25 Km di marcia per un mondo più giusto



    Intervista con Mani Tese

    (NPG 1971-01-64)

    Domenica 25 ottobre, un fiume di giovani (ne hanno calcolato oltre 25.000) ha marciato lungo le strade di Verona «per un mondo più giusto».
    I giornali hanno tracciato una cronaca sommaria dell'avvenimento. Noi abbiamo intervistato uno dei responsabili di MANI TESE (il movimento promotore), per tentare di scendere in profondità: oltre i fatti, alla ricerca delle motivazioni, delle reazioni, dei problemi educativi connessi.

    LO SCOPO DELLA MARCIA

    D. Ormai la marcia di Verona, come quella precedente di Parma, è un fatto compiuto. I giornali ne hanno parlato un po', abbastanza poco. E poi hanno chiuso. Come sempre. Certo non tutto è finito lì: in una giornata di fatica e di emozioni.
    Perché avete pensato ad una marcia? Quali scopi vi eravate prefissi, nell'organizzarla?

    R. La marcia è un gesto destinato a far presente all'opinione pubblica un certo problema. La marcia di Mani Tese aveva due obiettivi principali. Il primo era appoggiare e far conoscere la cosiddetta «rivoluzione verde», il piano decennale lanciato dalla FAO per lo sviluppo della agricoltura nei paesi del Terzo Mondo. Alla luce delle ultime scoperte, soprattutto di nuove sementi, di nuovi concimi, di nuovi impianti di irrigazione, si è visto – ed è già stato comprovato – che un determinato appezzamento può dare frutti due o tre volte superiori a quelli normali. In concreto, quindi, oggi la tecnica ci dà la speranza di poter realizzare un primo passo verso un equilibrio sociale del Terzo Mondo, offrendoci gli strumenti necessari per far vivere ed alleviare la sofferenza di milioni di persone. I mezzi tecnici per eliminare la prima causa del sottosviluppo esistono: resta a noi il compito di promuoverne l'impiego con tutti i mezzi disponibili. Non dimentichiamoci di un principio fondamentale ed indiscutibile che è al di fuori di qualsiasi contesto ideologico. L'uomo, prima di poter considerare i molteplici aspetti dello sviluppo umano, sociale e culturale, deve essere in condizioni di poter sopravvivere: deve, prima ancora di pensare a realizzare con il suo lavoro le opere e le iniziative di cui ha bisogno, essere in condizioni di vivere, crescere e svilupparsi fisicamente, mentalmente e moralmente per aver cura della propria famiglia e affrontare i disagi della vita.
    È un aspetto elementare ma concreto e reale del problema.
    Mentre il primo punto della marcia di Verona riguarda l'opera, il secondo concerne l'uomo. Sappiamo che i Paesi in via di sviluppo, per affrontare la maggior parte dei loro problemi, hanno bisogno della presenza di uomini-guida che con la loro preparazione umana e sociale possano contribuire ad aiutare le popolazioni di quei Paesi nei loro programmi di sviluppo. Ecco quindi la ragione per cui Mani Tese si rivolge ai giovani perché partecipino fattivamente alla strategia dello sviluppo del Terzo Mondo portando il loro contributo a coloro che soffrono. Ecco perché Mani Tese invita i giovani ad appoggiare un progetto di legge e una sollecita approvazione del regolamento sul servizio civile in alternativa al servizio militare.
    Attualmente, in Italia è in vigore la legge Pedini-Pieraccini, la quale propone il servizio civile in alternativa al servizio militare.
    Un giovane di leva, se è in possesso di determinati requisiti, e chiede di fare servizio per due anni in un Paese in via di sviluppo, è automaticamente esonerato da quello militare, e, a tutti gli effetti, risulta come se lo avesse compiuto.
    Non vi è limitazione al numero degli esoneri che possono essere concessi; essi sono determinati in base alle possibilità di inquadramento nei programmi di assistenza e cooperazione, e saranno quindi commisurati alle disponibilità di progetti di sviluppo e alle richieste presentate dai Paesi in via di sviluppo, oltre che dalle disponibilità di fondi.
    Tuttavia, perché queste ed altre norme divengano operative, occorre avvenga la pubblicazione del Regolamento relativo.
    L'azione di Mani Tese è per una sollecita emanazione di questo Regolamento, accompagnata dalla richiesta che il numero di coloro che potranno usufruire dei favori della legge, pur attese le attuali difficoltà e impegni, non siano inferiori nei primi anni a 500, con l'impegno di aumentare ulteriormente in seguito in proporzione alle richieste del Terzo Mondo e alla disponibilità di volontari preparati.
    Inoltre, noi appoggiamo la proposta di legge Bersani. Questo disegno di legge presenta una importanza particolare per due motivi principali: in primo luogo, costituisce il primo riconoscimento del servizio civile volontario, prestato sia da uomini che da donne e indipendentemente dagli esoneri del servizio militare, come attività di interesse collettivo e quindi meritevole di riconoscimento e di sostegno da parte dello Stato; in secondo luogo, viene a rappresentare la prima valutazione positiva, nel quadro legislativo italiano, della validità del contributo che i volontari possono dare allo sviluppo sociale ed economico delle comunità arretrate.

