Ci sono «giovani lontani»?



    Carlo Carozzo

    (NPG 1971-11-11)

    La contestazione giovanile scoppiata in questi ultimi anni è stato l'evento collettivo che più, forse, ha rivelato la frattura in atto fra la Chiesa ed ampie aree delle nuove generazioni. La contestazione infatti ha provocato una considerevole emorragia numerica nelle «nostre» organizzazioni giovanili: la contestazione stessa poi - sorta nella società - si è rapidamente estesa nella Chiesa, suscitando aspri confronti e ruvide tensioni che sono culminate in una messa in questione spesso radicale delle istituzioni ecclesiali, del ruolo della gerarchia, dei contenuti della fede; oggi ancora, la costatazione della resistenza opposta dalle strutture ufficiali, suscita un esodo non trascurabile di forze giovanili che se ne vanno magari in punta di piedi, oppure sbattendo violentemente la porta. La contestazione ha dunque rivelato al vivo un distacco di molti giovani dalla Chiesa ed insieme un profondo disagio ed un'ampia inquietudine di quelli che allora, ed in parte oggi ancora, si trovavano dentro l'area ecclesiale. Ha rivelato, appunto, e non creato tutto questo. Semmai può aver accelerato, fatto precipitare, un processo che era tuttavia già in corso, latente, e che tanti segni avevano mostrato già negli anteriori. Non è solo questa generazione a trovarsi lontana dalla Chiesa; lo stesso è accaduto pure a quelle precedenti. Anche se l'evento non era sempre di proporzioni tanto vistose, anche se oggi le ragioni fondamentali sono più complesse.
    Il fatto, ad ogni modo, rimane. Un fatto grave, che pone problemi inquietanti, che invita la coscienza ecclesiale ad interrogarsi, a mettersi in causa. Questi giovani se ne vanno, o sono lontani. Perché tutto questo? È un evento episodico, oppure strutturale? Una moda, o qualcosa di più profondo? E chi sono questi giovani? Da dove vengono? Quale il loro profilo umano e spirituale? Ed è possibile tentare di tracciare le linee, sia pure schematiche di questo profilo, oppure ciascuna situazione, ogni persona è un caso a sé?
    E, infine, è possibile già oggi fronteggiare il fenomeno? Fare, in altre parole, qualcosa per colmare la frattura, e guarire le radici del disagio? Oppure è un lavoro di generazioni che sta di fronte a noi, anche se va iniziato subito?
    Domande enormi, non c'è dubbio. Domande a cui è chiamata a rispondere la Chiesa, cioè tutti noi insieme, ed a cui sarebbe illusorio, e presuntuoso, pensare che possa bastare la ricerca di questo o quel cristiano, di questo o quel gruppo.
    Quello che io dirò sarà, così, non più di annotazioni, di «schede» per un lavoro più ampio; annotazioni e riflessioni nate dalla ricerca del gruppo cui appartengo, dall'esperienza personale, da contatti con altri cristiani ed altri gruppi, da lettura [1]. La loro origine spiega da sé il loro carattere assai limitato, un modesto, molto modesto, apporto, e nulla di più.

    LONTANI, PERCHÉ?

    La lontananza e l'esodo dei giovani dalla Chiesa affondano le loro radici in suolo storico piuttosto profondo. Vi sono certo le ragioni più immediate relative al rifiuto dell'attuale società e della cultura vigente.
    Ma questo medesimo «no» globale risulterebbe incomprensibile e troppo non fosse situato all'interno di un processo storico anteriore che in questi giovani trova uno degli sbocchi più significativi. ero che molte ragioni che spiegano la lontananza ed il distacco di ali considerevoli di generazioni precedenti riaffiorano chiaramente nei loro discorsi e nelle loro dichiarazioni. Anche la contestazione giovanile è frutto di una storia, e non spunta come un fungo, un bel giorno, quasi fosse un'autocreazione assoluta.

    Lo sfondo del passato

    La lontananza di un'ala della gioventù attuale della Chiesa è un momento, o l'espressione, di una separazione anteriore tra la Chiesa e la società e coincide con l'emergenza progressiva del mondo moderno, a partire dagli anni lontani della crisi del Medioevo.
    È una storia lunga ed amara che ha visto i cristiani e le chiese disertare le varie rivoluzioni che hanno contrassegnato l'età moderna e quella contemporanea; un assenteismo che era non solo indifferenza e chiusura, ma pure, e soprattutto, ostilità, inimicizia, lotta contro il nuovo che andava emergendo, sia pure nella contraddizione, nell'ambiguità, e nelle distorsioni.
    La rivoluzione scientifica ci ha trovato in una posizione di opposizione; siamo stati contro la nuova visione del mondo che distruggeva quella classica e medioevale; contro la scoperta dell'autonomia dell'uomo nel condurre la storia; contro le proposte e la rivendicazione della libertà moderna; contro le lotte intraprese dalla classe operaia per contrastare il giogo capitalista; contro la prima «rivoluzione socialista»; contro le esigenze e le inquietudini avanzate dalle ultime generazioni, confluite, poi, nella contestazione giovanile.
    Contro, ma nello stesso tempo i difensori, o dalle parti dei difensori, del vecchio, del mondo che si sentiva minacciato dall'affiorare e dal prorompere, poi, del nuovo. Fautori della cultura e del mondo classico-medioevale al tempo della formazione del mondo borghese; alleati della restaurazione, quando la borghesia cominciava a rimangiarsi le libertà per tutti proclamate sulle carte dei diritti dell'uomo; solidali con la borghesia capitalista, appena i movimenti socialisti vennero alla luce e cominciarono le lotte, non mancando, infine, di trovarci confusi con le dittature di marca fascista, o totalitarie di destra, quando si ricorse ad esse per difendere ad ogni costo una casta di privilegi. I grandi, anche se discutibili e discussi, maestri della cultura moderna li abbiamo avversati c'è stato bisogno di un ateo come Marx per scoprire la dignità ed il valore del lavoro umano; di un ateo come Nietzsche per rivendicare il gusto della terra e una concezione vitale della verità.
    Il mondo in cui viviamo si è formato senza di noi, e contro di noi. Fin troppo spiegabile allora, che oggi tanti, giovani inclusi, siano lontani, vivano in un mondo separato dal nostro, estranei alla nostra visione della vita.

