Giampaolo Redigolo
(NPG 1970-04-89)
«Vorrei portare un tema d'attualità: la guerra. L'uomo ha fatto un'infinità di conquiste, di scoperte e di progressi, ma non è riuscito ad abbattere la più grande e degradante idiozia che è la guerra. Recentemente ho letto che nel Vietnam, tra feriti e morti, solo americani, ci sono state 300 mila perdite. 1/4 della popolazione di Torino.
Perché la gente fa la guerra?
La stessa domanda me l'ha posta il mio fratellino e sinceramente non ho saputo cosa rispondere.
Per eliminare le guerre il mondo dovrebbe essere più unito, non così insensibile com'è adesso.
Ogni tanto i giornali, la televisione, la radio trattano l'argomento Vietnam o Medio Oriente e tanti altri. Li deplorano.
E dopo, il mondo cosa fa?
Poco o niente, si dimentica tutto. Sembra che il mondo stia aspettando qualcuno che ci getti un secchio di acqua fresca, per svegliare tutti da quello che crediamo un sogno e invece è una cruda realtà. Sembra che il mondo sia una massa di menefreghisti (scusi il termine). lo spero che non sia vero e sono convito che la pace e la fratellanza trionferanno. M'illudo troppo?
Ma intanto continuiamo, come se fossimo ignari, a vedere il solito Vianello che fa il "cretino" e a comperare il detersivo biologico».
(Bruno Scagliarini, C/so Vercelli 64 - Torino)
Ecco un ragazzo che ragiona. Che si pone dei problemi. È uno dei tanti? o un caso isolato e sparuto: un'eccezione? I preadolescenti vogliono discutere?
È una delle lettere (non molte ma quasi tutte significative) giunte in redazione, a Ragazzi Duemila dopo il lancio del Club Duemila [1]. Gli argomenti cui si dicono interessati i lettori di Ragazzi Duemila sono molto vari: religione, sport (calcio, moralità di certi guadagni), pornografia (un lettore da Trento), rapporti coi genitori (tre amici di una scuola di Torino), il mondo della canzone, gli scioperi degli operai, la divisione tra Nord e Sud Italia, rapporti con le ragazze, la scuola, razzismo, disoccupazione, ecc... Ho scelto a caso scorrendo le lettere che ho sotto mano.
Il dato, mi sembra abbastanza significativo, per introdurre la presentazione di alcuni sussidi (metodologici e pratici) sulla maniera di dialogare con i preadolescenti.
Un gruppo di preadolescenti entra inevitabilmente in crisi quando il suo animatore non riesce a rinnovare nei ragazzi dei centri d'interesse sufficientemente attraenti. Il preadolescente, sempre disposto a muovere le mani (molto sensibile all'azione concreta), si stanca invece facilmente delle discussioni, dei dibattiti, dei momenti di riflessione. Le cause di questa «stanchezza» sono da ricercare innanzitutto nella sua struttura psico-fisica (ha qualcosa del bambino e sta progressivamente entrando nella crisi adolescenziale). Ma ciò non toglie che molte volte il gruppo entri in crisi per un'impostazione poco illuminata dell'animatore.
Proprio restando nel campo della massima praticità e dell'esperienza immediata, ecco alcuni suggerimenti e punti di vista.
PER UNA DISCUSSIONE COSTRUTTIVA
1) Il ragazzo rifugge istintivamente da ciò che l'adulto confeziona apposta per lui (cinema per ragazzi, sport per ragazzi, libri per ragazzi ecc.).
Per due motivi. Prima di tutto il «prodotto» che gli viene presentato è in realtà frutto dei gusti dei grandi e non dei suoi gusti (è ormai noto che i cinema per ragazzi piacciono solo agli adulti). E questo il ragazzo lo avverte (magari inconsciamente).
In secondo luogo il ragazzo si rifiuta di vivere in un mondo staccato da quello degli adulti, non vuole far la parte della «riserva» in attesa di assumere un ruolo ufficiale nella partita della vita. Il ragazzo si sente – e lo è – un protagonista del suo mondo (mondo uguale e identico, come dati di fatto, a quello degli adulti). Non accetta di essere escluso dalle cose dei grandi, vuole dire la «sua», vuole capire. Si proietta nel mondo in cui si vive, se ne interessa, lo incuriosisce, lo attira, è il «suo» mondo [2].