    D. In conclusione, voi marciate per la promozione di diritti che investono il nostro e il Terzo Mondo. Siete sulla linea di tante altre marce che si fanno in giro per il mondo? O ci sono elementi che, a suo giudizio, caratterizzano in forma specifica la vostra marcia?

    R. Sì. C'è qualcosa che va sottolineata. In rapporto agli obiettivi, la marcia di Verona non si distacca da altre manifestazioni simili; finalità diverse ma la forma è identica: un lungo corteo di popolo che scorre, che canta, che urla slogans di diversa colorazione ideologica.
    Invece, la marcia del 25 ottobre presentava due novità sostanziali. In primo luogo, i partecipanti marciavano non per rivendicazioni personali ma in favore dei diritti degli altri: i diritti di coloro che sono dimenticati, sono calpestati, soprattutto da noi stessi, magari con una forma di indifferenza molto elegante. Noi marciamo per i diritti degli altri, per «coloro che non contano niente», per far presente a noi stessi e agli altri che c'è gente che sta peggio di noi, per causa anche nostra.
    In secondo luogo, con questa marcia, Mani Tese vuole finanziare dei progetti. Si dirà: come si fa con una marcia a finanziare dei progetti? Qui è la novità: io marciatore, che condivido questi ideali, vado da una persona – amico, parente, conoscente – e gli dico: «Questi sono gli obiettivi della marcia. Se tu credi che essi siano validi, e se credi di poter collaborare non a parole ma con i fatti, tu mi finanzi, dandomi un tanto a chilometro». Tra marciatore e finanziatore si costruisce una comunità ideale: io cammino – e il camminare ha un suo valore – e nei miei passi progressivi sono unito a te.
    Queste novità hanno suscitato, soprattutto agli inizi, molte critiche e molte perplessità. Ma qui c'è il valore essenziale della marcia di Mani Tese. Per aver diritto a marciare, per meritare di marciare per i fratelli che soffrono, ciascuno deve compromettersi con delle persone. Ogni marciatore deve avvicinare persone, far loro presenti gli obiettivi della marcia, in un colloquio diretto, a tu per tu. E qui è la difficoltà maggiore e anche la validità della nostra marcia.
    Non vuole essere una marcia fatta per raccogliere fondi e basta. Vuoi essere un impegno vitale: la raccolta di fondi è soltanto il punto di arrivo di un impegno concreto che le persone scoprono in questo dialogo a tu per tu. Chiunque marcia, ha dietro di sé 5,10,20 persone, a seconda di quante è riuscito a sensibilizzarne. Mentre la marcia visibile scorre, essa trascina sulla sua scia altre persone.

    CHE COSA NE HANNO CAPITO GLI ALTRI?

    D. D'accordo sui motivi di fondo: interessanti e stimolanti.
    Vi pare che siano stati recepiti dall'opinione pubblica... o sono rimasti solo nei piani degli organizzatori?
    In questi anni, siamo abituati ai cortei. Sono un po' di moda. La popolazione di Verona, si è accorta che si trattava di una cosa diversa, nuova?