    L'estraneità alla cultura laica, secolare

    Un'assenza dai luoghi di invenzione della storia che è diventata insieme un'estraneità alla nuova cultura che si andava progressivamente e con tanta ambiguità, elaborando. Sorgeva infatti una percezione nuova del mondo, una concezione della vita dove l'uomo - per un filone - l'umanità, o una classe - per un altro - costituiscono il soggetto fondamentale di una storia considerata e sperimentata come frutto del lavoro umano.
    L'asse della vita e della riflessione si spostava dal cielo alla terra; da Dio all'uomo, dall'al di là all'al di qua; dal mondo soprannaturale a quello terreno; dall'intervento e dalla Provvidenza di Dio all'iniziativa ed alle attività degli uomini; la natura non era più l'epifania del divino, ma campo di lavoro per l'uomo, che la scienza e la tecnica vanno disseminando delle tracce e dei segni delle opere umane: da segno di Dio, com'era per l'umanità classica e medioevale, la natura, il mondo, erano divenuti segno dell'uomo.
    Questo spostamento di interessi mentre radicava l'uomo nella terra, distruggeva piano piano nella coscienza di tanti uomini moderni quell'al di là, quel mondo diverso dal nostro, verso cui l'umanità precedente era aperta e protesa. Il mondo «soprannaturale» si volatizza; per la nuova coscienza umana diventa esistenzialmente e mentalmente impossibile credere ad un mondo altro dal nostro, oltre il nostro, ma pure ad una dimensione della realtà diversa da quella cosmico-umana in cui vive e respira.
    Di fatto l'uomo elabora i suoi progetti senza provare il bisogno di riferirli a Dio. Dio tramonta come punto di riferimento vitale per un'esistenza occupata da questioni terrene in una vita da spendere sulla e per la terra. L'uomo secolare, laico, che ne è uscito si sente al massimo responsabile verso gli altri, il mondo, ma gli diventa impenetrabile la realtà di un Dio trascendente, posto oltre la vita. Semmai proverà la tendenza a concepirlo come un elemento del suo mondo, una forza immanente.
    Mentre si dissolvono le premesse ed i fondamenti umani e culturali su cui poggiava l'esperienza anteriore della fede, i cristiani e le chiese continuano a pensare ed a proporre Dio nell'antica cultura statica, dualista, sacrale, dove l'uomo contava ben poco, dove il polo di attrazione era Dio, dove la tensione verso l'al di là minimizzava, se non disprezzava, il valore della terra, dell'al di qua.
    Il processo di estraniazione della genesi del mondo moderno è sfociata per forza di cose nella situazione attuale. Una situazione dove molti non si fidano più di noi, anche se intraprendiamo il metodo del dialogo; dove le nostre proposte che pensiamo di fede sono colte come l'invito ad entrare in una cultura sorpassata: dove i nostri interlocutori non capiscono il nostro linguaggio perché appartiene ad un altro mondo culturale; dove anche chi sente nascere in sé la sensazione di vuoto di fronte ad un avvenire che sfocia nel nulla, non si riconosce nella nostra fede, ma cerca semmai spiritualità orientali. In fondo il nostro passato di opposizione al nuovo e di stabile alleanza con il mondo vecchio, i vari «mondi costituiti», non ci rende credibili, e la nostra estraneità alla cultura del nostro tempo ci ha lasciato abbarbicati ad un linguaggio religioso comprensibile in altre età culturali, ma inespressivo per quella in cui viviamo. Per cui o si rimane indifferenti; o sospettosi; e, quando ciò fosse superato, non comprensibili.

    Ragioni prossime della contestazione giovanile

    La genesi più storicamente immediata della contestazione operata da un'ala della gioventù occidentale è da ricondursi, sostanzialmente, ad un duplice fenomeno tipico delle moderne società tecnologiche: l'emergere e l'estendersi dell'adolescenza come età autonoma nella vita umana ed il prolungamento e l'ampliamento della scolarizzazione.

