Giancarlo Negri
(NPG 1970-04-04)
Da tempo ormai, la Rivista sta portando avanti una metodologia pastorale che parta dalla utilizzazione della dinamica di gruppo, ripensata in categorie di evangelizzazione. Più volte è affiorato il rapporto educatore-élite-massa. Contro ogni riduzione della pastorale a tre eccessi opposti, eterodossi e inefficaci:
• la riduzione della proposta di salvezza ad un intervento autoritativo, anodino e disincarnato;
• la riduzione ad un éliterismo irreale e astorico, con esclusione forzata dei più, quelli che non vivono al chiuso delle nostre strutture;
• la riduzione al genericismo di una massa amorfa e impersonale, vittima delle suggestioni del momento e fluttuante nel vago. La verità e la integrabilità della pastorale richiedono con urgenza un continuo movimento di scambio tra educatore-pastore, gruppi e massa e il fermento di «élite», profondamente inserite.
In questo articolo si affronta, nei dettagli, il discorso della «élite», studiata come tramite di «animazione culturale», di presenza continua dell'educatore e di respiro più vivo della massa. Proprio per fare un discorso pratico, visto che crollano ad uno ad uno tanti piloni tradizionali.
Le riflessioni partono dai dati della psico-sociologia per approdare nel campo della teologia.
Tant'è vero che la linea di cammino è segnata dalle istanze del Documento-base del Nuovo Catechismo Italiano, pubblicato in questi giorni, a cura della Conferenza Episcopale Italiana. La conclusione è quella già più volte sottolineata (ma qui fiorisce da lunga riflessione ed è condotta fino agli ultimi risvolti) : la massa ha bisogno di una «élite» cristiana, per essere animata, ma una «élite» «proletaria» (incarnata nelle situazioni e nei dinamismi dei singoli gruppi) e con essi in continuo profondo dialogo.
PARTENZA DA UN CASO PRATICO
Capi di istituto, direttori di Oratori o di Centri Giovanili affrontano in primavera la campagna per gli esercizi spirituali. È un esempio pratico per introdurci e che cogliamo nel momento in cui si passa all'azione per persuadere il maggior numero possibile di giovani a partecipare agli esercizi.
Sono possibili per questo due sistemi educativi: quello dell'autorità educativa e quello dell'animazione educativa.
Il sistema dell'autorità educativa
In questo sistema l'iniziativa veniva promossa paternamente dal capo d'istituto, veniva sostenuta dai professori e assistenti dei gruppi e alle date indicate le varie classi oppure i vari gruppi prendevano in massa la via dei luoghi di ritiro.
I giovani partivano persuasi, cioè ben disposti? Tutto dipendeva dalla autorità educativa del capo d'istituto e dei suoi collaboratori nell'illustrare, con varie motivazioni, la bellezza degli esercizi. In genere i tre quarti dei giovani partivano almeno nello stato d'animo dell'accettazione e poi l'abilità dei predicatori faceva il resto. Non mettiamo in causa la Grazia di Dio, che sempre opera, ma che non può mai essere di per sé presa come argomento per avallare l'uno o l'altro sistema: Dio si serve di tutto per fare i suoi santi nella sua divina libertà.
Questo sistema parte dal presupposto dell'autorità educativa, cioè di una «docilitas», come la chiamava S. Tommaso, degli animi ai consigli ed al personaggio stesso dei genitori, del professore, del capo d'istituto. Ma non occorrono molte parole per ricordare come è finita l'era costantiniana in pedagogia, l'era cioè in cui il personaggio tradizionale del genitore, del professore e capo d'istituto ha di per sé, per la sua posizione giuridica o di costume, una aliquota assicurata di potere di persuasione. Ora occorre gettar via le armi e combattere con le nude mani, cioè ci si confronta da persona a persona, se si vuole da persona adulta a persona in formazione, il che non sempre è vantaggioso, se si pensa che cosa significa la classe adulta agli occhi della classe giovane nella civiltà contemporanea.
Il sistema attuale dell'animazione educativa [1]
In questo sistema si presuppongono già formate ed attive alcune figure educative, nel senso che queste sono ormai così ben definite e delineate come lo erano nel sistema precedente le figure del direttore d'oratorio del professore, dell'assistente di gruppo. Alludiamo alla figura
- dell'animatore dei gruppi;
- dei «leaders» nei gruppi;
- dei gruppi e intergruppi nella comunità educativa del coordinatore degli animatori o direttore;
- dei promotori di alcuni principali valori (Weltanschauung cristiana; partecipazione alla storia della salvezza; comunità ecclesiale).
Siccome queste figure sono tutte in via di formazione, è chiaro che la loro attività separata e globale è ancora incerta e precaria, il che fornisce a torto motivi di rifiuto ai laudatores temporis acti.
Ma nel caso di un discreto funzionamento di questi fattori di un sistema d'animazione educativa, come avverrebbe la campagna per gli esercizi spirituali.
* La proposta verrebbe fatta circolare nella forma di un problema aperto dal coordinatore o da qualche animatore. La massa rimane ancora indecisa, pur essendo al corrente che si avvicina il periodo in cui più o meno occorre compiere quel tipo di partecipazione all'opera pasquale di Cristo nel mondo;
* l'iniziativa viene discussa e precisata dal cenacolo dei «leaders» con i loro animatori; viene fatta propria da essi che rappresentano sociologicamente la coscienza dei gruppi e quindi della massa;
* a questo punto si apre la campagna di animazione, la quale avviene attraverso la circolazione dei valori.[2] Ecco, ad esempio, uno schema di circolazione dei valori (in questo caso dei motivi che persuadono a far propria l'iniziativa da parte delle persone della massa):
1) discreto annuncio delle decisioni prese dagli animatori e dai leaders come progetto di lavoro; ciò è fatto in sede collettiva (nelle classi o in un discorso del coordinatore a tutta la massa: resta sempre classica, anche in un nuovo contesto, la «buona notte» del capo d'istituto a tutta la massa o gran parte di essa, come è d'uso tra i salesiani);
2) persuasione individuale nel dialogo élite-massa, che avviene negli incontri occasionali (a tavola, al bar, commentando i fatti del giorno), in occasione di espliciti rifiuti manifestati dalla sempre presente «élite» negativa, la quale dà modo all'élite positiva di reagire e così persuadere gli individui di tipo massa che sono presenti. Occorre ricordare la molteplicità di questi incontri occasionali o spontanei, nei quali, provocati o meno, l'élite realizza la circolazione dei motivi di persuasione nella massa;
3) fusione dei consensi prima sparsi nella massa; ciò avviene in particolari riunioni di gruppo, o intergruppo o di tutta la comunità, nelle quali la circolazione dei valori giunge al suo termine, cioè al consenso della maggioranza che accetta, accoglie e fa proprio il progetto degli esercizi, autorizzando così i dirigenti (coordinatore, promotori, coordinatori, leaders) a passare alla fase esecutiva, che sarà di conseguenza già accettata in linea di massima, il che vuol dire partecipazione cosciente, libera ed attiva della maggioranza, in pratica il pieno successo dell'iniziativa.
In questo schema di circolazione dei valori la fase cruciale è la terza, in cui l'élite dei leaders esplica con tutte le sue possibilità un'influenza persuasiva e modellatrice sulla massa.[3]
Senza questo lavoro capillare, occasionale, invisibile, si avrebbero due mali: o l'élite negativa, che è sempre attiva spontaneamente, convince la massa al rifiuto oppure la massa resta indeterminata, indecisa e quindi passiva nei confronti dell'iniziativa stessa.