A rigore di termini quindi non esistono argomenti che non possano essere trattati dai ragazzi. Il problema è quello del modo.
2) Domandare direttamente ai ragazzi che cosa desiderano trattare è sempre utile, ma è necessario non lasciarsi ingannare dalle risposte. Molte volte nella scelta degli argomenti il ragazzo è guidato infatti da impressioni esterne, da bombardamenti e condizionamenti sociali (in queste liste di argomenti non mancheranno mai, per esempio, la «ragazza» e i «genitori»). Ma in realtà non è nemmeno lui in grado di dire quello che veramente lo interessa. Del resto la rosa di questi temi è così ristretta che non offre quasi mai materiale sufficiente per una serie prolungata di incontri di gruppo.
Compito d'un animatore quindi sarà anche di rivelare ai preadolescenti i loro interessi: far loro scoprire argomenti e punti di riflessione, chiarire loro a loro stessi in una parola.
3) Molte volte i guai di un gruppo nascono perché gli incontri, pure avendo come tema un argomento interessante, non giungono a delle conclusioni altrettanto interessanti.
L'argomento (sport, cinema, canzone, religione, ragazza...) è un mezzo per raggiungere delle convinzioni vitali e quindi dei principi di azione. Scelto l'argomento è necessario anche determinare il punto d'arrivo della discussione.
Se parlo, per esempio, della pubblicità devo avere bene in mente a quale verità o a quale azione intendo portare il gruppo: potrebbe essere il rifiuto di fare tutto quello che fanno gli altri; potrebbe essere il rifiuto di diventare un puro e semplice consumatore; potrebbe essere l'assunzione di un atteggiamento critico di fronte a Carosello e ai messaggi pubblicitari.
Sarà una sola di queste conclusioni a cui porterò il gruppo. Evidentemente angolerò la discussione tenendo presente il punto di arrivo (dato che uno stesso argomento si presta a tirare mille conclusioni diverse).
QUATTRO TEMI DI DISCUSSIONE
Rimane sempre il problema del «modo» di impostare e di condurre una conversazione.
Mi permetto di presentare, come esemplificazione concreta, i rendez-vous del mese (dibattiti) apparsi su Ragazzi Duemila nei primi 4 mesi del 1970, chiarendo i vari passaggi del discorso sia dal punto di vista dei contenuti che dal punto di vista del metodo di discuterli.
Totocalcio
• L'argomento interessa i ragazzi ad un livello superficiale, di curiosità.
• Lo «smonto» sotto i loro occhi: che cos'è il totocalcio, quanti soldi inghiotte, chi lo pratica. Concludo che è un gioco di società molto diffuso e molto dispendioso (racconto dei fatti).
• Ricerca delle cause: Perché tanta gente gioca al totocalcio? Cosa spera di trovare? Faccio fare in precedenza una piccola inchiesta dai ragazzi nel rione, nella scuola, in famiglia, nel gruppo stesso durante la discussione. Riassumo le varie risposte in una che in qualche maniera le comprende tutte: chi gioca al totocalcio spera in una vita facile all'insegna dei colpi di fortuna.
• Ricerco, assieme ai ragazzi, per vedere se questa mentalità dei «colpi di fortuna» è presente in altre manifestazioni sociali: lotterie nazionali, lotto, casinò ecc., fino alla prova dell'omino di strada, il quale magari non punta ma gli piacerebbe tanto che il «colpo» capitasse anche per lui.
• A questo punto la domanda conclusiva: la vita vale per i colpi di fortuna o per l'impegno che uno ci mette?
È più utile al mondo un uomo che lavora o un uomo che aspetta il colpo di fortuna?
Porto degli esempi (nei giornali, se si sanno leggere, ce ne sono a bizzeffe). Faccio una verifica presso i ragazzi della validità di quanto si è discusso e delle conclusioni cui si è giunti sul valore della vita.
