L'animatore di gruppo in seminario



    Guido Fiandino

    (NPG 1970-04-44)

    Abbiamo chiesto ad uno dei protagonisti di una esperienza significativa in atto da alcuni anni nel Seminario Maggiore della Diocesi di Torino (Seminario di Rivali), la descrizione critica di quanto è stato realizzato. Ne è nato questo documento, veramente denso di indicazioni concrete e stimolanti.
    Lo trascriviamo quindi molto volentieri. Perché ci ritroviamo una traduzione pratica del discorso di animazione pastorale che la nostra Rivista da tempo persegue.
    Ad ogni cambio di metodo pastorale deve necessariamente corrispondere un proporzionato cambio di strutture. La trasformazione in atto nella Chiesa post-conciliare, a livello, per esempio, di pastorale giovanile, di integrazione di ruoli educativi, di sviluppo dall'umano al divino, sulla linea di una continuità di profondità, comporta logicamente il ripensamento di alcune figure tradizionali di ogni impianto educativo.
    Altrimenti si rimane al vuoto gioco di parole, destinate al fallimento, per mancanza di spazio vitale.

    PREMESSE

    La presente relazione sta a metà tra la descrizione di un'esperienza vissuta e la progettazione di un'ipotesi di lavoro. Non è solo descrizione di esperienza vissuta perché passerò sovente dall'«essere» dell'animatore, così come di fatto si è realizzato, al «come dovrebbe essere» e al «desiderio di come essere». Si sa che ognuno di noi quando parla delle proprie realizzazioni condisce inconsciamente di «come desiderava che la cosa avvenisse» ciò che di fatto è avvenuto.
    Non è d'altra parte solo un'ipotesi di lavoro perché di fatto si iniziò ad attuarla e si sta attuando. Di ipotesi di lavoro si potrà parlare nel senso di una progettazione sempre più precisa alla luce dell'esperienza di questi anni.
    Parlerò di animatore di gruppo in un Seminario Maggiore, con i giovani studenti della teologia. Esperienza analoga si sta attuando con i giovani del Liceo e i ragazzi della media e del ginnasio nei Seminari Minori, ma – è ovvio – la figura dell'animatore riveste aspetti diversi, pur nella comune motivazione di fondo.
    Parlerò logicamente di animatore-prete, soffermandomi sulla sua specifica funzione.

    IL PERCHÉ DI UNA FIGURA NUOVA DI EDUCATORE IN SEMINARIO

    Una figura nuova di educatore in Seminario si giustifica a partire dalla situazione concreta dei soggetti da educare e dalle mete che il Seminario vuole raggiungere.

    Chi sono i soggetti che vogliamo educare

    Si tratta di giovani tra i 20 e i 25 anni, provenienti per lo più da un lungo iter formativo seminaristico basato, com'era logico allora, più sulla formazione dall'alto, in massa, che sull'appello diretto alla loro responsabilità e libertà. Forse per reazione al passato avvertono fortemente il bisogno di libertà e di fiducia. Vogliono sentirsi non ricevitori di un'educazione, ma corresponsabili direttamente della propria formazione, di una formazione non astratta, atemporale, ma concreta, storica, integrale, che parta dalla vita, dagli stimoli e dalle richieste della vita. Aborriscono da ogni tipo di intervento sostitutivo; desiderano essere aiutati dal di dentro a realizzarsi, a sviluppare le potenzialità ancora latenti e inespresse.
    Sentono fortemente, e come connaturale, l’esigenza di una formazione non individualista, il bisogno di costruirsi-con-altri aiutandosi a vicenda.
    Su un piano cristiano avvertono il bisogno di «salvarsi insieme» in un’esperienza di chiesa che superi l’individualismo del «si salvi chi può» e del rapporto con Dio in chiave puramente individuale.