Puntiamo dunque l'attenzione su questo meccanismo centrale del sistema di animazione educativa, come l'abbiamo chiamato: il dialogo, sia occasionale sia sistematico, élite-massa.
Occorrerà considerarlo in tutti i suoi fattori, nelle sue modalità, nelle sue necessità per sopravvivere e non deperire, soprattutto nelle sue malattie, come l'aristocratizzarsi dell'élite fino all'«odi profanum vulgus et arceo». di Orazio.
Questi elementi pratici sono stati già un po' studiati e discussi in alcuni articoli di Note di Pastorale Giovanile.[4] Inoltre lo scopo di questo studio è un confronto tra questo sistema scelto di educazione e le direttive pastorali emergenti dal Documento di base della catechesi italiana, che sostituirà il famoso catechismo di Pio X e che ha una sorprendente convergenza di prospettive con quelle contenute nel sistema di animazione educativa.
Per venire al sodo portiamo avanti il discorso in tre punti successivi:
1) giro d'orizzonte sulla animazione culturale nel mondo contemporaneo, per convincerci sempre di più della sua attualità e validità;
2) convergenze tra sistema di animazione culturale e prospettive d'azione catechistica del Documento Base;
3) indicazioni pratiche per realizzare l'animazione culturale nel dialogo élite-massa.
GIRO D'ORIZZONTE
SULLA ANIMAZIONE CULTURALE CONTEMPORANEA
L'esempio portato di una campagna per persuadere agli esercizi spirituali è uno dei tanti possibili in una comunità educativa: vi sono tante altre attività come gli esercizi: la partecipazione liturgica, gli impegni scolastici e caritativi; vi sono atteggiamenti come l'atteggiamento verso il denaro, le ragazze o i ragazzi, i sacerdoti, il terzo mondo, la politica; vi sono rapporti come rapporti tra alunni, tra gruppi, tra giovani e adulti, vi sono cioè realtà educative che vengono compiute e realizzate se la maggioranza degli individui viene persuasa, quindi condivide, quindi partecipa. Per ciascuna delle realtà elencate entra in forza il dialogo di persuasione «élite»-massa e questo è visibile in molte forme della civiltà contemporanea.
Un breve giro d'orizzonte lo dimostra.
Il settore dei persuasori occulti o palesi
Si può partire dall'enorme sviluppo moderno della propaganda-pubblicità: quale autorità antica avrebbe speso i miliardi spesi da un odierno capo partito per persuadere i cittadini a eleggerlo presidente dello stato? Una volta non c'era da persuadere: il popolo si trovava di fronte al fatto compiuto e doveva solo accondiscendere. Passiamo al settore delle vendite di qualsiasi prodotto: il consumo è vitale e viene sollecitato, viene a persuaso» da una formidabile squadra (l'élite in questo senso) di persuasori occulti o palesi, che ogni azienda commerciale sostiene e incrementa.
L'accenno a queste applicazioni del metodo, piuttosto criticabili, è fatto solo per confermare che non siamo più in un'epoca di imposizione dei valori e neppure di semplice proposta, d'altra parte: la gente è abituata ormai ai persuasori e se li aspetta, come stimolo alla propria capacità critica, oppure come comodo ripiego per non fare la fatica mentale necessaria per uscire dall'indecisione (questo spiega in parte l'interesse per la moda, le riviste di moda, ecc.).
* Conseguenze pratiche: vi sono sacerdoti ed educatori che presuppongono, non si sa se in buona fede o in forza di cose, una maturità personale, capace di critica-giudizio-decisione libera, dei giovani, per cui li abbandonano da soli, cioè senza l'appoggio persuasivo di un'«élite», in situazione di tentazioni gravi, data la loro debolezza e labilità psichica, conseguente a tutto l'attuale sistema di vita. Questo sistema è ingiusto nei riguardi dei giovani stessi, aperti a tutte le esperienze, ma senza le forze sufficienti per dominarle. Lo stesso errore fanno quanti si accontentano di «proporre» il cristianesimo senza fornire forze persuasive: al posto delle antiche ammonizioni e costrizioni morali non bisogna lasciare il nulla, ma la forza più attuale e valida dell'animazione culturale, il che vuol dire élite.
Il settore della rivoluzione culturale
Nello spazio di mezzo secolo abbiamo assistito al capillare diffondersi dell'idea marxista. Quale tecnica fu usata? Fin dal principio è in atto, prima di ogni azione rivoluzionaria, una capillare persuasione su individui, gruppetti, gruppi, piccole assemblee, dove è essenziale lo sfruttamento dei momenti occasionali e non è meno essenziale il lavoro degli attivisti o agitatori, a seconda dei punti di vista, che in ogni modo costituiscono una élite che anima una massa. Lo schema di azione di questa che venne poi chiamata in Cina «rivoluzione culturale» è molto semplice ed insieme formidabile, a prescindere da imputazioni di qualsiasi genere:
a) unità di pensiero e di progetti nell'«élite», creata in riunioni intensive;
b) persuasione capillare della massa del proprio ambiente da parte dell'élite, sfruttando tutti gli avvenimenti occasionali e tutti i momenti occasionali (cioè lo spontaneo riunirsi di alcuni della massa alla mensa o all'uscita di fabbrica o al bar o al dopolavoro per commentare i fatti del giorno);
c) convergenza delle numerose persuasioni capillari verso schemi uguali di pensiero e di azione;
d) passaggio dalla rivoluzione culturale alla rivoluzione strutturale con micro e macroiniziative di massa (manifestazioni, sommosse, firme), conseguenti i valori fatti circolare nel momento culturale; e) assimilazione da parte di un certo numero degli individui di massa del modello di comportamento rappresentato dagli attivisti e quindi aumento di circolazione dei valori in altre zone e in altri momenti della vita della massa.
Conseguenze pratiche
se si osserva, anche qui il punto cruciale è la circolazione occasionale dei valori per opera dell'élite nella massa, che persuade gli animi, li matura e li coagula per il momento dell'azione di massa.
Sottolineiamo in particolare la convergenza di queste plurime persuasioni capillari, per cui alla fine la maggioranza della massa è orientata nello stesso senso. Ciò rende necessario il cosiddetto «cenacolo per i leaders», cioè la cura estrema e metodica della propria élite perché sia impegnata, unanime, convergente nel pensiero, nell'azione e nei metodi. Evidentemente l'esagerazione del metodo per cui si parla di lavaggio del cervello (modificazione da occasionale a sistematico del processo di persuasione in Cina) è da condannarsi. Ma da un certo punto di vista metodo dell'animazione culturale sembra più rispettoso della libertà individuale di un indottrinamento sistematico attraverso discorsi alla TV, lezioni in tutte le scuole, funzioni addirittura sostenute dal calendario delle feste di una nazione.
Il fatto che l'attivista parli con il solo appoggio della sua propria personalità e nei momenti meno ufficiali e programmati, costituisce ad un tempo la forma di massimo rispetto dell'individuo e la forma di massima opportunità educativa, poiché l'individuo è più recettivo, aperto, come il grande pedagogista O. Willman, ad una revisione di vita e alla assimilazione di un nuovo credo, proprio nei momenti occasionali.[5] Si dirà che il sistema comunista aveva una feroce polizia alle spalle degli attivisti. Ma questo non si è verificato in Italia, in America, dove i successi sono ugualmente notevoli.