Pubblicità
• L'argomento interessa al ragazzo o per il «fastidio» che prova nei confronti della pubblicità o per il «piacere»... di vedere Carosello.
• Analizzo il fenomeno: partendo, per esempio, dalle cose che il ragazzo adopera ogni giorno oppure dai manifesti che si vedono sui muri, oppure dal Carosello della sera precedente o da qualche inchiesta (ottimo sussidio il volume Persuasori Occulti, Packard, Mondadori-Saggiatore, L. 800).
• «Smonto» il fenomeno presentando al ragazzo come e da chi viene fatta la pubblicità (indicazioni in proposito sono facilmente reperibili) e su quali principi psicologici si basa.
• Ricerco la «mentalità» che guida e sostiene il fatto pubblicitario: consumismo, benessere, facilità, superfluo, produzione, ecc...
• Propongo un atteggiamento critico: non tanto della pubblicità (questo non sarebbe serio, ed è inutile) quanto della «mentalità» su cui la pubblicità è fatta e da cui la pubblicità è sostenuta.
• Tiro una conclusione: validità o meno di una vita impostata sui modelli del puro e semplice benessere (nel senso più pieno del termine).
Ragazzi che scappano di casa
• L'argomento interessa perché è di attualità e perché non c'è forse ragazzo che non abbia pensato almeno una volta a scappare di casa.
• Leggo da qualche giornale la cronaca di alcuni di questi fatti.
• Ricerco le responsabilità (i ragazzi sono espertissimi nel processare); analizzando le condizioni personali, familiari e sociali dei fuggitivi.
• Ricerco le cause delle fughe: quelle manifestate dai fuggitivi e quelle più profonde (squilibrio e insicurezza).
• Conclusione: non sarà un giudizio sulla fuga in se stessa, ma sugli effetti o sulla utilità pratica di queste fughe: come vanno a finire queste fughe? Fuggendo da casa un ragazzo, anche in difficoltà, risolve i suoi problemi?
Canzoni (musica leggera)
• L'argomento è un classico dei dibattiti tra ragazzi.
• L'analisi può essere fatta
– dal punto di vista musicale,
– dal punto di vista delle parole,
– dal punto di vista del costume (cantanti, ambienti, consensi ecc.).
• «Smonto» il fenomeno presentando ai ragazzi cosa c'è veramente sotto al mondo della canzone (sfruttamenti, arrivismi, manipolazioni, pressioni ecc.).
• Ricerco la «mentalità» da cui ha origine questo fenomeno. Per esempio, leggo il testo di alcune canzoni, cercando di cogliere i pensieri, i modelli di comportamento, le aspirazioni che contiene.
• Faccio una verifica: la «mentalità canzonettistica» è diffusa in altri fenomeni sociali: sport, cinema, riviste ecc...
• Atteggiamento critico: non della canzonetta in se stessa ma della «mentalità» da cui nasce.
• La conclusione sarà sulla linea dell'uso delle canzonette.
INDICAZIONI DI METODO
In calce a questi schemi alcuni suggerimenti generali sul metodo di guidare una conversazione per ragazzi.
♦ Il peso della discussione deve essere posto sull'analisi dei fatti. Il ragazzo conserva ancora la smania del bambino di smontare il giocattolo per vedere com'è fatto. Far vedere com'è costruito un certo fenomeno è inoltre la maniera migliore per sdrammatizzare certe ansie, certi falsi misteri che attorniano alcuni aspetti della nostra vita. Molte volte i ragazzi stessi concludono: «Tutto qui?». Si è già sulla strada della valutazione.
L'analisi però deve essere onesta, sufficientemente precisa, non prevenuta. Per quanto è possibile obiettiva. È necessario evitare, in questo momento della discussione, qualsiasi giudizio di valore (a cui è facile che i ragazzi arrivino). Un atteggiamento negativo nei confronti della pubblicità, per esempio, non deve ridurre, manipolare, sviare lo studio del fenomeno in se stesso e quindi anche dei suoi lati positivi.