    Quali sono le mete che il Seminario vuole raggiungere

    Sintetizzando, si potrebbe dire: meta formativa è «la formazione di una solida personalità sacerdotale capace di essere guida e anima di comunità ecclesiali».
    Già abbiamo accennato al bisogno del giovane chierico di una formazione concreta, integrale. È un bisogno ed è una meta da raggiungere. Si tratta di vivere oggi un cristianesimo incarnato (che parta dalla vita e vada alla vita) per un sacerdozio incarnato che sappia evitare le storture dell'angelismo e del terrenismo. La Chiesa ha bisogno e gli uomini vogliono un sacerdote che non porti una dottrina astratta, ma una vita concreta; che non «infiori» e «innaffi» di Vangelo le realtà umane, ma che le alimenti dal di dentro; che non presenti in parallelo i fatti della vita e il messaggio di Cristo, ma come copresenti e illuminantisi a vicenda; che non viva in un mondo che non è quello degli uomini ai quali si rivolge, ma quello stesso.
    Di fatto il sacerdozio a cui il giovane aspira dovrà essere un sacerdozio inserito, vissuto in una comunità. Il sacerdote è guida di comunità. A lui non si chiede più l'intervento autoritario, definitivo, dal pulpito. La dimensione di presenza del prete oggi non è più solo a livello di massa dal pulpito o di individuo nel confessionale, ma sempre di più a livello di gruppo, di comunità da animare.

    Il giovane chierico dovrà essere formato a
    – un cristianesimo incarnato (= che parte dalla vita - guarda a Cristo - ritorna alla vita),
    – vissuto in un'esperienza di comunità,
    – che lo renda capace di un nuovo tipo di presenza sacerdotale nella società di oggi (= il futuro sacerdote in Seminario impara a diventare animatore).

    • È di qui che sgorga l'esigenza di un nuovo tipo di educatore
    – che tenga conto della persona prima che dell'istituto;
    – che miri a convinzioni solide più che a buone condotte esterne;
    – che valorizzi il giovane in tutte le sue capacità;
    – che medii i contenuti religiosi in riferimento ai fatti della vita;
    – che aiuti il giovane a costruirsi, a salvarsi con altri in un'intensa esperienza di Chiesa;
    – che dia per quello che «è» più che per quello che «fa» o «dice»;

    • attraverso un nuovo tipo di intervento
    – che non sia autoritativo, distributore di comandi;
    – che non sia sostitutivo, avocatore di decisioni;
    – ma democratico, sollecitando le iniziative, associando gli altri alle deliberazioni;
    – ma «religioso», inserendosi con delicatezza e rispetto nell'opera delicata e paziente di Dio che salva quella persona.

    Ma non essendo la presente relazione una trattazione, bensì una testimonianza, una comunicazione di esperienza di vita, vorrei rispondere ora in concreto a questa domanda:

    COME DI FATTO SI È GIUNTI NEL NOSTRO SEMINARIO
    ALLA FIGURA DELL'ANIMATORE

    La risposta non è facile, soprattutto da parte di chi è stato chiamato a questo compito e quindi non ha partecipato a tutto l'iter precedente che ha portato a questa conclusione. Mi limiterò a indicare i passaggi più evidenti e come questa figura si è evoluta e chiarita in seguito.

    ♦ Inizialmente il Seminario disponeva, per il suo compito educativo, del Rettore, Vicerettore, Direttore spirituale, Professori. In particolare, il Vicerettore (mi soffermo su questi perché è in questa linea che va vista l'evoluzione) aveva una funzione prevalentemente disciplinare e organizzativa, in netta distinzione dal Direttore spirituale, deputato al «foro interno», alla parte esclusivamente spirituale.
    Le competenze erano chiaramente distinte ed esclusive. Ogni superiore rispondeva del suo ambito formativo, ma senza preoccupazione di interazione con gli altri superiori. Essenziale era che ogni settore della persona fosse «coperto», senza preoccupazione di mediare la sintesi tra i vari apporti spirituali, disciplinari, pastorali, scolastici...
    Mancava un vero lavoro di équipe che permettesse l'interscambio, la ricerca di linee comuni.

     Il bisogno più forte sentito era:
    – non ridurre il vicerettore alla sola funzione disciplinare e organizzativa perché inconcepibile per un educatore-prete con futuri-preti;
    – avviare un sodo lavoro in équipe;
    – meno contatto di massa;
    – meno rapporto disciplinare;
    – più contatto diretto personale formativo.