Si dirà che si tratta di sollecitazione di istinti primordiali. Ma questo discutibile, poiché il credo marxista, se parte (come è possibile a tutti e come anche fece Gesù nella sua evangelizzazione) dalle condizioni di oppressione del popolo, tuttavia esso ha sì elementi più facili (odio, violenza), ma anche elementi difficili (escatologia, abnegazione individuale, ecc.) e soprattutto non ha l'appoggio delle forze soprannaturali. Perciò è legittimo fondarsi sul successo del metodo dell'animazione culturale in quel settore per applicarlo all'evangelizzazione.
Del resto, a prescindere dai contenuti di odio e di materialismo, anche la prima chiesa si è formata più o meno con questi metodi, non potendo contare su appoggi di strutture o di ufficialità.
Le minoranze impegnate delle ultime sommosse giovanili
Un discorso abbastanza diffuso riguarda il nucleo di «cinesi», «maoisti» e «attivisti» di estrema minoranza numerica in rapporto alle masse giovanili, che cionondimeno essi sono riusciti a galvanizzare e lanciare in imprese pazze.
È normale accostare a questa «élite» sociologica altri fattori di stimolazione, che è inutile enumerare: essi non tolgono il fatto che la forza persuasiva di pochi organizzati, tempisti negli interventi di persuasione nei momenti più occasionali, convergenti nel pensiero e negli schemi di azione, ha avuto un esito visibile nell'orientare le masse. L'esempio che si porta non è molto diverso da quello precedente della prassi comunista, ma è un giro d'orizzonte che serve per cogliere più nel particolare il bisogno di scoprire e realizzare una élite capace di dialoghi occasionali, capillari e persuasivi con la massa.
Conseguenze pratiche
questi fatti del fenomeno giovanile hanno messo in chiaro come gli attivisti cattolici non ci sono: le masse sono abbandonate a se stesse, manca una evangelizzazione, una lievitazione di queste intense realtà sociali che sono le masse di studenti, dove tutti entrano a subire la pressione di un tipo di persuasione che comunque si crea sempre ed è quella creata dall'«élite» negativa, sempre presente se non esiste élite positiva.
Ci sembra che questa storia recente denunci una situazione patologica dell'«élite» giovanile cattolica per queste ragioni:
- sembra un'«élite» aristocratica, nel senso che non è affezionata alle masse, non ci sta volentieri dentro, ma si isola e si camuffa quando vi si trova per necessità di cose; è un'élite aristocratica perché ha un linguaggio dottrinale che non ha nessun denominatore comune con il linguaggio della ;massa e perché, a causa di un indottrinamento non incarnato conosce i misteri di Cristo non negli sviluppi e nei termini che si incarnano nel tessuto vivo delle situazioni di massa;
- sembra un'«élite» aristocratica, perché non si incarna nel tessuto vivo dei problemi che agitano e sommuovono le masse, per cui manca di progetti di soluzione dei problemi da proporre, manca di schemi di comportamento non anacronistici ed è invece incerta, senza prontezza di argomentazioni e di battuta per intervenire nelle accese discussioni che animano capillarmente la massa e, convergendo, maturano i gesti di massa. Questo fenomeno è legato a tutta una pastorale, che forma i giovani migliori in schemi aristocratici, disincarnati, dove si arriva forse a pregare per i problemi dei giovani, ma non ad essere «amico dei pubblicani e dei peccatori» come era Nostro Signore, non ad essere interventista con precise risposte e soluzioni ai problemi, come faceva il Nostro Divino Salvatore negli innumerevoli capannelli di gente, ove discuteva con tutti. sembra che la linea di una pastorale della massa giovanile sia sul piano pratico la linea di una conversione dell'«élite» da aristocratica proletaria, per riavere tutta la forza di persuasione capillare che le viene dalla forza del Vangelo, se ben vissuto nella sua incarnazione del divino nell'umano.[6]
I «Cursillos de Cristianidad» e il mondo ADSIS
Scegliamo la Spagna come esempio di movimenti di élite cattolica incarnata e proletaria, pur con i suoi limiti, perché ciò sembra incoraggiare quanti si trovano in nazioni sempre meno strutturalistiche di questa in fatto di cattolicità.
Questi movimenti (i Cursillos sono di adulti e gli Adsis sono in analogia per i giovani) hanno come centro vitale il sistema di animazione culturale attraverso il dialogo «élite»-massa. In questi sistemi d'evangelizzazione, già tanto collaudati, i coetanei, i compagni di studio e di lavoro di quartiere, sono i veri apostoli della massa, mentre il sacerdote appare come dietro le quinte, pur restando sempre necessario. Non si tratta, lo diciamo subito, di gruppi strutturati come il movimento «Viva la gente»: sociologicamente questi gruppi, per quanto impegnati e testimoniali, sono «ospiti» e non familiari in una massa determinata e non costituiscono perciò una vera forza di lievitazione.
Si tratta invece della élite spontanea, quella che si evidenzia per forza turale e soprannaturale dentro ogni massa, quella che non è un altro mondo, ma un altro modo di stare nello stesso mondo, quella che, debitamente sostenuta e nutrita viene accettata come tale dalla massa (è interessante notare come nella descrizione del movimento Adsis, apparsa sul Bollettino Salesiano del gennaio 1970, ci si diffonda soprattutto nel descrivere le numerose e complesse cure date alla élite per lanciarla nella sua massa).
La forza persuasiva di questa élite nasce da due elementi: il fatto che è incarnata, cioè vive le stesse situazioni della massa; e il fatto che perciò può sfruttare la grande opportunità educativa dei «momenti occasionali», quando, come si è detto, la circolazione dei valori è capillare, in profondità, è costante, e incontra la maggiore disponibilità degli animi alla persuasione. Esistono pure altre forme di intervento di lievitazione e persuasione, ma riteniamo che il fulcro vitale del sistema nella animazione culturale sia quel dialogo capillare, occasionale di élite-massa.
CONVERGENZE TRA ANIMAZIONE CULTURALE
E PROSPETTIVE DEL DOCUMENTO BASE
Una delle affermazioni che più consolano nel Documento Base è quella su cui si impernia addirittura tutto il primo capitolo cioè che «tutta la Chiesa è missionaria»: «Tutta la Chiesa è missionaria in forza della stessa carità con la quale Dio ha mandato il suo Figlio per la salvezza di tutti gli uomini. E unica è la sua missione, quella di farsi prossimo di tutti gli uomini e di tutti i popoli per diventare segno universale e strumento efficace della pace di Cristo» (par. 8).
Il significato del primo capitolo sta tutto nell'evidenziare una catechesi ecclesiale, che proviene non più da un Magistero isolato, in rapporto al quale sta il gregge dei fedeli, ma che proviene invece da tutti i cristiani impegnati e ferventi rispetto al loro ambiente di vita e di lavoro.
Questo capitolo costituisce perciò una decisa e determinante svolta storica. Il suo tema è ritrovabile poi in tanti altri punti del Documento Base, ma il fatto che tale documento si apra con queste affermazioni costituisce un fatto primario come evidenza e indicazione di scelte.
Nelle affermazioni non esiste mai il termine «animazione culturale», ma la sostanza completa e autentica di una animazione culturale è del tutto assunta non solo con le affermazioni che riguardano l'invito a tutti i cristiani a fare catechesi: a Ogni credente è per la sua parte responsabile della parola di Dio» (par. 12) ma anche con le affermazioni riguardanti l'universale dialogo élite-massa e le forme occasionali, capillari, incarnate nel vivo delle situazioni profane, di questa catechesi ecclesiale.
