(NPG 1970-10-44)
Abbiamo incontrato un sacerdote brasiliano portatore di una testimonianza particolarmente significativa: egli lavora a diretto contatto con gruppi giovanili, fortemente impegnati per la promozione umana del terzo mondo, ed insegna contemporaneamente pastorale e sociologia in un istituto superiore (sia l'una che l'altra cosa, in Brasile).
Ha quindi una notevole preparazione culturale unita ad un immediato impegno operativo. (Ci scusiamo con i lettori se preferiamo non indicare il suo nome: lo facciamo unicamente per un atteggiamento di prudenza).
Lo abbiamo pregato di rilasciare a Note di Pastorale Giovanile un'intervista, sul problema così vivo oggi di un impegno preciso a favore del terzo mondo:
• che tipo d'impegno
• rapporto con il «terzo mondo» di casa nostra
• fede e impegno socio-politico
• il problema della sensibilizzazione.
Il testo che segue è la trascrizione, in una nostra traduzione, dalla registrazione magnetofonica.
Ci pare che sia interessante osservare la notevole convergenza con la linea pastorale che la Rivista persegue.
CHE TIPO D'AZIONE?
D. In Italia si parla molto dei problemi del terzo mondo.
Ma non sempre abbiamo idee molto chiare sulle possibilità concrete di intervento.
Lei che è dentro, che vive immerso nel cuore di queste situazioni, che cosa ne pensa?
Come possiamo impegnarci concretamente, a favore del terzo mondo?
R. Il problema esigerebbe una risposta molto precisa. Nella impossibilità di scendere ai dettagli, mi limito ad una serie di riflessioni. Ho letto sui giornali brasiliani dello scorso anno che un'ottantina di giovani italiani sono venuti in Brasile, con questa motivazione di fondo: siamo stanchi di lavorare per i ricchi, vogliamo fare qualcosa per i poveri.
Per noi del terzo mondo, tutto questo è stato un gesto di straordinaria testimonianza e certamente un aiuto notevole per il processo di sviluppo di questi popoli. I risultati si sentiranno con notevole incidenza, anche se non immediatamente.
Sono questi esempi che ci fanno coraggio: ci fanno toccare con mano che esiste solidarietà tra i paesi ricchi e il terzo mondo. Questo movimento di solidarietà, ci aiuta già molto. Se i giovani italiani sanno solidarizzarsi veramente con la gioventù del posto, per la promozione umana dei giovani del terzo mondo... ci troviamo di fronte ad un atteggiamento molto costruttivo. Qualcosa si sta muovendo, in questo senso. Ogni tanto, i giornali di tutto il mondo trascrivono qualche notizia, a questo proposito.
Ma, assieme e contemporaneamente a questi gesti concreti di solidarietà, c'è ancora molto altro da fare.
È necessario studiare, a fondo, ogni problema su scala mondiale. Quando si studiano i problemi, per esempio, che riguardano l'Italia, non ci si può limitare ad affrontarli su scala nazionale. I problemi sociali, politici, economici che ha l'Italia, sono gli stessi che abbiamo noi, anche se in prospettive diverse. Negli studi, negli scambi, nei contatti, è necessario aver presente il mondo intero, in una precisa visione globale delle cose. In una parola, bisogna rendersi conto che le miserie che ci sono in Italia, sono le stesse che ci sono in Brasile, anche se le nostre vanno moltiplicate per mille.
I giovani brasiliani fanno qualcosa: si sono organizzati In movimenti studenteschi, cercano di studiare i problemi a livello nazionale e internazionale.
Ma noi dipendiamo dai paesi ricchi, dalle grandi città: la nostra vita è legata a filo doppio con questi centri di potere.
È quindi necessario che l'intervento a nostro favore parta dai paesi ricchi: noi non siamo vicini ai centri nevralgici: ci siete vicini voi.
Se si fanno pressioni, campagne di sensibilizzazione, all'interno dei
paesi ricchi, tutto questo è un aiuto preciso e importante: più grande ancora di venire a lavorare qui da noi.
D. Lei parla di manifestazioni, di pressioni sull'opinione pubblica a favore del terzo mondo. D'accordo. Però, abbiamo un po' paura di cadere nella retorica, nel facile verbalismo, se puntiamo lo sguardo solo alle situazioni fuori di casa nostra. Tutto sommato è abbastanza facile fare qualcosa per gli altri, quando non c'è da sporcarsi troppo le mani.