    Per ovviare a questo (i chierici erano un centinaio con un solo vicerettore) si iniziò aggiungendo un vicerettore incaricato del primo corso di teologia, invitandolo ad un tipo di presenza più sacerdotale, più amichevole, meno da superiore.
    L'anno seguente se ne aggiunse un secondo; si puntò sulle classi: un animatore per la I teologia, uno per la II e III, uno per la IV e V.

    • Vantaggi
    – più presenza nei vari momenti di vita della classe; più facilità di contatto personale;
    – meno regolamento minuto che tutto predispone.
    • Difficoltà
    – l'assenza di preparazione specifica degli animatori scelti per lo più tra i viceparroci della diocesi;
    – l'assenza di modelli precedenti cui gli animatori si potessero ispirare; abitudine dei giovani al precedente rapporto con il vicerettore;
    – la realtà della classe, ancor troppo numerosa.

     Ma intanto emergeva nei chierici, soprattutto degli ultimi anni, il bisogno di rompere la struttura della classe per avviarsi alla formazione di gruppi interclasse, dotati di una certa autonomia di impostazione di vita, con un loro sacerdote animatore, realizzando insieme un tipo di vita più
    profondo, fondato su
    – un sentirsi reciprocamente responsabili;
    – una comune riflessione sulla Parola di Dio;
    – una comunicazione di esperienze personali;
    – una discussione di problemi comuni.

    Nacquero così i gruppi interclasse negli ultimi tre corsi, per spontanea reciproca cooptazione, mentre il I corso continuò a camminare come classe e il II corso come classe con gruppi all'interno di essa.

    FUNZIONE SPECIFICA DELL'ANIMATORE

    Vediamo ora di precisare, in questa situazione, il tipo di presenza dell'animatore di gruppo. Questo ci aiuterà a chiarire anche il significato della vita a gruppi che il Seminario ha iniziato.
    Sarà più chiara attraverso la descrizione del suo rapporto con i chierici e con gli altri educatori del Seminario che non attraverso l'analisi minuta della sua figura.

    Genericamente
    ha la funzione di aiutare i giovani chierici in collaborazione con gli altri superiori del Seminario a realizzare una maturazione completa della loro personalità sul piano umano cristiano sacerdotale attraverso il contatto personale e di gruppo condividendo la vita quotidiana dei giovani.

    In particolare
    Sua funzione specifica in rapporto ai chierici

    Come singoli 

    Vivendo con essi e condividendo al massimo la loro vita quotidiana cerca di conoscerli sia attraverso l'osservazione della loro vita, sia attraverso il colloquio e il dialogo educativo con essi.
    Se è vero che la persona si rivela soprattutto nei momenti «feriali», «usuali» della vita, l'animatore è chiamato a percepire lo stile di fondo del soggetto, le sue reazioni immediate, il suo sapersi accettare, il suo accettare gli altri...
    Sarà poi il colloquio personale ad approfondire questa conoscenza attraverso il dialogo, partendo possibilmente da fatti concreti di vita, da atteggiamenti, da reazioni...
    Il dialogo fraterno diventa allora l'anima del rapporto educativo.
    In esso l'animatore cerca di aiutare il giovane a verificare

    • i diversi momenti della sua vita, il suo carattere, il suo comportamento, i motivi del suo agire;
    • i suoi rapporti con gli altri;
    • la sua partecipazione alle iniziative comunitarie;
    • il valore formativo dei suoi rapporti con la famiglia, con la parrocchia, con l'attività pastorale;
    • la sua collaborazione con i preti del Seminario per «utilizzare» i vari specifici apporti che possono dare;
    • i suoi impegni scolastici;
    • il grado di accettazione attiva dei valori proposti dal Seminario;
    • il grado della propria maturità globale;
    • la sua crescita nella fede;