Quindi, prima di scendere ad alcune analisi, dobbiamo globalmente raccogliere dal Documento, che sarà il più determinante della pastorale italiana un autorevole invito ad assumere il sistema della animazione culturale come forma di base della pastorale e della educazione, attivando tutti i fattori che ne sono le componenti necessarie.
La nostra analisi metterà in evidenza questi punti specifici: la mobilitazione dei laici per la catechesi; la centratura nel dialogo interpersonale; l'inquadramento nelle situazioni di vita, la struttura a nucleo centrale del contenuto, struttura particolarmente indovinata per il dialogo occasionale.
La mobilitazione dei laici per la catechesi
Un primo dato messo in luce è quello della estensione a tutti i fedeli del potere e dell'ufficio profetico: «La comunità dei cristiani è comunità profetica... Nella Chiesa ogni credente è per la sua parte responsabile della parola di Dio. Ognuno riceve lo Spirito Santo per annunciarla fino alla estremità della terra» (par. 12).
Ne segue un discorso nel quale il soggetto «Chiesa» comprende sempre anche tutti i fedeli laici, che, pur nella divisione dei compiti, risultano coinvolti nella identica missione dei vescovi e sacerdoti.
Sovente si nota anzi un certo primato metodologico riconosciuto all'insieme dei laici mobilitati: al paragrafo 20 si parla della «predicazione viva» come forma con cui «primariamente» si esercita dalla Chiesa la funzione profetica. Tale predicazione viva a dir vero non risulta ben definita, ma dal contesto sembra corrispondere alla testimonianza all'interno del corso della propria vita che tutti siamo chiamati a dare. La sua importanza è misurabile da espressioni come queste: «Nessun'altra forma di diffusione del pensiero può sostituire la predicazione viva della parola di Dio» (par. 20).
Se identifichiamo in questa forma di lievitazione delle masse quella che i sociologi chiamano animazione culturale, tale espressione diventa un forte argomento per convincere ad adottarla.
Il discorso viene esplicitato ancora di più, quasi a scanso di equivoci, nel paragrafo 23, proprio per responsabilizzare i laici a questa forma di azione: «Ciascun membro del popolo di Dio deve farsi attento ai suoi rapporti quotidiani con gli altri. Deve cioè superare la mentalità di chi, consciamente o meno, lascia l'esercizio dell'ufficio profetico ai sacerdoti, ai religiosi, ai catechisti, ai missionari che operano in forme istituzionalizzate».
Questo paragrafo non solo contiene con la massima esplicitazione la mobilitazione dei laici all'apostolato, ma precisa già la forma di dialogo nelle situazioni quotidiane di vita che è caratteristica dell'animazione culturale. E tale punto, che riprenderemo, non fa che confermare questa mobilitazione ogni volta che, parlando di situazioni quotidiane, convissute con tutti nel corso dell'esistenza profana, si fa un discorso che in certo senso trova solo i laici come protagonisti (parr. 24, 26, 31, 33, ecc.).
I due ultimi paragrafi di tutto il Documento sono infine dello stesso stile di mobilitazione universale, soprattutto il paragrafo ultimo, il 198, che ha per titolo: «L'annuncio dell'amore del Padre, impegno quotidiano dei suoi figli» e questo paragrafo terminale, anzi, sarà ripreso perché mette in evidenza il carattere occasionale, sul filo degli incontri d'ogni giorno, di questa catechesi che ha i laici come operatori principali.
Conseguenze pratiche
è evidente che quando si parla di «laici» si intende in pratica quelli che sono ferventi, che capiscono e accettano questa mobilitazione, in pratica si parla di una parte dell'umanità che sarà sempre «élite» rispetto ad una massa.
Un discorso sui «laici mobilitati» resta astratto se non si traduce in discorso circa l'élite mobilitata nella massa. Un invito generico a tutti cade nel vuoto, perché per natura sua la massa resta passiva finché non è agitata dalla sua élite naturale, gli individui attendono che i loro leaders prendano una decisione. D'altra parte la nozione di «massa» o di élite si realizza in diverse forme e in diverse situazioni: anche un fedele che è massa nella sua parrocchia sarà naturalmente élite in un gruppetto che si forma lungo un viaggio in treno nello scompartimento del vagone. Si tratta quindi di maturare la coscienza e i tratti dell'«essere élite» con la responsabilità che comporta, le modalità dell'azione che richiede.
Si tratterà ancora più di identificare e responsabilizzare quei «leaders» li che formano naturalmente l'élite attorno a cui gravita in tanti nuclei l'intera massa e attuare in essi la mobilitazione che qui è indicata come prima realizzazione del Documento. Ma questo significa in pratica sostituire in ogni struttura educativa al sistema dell'autorità educativa il sistema della animazione culturale, come si è spiegato.
Il dialogo della animazione culturale
Nel Documento Base vengono attualizzati con il concetto di «dialogo» i concetti tradizionali, in se stessi piuttosto generici e inattuali, come «annuncio», «proclamazione», «insegnamento», «predicazione», ecc.
Nel paragrafo 21 proprio «la predicazione della Chiesa» viene poi vista attuata nella realtà concreta del «dialogo». Questa prima volta, anzi, p il termine dialogo entra nel Documento Base contiene una descrizione incisiva della Chiesa intera, mobilitata in ciascuno dei suoi membri, nel dialogo vivo, vario e personale» con il mondo intero: «I discepoli di Cristo sono inviati a tutto il mondo e sono responsabilmente presenti in tutte le strutture della società. Quando operano singolarmente, come quando si riuniscono in comunità locali o in gruppi di natura varia, essi obbediscono ad un interno impulso di carità, che li porta a intrecciare un dialogo vivo, vario e personale con i fratelli nella fede, con gli altri cristiani, con tutti gli uomini» (par. 21).
Questo paragrafo equivale quasi alla lettera alla scelta della animazione culturale, dove una élite, composta da quanti sono «responsabilmente presenti» nelle situazioni e non semplicemente presenti, intrecciano con chiunque un dialogo interpersonale. Le situazioni ed i rapporti possono variare (individuali, tra gruppo e massa), come è ben indicato, ma resta universale e costante la legge del dialogo.
Anzi nel paragrafo 23 viene fatto osservare che sempre di più la forza decisiva di conversioni cristiane è costituita dal dialogo testimoniale (ogni dialogo include essenzialmente la testimonianza, mentre ogni testimonianza è dialogo): «La vocazione degli uomini alla fede e la loro stessa maturazione cristiana, vengono decise sempre più frequentemente attraverso la testimonianza che i battezzati possono rendere nelle più disparate occasioni d'incontro e di dialogo».
La dominante del dialogo è rintracciabile nelle varie realizzazioni della catechesi: l'evangelizzazione «è normalmente preceduta ed accompagnata dal dialogo leale...» (par. 26), dove i cristiani in quanto corresponsabili della vita sociale, cioè soprattutto in quanto laici mescolati nella vita a tutti gli uomini, portano avanti un dialogo «che alcuni chiamano pre-evangelizzazione», ma che accompagna in concreto tutto lo sviluppo della fede (par. 26).