Non crede che questo impegno di sensibilizzazione debba affondare le radici qui da noi, in qualcosa di concreto che si incomincia a fare qui?
R. Esattamente.
È necessario fare una esperienza diretta, vicino ai poveri là dove
essi sono (quindi a quelli che esistono in Italia, come altrove) per sentire il bisogno di fare qualcosa per noi.
Altrimenti siamo solo sul piano intellettuale, di una protesta fatta di parole vuote e senza impegno.
Ci si forma la vera coscienza universale di una nuova umanità da costruire soltanto quando si è stati capaci di pagare di persona nell'aiuto agli altri, ai poveri che esistono fuori della porta di casa. È possibile entrare nella dimensione di un impegno per i poveri
in proporzione a come si entra veramente nei problemi dei poveri di tutti i giorni.
Si tratta però di una spirale a va e vieni.
Perché non sia retorica l'impegno per il terzo mondo, è necessario impegnarsi direttamente in casa propria.
Ma vale anche il contrario: è possibile impegnarsi seriamente per risolvere le situazioni di oppressione che esistono in casa propria, soltanto quando uno è stato colpito fortemente dalle situazioni del terzo inondo: osso hanno la potenza di far da choc, quando si vivono sonni tranquilli.
D. Lei parla di impegno. Evidentemente pensa a qualcosa di ben concreto. Ci aiuti a capire.
Che cosa è possibile fare? Come è opportuno muoverci?
R. Ci sono due tipi di azione ugualmente urgenti:
un'azione per un miglioramento immediato della vita dei poveri e un'azione sulle strutture.
Non si può essere efficaci nell'impegno della trasformazione del mondo se non si agisce su queste due linee.
Ci sono dei poveri. Dobbiamo veramente servirli, per quello di cui essi hanno bisogno.
Ma mentre li si aiuta – e proprio per ottenere un aiuto efficace – è necessario un impegno di trasformazione delle strutture opprimenti. Se ci fermiamo a dare solo qualche piccolo aiuto, per portare qualche miglioramento alla loro vita quotidiana, noi non combiniamo nulla.
Mentre ci diamo da fare per aiutare questi poveri, nel mondo il numero dei poveri cresce e questi poveri che noi abbiamo aiutato, diventano sempre più poveri, proprio per il ritmo di sviluppo del mondo.
Quindi, i giovani che contestano le strutture, fanno un buon lavoro, se le strutture contestate sono strutture che provocano la povertà nel mondo, mediante un processo selettivo dì marginalizzazione. Ma questa contestazione deve essere resa credibile dal gesto simultaneo di servizio a chi ha fame, a chi ha bisogno di alloggi, ecc. Quindi: un'azione a livello di miglioramento della vita e un'altra a livello di miglioramento delle strutture socio-politiche.
A PARTIRE DA UNA SCELTA DI FEDE?
D. In questo processo di impegno per aiutare gli altri, la nostra fede, la scelta di fondo che abbiamo fatto, c'entra o è fuori gioco?
In altre parole, è possibile vivere la propria vita cristiana indipendentemente da un impegno preciso e deciso di aiuto e di liberazione?
R. Quello che lo faccio a favore del terzo mondo ha le sue radici nella mia fede.
Per me, il cristianesimo, nel senso pieno del termine, non è una religione. C'è solo un aspetto di religione.
Quando si parla di «religione cristiana», si piazza il cristianesimo sullo stesso piano della religione induista, buddista, ecc. Il cristianesimo non è una religione: è una fede.
In altri termini, il cristianesimo è un movimento di liberazione globale e totale degli uomini: il luogo, la misura, la sorgente di questa liberazione globale è Cristo.
Tutto questo movimento di liberazione – ancorato al passato, costruito lentamente nel presente e che si realizzerà con certezza solo nel futuro – per la costruzione di una personalità totale e integrale dell'uomo, è il soffio della presenza dello Spirito di Gesù Cristo, nella storia e nel mondo, come preparazione e anticipazione della realizzazione piena della parusia.
Per questo, io come cristiano ho, nella mia fede, un titolo molto più forte di qualsiasi altra motivazione umana per impegnarmi nella liberazione di tutti coloro che, in qualsiasi modo, sono ancora schiavi.
D. Ci piace essere concreti. Per questo, ripetiamo la domanda che ci sta più a cuore: come, in quali termini è possibile intervenire? Quali sono, secondo lei, i contenuti nuovi di una pastorale giovanile decisa ad entrare in dialogo di salvezza con la storia di questo nostro mondo?