♦ Il punto più difficile e più impegnativo per l'animatore è il momento della ricerca delle cause, la scoperta della «mentalità». Qui i ragazzi possono dire molto o poco. Il peso dell'animatore resta determinante non fosse altro che per sintetizzare le risposte dei ragazzi. È necessario saper cogliere al di sotto dei fenomeni la loro radice umana e sociale: benessere, mancanza di riflessione, fuga dalla responsabilità ecc. Partire dal fenomeno particolare per cogliere degli atteggiamenti universali.
♦ Le conclusioni (modelli di comportamento, azioni concrete) dovrebbero nascere spontaneamente dallo svolgimento della discussione. Mi sembra molto importante:
• Non ridurre le conclusioni a formule prefabbricate, a slogans stantii (tutti parlano male di certe cose, quindi anche noi ne parliamo male).
• Non assolutizzarle. I giovani devono ogni volta avere la possibilità di fare una scelta autentica, avere quindi due linee di soluzione davanti. Se accettano una certa serie di valori si mettono su un determinato ordine di giudizi (chi accetta che il «benessere» non è l'unico scopo della vita, assume un atteggiamento critico nei confronti dei modelli di vita propri della pubblicità), se invece rifiutano determinati valori (e devono poterlo fare e dire nel gruppo, salvo il rispetto per gli altri) evidentemente le loro scelte saranno diverse.
La delicatezza in questa fase conclusiva non è mai troppa: il ragazzo avverte subito quando la soluzione è imposta, quando la critica è strumentalizzata, quando la discussione è stata solo un pretesto per chiacchierare, non un'autentica ricerca di capire quel particolare fatto della vita.
La massima libertà nella discussione deve protrarsi fino alle conclusioni. Ogni ragazzo deve sentirsi personalmente libero di scegliere, non condizionato dal gruppo e tanto meno dall'animatore.
In ogni gruppo c'è sempre il tipo che canta extra chorum. Deve essere rispettato, non banalizzato o preso in giro.
Esperimentazione e preparazione restano indispensabili per mantenere efficiente un gruppo. Ma quello che l'animatore deve continuamente controllare (e magari esprimere anche a parole) è la sua posizione, il suo atteggiamento nei confronti del gruppo. Non è l'esperto, il maestro, la guida. È prima di tutto, anche lui, un ricercatore sincero, disposto ad imparare pure lui da quanto dicono i ragazzi (e dicono molto), disposto a valorizzare le loro intuizioni (mettere sempre in risalto quanto dice un ragazzo, apprezzarlo), veramente convinto che ha da crescere anche lui con loro. Egli mette a disposizione quello che possiede ma non lo ritiene esauriente, definitivo, assoluto.
Il servizio educativo è uno scambio di valori e non è detto a priori che sia sempre l'educatore (in quanto adulto) colui che fa il dono migliore. E anche se questo si verificasse (e dovrebbe verificarsi senza autoritarismo), permettere al ragazzo di donare, dargli uno spazio perché possa offrire anche lui qualcosa di suo è la condizione indispensabile per interessarlo, per farlo agire, per fargli scoprire il gusto della ricerca e della conquista.
Il ragazzo non è mai così riconoscente come quando gli si permette di donare. Costretto solo a ricevere, molto facilmente rifiuta. E ha ragione.
NOTE
[1] Ragazzi Duemila è un mensile per preadolescenti, edito a Torino dalla SEI (Piazza M. Ausiliatrice, 9). Il Club Duemila è lo «spazio» dichiaratamente formativo della rivista: quattro pagine, evidenziate tipograficamente, così distribuite: l'invitato del mese (breve profilo di una persona impegnata in un qualcosa di valido nella sua vita di ogni giorno); Il rendez-vous del mese (due pagine dedicate alla proposta di un argomento da discutere: presentazione dell'argomento, traccia di discussione); Scrivete Torino 10100 (una pagina per la corrispondenza impegnata dei lettori).
[2] I lettori si congratulano spesso con Ragazzi Duemila perché tratta gli argomenti delle riviste dei grandi: politica, sport, religione, spettacolo, ecc.