Anche quando il termine «dialogo» non appare, la catechizzazione comporta sempre «un incessante confronto e dialogo» (CEI, Dichiarazione del 16 gennaio 1968) con le situazioni vive, come vedremo subito dopo. Questo riferirsi continuo alle situazioni sostiene in pratica la tesi del dialogo come forma più intensa e vasta della catechesi, come suo modo più comune e massiccio di realizzazione, portando tutti al dovere di conoscere a fondo la natura ed i dinamismi di un simile dialogo. In questo studio si scopre di nuovo, da un altro punto di vista, il rapporto élite massa, in quanto il dialogo catechistico è talmente interpersonale, da mettere un po' ai margini la forma classica dell'istruzione da una cattedra, per suddividersi in mille incontri individuali o a piccoli gruppi, dove il dialogo può realizzarsi nella sua vera natura. Ora tale realtà implica necessariamente la mobilitazione delle «élites», quali nuclei di condensazione per questi dialoghi pastorali, che si attivano qua e là in ogni momento dentro una determinata massa (gli allievi di un istituto, i vicini di casa, gli operai d'un reparto, i viaggiatori di un treno, i clienti di un bar) e questa mobilitazione è tanto più vera ed urgente se si considera la particolare condizione storica di questi dialoghi pastorali che dovrebbero avvenire nel corso della vita quotidiana, la quale suscita di per sé occasioni e motivi di un dialogo del genere e che è distinta dal momento ufficiale, strutturato di una predica o conferenza o lezione.
In questa condizione esistenziale della catechesi solo il discorso delle élites, il sistema della animazione culturale sono pertinenti e necessari. I momenti strutturati sarebbero allora in larga parte come il cantiere dei fattori del dialogo, la ricarica per queste «élites», che tornano poi a lievitare continuamente, occasione per occasione, la pasta umana che riempie il decorso delle giornate nel tempo libero e nel tempo lavorativo. Sarebbe unilaterale il ridurre tutta la catechesi a questi dialoghi di animazione culturale: vi sono inoltre le omelie, le lezioni di catechismo, le riunioni catechistiche, cioè vi è la catechesi sistematica. Ma ogni vera acculturazione di un popolo (maturazione in esso di una cultura, di una mentalità, di una filosofia della vita) procede per il 60% grazie alla animazione culturale e per il 40% grazie all'insegnamento sistematico. Queste proporzioni non hanno il carattere di valutazione: da un punto di vista l'insegnamento sistematico ha più valore e sostanza della animazione culturale essenzialmente occasionale, ma da un altro punto di vista è vero il contrario. Praticamente oggi occorre insistere sulla animazione culturale, cioè all'insieme di questi dialoghi occasionali, promossi o condotti dall'élite nella massa, per il fatto che per tanti secoli l'avevamo persa di vista ed inoltre occorre ridimensionare il sistema educativo perché sia improntato dai caratteri della animazione culturale, a cui diamo un primato metodologico: se la educazione sistematica si muove in modi contrastanti con l'animazione culturale, tutto va in rovina. Mentre se l'educatore diventa animatore in unione con i leaders, se la massa si realizza in gruppi, se il capo d'istituto diventa coordinatore, cioè se tutta la struttura si accorda con il movimento induttivo, democratico, dell'animazione culturale, allora siamo nella linea del realismo storico e del Documento di base.
Le situazioni di vita, occasione del dialogo
Il Documento Base è coerente in quanto ai discorsi fatti finora si integra il vivo e vasto discorso sulle «situazioni di vita», divenute oggetto importante e ben evidenziato nella catechesi.
È abbastanza chiaro in esso un definitivo passaggio dal periodo in cui i fatti di vita erano superficialmente adoperati come aggancio didattico per la lezione al periodo in cui, invece, questi fatti, queste vive situazioni sono oggetto e contenuto, sono parte sostanziale della spiegazione, poiché si parla di «integrazione tra fede e vita» e si allude continuamente a queste concrete realtà d'esistenza come alla pasta di cui Cristo è il lievito.
Qui a noi interessa cogliere il discorso sulle situazioni di vita in quanto coinvolgono l'intervento attivo dell'«élite» perché si realizzi l'integrazione in esse del mistero di Cristo, il quale va «inserito nel tessuto vivo delle situazioni» (cf CEI, Dichiarazione del 16 gennaio 1968).
Si è parlato del dialogo che l'élite realizza con individui della massa sociologica. Ma tale dialogo può essere male inteso, se si crede di attivarlo indipendentemente dalle situazioni-occasione. Il fedele che avvii un dialogo su temi religiosi in uno scompartimento del treno o tra gli avventori di un bar, senza prender le mosse da vive situazioni, non ha capito il dialogo di cui parla il Documento Base.
A questo dialogo (come all'animazione culturale) è essenziale innestarsi nel tessuto vivo delle situazioni. Esso è un dialogo essenzialmente «occasionale», proprio perché non nasce dall'astratto, non è disincarnato dal «tessuto vivo» delle situazioni problematiche, che destano cioè i loro protagonisti ad una discussione, ad una ricerca di soluzioni. Il dialogo è «predicazione viva» proprio per questo suo intrecciarsi con il vivo dell'esistenza umana, con le situazioni che movimentano la vita interiore della gente.
È dunque determinante il discorso del Documento Base sulle situazioni di vita che vanno prese seriamente in mano da chiunque faccia d'ora innanzi catechesi.
A questo punto il termine «dialogo» acquista due sensi precisi
- è dialogo esteriore in quanto verbalmente un individuo (élite) scambia battute e risposte con uno o più individui che sono in stato di massa, nel senso che devono imparare da qualcuno;
- è dialogo interiore in quanto i misteri che l'élite rende palesi vengono innestati, integrati, inseriti, «messi in dialogo» con le situazioni problematiche che fanno l'assillo attuale dei partecipanti al dialogo.
Tale dialogo interiore include una certa scelta anche riguardo al contenuto del mistero, in quanto si mettono in evidenza gli aspetti del mistero di Cristo che sono più chiaramente «in dialogo» di soluzione con le situazioni vive degli uomini. Anzi la mentalità di fede di cui tanto parla il Documento Base è proprio quel particolare «intellectus fidei» che considera il mistero di Cristo in quanto in dialogo salvifico con le realtà vive dell'uomo, in quanto incarnato, innestato, inserito, integrato con le ,situazioni che fanno problema alla persona.
Di questo parleremo subito adesso. È opportuno però citare almeno un passo dei circa 27 riguardanti le situazioni-occasioni nelle quali l'élite attiva il dialogo pastorale e così realizza l'animazione culturale cristiana degli ambienti:[7]
«Il compito profetico della Chiesa è vasto e si dispiega in ricchezza di compiti e di forme. Eppure ogni vero cristiano lo sa svolgere, perfino il fanciullo tra i suoi coetanei.
Chi sa riconoscere l'opera di Dio e intuisce la soavità e potenza del suo amore per gli uomini, con bontà e rispetto può farne partecipi gli altri, anche in un contatto occasionale. Chi ha in sé il "senso di Cristo" per un misterioso e spontaneo impulso sa esprimerlo e proporlo anche negli incontri più consueti... a coloro che lo circondano... con quanti camminano con lui.
Per chi è figlio di Dio non dovrebbe trascorrere giorno senza che in qualche modo sia stato annunciato il suo amore per tutti gli uomini in Cristo Gesù. È una trama che va tessuta quotidianamente.
È la fitta e misteriosa trama entro cui si incontrano Dio che si rivela e l'uomo che lo va cercando per varie strade» (par. 198).