R. Nella nostra pastorale ci sono due alternative:
– una pastorale senza metodi di analisi, con la pretesa di raggiungere tutti i giovani, là dove essi sono
– una pastorale che vuole affrontare il problema della gioventù, mediante un'analisi seria e scientifica, a partire da questo interrogativo: dove emergono di fatto a livello di coscienza i conflitti di cui i giovani oggi sono «accumulatori»?
C'è una differenza fondamentale tra i due tipi di pastorale: bisogna solo scegliere: o una pastorale «arca di Noè», dove si ritrovano tutte le razze degli animali viventi sulla faccia della terra; o una pastorale efficace, In chiara prospettiva di mutazione, che colpisca I punti nevralgici, in ogni intervento.
Quindi è problema di priorità, di scelta. Anche se, certo, i due modi non sono esclusivi né totalmente contrari reciprocamente.
La pastorale giovanile oggi difficilmente giunge ad accettare come inevitabile il confronto di queste due posizioni.
La teologia, la dottrina sociale della Chiesa, la sua pratica pastorale, è purtroppo ancora molto priva di strumenti d'analisi sulla realtà, o, peggio, li ha, ma non li sa ancora usare a fondo per interpretare oggettivamente la realtà.
Il discorso diventerebbe molto lungo.
Traccio solo un esempio, costruito dall'esperienza che noi stiamo vivendo.
I documenti pastorali latino-americani parlano costantemente del tema biblico dell'Esodo, della Pasqua, come tema centrale della nostra pastorale.
Tutto ciò ci ricorda che la chiesa dell'America latina ha un'attenzione speciale per non isolare la Pasqua di Cristo dal contesto storico d'Israele.
Se è vero che la prospettiva di fondo della Chiesa è verso i poveri, se è scientificamente provato che la nostra società, nel suo insieme, è orientata a schiacciare la massa, per lo sviluppo di un piccolo numero di «potenti», il tema centrale della pastorale giovanile deve essere l'Esodo.
Il linguaggio biblico indica che questo popolo di schiavi (gli ebrei) aveva coscienza che il fatto storico della sua liberazione non è stato frutto di una scelta premeditata verso la libertà. Essi non si sono sentiti coinvolti in una vocazione di autoliberazione.
Le cipolle d'Egitto avevano un fascino più grande della speranza lontana di una terra ricca, dove scorrevano latte e miele. Essi avrebbero preferito sopravvivere anche in condizione di schiavi, piuttosto che morire in cammino, alla ricerca di un avvenire nuovo. L'avvenire era buio, bruciato: da una parte la potenza militare dell'Egitto; dall'altra, loro, senza armi e senza speranze, con la prospettiva di un deserto da attraversare.
Di conseguenza, gli schiavi ebrei non potevano di certo intravedere la loro liberazione come un risultato di sintesi della loro volontà di essere liberati.
La sorgente era fuori di loro, altrove: gli avvenimenti liberatori furono riconosciuti dal popolo come azione di Dio, come frutto di una Libertà trascendente, che fa sorgere un uomo nuovo, un'era nuova, una terra nuova.
L'Esodo diventa così il simbolo, il prototipo, il «linguaggio» di un Dio che si rivela nella storia, come liberatore.
Parlare quindi di Dio, vuoi dire parlare degli avvenimenti che hanno trasformato Israele in un popolo di uomini liberi.
Questi stessi avvenimenti sono la garanzia della speranza presente. Vivere nella speranza vuoi dire vivere nella contestazione al presente con il cuore aperto verso il futuro.
Avere fede vuol dire quindi essere sempre totalmente aperti verso un futuro di liberazione, in una continua contestazione al presente.
IL PROBLEMA DELLA COLLABORAZIONE
D. Ha messo l'accento sulla fede. Tutto questo apre ad un problema scottante, in Italia, a livello di molti gruppi giovanili: la collaborazione tra cattolici e non cattolici, in un impegno di aiuto e di liberazione.
Tutti hanno coscienza che solo le motivazioni qualificano la propria azione.
Ma sul piano delle motivazioni, non è facile trovarsi d'accordo: l'accordo viene spontaneo solo quando non si parla, ma si sgobba.
Che ne pensa?
R. Noi abbiamo, anche nelle pagine della Bibbia, alcune riflessioni chiarificatrici, a proposito della collaborazione tra coloro che lavorano per la promozione e la liberazione dell'uomo.