    L'adolescenza, un'autonomia frustrata

    Nelle società agricole, non esiste, propriamente parlando, un'età dell'adolescenza estesa alla maggioranza delle nuove generazioni. Ad eccezione della ristretta élite che può in qualche modo studiare, e non si inserisce in un'attività produttiva se non più tardi, per la quasi totalità dei ragazzi l'avvento della pubertà coincide con l'inserzione nell'attività propria del padre, agricola o artigianale che fosse.
    L'età dell'adolescenza viene in pratica saltata. In quegli anni l'adolescente è già inserito nel mondo degli adulti.
    Con lo sviluppo della società industriale le cose cominciano a mutare abbastanza rapidamente. Rimangono, è certo, molti e molti adolescenti già immessi in un'attività produttiva, e magari sfruttati più intensamente ancora degli adulti, ma viene via via ad estendersi per molti l'arco di anni occupato da una fase intermedia tra la fanciullezza e l'età adulta chiamata appunto adolescenza, dedicata appunto allo studio.
    Per tanti fattori ben noti ed individuati nettamente dagli studiosi di psicologia, la fase dell'adolescenza è caratterizzata dalla rivendicazione della libertà e dell'autonomia tesa ad emanciparsi dalle tutele familiari tipiche dell'infanzia, da una profonda scorsa psico-affettiva che accentua l'esigenza di più profondi e veri rapporti inter-personali, da una emergenza dello spirito critico grazie alla nuova capacità astrattizzante, e dall'imporsi di un atteggiamento di opposizione, di lotta contro la realtà, proprio al fine di raggiungere una stabilità emotiva ed affettiva fondata sul proprio valore e sulle proprie realizzazioni, e non più sulla protezione degli adulti.
    Ora, oggi come oggi, nella maggior parte delle famiglie non c'è tempo né preparazione sufficiente per capire davvero la nuova situazione interiore del figlio adolescente; presi dall'attività lavorativa, magari frustrati da un lavoro che non piace, la famiglia abbandona piuttosto a se stessi questi figli «ribelli» come si dice; figli, tra l'altro, che non vengono capiti più, che rivelano «idee strane», che si rifiutano di accettare i legami di dipendenza, anche se attenuata, dei genitori, figli che non trovano se non raramente nel padre e nella madre un modello persuasivo di identificazione; figli che, anche quando non fossero chiusi in se stessi, difficilmente troverebbero oggi nei genitori gente capace di dare una risposta agli interrogativi che emergono in loro: «Non comprendiamo il loro linguaggio», dicono tanto spesso, padri e madri.
    A questa frustrazione psico-affettiva della famiglia, si accompagna quella più vasta della società di oggi: «Il legittimo desiderio degli adolescenti di essere trattati come persone autonome viene (...) sistematicamente mortificato e frustrato. L'adolescenza si prolunga come un periodo di dipendenza caratterizzato da una lunga serie di veti e di divieti (...). «L'adolescente poi si trova spesso in situazioni apertamente conflittuali, nella varietà delle istituzioni con cui è in rapporto - la famiglia, la scuola, la chiesa, i partiti, il mondo commerciale - ognuna delle quali persegue i suoi scopi con propri metodi, spesso contraddittori rispetto alle altre. È particolarmente alla scuola che la società affida il compito di reprimere la volontà di autonomia, quindi di partecipazione, degli adolescenti: l'organizzazione scolastica, i metodi di insegnamento, i sistemi e le norme disciplinari sono autoritari, centrati sull'adulto, destinati a preservare il suo prestigio, e in diretta opposizione alle aspirazioni fondamentali dei giovani.

    «La frustrazione continua delle loro esigenze fondamentali e l'incoerenza con cui vengono trattati provocano negli adolescenti un'ansietà diffusa alla quale ognuno reagisce secondo la propria personalità e secondo l'ambiente in cui vive, con comportamenti diversi, ai cui limiti estremi si collocano aggressività e fuga» (G. Lutte, Gli adolescenti nuovi protagonisti, in Rocca, n. 7, 1 aprile 1970).