Un contenuto con un nucleo centrale
Se si prende sul serio il dialogo occasionale della animazione culturale, si scopre che non qualsiasi ordinamento del contenuto rende facile il dialogo. Il dialogo occasionale si svolge in fretta, nella urgenza delle situazioni da lievitare e risolvere, comporta solo discorsi globali, dove c'è una visione d'insieme con in più un particolare messo in forte evidenza, perché più relativo ai problemi destati dalla situazione: questo è il valore e il limite del dialogo occasionale.
Purtroppo molta azione apostolica di gruppi impegnati (Azione Cattolica, ecc.) è rimasta bloccata per questo: i catechismi e le lezioni erano fatte da biblisti, liturgisti, teologi speculativi, i quali sono distaccati dal vivo delle situazioni e ne ignorano le esigenze di globalità e di vedute d'insieme. Allora i giovani di buona volontà formati con questi schemi non riuscivano a portare avanti un dialogo con i coetanei nel vivo delle situazioni urgenti, si scoraggiavano e rinunciavano così all'importantissima animazione cristiana delle masse.
A questo gravissimo difetto di tutta la pastorale il Documento Base ha cominciato a porre rimedio, introducendo, anche se ancora molto vagamente, il principio di concentrazione con un nucleo centrale rispetto a tutti i punti del contenuto.
Non è qui il momento per analizzare questo contenuto ordinato a pianta circolare. A noi importa per ora costatare come vi sia coerenza tra impostazione della catechesi e ordinamento del contenuto e programmare tutta una revisione della propria teologia per ristrutturarla a schema concentrico e in visioni globali sempre più vaste.
Due notazioni sono da aggiungersi per quanto riguarda il dialogo occasionale che l'élite porta avanti nel tessuto vivo delle situazioni quotidiane della massa.
* La figura di Cristo come protagonista della storia: questo corrisponde in pieno alle esigenze del dialogo interiore, poiché i problemi vivi sono vissuti da protagonisti in ogni situazione e le risposte salvano le persone se sono esse pure costituite da persone, protagoniste di fatti, interventi. Bene dunque è detto: «Cristo può essere accolto se è presentato come evento salvifico presente nelle vicende quotidiane degli uomini». E prima è detto: «Il Salvatore e maestro entra in forza del suo amore nella esistenza di coloro ai quali si rivela» (par. 55).
* Il Cristo come comunione tra Dio e gli uomini: per questa sua prospettiva il contenuto corrisponde alle esigenze del dialogo. Infatti al dialogo tra élite e massa come fatto esteriore corrisponde un Dio in dialogo, in comunione con la vita reale dei suoi figli (dialogo interiore, per cui ben può tornare facile all'élite portare avanti il dialogo con ogni uomo, in qualsiasi situazione e trovare le parole per esprimere come Dio sia in comunione con l'uomo, vivo e reale com'è, nelle sue situazioni, e come la Sua libertà, la Sua vita nuova, la Sua forza di risurrezione siano effettivamente in comunione con la vita reale per renderla migliore, orientata ad un finale di gloria, riorganizzata da un Mistero che è davvero «apertura ai propri problemi, risposta alle proprie domande, allargamento ai propri valori, soddisfazione alle proprie aspirazioni» (par. 52). In conclusione di questa breve analisi, dunque, rimane abbastanza chiaro che l'invito a impostare tutta la pastorale e l'educazione sul sistema della animazione culturale nel dialogo élite-massa, corrisponde a precise linee di azione che sono dominanti nel Nuovo Catechismo Italiano.
Restano perciò da sottolineare alcuni punti pratici per questa grande trasformazione, che include tante novità, che impone lenti consolidamenti di nuove figure educative, nuovi ruoli, nuovi rapporti, nuove modalità e nuovo linguaggio, anche se la sostanza è vecchia quanto l'umanità.
INDICAZIONI PRATICHE
PER L'ANIMAZIONE CULTURALE NEL DIALOGO ÉLITE-MASSA
Come costruire e consolidare a poco a poco tutti gli elementi che formano una vera animazione culturale? Nel loro insieme i materiali necessari per questo edificio sono molteplici, costosi. Ma, come in molte realtà umane, l'importante è risolvere i punti centrali, i pilastri principali e allora molti altri punti secondari vanno a posto da soli.
L'elenco di questi elementi necessari può fornire un quadro della situazione:
- occorre identificare i veri «leaders» naturali, soprattutto se sono nascosti e inconsapevoli. A ciò corrisponde la funzione del talent-scout, cioè di chi è abile nell'identificare queste élites;
- occorre impegnare le «élites» gradualmente, ma decisamente, nel loro ruolo di persuasione, di motorino d'avviamento per la massa, tenendo conto del naturale cambio di guardia nel ruolo di leaders, che avviene nel gruppo;
- occorre abilitare «élites» al dialogo occasionale, il che implica molti fattori (sensibilità alle occasioni, tecnica del dialogo, possesso del mistero cristiano in dialogo con la vita reale, passione per l'animazione culturale: tutti fattori da rendere presenti ed attivi);
- occorre guarire l'«élite» dalla tendenza patologica a diventare «élite» aristocratica nel pensiero, nel linguaggio, nell'atteggiamento (chiamiamo «il complesso di Orazio» quello che corrisponde al famoso verso di questo poeta: Odi profanum vulgus et arceo) e negli impegni, e convertirla in «élite» proletaria, cioè come Gesù: «Amico dei pubblicani e peccatori».
Anche in quanto forma di potere l'essere élite tende a deteriorarsi da servizio a strumentalizzazione del prossimo. In questo senso si è detto varie volte: mai «élite» senza massa;
- occorre trasformare gli educatori in animatori, cioè in educatori che non vanno più alla massa in un rapporto «educatore-massa o individuo». ma nel rapporto «educatore-élite e gruppi-massa». Mai massa senza «élite»;
- occorre allora divenire esperti nel fare gruppo, perché l'espressione élite-massa è quasi sinonimo di «gruppi» in un associazionismo che vede la circolazione dei valori per la predominante via dei dialoghi occasionali élite-massa, per via di scambi culturali tra gruppo e gruppo (intergruppo) finché la pasta è tutta lievitata, dove l'animatore è sempre attivo ma non più da solo;
- occorre diventare tutti (animatori ed élites) esperti in Revisione di vita, che è la forma più esperimentata di dialogo occasionale (cristianesimo innestato nella vita).
Questo panorama di compiti da svolgere può scoraggiare e disorientare: da dove cominciare?
Notiamo alcune difficoltà e una loro risposta.
I «leaders» naturali
La presunta assenza di «leaders» naturali, che molti capi di istituto o assistenti di gruppo o parroci lamentano nelle masse a loro affidate, può derivare anche da incompetenza a cogliere gli indizi del vero capo. Buone letture di psicologia, l'allestimento di un centro vocazionale con in più un educatore specializzato fino a diventare talent-scout, permette che si scoprano i leaders nascosti, come gli esperti hanno scoperto il petrolio anche nel Sahara.
Il fallimento dei gruppi senza «élite»
Molti educatori hanno lanciato i gruppi senza preparare individui adatti a curare le élites e così avere l'animazione culturale. In poco tempo vi è stato il caos o un clima di generale disarmo e soprattutto l'influenza scatenata delle sempre esistenti ed operanti «élites» negative (quel 5% di cattivi che Don Bosco ritrovava in ogni comunità).