Nel Vangelo, per esempio, si narra che gli apostoli hanno reclamato presso il Signore Gesù, perché c'erano uomini che predicavano nel nome di Gesù, ma non erano qualificati a far ciò: «Non sono stati inviati da te... che cosa ne dobbiamo fare?».
Cristo ha ordinato di lasciarli agire tranquillamente: «Tutto ciò contribuisce alla diffusione del Regno... Tutto questo sia il benvenuto!». Tutti i movimenti all'interno della chiesa, per la promozione dei diritti dell'uomo, vanno costruiti in piena collaborazione con le persone che hanno buona volontà di lavorare per la liberazione dell'uomo.
Oggi, in tanti, anche se di fedi diverse, ci troviamo con le mani in pasta in questo lavoro. E c'è anche di più.
L'esperienza ci mostra che quando si parte dal concreto, dal reale, i cristiani si ritrovano facilmente e dignitosamente a fianco di uomini di altre tendenze, di altre fedi religiose, per lavorare al servizio dell'uomo: questa è la vera marcia in avanti dell'ecumenismo.
Quando ci si incontra attorno a brandelli più o meno grossi di verità, e si cammina con buona volontà assieme, si giungerà di sicuro ad un incontro pieno nel Cristo.
St. Exupéry ci ricorda che «l'amore non è guardarsi in faccia ma guardare tutti nella stessa direzione».
Se tutti gli uomini si daranno la mano per la costruzione di un mondo più umano, un po' per volta ci incontreremo, tutti, in Cristo. Ed è importante ritrovarci in lui, perché solo a partire da lui questo impegno ha senso totale e definitivo.
È POSSIBILE NON ENTRARE IN GIOCO?
D. Un'ultima questione, forse quella che fa da denominatore comune a tutta la conversazione.
Purtroppo tanti cristiani – e tanti educatori – non sentono affatto questi problemi. Per loro l'importante è tutt'altro.
Non giudichiamo le intenzioni e la buona volontà soggettiva. Ma in se stesso, il problema è grave. Come è possibile uscirne fuori?
Bisogna ripetere la parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro: vale per molti che abitano nei vostri paesi sviluppati, ma purtroppo anche per tanti che abitano nel terzo mondo.
È una responsabilità veramente enorme, per noi cristiani.
Il grande peccato del ricco non è stato il non aver dato nulla al povero Lazzaro. Il suo peccato consiste nell'aver ignorato la presenza di un povero alla porta di casa sua.
Questo è il peccato del cristianesimo, delle nostre chiatta, dal nostri preti, dei nostri giovani, dei nostri adulti: di molta parto insomma del popolo di Dio.
Ci sono miliardi di poveri, oggi.
Se noi siamo tranquilli, ci godiamo la vita, a fianco di questi poveri, noi corriamo rischi seri di fare la fine del ricco Epulone: di giocarci definitivamente la salvezza eterna.
Come è possibile rompere questo cerchio di indifferenza?
Il problema si riduce soprattutto a questa parola: sensibilità umana. La sensibilità umana abita solo in colui che ha il cuore aperto. Il problema non è solo italiano. Da noi capita la stessa cosa: tutti i giorni si possono incontrare, lungo i bordi delle strade delle nostre città, persone che dormono per terra: non hanno neppure una baracca dove passare la notte. E ci sono giovani che passano loro accanto: alle undici di sera, a mezzanotte... C'è freddo e quei poveretti non hanno nulla di che coprirsi... Eppure passano felici cantando, questi giovani, senza neppur fare una piega: non sono capaci di vedere...
È difficile trovare una soluzione a questo problema di sensibilità umana. È questione di bontà, di voler sentire, di amare veramente. Nella Bibbia è scritto che quando verrà il Cristo, tirerà via dagli uomini il loro cuore di sasso per sostituirlo con un cuore di carne. Solo coloro che hanno il cuore aperto, il cuore da poveri, coloro a cui di fatto manca qualche cosa... solo costoro sono in grado di scoprire la povertà attorno a se stessi ed avranno la voglia di fare qualcosa... Coloro invece che hanno tutto, che sono pieni, soddisfatti... è impossibile sensibilizzarli.
È quindi problema di conversione radicale, di cambio di mentalità. Chi non vuole sentire, non sentirà mai. «Hanno le orecchie e non possono sentire; hanno la bocca e non possono parlare; hanno gli occhi e non possono vedere».