    La secolarizzazione prolungata

    Con il sorgere della possibilità di un'adolescenza prolungata a livello di massa, gli adolescenti ed i giovani hanno così per la prima volta nella storia la possibilità di cogliere se stessi come gruppo, come categoria distinta dalla società, come «classe» ha detto qualcuno. Una categoria o classe, a sé stante, distinta dalla società, riunita per tante ore nello stesso luogo, con le medesime occupazioni, analoghe esigenze; riunita insieme mentre non ha alcuna responsabilità precisa da esercitare nella società e non può partecipare attivamente neppure alla gestione e costruzione del proprio mondo scolastico.
    Uno stare insieme all'interno di una società dove vige tuttora il culto della scienza, dove gli adulti sono i primi a sollecitare la presa di coscienza della scienza come il più sicuro metodo di conoscenza, e dove, infine, i mezzi di comunicazione di massa «(...) forniscono una immensa quantità di informazioni che permettono ai giovani di relativizzare la maggior parte delle affermazioni loro rivolte, confrontandole con altre eventualmente contrarie» (P. Delooz, La jeunesse occidentale, in La Revue Nouvelle, n. 4-6, 1970).
    Frustrati nelle esigenze più fondamentali che vanno scoprendo dentro di sé grazie certo alla società inventata dagli adulti - è la nostra cultura occidentale che parla di libertà, di creatività, di storia, ecc. - spesso non capiti affatto né dalla famiglia né dalla scuola, desiderosi di vivere una esistenza libera, creatrice, più socializzata, questi giovani vengono da un lato a trovarsi delusi della società circostante che li reprime nel loro essere più profondo ed insieme abbastanza critici, e con gli occhi aperti da rendersi conto che la cultura ufficiale, le ideologie, le dottrine trasmesse dalla scuola o ricevute in eredità dalla famiglia non esprimono affatto i valori in cui credono, sono anzi spesso una loro negazione evidente.
    Da ciò una relativizzazione ed anche un rifiuto delle autorità ufficiali - familiari, scolastiche, ecclesiali - che fondano la loro forza sul fatto di essere portatrici ed espressione di una certa tavola di valori consacrata dalla «cultura» di cui sono dispensatrici e rappresentanti. Uno svuotamento delle autorità che si accompagna alla presa di coscienza delle numerose e radicali contraddizioni da cui è lacerata la società attuale.

    Una frattura che viene da diverse percezioni della vita

    Un giovane di oggi non soltanto si porta dentro, in genere, vuoti affettivi enormi, una solitudine ed una insicurezza che forse noi adulti non immaginiamo neppure. Ma contemporaneamente, quando abbia gli occhi un po' aperti, non tarda a rendersi conto ed a cogliere che il mondo in cui vive, e dove domani dovrà inserirsi, è un mondo contraddittorio e che nega spesso le sue aspirazioni più irrinunciabili.
    Egli scopre il valore della sessualità come esperienza fondamentale della comunicazione umana e della crescita psico-affettiva e si incontra con la morale repressiva trasmessa da una certa tradizione contraddetta, fra l'altro, dalle sollecitazioni proposte dai mass-media.
    Sente prorompere dentro di sé l'esigenza della libertà, e trova un mondo dove viene proclamata sulle carte costituzionali, e derisa o beffeggiata nella pratica, mentre la grande virtù rimane pur sempre la ubbidienza. Creare è la sua grande aspirazione, innovare, inventare sono una promessa di vita, e vede benissimo che oggi, e poi domani, l'avvenire che lo attende è un lavoro monotono, burocratizzato, oppure un'inventività da vendere al migliore offerente per uno sfruttamento più efficace della gente. La fraternità e la vita comunitaria, magari per supplire alle carenze affettive della famiglia a trovare nuovi appoggi emotivi, urgono in lui, ed invece la grande morale proposta è quella individualistica, o al massimo un filantropismo più o meno ambiguo che funziona da alibi per coscienze addomesticate.
    La sua libertà, la sua onestà, la sua sincerità, ed anche, per il nostro scetticismo, il suo idealismo di giovane uomo si scontrano con le ipocrisie, la menzogna istituzionalizzata del mondo adulto: si parla tanto di pace, ed intanto si preparano armi sempre più micidiali per lo sterminio collettivo ed i fabbricanti di cannoni accumulano miliardi; si invoca e si proclama il ricorso a soluzioni «politiche» dei conflitti, ed appena è possibile si tenta di stroncare con la forza, con il napalm quei popoli che osano alzare la testa; si parla della moralizzazione urgente della vita politica e della trasformazione del potere in servizio dell'uomo, e contemporaneamente si vendono i valori più alti per una fetta di potere, e chi ha nelle mani anche una leva sola di comando la usa senza scrupoli per il tornaconto personale o di gruppo, per sopraffare, per dominare; si parla di onestà nei rapporti interpersonali, e poi essa viene tranquillamente giocata ai dadi in nome della famiglia da mantenere, di un legittimo avanzamento di carriera, in nome del futuro dei figli, in nome di una posizione da preparare loro.
    Marginalizzato, deluso, questo adolescente creativo, questo giovane che ha fede in qualcosa di più grande di lui, si accorge di vivere in un mondo dove si soffoca, in un mondo che istituzionalizza l'assurdo, un mondo alienato ed alienante dove sarà lui pure condannato a vivere nella menzogna, dove il conformismo e l'evasione saranno pane quotidiano, dove diventerà una pedina in una partita per il dominio dell'uomo giocata da altri, contro di lui, e servendosi di lui.
    Sorge, così, e si approfondisce una frattura fra questi giovani e la società e le generazioni adulte. Una frattura che è conflitto di percezioni della vita, che è contrasto tra due maniere inconciliabili di intendere il mutamento: per gli adulti si trasforma la società ma per lasciarne più solide le fondamenta attuali, nella prospettiva di un futuro che sarà il prolungamento, o, nella migliore delle ipotesi, una correzione del presente; per loro, invece, si tratta di trasformare la società nelle sue strutture di base e di cambiare la vita stessa dell'uomo, di mutare l'uomo, in vista di una società davvero libera, ugualitaria, fraterna. Una frattura tra generazioni che è una opposizione radicale sul modo di intendere e di preparare il futuro: per gli adulti un oggi che continua, per questi giovani un avvenire radicalmente nuovo.
    Si scava così un fossato e prorompe un conflitto di valori dove i motivi di ieri per abbandonare o rifiutare, o ignorare la chiesa trovano una forza nuova, si amalgamano in una sintesi vitale dominata dal disinganno e dalla delusione di un mondo menzognero ed alienato. Le ragioni anteriori della lontananza si fondano con quelle di oggi, con quelle che nascono dall'oggi; la separazione della chiesa dai luoghi in cui si inventa il mondo e l'insignificanza del linguaggio religioso si confondono con il «no» al mondo dei padri, un mondo di cui la chiesa e «la fede» sono una delle colonne portanti.