    aiutandolo a
    • operare una sintesi tra gli apporti della scuola, della vita insieme, delle direttive comunitarie, dell'esperienza pastorale;
    • operare una sintesi tra vita e fede, leggendo le situazioni di vita in chiave di Vangelo e impegnandosi in esse;
    • attuare le indicazioni comunitarie facendo leva sulle motivazioni.
    Sono questi colloqui il polso del grado di accettazione dell'animatore, del grado di sintonia che si è creato tra chierico e animatore. Talvolta il colloquio è richiesto dal chierico, talvolta dall'animatore stesso. Essenziale è che il colloquio
    • non sia mai un rendiconto ma un vero incontro di amicizia in cui il giovane si sente capito e aiutato, non giudicato;
    • sia sostanzioso, si porti cioè su contenuti validi e non superficiali;
    • sia tempestivo, nella misura in cui lo postula l'azione educativa e il momento psicologico;
    • sia frequente.
    Non esistono qui regole fisse: è il clima del rapporto tra animatore e chierico a dire il giusto dosaggio fra incontri occasionali (validissimi!) e incontri programmati.
    Conta soprattutto qui, più che mai, che i giovani sentano che l'animatore li ama, ha stima, ha fiducia in loro. Questo suppone da parte dell'animatore una profonda riflessione teologica sulla dignità della persona umana, salvata da Cristo, ricca di potenzialità da sviluppare, capace di atti di eroismo nella misura in cui si conosce, si accetta, si sente accettato e stimolato con forza «discreta».

    Come gruppo

    È soprattutto il rapporto del prete animatore con il gruppo a precisare
    • specificare il suo tipo di presenza come educatore.
    Abbiamo detto nella nascita dell'esigenza dei gruppi nel nostro Seminario come risposta a un bisogno
    • di rapporto più caldo, meno anonimo;
    • di corresponsabilità nell'assumersi a vicenda l'incarico del proprio cammino formativo;
    • di allenamento a condividere, a camminare insieme, a lasciarsi «condizionare» dagli altri, a collaborare;
    • di maturazione non individualistica, ma in prospettiva sociale;
    • di vivere in profondità un'esperienza concreta di Chiesa.
    Una settimana di riflessione comune all'inizio d'anno ebbe lo scopo di approfondire insieme
    – il criterio di composizione dei gruppi;
    – gli obiettivi e i contenuti della vita di gruppo;
    – il rapporto dei gruppi con la comunità;
    – il posto del prete nel gruppo.
    Brevemente: fu scelto il criterio della spontaneità nella composizione, come meglio rispondente a un'esperienza nuova che si vuole iniziare. In concreto, buoni punti di riferimento furono i precedenti rapporti di amicizia tra i vari membri o interessi comuni o affinità di problematiche.
    I contenuti furono:

    • la preghiera quotidiana in comune, perché il gruppo è anzitutto una comunità di Chiesa, fondata sulla medesima fede in Cristo e animata dal medesimo ideale sacerdotale;
    • la riflessione sulla Parola di Dio come punto costante di riferimento;
    • la discussione comune su problemi formativi, di attualità, di Chiesa;
    • il contributo all'andamento della vita comunitaria attraverso la riflessione sugli orientamenti educativi del Seminario e lo stimolo a riforme ritenute necessarie;
    • la revisione comune dei propri impegni pastorali;
    • momenti di distensione insieme;
    • periodiche revisioni dell'attività e del cammino del gruppo.

    Il prete animatore nel gruppo fu visto e pensato:
    • come membro del gruppo stesso che non osserva ma condivide; che non impone ma ricerca insieme;
    • che non organizza ma stimola, anima;
    • che non fa appello al ruolo che occupa, ma all'amicizia;
    • come garante dell'attuazione attiva delle linee educative del Seminario:
    • come garante soprattutto del cammino spirituale del gruppo;
    • come richiamo di impegni presi insieme, da attuare e verificare;
    • come garante della reciproca accettazione dei membri del gruppo, «lettore» del momento psicologico del gruppo, degli «alti» e «bassi» e delle loro cause;
    • come mediatore dell'interazione fra i gruppi e fra i gruppi e la comunità.

    Essenziale è che il prete animatore porti ciascun membro del gruppo a sentire il gruppo come qualcosa di proprio, a sentire di avere una parte necessaria perché il gruppo sia vivo.
    Fondamentale è perciò che il gruppo – attraverso lo stimolo dell'animatore – giunga a decisioni comunitarie, unanimi, condivise, delle cui conseguenze si assume la responsabilità. Questo sarà frutto di frequenti incontri di discussione. La discussione diventa così un momento fortemente costruttivo della vita di gruppo, proprio come fortemente costruttivo era il colloquio nel rapporto personale.
    Starà all'animatore far sì che
    • la discussione diventi momento in cui il gruppo ricupera se è stanco e espressione di appartenenza attraverso lo scambio;
    • la discussione non si mantenga su un piano troppo impersonale o troppo personale o troppo accademico o solo verbale, ma tale da coinvolgere la persona stessa, impegnandola attivamente a compromettersi.
    In questa linea sarà da attuare la Revisione di vita come stile ideale per una maturazione della fede calata nelle situazioni della vita, lette e interpretate alla luce del Vangelo.