L'animazione culturale non significa cessazione di ogni autorità, ma cambiamento di autorità: per chiarezza elenchiamo tre situazioni possibili e cioè:
- comunità degli educatori + massa = sistema della autorità educativa;
- educatori + gruppi senza curare le élites = dissoluzione e prevalenza - «élites negative»;
- animatori + élites-gruppi nella massa = sistema animazione culturale. Nella animazione culturale vi è tutto l'impegno delle autorità personali e non più giuridiche (animatori ed élites) che danno orientamento e direttiva alle energie contenute nel sottosuolo della massa (insieme di sempre dotate persone umane).
Se lanciamo i gruppi senza curarci dei leaders, avvengono più o meno questi malesseri nel gruppo:
- indecisione individuale in tutto, mancando di modelli e stimoli interpersonali;
- interpretazione psicanalitica del gruppo, che gli individui usano in reazione ai loro profondi malesseri psichici;
- mancanza di punti di riferimento costanti per la vita del gruppo (modelli di comportamento);
- relativismo, eccessiva mobilità, inconcludenza, episodismo nelle attività e nel pensiero;
- contraddizione tra l'invito a ciascuno ad impegnare le sue doti e il soffocamento delle conseguenze naturali di questo impegno personale;
- mancanza di un mediatore tra educatore e l'insieme del gruppo;
- soprattutto prevalenza delle «élites» negative, per cui il tono, il livello di aspirazioni, la gamma di valori del gruppo risulta minore che negli altri sistemi.
Credo utile aver identificato il punto debole di un associazionismo che non implichi la cura dei «leaders». Qualcheduno dice che il gruppo ha una sua entità che fa a meno dei leaders: in tal caso gli individui quando passano dal gruppo alla vita quotidiana con altri individui o nelle masse del lavoro e della vita sociale standardizzata non possono avere dal gruppo come gruppo dei modelli di comportamento, poiché in quel momento sono individui come individui e solo se mentalmente, in modo più o meno conscio, possono riferirsi a individui-modelli, il loro impegno a vivere eticamente trova il terreno sotto i piedi. Così si dica per la vita liturgica, per la vita caritativa, per mille altre forme di attività.
La difficile cura delle «élites»
Spostare il discorso dal gruppo alle élites che fanno leadership nel gruppo, significa, secondo noi, da una parte facilitare il problema, poiché se vi e una solida élite in azione, si può stare tranquilli e dall'altra invece complicarlo, poiché le élites sono più impegnative da curare, esigono di più, anche se in forma meno pesante.
Gli educatori sentono alle volte che tutta la massa «sfugge loro di mano», quando un ordine non è più seguito dalla maggioranza o un'iniziativa non trova più seguito se non da uno sparuto gruppetto. Essi con questo riconoscono che è finita l'epoca costantiniana dell'autorità istituzionale ma riconoscono anche che la massa è orientata da pochi, il più delle volte dalle «élites» negative, cioè. Questo è importante notarlo, perché si è realisti, cioè si tiene sempre conto che la massa vive nel meccanismo élite-massa.
Allora il discorso è questo: non tanto la massa ma le «élites» ci sfuggono di mano! E a questo punto il discorso diventa responsabile e possibile, poiché le élites vanno affrontate a viso aperto, dialogando nel rapporto «uno per uno» o nel rapporto di piccolissimi gruppi. Makarenko, educatore russo, non cominciava la giornata senza una riunione della élite o leadership del suo collettivo pedagogico (dire élite significa guardare l'aspetto qualitativo, mentre dire leadership significa considerare l'aspetto operativo d'una stessa realtà e questo fa parte della trasformazione da educatori in animatori).
Ora in queste riunioni e in questi dialoghi tipo «direzione spirituale» vi sono confronti di personalità senza surrogazioni, sono in gioco il prestigio e l'autorità personale dell'animatore. Se come personalità, come competenza questo educatore non regge alla critica spietata dei leaders. è chiaro che tutto il complesso educativo cadrà in conseguenza dell'atteggiamento assunto da questi leaders.
Ma anche l'affiatamento tra gli individui della leadership (cenacolo dei capi) è determinante: e questo include problemi reali come la selezione dei «leaders», evitando gli «pseudoleaders», cari ai superiori per la loro buona condotta, privi però di doti di capo; evitando, ma per selezione interna (il braccio di ferro tra estremisti), anche i «leaders» moralmente negativi, e tuttavia scelti in un primo superficiale giudizio dalla massa (poi il buonsenso ha in genere la prevalenza), includendo nelle élites coloro che sono personalità influenti ma senza incarichi ufficiali, includendo pure quei tipi che chiamiamo «criptoleaders», perché non sono brillanti e immediati, ma che in un secondo momento sono i veri condottieri dell'opinione pubblica.
Questo affiatamento include la conversione dell'educatore in animatore dando origine ad una realtà sociale unica quanto al suo ruolo, come esprime la famosa espressione scout: «Assistente e capo come due teste in un solo cappello», e cioè una «leadership» unitaria, composta da leaders e animatori (adulti provenienti dall'esterno del gruppo di coetanei) in un vero affiatamento. Qui è il vero focolare del nuovo sistema educativo.
Il deteriorarsi delle «élites» in «élites» aristocratiche
Questo male è epidemico, e ne paghiamo le spese da decenni. Distinguiamo alcuni aspetti di questa patologia:
- problemi affettivi e d'atteggiamento, per cui la massa è vista nei suoi lati negativi, invece di diventare oggetto di amore e passione per il gusto divino di promuovere ogni sviluppo (temi della fecondità, temi di Cristo «amico dei pubblicani e peccatori» e di Dio che diffonde la partecipazione alla perfezione, invece di separarsi dagli imperfetti);
- problemi di teologia (eresia di Novaziano, che esclude i peccatori dalla sua Chiesa);
- problemi di linguaggio, di convivenza, di incarnazione, per cui si è nella linea così bene espressa da Agostino («Con voi sono fratello, per voi sono vescovo») oppure vi si è fuori e si ha bisogno di rieducazione;
- problemi di dialogo maieutico,[8] per cui non si impongono le proprie opinioni, ma si educa e sviluppa quanto di buono c'è nell'interlocutore via via integrandolo con nuovi apporti e nuove strutturazioni.
Non abbiamo certo qui lo spazio per risolvere uno per uno questi aspetti reali del meccanismo educativo, che già abbiamo accennato, del resto.
Solo quando si è globalmente e sommariamente accettata la proposta, si può scendere proficuamente ai dettagli.
Se non vi è conversione da élite aristocratica a élite proletaria, superando quello che abbiamo chiamato «il complesso di Orazio», vi è anche un altro gravissimo e disastroso male nella comunità educativa. Avviene cioè che questi leaders, male educati o non salvati dai deterioramenti, diventano agli occhi della massa la lunga mano dei superiori, dei genitori, passano al nemico, in certo senso, diventano le spie, la quinta colonna o la guardia imperiale dei dirigenti l'istituto. Bastano questi accenni per capire di quale disastro parliamo. Tra l'altro, come per contraccolpo, diventano eroi tutti coloro che abbiamo chiamato «élite negativa» e la massa li segue con più calore e disponibilità.
Quindi che la «élite» buona sia proletaria, è una questione di vita o di morte nel delicato equilibrio delle forze sociali, operanti nella massa. Un paragone può servire: nel mondo del lavoro assistiamo al gioco di queste forze sociali: imprenditori, sindacalisti (o élite positiva), la massa, estremisti (o élite negativa).