    R. È difficile dare una risposta precisa.
    A Verona, eravamo circa 25.000. La grande stampa ci ha quasi ignorati. Anche durante la marcia, al mattino soprattutto, nessuno ci ha notati. Al pomeriggio, molti ci hanno visti: eravamo nei pressi dell'Arena: dovevano vederci per forza.
    Ma forse, per buona parte, poteva essere un corteo come tanti: di scioperanti, di studenti in lotta, o chissà di che cosa.
    Per noi, fondamentale è stato il contatto diretto: il rapporto di sensibilizzazione tra patrocinatore e pedonauta (abbiamo coniato questo nuovo termine, per definire il «marciatore»). Coloro che sono stati avvicinati personalmente, questi hanno capito a fondo il significato della marcia. Per tutti gli altri... ho grossi dubbi.

    D. E i giovani marciatori?
    Lei che era presente e che ha certamente parlato con i pedonauti, che impressioni ne ha ricavato?
    Le pare cioè che essi avessero recepito concretamente il significato di quello che facevano o... viaggiavano sulle ali dell'entusiasmo, in un gesto così spontaneo, oggi?

    R. È chiaro che non posso parlare a nome di tutti i 25.000. Però, dai contatti avuti a tu per tu, sono convinto che si trattasse di persone che avevano capito e ci credevano: gente che aveva portato avanti un impegno, di cui la marcia era un momento, una estrinsecazione. Un momento valido, macroscopico, impegnativo: però un momento, che ritrova valore soprattutto nel dopo-marcia. Dopo la marcia, vado dal patrocinatore e gli dico: «Ho fatto tanti chilometri e mi devi tanto»: ma il discorso non si ferma a questo punto. Si estende più nel profondo, a macchia d'olio. Parlando con diversi patrocinatori, l'ho notato.
    Forse non per tutti. Ma, direi, per buona parte è stato così. Indubbiamente, nelle grandi manifestazioni c'è il rischio di viverle solo come momento isolato. Ci sono coloro a cui interessa la marcia, ne condividono gli obiettivi. Ma tutto finisce lì.
    D'altra parte, è necessario fare. E qualcosa di macroscopico, se si vuole incidere.
    I risultati verranno, a lunga scadenza.

    D. Quanti, dei 25.000 giovani marciatori, erano collegati con uno o più patrocinatori»?

    R. Io direi, grosso modo: quasi tutti. Si sta facendo adesso lo spoglio delle schede. Cifre più certe, fra qualche tempo. Nella marcia che abbiamo fatta a Parma, nel marzo scorso, su 18.000 partecipanti la metà era patrocinata. Per Verona, si pensa che siano stati di più, almeno i due terzi: ma, ripeto, è un calcolo approssimativo.
    C'è da aggiungere un fatto: a colui che non aveva patrocinatori, era fatto invito formale di autofinanziarsi: una forma di impegno concreto anche questa.

    LA MARCIA, IN UN PROGETTO PIÙ AMPIO

    D. La vostra marcia si inserisce in un piano a prospettive più ampie, con un preciso coordinamento, o è un momento isolato, un gesto, interessante e scioccante, ma che non avrà un seguito?

    R. La marcia di Verona è un momento di tutta una serie di impegni; perché le nostre attività non sono compartimenti stagni, ma momenti concatenati. La marcia è il momento più macroscopico, perché impegna moltissime persone e comporta un notevole impiego di mezzi ed un gran numero di iniziative. Ma non vogliamo fermarci qui.
    C'era, nella marcia, un cartello molto significativo: «Oggi marciamo, domani qualcosa di più». Puntiamo ad andare ancora più avanti. Obiettivi precisi, adesso, non saprei indicarne: mentre si procede in avanti, si studiano, si inventano. Abbiamo, ad esempio, programmato una campagna nelle scuole elementari, per interessare e sensibilizzare «subito» a questi temi. Molti adulti oggi non ci comprendono, proprio perché hanno già una certa educazione ed una certa esperienza: credono di essere arrivati alla saturazione, di non avere altro da imparare. È difficile un discorso con queste persone.
    Un piano a lunga scadenza è dato dalle microrealizzazioni (in gergo, «micro»). La marcia aveva tra l'altro lo scopo preciso di raccogliere fondi proprio per queste.