    CHI SONO QUESTI GIOVANI LONTANI

    Questa frattura storica di generazioni, di mentalità, di mondi, non confluisce, tuttavia in un'identità ed unicità di atteggiamenti e di reazioni da parte dei giovani. Non tutti i giovani lontani dalla Chiesa, o che abbandonano la Chiesa lo fanno per le stesse ragioni, anche se lo sfondo storico globale è lo stesso e il processo di presa di coscienza del vuoto in atto nel mondo adulto è più o meno analogo. Di fatto questi giovani sono diversi. Di fatto, mi sembra, non rivelano tutti un analogo profilo di fondo. Esistono tendenze di fondo differenti, anche se, poi, ogni giovane è un problema, una situazione a sé stante, tenuto conto della complessità ed originalità propria alla storia ed al mondo di ogni persona.

    I giovani integrati

    È da osservare, anzitutto, che una zona non trascurabile del «mondo giovanile» ha più o meno acquisito il modello individualistico ed edonistico proposto dalle attuali società industriali avanzate. Avrà magari, anzi ha senz'altro motivi di tensione e di lotta con la generazione dei padri. Si scontrerà, come accade, contro i genitori che non capiscono nulla, protesterà contro la scuola e la società, parteciperà, talora, anche a qualche manifestazione di dissenso, ma le ragioni della protesta e del disagio non provengono da un modo nuovo di cogliere la vita, e dalla percezione di nuovi valori da proporre ai singoli ed alle società.
    Si parlerà senz'altro di libertà, di autonomia, di esigenza di uno studio meno assurdo..., ma in pratica questa libertà e questa autonomia sono di tipo individualistico. Libertà per divertirsi di più, per sbarazzarsi della pesante tutela dei genitori; autonomia nello studio, ma semplicemente per impegnarsi di meno, per raggiungere senza troppa fatica la promozione; libertà, in altre parole, per avere subito, e di più, quello che la società preparano per il consumo, il godimento, il successo.
    Tant'è vero che domani, quando questi giovani avranno «conquistato» un loro ruolo professionale, quando domani avranno in mano un po' di potere si comporteranno né più né meno come la generazione precedente. In realtà non c'è in loro alcuna passione ideale, ma una indifferenza di fondo. Non saranno cristiani, ma non sono neppure marxisti. Vivono nell'oggi, e nulla più.
    Certo tra questa massa di giovani-vecchi vi sono anche i «bravi», i primi della classe, quelli che prendono sul serio lo studio. E, anche, non contesteranno a fondo la famiglia, o la società, all'infuori di quelle tensioni tra generazioni del tutto normali nella vita umana. Ma questi giovani seri e che fanno sul serio, questi giovani su cui possiamo contare, saranno molto facilmente domani i più efficaci con-autori del mantenimento dello statu quo.
    Seri ed intelligenti, ma acquisiti all'ideologia del sistema. Taluni verranno anche in chiesa, ma dubito molto che il loro cristianesimo, a meno che non intervenga qualche crisi salutare, sia qualitativamente molto differente da quello che ha nutrito la contro-testimonianza delle generazioni anteriori.

    I giovani che scelgono la strada della fuga

    Di fronte a questa società dura ed ostile, di fronte a questo avvenire piatto e menzognero, di fronte a questo mondo dominato dalla fredda e disumanizzante razionalità tecnologica che suscita e nasconde un vero e proprio terrorismo spirituale, un'ala della gioventù attuale trova scampo ad una forma nuova di sicurezza emotiva e di pace nella ricerca della comunione con gli altri e con la natura attraverso la musica, la libertà sessuale, l'amicizia, la droga.
    «Molti hanno lasciato le città, per andare a vivere in campagna, alla ricerca di altri modi più autentici di vita (...). Si riuniscono in gruppi, prendono una casa in comune per vivere insieme, per realizzare quella comunità che nella famiglia non hanno goduto, e pensano ad altre possibili forme di famiglia, che non risultino soltanto da legami naturali di sangue, ma anche da legami di elezione, di solidarietà, di reciproco aiuto, di esperienza comune (...).
    «Ma la cosa più impressionante è la serietà con cui parlano della droga. Ne riconoscono i pericoli, ne disapprovano l'abuso, ma ne rivendicano il valore, ne fanno la filosofia. Non ne parlano volentieri, ne sono gelosi come delle cose più personali, e sanno che difficilmente li capirete; ma vi spiegano che la droga è ciò che li ha aiutati a ritrovarsi, è il segno nel quale si sono ritrovati insieme; con la droga si può reagire al rumore, ed all'urgenza della vita moderna, facendosi capaci di riflessione e di meditazione; è la droga che ha fatto riscoprire loro la vita come bellezza, come interiorità, come amore, in contrasto con ciò che avevano imparato da bambini e che si insegna a tutti i ragazzi americani, e cioè che la vita è un'arena di lotta e di competizione, dove bisogna combattersi per prevalere» (Raniero La Valle, La protesta dei giovani in USA: dalla guerra ai consumi il no è totale, in Il Giorno, 22 dicembre 1969).
    «Rivolta tragica», senz'altro. Ai «valori» dell'attivismo, dell'aggressività, del primato, della sicurezza, del lavoro, della lotta questi giovani contrappongono la pace, la distensione, la fraternità, l'insicurezza materiale, la felicità. Esistere, per loro, è cercare la felicità, e la gioia; non quelle del consumismo, ma la felicità e la gioia dell'amicizia, dell'intensità, anche psico-fisica, della comunione, a livello di parità, senza padri.