Dai recenti fatti si costatano queste leggi sociologiche:
I) Se i sindacalisti sono asserviti dagli imprenditori, cresce per reazione l'influenza degli estremisti.
II) Se i sindacalisti sono veramente sentiti come espressione della massa in rapporto dinamico con gli imprenditori, diminuisce l'influenza degli estremisti.
III) Se gli imprenditori si spostano sociologicamente verso i sindacalisti (quasi a formare un'unica «leadership» dinamica) sparisce l'influenza della élite negativa ed aumenta l'affiatamento e la collaborazione di tutto l'insieme.
Questi fatti recenti aprono per analogia un orizzonte al gruppo degli educatori: l'importante è che essi seguano il terzo schema o al massimo il secondo. Si vede ancora come il punto cruciale è sempre l'élite, la cui cura dunque diventa cruciale in un sistema di animazione culturale.
Nel paragone bisogna notare che per «élite» positiva non si intendono solo coloro che si assumono un ruolo ufficiale nella struttura, ma anche coloro che influenzano molti per spontanea autorità morale, senza avere incarichi ufficiali, ma avendo ricevuto la cura necessaria a sfruttare le proprie doti con le tecniche del dialogo maieutico, con l'atteggiamento di amore alla massa, con la scelta di rimanere in essa, senza separarsi aristocraticamente.
Almeno un indirizzo circa il dialogo «élite»-massa
Siamo partiti dal problema della «animazione culturale», come indicazione contenuta non solo nella realtà storica ma anche nel Documento Base per la catechesi in Italia. Il discorso sulla élite è sorto per logica concreta, per desiderio di andare al sodo dei discorsi. Ma l'assillo apostolico che ci ha portati a tutta questa ricerca, è qui l'animazione culturale della massa, radunata da interessi vari in un insieme: questo è lo scopo a cui si vuole giungere.
Allora diventa importante l'aspetto del dialogo esteriore, così come lo abbiamo distinto dal «dialogo interiore», tra individui di élite e individui della massa. In questi dialoghi che sono sempre occasionali, come indicammo, si matura l'opinione pubblica che sosterrà la massa in ogni iniziativa educativa intrapresa.
Si è parlato di «dialoghi maieutici». In questi dialoghi occasionali, inoltre, viene verificato se l'élite è aristocratica fino a perdere tutto il suo ascendente, o se invece è proletaria, fino a intensificare la fiducia e il seguito che gode spontaneamente nella massa.
Diventa perciò necessario riproporre in tutta la sua centralità l'educazione delle élites al dialogo occasionale giusto e valido.
Non intendiamo aprire tutto il discorso, come si è detto, ma almeno accennare a qualche suo punto vitale.
Il saper ascoltare e valutare
Chi si accorge di essere psicologicamente capo, è tentato di finire con l'essere dittatore: non ascolta mai, lascia a stento parlare e poi risponde sostituendo il suo pensiero, ignorando o liquidando con poche parole le posizioni degli altri. L'educazione dell'élite dovrà maturare la stima naturale e soprannaturale (teologia dei carismi) di ogni individuo, di conseguenza portare al «rispettoso ascolto» di tutti, all'intervento incarnato e intrecciato e non sostituito ai discorsi degli altri. Sono questi esercizi (proprio un gruppo di giovani scrisse il tanto raccomandato volumetto: Artaud, La vita come incontro, AVE Roma) indispensabili per una élite proletaria, incarnata ed efficace; l'intervento di chi è capo è sempre un intervento di correzione: il saperlo fare bene è di capitale importanza.
Il dialogo interiore
L'animazione culturale è possibile se l'élite possiede il contenuto teologico in stato di dialogo con la vita reale, come si è spiegato un poco. Questo è un grandissimo capitolo da aprire: in molti scritti della rivista Catechesi si è sviscerato e applicato a concrete realtà questo punto capitale del sistema.[9] In particolare riassumiamo tutta la prospettiva in questo: i valori rivelati da Cristo non sono diffusi con la tecnica del trapianto che sostituisce qualcosa di nuovo a quello che trova, ma con la tecnica dell'innesto, che integra il nuovo con quanto trova e questo nei tre momenti della Pasqua:
- assume ciò che è buono;
- lo libera dal male;
- lo sviluppa a nuove perfezioni.
Anche qui si tratta di un atteggiamento di fondo (incarnazione vera, convinzione che con la zizzania vi è sempre il grano) e si tratta di esercizi da promuovere.
L'innesto è teologia paolina: per esso si modifica sia l'umano e sia il divino. Dio prende il volto dell'«uomo fenomenico», quello che è reale e cosciente nella massa (cf Paolo VI, disc. del 7 dic. 1965), mentre questo uomo fenomenico è «fatto passare da morte a vita», ma in modo che egli diventa veramente divino senza cessare di essere quell'uomo che è con tutte le connotazioni di problemi, culture, situazioni che sono la realtà esistenziale del suo essere uomo. Si tratta in altre parole di essere abituati a questo: il lievito di Cristo trasforma la pasta e non si sostituisce ad essa ed è prima ancora inserito nella pasta che c'è, come è e dove è e non solo accostato ad essa.
NOTE
[1]Per distinguere bene i sistemi serve ricordare la diversa presenza dell'adulto, sostenuta da diverse motivazioni
Nel sistema d'autorità l'adulto interviene: «Perché io sono tuo padre» o il ministro di Dio o del regolamento accettato, entrando nella comunità.
Nel sistema di animazione l'adulto si rende presente: «Perché tu cerchi un modello di comportamento adulto a cui arrivare»; e se il giovane mescola grano e zizzania ne suo cercare un modello, l'animatore non getta via in blocco questa ricerca per sostituirvi il suo schema, ma crea invece un conflitto tra grano e zizzania dentro animo stesso del giovane.
[2]Cf Note di Pastorale Giovanile, 1969/VI-VII, p. 27 ss.
[3]Non si dia un senso dispregiativo al termine sociologico «massa», poiché questo termine non vuole significare altro che una realtà umana dove tutti siamo in alcune cose competenti, abbiamo il dono, e perciò siamo leader, siamo élite, mentre in altre cose siamo incompetenti, ma aperti intelligentemente a ricevere, e allora siamo massa. E va ricordato che i due fattori sono tutti e due necessari: senza élite non c'è avviamento, direzione, ma senza massa non c'è consistenza, perseveranza, realizzazione.
[4]Cf Note di Pastorale Giovanile, 1969/X, p. 14 ss.; 1968/VI-VII, p. 20 ss.; 1968/VI-VII, p. 4 ss.
[5]Cf Educare, III , Zürich., P.A.S -Verlag 1969, pp. 262-265.
[6]M. Henry, La forza del Vangelo, Cittadella editrice, 1968; Gonzalez Ruiz, Credere è impegnarsi, id.
[7]Gli altri paragrafi sono: 15, 21, 24, 30, 33, 34, 41, 47, 54, 75, 80, 85, 92, 128, 130, 139, 155, 158, 162, 164, 165, 168, 170, 179, 183.
[8]Metodo scientifico di discussione, con il quale, per mezzo di successive interrogazioni, si conduce a poco a poco l'interlocutore a scoprire da sé le verità che esistevano già latenti in se stesso. Per una indicazione di metodologia, cf Note di Pastorale Giovanile, 1969, VI-VII, pag. 36 ss.
[9]Cf l'articolo Perché più religiosità e meno religione?, in Catechesi, marzo 1970, fasc. B con l'indicazione degli articoli precedenti.