    LE MICROREALIZZAZIONI

    D. Ora e qualche momento fa, tra gli scopi della vostra marcia, lei ha indicato anche il finanziamento di «microrealizzazioni».
    Ci aiuti a capire di che si tratta: in che cosa voi fate consistere queste «microrealizzazioni»?

    R. Esse consistono essenzialmente in contributi, in genere finanziari, allo sviluppo di ben determinate aree di paesi del Terzo Mondo.
    Qualche esempio: con la marcia di Verona, noi ci proponiamo di contribuire alla costituzione di una cooperativa tra agricoltori in India; di acquistare mezzi meccanici per incrementare la produzione agricola, in parecchi luoghi; di costruire centri-pilota per l'insegnamento delle moderne tecniche di coltivazione; eccetera.
    Tutte queste opere devono però rispondere ad alcune caratteristiche, la principale delle quali è che siano di carattere sociale: che creino cioè lavoro, perché il lavoro crea uno sviluppo.
    Devono essere dei fattori contribuenti al decollo e allo sviluppo economico di quella zona.
    È chiaro che i nostri mezzi sono limitatissimi, e noi possiamo agire solo in punti infinitesimali: però, lì dove agiamo, cerchiamo di risolvere il problema.
    E vogliono anche essere un monito a coloro che hanno e possono più di noi, sul piano nazionale e internazionale: se noi, con i mezzi che abbiamo, possiamo risolvere un dato problema, anche piccolo, il mondo dei «potenti», può risolvere molto più la situazione, nella sua globalità.

    D. Ci lasci insistere su un interrogativo che ogni tanto affiora, qua e là. Certamente avvertite anche voi il pericolo di ridurre le microrealizzazioni ad una «impresa di costruzioni», che aiuta e solleva un problema immediato, ma che ha poca incidenza nella «maturazione umana» delle popolazioni che servite.
    Come ovviate a questo pericolo?

    R. Ci pare che la maturazione umana avvenga in doppia prospettiva: in chi dona e in chi riceve.
    Quando noi parliamo di una micro, cerchiamo di presentarla innanzitutto come un'opera di giustizia. Se oggi c'è sottosviluppo, è per cause storiche di cui anche noi siamo complici. Il partecipare ad una di queste opere sorpassa la semplice gestione tecnica e materiale e diventa opera di giustizia.
    Per quel che riguarda i nostri rapporti con le persone del luogo, chiediamo innanzitutto che, per ogni micro, sia scelto tra essi un responsabile, o una équipe di responsabili. Cioè, cerchiamo in primo luogo la corresponsabilità degli elementi locali.
    In che maniera poi ci preoccupiamo più direttamente della educazione della popolazione locale?
    Direi che il nostro è un lavoro previo a qualunque discorso di educazione: se c'è gente che non può andare a scuola perché non ha la scuola, o non ha cibo a sufficienza, o non ha lavoro, è assurdo che noi tiriamo in ballo tanti problemi. La prima cosa da fare è sollevare la popolazione da questo stato di indigenza, di necessità.
    Quando ciò sia stato fatto, subentrano altri problemi. A questo punto spetta agli interessati fare le scelte: quando noi abbiamo finanziato un'opera che dà la possibilità di sollevarsi economicamente e socialmente, le scelte «locali» spettano a chi si trova sul posto.

    COLLEGAMENTO CON ALTRI MOVIMENTI

    D. Il vostro movimento è uno dei tanti movimenti che lavorano per la promozione e il servizio del Terzo Mondo. In Italia, in questi ultimi anni, fortunatamente, si è assistito ad un moltiplicarsi di gruppi giovanili di intervento in questo settore.
    Voi sentite il bisogno di collegarvi con questi movimenti? Secondo quali linee?