    I giovani che si impegnano politicamente

    Un'altra ala della gioventù attuale, non si rassegna ad una scelta che, per quanto carica di valori autentici e di legittime e quanto mai coartate esigenze umane, finisce pur sempre per essere un disimpegno, una fuga, un'evasione. Questi giovani, invece, sono lavorati dalla scoperta della politica come strada fondamentale per il rinnovamento della società e per il compimento dell'uomo. È la strada della lotta, dell'impegno, del sacrificio anche molto esigente per incorporare via via nella storia i valori in cui credono. Il progetto che li muove all'azione potrebbe definirsi la speranza di realizzare storicamente l'utopia della libertà e della creatività umana, l'utopia di una fraternità divenuta finalmente reale, in un mondo non più dominato dal profitto, dall'autoritarismo, dalla repressione, ma dove ogni uomo esprime l'originalità di se stesso nel seno di relazioni collettive ed interpersonali vere, ed in crescita continua. Una liberazione da strutture oppressive che sia insieme un mutamento della vita, una ri-generazione dell'uomo, un nuovo stile dell'esistenza ad emergere nella storia.
    Questa utopia (in senso positivo, e non negativo) li sprona a pensare che il vero reale non è quello che esiste già, ma il possibile, quello che possiamo creare con il nostro sforzo; anzi, per certuni, il reale, la verità è proprio quello che le nostre razionalità fossilizzate di adulti divenuti cinici dichiarano l'impossibile.
    Profondamente critici nei confronti dei partiti in atto li troviamo impegnati nel lavoro politico di quartiere, nei vari gruppi della sinistra extraparlamentare, ed anche nei partiti di sinistra, sia pure con una presenza fortemente innovativa. C'è senza dubbio pure in loro una ribellione profonda contro l'attuale società, e tutto ciò che la richiama; ma una rivolta che non si chiude nell'impotenza di una fuga, ma che diventa milizia costante, impegno duro, attività ostinata, che non manca spesso di imboccare la strada del velleitarismo rivoluzionario e dell'irrazionalismo, e di contraddire paradossalmente le loro proposte di liberazione e di creatività con gli atteggiamenti dogmatici, intolleranti e risentiti.

    Questi giovani e noi

    Il tentativo di diagnosi e la schematica ed approssimativa individuazione di tendenze, compiuti in antecedenza, consentono, mi sembra, di cogliere abbastanza nettamente quali siano le ragioni della lontananza dalla chiesa, siano esse esplicite, o semplicemente vissute.
    La loro lontananza si spiega, all'incirca, in termini analoghi all'atteggiamento che assumono nei confronti della società: tra loro, la chiesa e la fede esiste un conflitto di percezione della vita, un contrasto a livello dei valori, di ciò che personalmente conta, per cui vale la pena di vivere. Questo conflitto obiettivo assumerà ora il tono e l'aspetto dell'inimicizia, della lotta aperta: occorre finalmente combattere la chiesa e l'ideologia cristiana perché sono una forza ed uno strumento di alienazione, altre volte, invece, e mi sembra una linea di tendenza via via sempre più dominante, il conflitto si traduce nei termini dell'indifferenza. Semplicemente non ci si interessa alla chiesa, perché non è più il segno di nulla, perché non rappresenta nulla, non dice qualcosa che ti coinvolga.
    La chiesa appare un mondo lontano, sempre più lontano, dove si perde tempo ad occuparsi di cose molto vaghe, astratte, irreali, e, soprattutto che non ti riguardano da vicino, che non ti toccano, che non ti suscitano alcun interesse. Per migliaia e migliaia di giovani che la chiesa parli o non parli, che dica o non dica il suo pensiero sopra i problemi del mondo di oggi è la stessa cosa. La ignorano. È fuori dei loro orizzonti mentali. E quando magari ci si trovi ancora dentro alla chiesa, molti, molti giovani e forse non solo loro, scelgono personalmente quello che accettano e quello che rifiutano di quanto viene detto dalla Chiesa, senza preoccuparsi troppo se quanto rifiutano è importante o meno, se il no che esprimono è rivolto alla parola del papa, o di un semplice vescovo.