    In che misura tutto questo fu attuato? 

    Di fatto questo si realizzò in misura ancora molto ridotta e molto varia nei vari gruppi a seconda della penetrazione delle motivazioni della vita di gruppo, dei momenti dell'anno, della presa di coscienza del valore e della funzione del prete nel gruppo, della preparazione dell'animatore stesso.
    Lo stesso prete animatore non di rado oscillò fra
    – un tipo di presenza amicale un po' superficiale;
    – un tipo di presenza ancor troppo organizzatrice;
    – un tipo di presenza ancora giuridico-disciplinare.
    È chiaro che un tipo di presenza così, suppone nell'animatore la conoscenza di tecniche specifiche, di nozioni chiare sulla struttura e dinamica del gruppo, ma in ogni caso va sottolineato che l'animazione più che una tecnica è un metodo, uno stile di vita. Ogni persona deve trovare il suo. L'ideale sarà una sintesi tra il clima di amicizia creato, la testimonianza personale, la conoscenza e l'applicazione di tecniche specifiche di vita di gruppo.
    Il nemico numero uno dell'animazione potrà essere l'animatore stesso nella misura in cui non ha risolto il proprio mondo interiore in una sintesi equilibratrice.

    Sua funzione specifica
    in rapporto agli altri sacerdoti del seminario

    In rapporto al rettore 

    Il rettore è il responsabile di tutto l'insieme della vita comunitaria sotto i vari aspetti e il coordinatore di tutte le competenze.
    Perciò l'animatore
    • è superiore subordinato al rettore i cui indirizzi educativi cerca di attuare nei gruppi;
    • fa da trait d'union tra i chierici e il rettore per una maggior conoscenza dei singoli attraverso periodici incontri e lo aiuta a valutare il grado di maturazione di ognuno nell'orientamento vocazionale limitando le sue osservazioni ad aspetti esterni senza ricorso a confidenze ricevute, che rimangono nell'ambito di coscienza;
    • con lui e con gli altri animatori e direttori spirituali collabora, attraverso frequenti incontri in équipe a programmare l'impostazione di fondo della vita comunitaria, a rilevare una certa situazione d'ambiente, a approfondire aspetti formativi della vita di Seminario.

    In rapporto ai professori 

    Cerca di stabilire con loro un intenso rapporto di amicizia e di collaborazione
    • per raccogliere i loro giudizi sui comportamenti dei singoli e dei gruppi per una valutazione più obiettiva della personalità di ognuno;
    • per favorire la conoscenza globale, non solo scolastica, e l'interessamento degli insegnanti verso il singolo studente;
    • per far conoscere l'andamento della comunità, soprattutto sotto l'aspetto di maturazione ideologica allo scopo di stimolare e valorizzare il loro apporto specifico nella formazione della mentalità dei chierici;
    • per conoscere i programmi delle materie, la prospettiva di trattazione allo scopo di entrare nella dinamica scolastica e culturale di quel particolare momento onde trarne contenuto di conversazione e di discussione.

    In rapporto ai direttori spirituali

    Se il direttore spirituale ha la funzione di
    – curare la maturazione di coscienza dei singoli attraverso contatti personali di direzione spirituale e di confessione;
    – orientare spiritualmente la comunità attraverso conversazioni religiose, omelie, ritiri,...
    l'animatore:
    • cerca di avviare tutti i chierici a una soda e assidua direzione spirituale, indicandone eventualmente le motivazioni, il metodo;
    • suggerisce ai chierici di cui è responsabile eventuali contenuti che è bene l'individuo tratti col suo direttore spirituale;
    • collabora con loro nella formulazione delle linee di orientamento spirituale della comunità nella programmazione di piani di predicazione di ritiri;
    • li consulta per valutazioni di insieme della vita comunitaria;
    • l'informa su fatti di vita comunitaria che è bene siano a loro conoscenza.
    Va notato che anche l'animatore può, se richiesto dal giovane, prestare anche un vero servizio di direzione spirituale, compresa la confessione. È una possibilità offerta alla persona per una più ampia possibilità di scelta; ma questo nulla toglie al compito specifico sia suo sia del direttore spirituale.