    R. Noi diciamo sempre che Mani Tese è un movimento al servizio di una causa. Quindi, noi siamo al servizio e in collegamento con tutti coloro che sentono questo problema. Ma noi abbiamo anche un certo programma, una certa «ideologia»: là dove ci sono delle scelte di fondo che non riusciamo a condividere, evidentemente cessa anche la collaborazione. Abbiamo la sensazione che è un grosso guaio vedere così frazionati tutti quei movimenti che in Italia lottano per gli stessi motivi.
    Il problema di una collaborazione più aperta ce lo siamo posto, e penso se lo siano posto anche gli altri gruppi. Abbiamo bisogno di contatti: finora, siamo solo riusciti a realizzare qualche collaborazione sporadica. Niente di più. Non è una situazione accettabile, ma è così.

    D. Le difficoltà di collegamento, dove le avete trovate, soprattutto?

    R. In alcuni casi, nelle ideologie di fondo; in altri, nel tipo di programma o di lavoro, o anche per il fatto che qualche gruppo dice: noi siamo nati così, e non vogliamo rinunciare alla nostra autonomia, al nostro modo di vedere. Non è che ci sia polemica: ci sono modi di vedere differenti. C'è molto cammino da fare, per tutti, su questa strada.

    COME COLTIVARE UNA MENTALITÀ

    D. Un'ultima cosa, ma cruciale.
    Molti giovani hanno aderito alle marce promosse da Mani Tese. Bene. Ma nel ritmo del quotidiano, vi sentite appoggiati? Riuscite a scuotere un po' l'indolenza di tanti «tranquilli»?
    I giovani, come reagiscono? E gli adulti, gli educatori?

    R. Dai giovani ci sentiamo abbastanza appoggiati. Abbiamo lanciato diverse iniziative: marce, campi di lavoro, operazione Tanzania, biglietti di Natale, e abbiamo visto che i giovani rispondono.
    C'è anche, è vero, una certa indifferenza... A mio avviso però la gioventù di oggi è diversa da quella di 10-15 anni fa, quando facevo il liceo io, per esempio. Allora ci occupavamo molto poco di questi problemi (sottosviluppo, disarmo, obiezione di coscienza, partecipazione degli studenti alla vita della scuola, eccetera); oggi invece essi sono molto sentiti.
    Con le persone più adulte, il discorso diviene più difficile. Per tanti motivi. Per incomprensioni. Perché da parte nostra non riusciamo a farci capire. O anche perché qui, in Italia, siamo all'inizio, direi alla preistoria, di questi problemi: siamo arrivati un po' tardi, e il problema è esploso male. Molta gente ne è a conoscenza; però i grandi mezzi di informazione hanno presentato una visione spesso errata, tutta e solo sul piano sentimentale: il bambino, preferibilmente negro, che muore di fame, e basta. Mentre ci sono cause molto più gravi, su cui il discorso diventa difficile e arduo.

    D. Da quali prospettive si dovrebbe partire per un lavoro capillare capace di diffondere quella sensibilità che lei ha così accesa?

    R. Questa domanda esigerebbe una risposta molto ampia e approfondita. Mi limiterò a mettere in luce pochi elementi.
    Di fronte a un problema così tragico e così spaventoso, come è il problema del sottosviluppo, ciascuno di noi dovrebbe sentire dentro di sé l'ansia di tentare tutti insieme una strada nuova, per permettere ai nostri fratelli non di «avere» di più, ma di «essere» di più. Il problema è di crescita umana. Ecco: il punto è riuscire a portare, comunicare questa angoscia, come qualcosa che spinge, una molla che ci fa andare avanti. Invito tutti, gli educatori soprattutto, a tentare con ogni mezzo di creare sensibilità attorno a questo problema, il problema chiave dell'umanità. A volte ci accusano di interessarci dei problemi del Terzo Mondo e di trascurare i nostri problemi spiccioli. È assurdo. Noi lottiamo per la giustizia, che è uguale dappertutto, che non ha confini.
    Il problema del Terzo Mondo è il problema storico su cui l'umanità è chiamata a verificarsi. Dobbiamo tentare di risolvere i problemi più gravi dell'umanità, quelli di fondo: gli altri verranno quasi come conseguenza.