    Alcuni no, più precisi

    In questo sfondo conflittuale, che può tradursi o nell'ostilità o nella indifferenza, emergono poi ragioni più precise, estremamente diverse tra loro., quando si abbia il tempo e la possibilità di parlare con alcuni di questi giovani.

    - Certuni, i giovani integrati, rimangono estranei alla chiesa, non li interessa per la buona ragione che non si occupano di nulla di veramente valido e significativo. Quando parli con loro di queste cose o ti ridono in faccia, e passi per un idealista, un sognatore; oppure, i più svegli, magari, ti rispondono che la chiesa è il segno stesso della paura di vivere, colei che ti condanna a rifiutare tutte le cose buone e belle della vita, che ti fa sentire in colpa quando fai l'amore con una ragazza, ti diverti, sei spensierato, ecc. ecc.
    L'accusa è di essere tristi, portatori di una morale repressiva, eredi dell'antico disprezzo del mondo. C'è allora, a questo livello, tutto un lavoro di presa di coscienza dei valori umani, l'apertura di uno spazio di interrogazione sull'uomo e sulla vita da fare, senza di cui la parola non troverà alcun terreno in cui radicarsi.

    - I giovani alla ricerca di forme nuove di comunione mentre rivelano talora una notevole apertura a disponibilità al Cristo considerato come lo Amico, il Fratello, respingono nettamente la istituzione chiesa e l'idea di Dio-Padre. La chiesa istituzionale è, a loro giudizio, il corrispettivo esatto della fredda ed anonima società tecnologica. Non esiste alcuna vera esperienza comunitaria; i cristiani, quando si radunano insieme, usano linguaggi, simboli incomprensibili; il loro stare insieme è noioso, mortificante, un coesistere provvisorio tra estranei che si ignorano, o sono in lotta tra di loro. La chiesa, poi, è una grande istituzione soffocante, verticistica, un enorme apparato burocratico dove l'uomo concreto si perde, diventa una rotella, è manipolato dall'alto, guidato, dominato. Al massimo tra noi esiste il paternalismo ed un umanitarismo sentimentale e di superficie. Si ignora l'uomo reale. Non lo si sa accogliere. Rimane un estraneo, o un'occasione di dominazione.
    L'idea, poi di Dio-Padre è - a loro parere - assolutamente non ricevibile. Ti pone a confronto con un Dio lontano - dicono - che ti vuole dominare, un Dio che non ti capisce, un Dio che non ti accoglie, un Dio che non ti ascolta, l'equivalente del padre umano che ti ha ignorato, o frustrato durante la tua fanciullezza ed adolescenza, un Dio invenzione dei padri, mi diceva un giovane tempo fa, un Dio senza gioia, senza letizia, che ti fa vivere nella solitudine e nella tristezza.
    Anche qui emerge il rifiuto di una certa tradizionale morale cattolica repressiva e negativa e piena di tabù, ma in una prospettiva nuova, in vista di vere relazioni di amicizia, di esperienze sessuali liberanti, in nome della felicità e della gioia umana, senza cui l'uomo non può vivere, diventa vuoto, annoiato, esasperato.

    - L'ultimo filone giovanile, soprattutto quando i suoi aderenti vengono dal cattolicesimo, è quello, in genere, forse più animoso e duro contro la Chiesa. Sono lontano, dirà, e non metterò mai un piede nelle vostre chiese, per la buona ragione che non vengo a patti con il nemico, non mi lascio integrare dal sistema ecclesiale. La Chiesa, infatti, è un'istituzione di classe, tutt'una con il potere che ci opprime, organizzata in modo autoritario e dispotico come la società; un'istituzione classista tuttavia molto insidiosa perché facendo leva sulla paura e sulla debolezza degli uomini manipolati dalla cultura borghese, diffonde un'ideologia religiosa che smobilita le coscienze, distoglie dalla lotta, colpevolizza quando tu ti alzi contro i padroni.
    Alcuni diranno che va aggredita e distrutta (spesso gli ex cattolici soprattutto che hanno in sé significativi motivi di risentimento che dovremmo meditare!), altri, invece, che non è il caso di perdere tempo in una lotta tutto sommato marginale, perché i veri centri dove si decide il futuro sono le fabbriche. E quando il potere appartenga alla nuova classe, essa via via sparirà da sola, perché le verranno a mancare le ragioni strutturali ed ideologiche che spiegano la sua esistenza oggi.
    Quanto a Cristo, rilevano, è un'altra cosa. Lui era davvero un uomo eccezionale, un uomo che amava i poveri, un uomo che contestava il potere, un uomo libero e liberatore, che non a caso i potenti di allora hanno fatto fuori, ed i cristiani, dopo, hanno elevato alla dignità di Dio per rinviare in un al di là illusorio la fedeltà al suo insegnamento.

    OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

    Questi giovani non vengono nelle nostre chiese, o non si interessano alle proposte della Chiesa. Sono, come diciamo noi, lontani, non a caso. La loro lontananza, la loro estraneità, o differenza, nei nostri confronti, è motivata: sono lontani perché noi per primi ci siamo separati da loro, li troviamo lontani, distanti, altrove, perché siamo stati, in genere, alla larga dai luoghi in cui si decideva la sorte dell'uomo, là dove si inventava il futuro. I lontani in fondo, siamo noi!
    Lontani, non inseriti nel processo di creazione del nuovo e di conseguenza legati ad un linguaggio, ad una cultura di altri tempi, che questi giovani non capiscono più, che non dice loro più nulla. Quando noi si crede di parlare con loro di problemi relativi alla fede, ti rispondono che sei il portavoce di una cultura sorpassata.
    Rifiutano o ignorano la Chiesa perché non è più segno di nulla di interessante; rifiutano ed ignorano la nostra visione della vita, la fede, perché appare loro una morale repressiva e totalitaria, non capiscono il nostro linguaggio religioso perché traduce una concezione della vita in conflitto con i valori in cui credono.
    Ma rimane in molti di loro una certa disponibilità al Cristo, una certa attrazione per l'umanità di Gesù. Il Cristo-uomo, il Gesù di Nazareth, dice ancora qualcosa a questi giovani, anche se per ragioni opposte. Rimane un uomo vero - l'amico per gli uni, il contestatore e il portavoce dei poveri, per gli altri - qualcuno che può dire loro qualcosa, anche se a lui non viene riconosciuta nessuna origine divina; rimane, oltre tutto, l'ostacolo di una cultura e di una mentalità che non riesce, almeno ora, a dare un senso ed un valore ad una realtà invisibile, diversa da quella umana e cosmica, anche se legata, in comunione con essa.
    È un piccolo, modesto dato, ma significativo, mi sembra, che aiuta la nostra speranza di riuscire a trovare un legame tra le esigenze di questi giovani e la realtà di Cristo. Ma una speranza che potrà diventare reale a condizione di un radicale cambiamento di rotta. Le ragioni dell'indifferenza e dell'opposizione indicano fino a qual punto sia urgente non solo una trasformazione della chiesa, non solo una rottura con il mondo dei potenti ed una presenza reale agli uomini crocifissi, ma insieme, una riformulazione ed una re-interpretazione dei contenuti della fede accompagnata ed attestata da una veramente nuova prassi, o stile esistenziale e dei cristiani e della chiesa. Tutto questo e, altrettanto urgente, una conversione della nostra mentalità, del nostro modo di accostare questi giovani: dalla conquista e dal recupero alla chiesa-istituzione occorre passare all'ascolto senza secondi fini, fossero pure di apostolato, al dialogo con loro; occorre riacquistare la loro fiducia sul piano umano per tentare insieme, nell'accoglienza e nella contestazione anche di talune loro posizioni irreali, di ritrovare un senso, ed un linguaggio, della fede oggi, e nuovi modi di essere chiesa.
    Un cammino immenso, che richiede il lavoro di generazioni, ma che già oggi può essere cominciato, a meno che si pensi che la loro lontananza sia una moda e che domani «torneranno» all'ovile dei padri. Illusione funesta, che mi auguro non si realizzi. Perché avremmo, credo, di nuovo un cristianesimo inautentico, insipidito, buono per essere messo sotto i piedi, ricorda l'Evangelo, anche se, proprio per questo, il «mondo» osannasse a questi cristiani ed a queste chiese che danno così poco fastidio.

    [1] Ci permettiamo di sottolineare queste righe, perché sono la chiave di lettura dell'articolo. Esso è soprattutto la trascrizione di una esperienza e di una sensibilità. Non ha l'andamento di un'osservazione distaccata, obiettivata, scientifica: l'a. è «dentro», con calore e passione. Per questo, molte delle affermazioni che teologi e sociologi (cf, per esempio, i due studi seguenti) dicono in termini freddi e critici, qui sono espresse con tutti i pregi e i limiti di una testimonianza personale, maturata nel dialogo all'interno di un gruppo e soprattutto con i «lontani».
    Gli operatori pastorali, generalmente, hanno un contatto limitato e parziale con i «lontani». Per Carozzo, i «lontani» sono quotidianamente vicini.
    La sua testimonianza è quindi di vivissimo interesse (n.d.r.).

    L'uomo concreto che il catechista cerca è l'uomo che non vive soltanto e prevalentemente in famiglia e in parrocchia. Nella società contemporanea, altri ambienti contribuiscono a formare la mentalità corrente.
    Si pensi, in particolare, all'influsso esercitato dagli ambienti di studio e di lavoro, ove i giovani e gli adulti trascorrono gran parte della loro giornata. Si pensi alle suggestioni che provengono dalla civiltà delle immagini e dagli strumenti di comunicazione sociale.
    Il catechista sa seguire con impegno e attenzione lo sviluppo dei fenomeni che caratterizzano la realtà moderna, partecipando alle ansie, alle attese, alle gioie di tutta l'umanità, a cominciare dalla comunità con cui vive ed opera. Egli studia l'uomo che avverte anche in sé, riflette sui problemi che affiorano anche nell'intimo del suo spirito; vivendo gli stessi problemi dei fratelli che cercano e soffrono; cammina con loro lungo la strada che conduce a Cristo (RdC, 141).