    In rapporto alla parrocchia e alla famiglia del chierico 

    Stabilisce periodici incontri e contatti allo scopo
    • di ricavare elementi per una valutazione più oggettiva del chierico;
    • di aiutare i sacerdoti e le famiglie a una collaborazione efficace all'opera educativa del Seminario facendo loro conoscere le linee educative del Seminario e stimolando il loro contributo;
    • di indicare ai sacerdoti elementi della personalità del chierico bisognosi di sviluppo e di equilibrio per avviarlo a un tipo di esperienza e attività pastorale «su misura»;
    • di conoscere l'influsso e il condizionamento dell'ambiente e del clima familiare in cui il giovane è cresciuto (vedi influssi a lunga scadenza di certe forme di autoritarismo, di paternalismo, di disinteresse familiare...).

    VALUTAZIONE DELL'ESPERIENZA

    Sarà una valutazione necessariamente limitata e superficiale, come limitata e superficiale è stata l'esperienza sin qui condotta sia dei gruppi che del prete animatore.

    Elementi positivi (della vita a gruppi e dell'animatore) 

    • un nuovo clima più fraterno e amichevole che ha facilitato
    – ai giovani il rapporto con il prete animatore;
    – al prete animatore l'essere se stesso, il presentarsi così com'è al di là del suo ruolo specifico, al di là del personaggio del superiore;
    • una conoscenza più approfondita sia attraverso il contatto personale, sia attraverso gli incontri di gruppo e il confronto con il giudizio di altre competenze;
    • ha permesso una maggior autonomia alla vita di gruppo, un maggior spazio contro i difetti della massificazione;
    • una maggior responsabilizzazione dei giovani, evitando preclusioni a priori o giudizi assoluti sostitutivi del giovane stesso, ma stimolando al dialogo personale e alla riflessione sulle motivazioni dell'agire;
    • maggior comprensione della realtà della Chiesa e della vita spirituale come un salvarsi insieme;
    • allenamento alle future forme di vita sacerdotale in comune e a un nuovo tipo di presenza sacerdotale.

    Elementi negativi o limiti

    • ruolo ancora troppo organizzativo da parte dell'animatore, che impedisce una più vera presenza di animazione;
    • la vita a gruppi, sentita come esigenza, non ci ha però trovati preparati a condurla con un certo metodo e precisione;
    • il numero eccessivo di gruppi affidati all'animatore. Pensiamo non sia opportuno che l'animatore segua più di tre gruppi (una ventina di persone);
    • il rischio di abdicare al nostro ruolo specifico, o a titolo di amicizia generica, o a titolo di direttori spirituali, con conseguente diminuzione di libertà di contatto e di intervento;
    • un insufficiente approfondimento del gruppo come esperienza di Chiesa e quindi dello specifico ruolo del prete nel gruppo;
    • l'essere occupati in troppe cose materiali, tecniche, a scapito del necessario tempo da dedicare alla riflessione, alla preghiera, alla preparazione di incontri, di colloqui, all'aggiornamento;
    • il mito dell'autoformazione, molto diffuso nei giovani, e quindi il rifiuto dell'educatore adulto;
    • la non attuazione della Revisione di vita in forma profonda e periodica.

    CONCLUSIONE

    Nonostante i limiti notati, crediamo sia questa la strada da percorrere, anche se siamo solo ai primi passi. Si tratterà di approfondire aspetti ancora superficialmente affrontati, di riflettere ancora molto insieme, di verificare il cammino percorso.
    In ogni caso pensiamo che i giovani, così come sono, e il sacerdozio a cui aspirano esigano un nuovo tipo di educatore capace di essere fedele ai giovani stessi e alla Chiesa al cui servizio questi giovani si preparano.