentire i loro rapporti tra individui e parrocchia, tra famiglia e parrocchia.
    Esso dovrà costruire le quattro strutture della comunità ecclesiale, special mente quella della carità che ne è il centro. L'impegno caritativo non è un centro di raccolta dei rifiuti, per i poveri. L'iniziativa parrocchiale della carità deve costruire la vera comunione dei beni, aprendo il cuore ai fratelli. Al fratello perciò non si può dare l'abito disusato. Non potendo dare a lui un abito buono si darà un contributo, perché lo possa acquistare nuovo. Fuori parrocchia anche l'abito usato è un atto di carità, ma il centro caritativo della parrocchia non è fatto per raccogliere materiale da dare ai poveri, ma è fatto per aprire il cuore ai fratelli, in un senso veramente cristiano. Il cristiano deve vedere Cristo nel proprio fratello e se vede Cristo non gli darà il proprio rifiuto, ma la cosa migliore è un contributo, perché egli possa vivere in modo eguale al proprio.
    Questo è il nostro tormento di tutti i giorni, la nostra sollecitudine ecclesiale.
    Dobbiamo uscire dalle secche di una Chiesa administrans, per arrivare ad una Chiesa salvificans. La Chiesa non solo amministra i sacramenti, ma li celebra, perché essi sono santificanti.
    Per realizzare questa pastorale, bisogna saper perdere tutto.
    L'impresa è molto bella, ma molto dura: perché il perdere tutto non piace a nessuno.