Educazione sviluppo evangelizzazione



    Antonino Valastro

    (NPG 1971-03-39)

    Il tema dello sviluppo, oggi fortunatamente di frequente risonanza, ha al suo interno due grossi problemi, se è letto in prospettive di servizio «a misura d'uomo»:
    * è possibile fornire concreti aiuti per lo sviluppo senza contemporaneamente trasmettere un messaggio (dalla risposta, il raggio degli interrogativi si allarga: a chi la priorità; in che rapporto si pongono sviluppo e messaggio; e per un cristiano?);
    * è veramente completa un'educazione che trascuri questo settore? di conseguenza, dove è possibile situarla? chi se ne può rendere catalizzatore?
    Consolidati i punti di appoggio di un discorso del genere, nascerà poi lo studio degli strumenti pratici di realizzazione: i modi concreti per costruire canali di promozione dello sviluppo.
    Qualcuno avrà la percezione di note ormai vecchie e superate: per lui e già prassi, vita vissuta. Ottimamente. La sua «vita vissuta» può servire da confronto con le battute del nostro dialogo: per verificarsi e per verificare (per questo la redazione sarà lieta di aprire le pagine della rivista ad esperienze e ad interventi).
    Ma purtroppo, la «media» della situazione italiana è ancora in fase di partenza (quando non è partita male... e si è fermata).
    Molti gruppi giovanili stanno soffrendo questa crisi di identità. Vari hanno scritto, chiedendo un parere.
    Per questo, abbiamo programmato una serie di interventi sul tema. Cercheremo di fare un discorso a cerchi concentrici: dalle indicazioni più generali, anche in un pluralismo di voci, ai raccordi operativi.
    Il presente studio fornisce un quadro generale d'impostazione.

    Con energia e franchezza, Paolo VI ha di recente ribadito, a più riprese, due delle grandi direttrici del suo pontificato: lo sviluppo e la pace. «Qualcosa - ha fra l'altro affermato - non funziona bene nel sistema economico internazionale. La differenza tra paesi ricchi e poveri si accresce. Dal Terzo Mondo s'innalza una domanda d'aiuto che è in procinto di diventare una terribile denunzia: essa potrebbe esplodere in una collera impossibile a contenere, e le cui conseguenze potrebbero essere funeste per la pace».
    «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli della opulenza - aveva già avvertito la Popularum Progressio - e la Chiesa trasale di fronte a questo grido d'angoscia, e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello».
    Questa risposta viene oggi soprattutto dai giovani: dai tanti che rifiutano di contestare a parole le ingiustizie e i soprusi, e si mettono concretamente a servizio dei defraudati e degli oppressi.
    È una risposta cristiana. Anzi, è «la» risposta cristiana, quella su cui saremo giudicati: «Ebbi fame e mi deste da mangiare... fui pellegrino e mi albergaste... ero nudo e mi rivestiste...».
    Inseriti vitalmente in una Chiesa che oggi «trasale» davanti alla sofferenza umana ed invoca una mobilitazione immediata per lo sviluppo dei popoli, i cristiani «adulti» non possono, a loro volta, ignorare le nuove responsabilità che ad essi competono, soprattutto nei ruoli educativi. Molti i giovani già impegnati in generose offerte di servizio: come secondare la loro spinta dinamica, aiutandoli a superare le difficoltà connesse con le loro iniziative?
    Moltissimi ancora i giovani e gli ambienti rimasti estranei ed inerti: come raggiungere anche questi, ed animarli, ed immetterli nell'azione?

    DIFFICOLTÀ DELL'INTERVENTO EDUCATIVO

    Posti in termini educativi, i problemi «sviluppo» e «pace» risultano così complessi che la tentazione di eluderli diventa, per i più, irresistibile. E la coscienza è di solito esente da rimorsi; sia perché nei vecchi manuali di morale non sono facilmente reperibili peccati «contro lo sviluppo dei popoli» e «contro la pace internazionale»; sia perché sembra a molti che i «fondatori» più o meno remoti non abbiano lasciato consegne chiare ed obbliganti su quei temi; sia infine perché gli argomenti in genere non mancano quando occorra difendere la routine da varianti non programmate in tempo utile per la strategia del proprio «sviluppo» o la conquista della propria «pace».
    «Vi confesso che ho a volte l'impressione che nella nostra opera educativa diamo forse poca importanza e rilievo ai valori ed agli impegni sociali del cristiano. Sembrerebbe che la nostra preoccupazione principale ed unica sia quella di formare la personalità, ma una personalità troppo individuale, isolata, a sé, quasi prescindendo dal mondo socializzato in cui viviamo (...). Temo che noi formiamo più al rispetto dell'ordine stabilito (capitalista, borghese) che non al cambio, al miglioramento di questo stesso ordine. In una parola, educhiamo ad "avere di più" e non "a servire di più"» (D. Ricceri).
    Quali che siano le responsabilità morali per tal genere di omissioni, è facile prevedere quale destino la storia riservi alle istituzioni educative «cristiane» segregate dalle vicende e dalle tensioni «vive» del mondo e della Chiesa nel mondo.

    Il conflitto tra generazioni

    Ogni tema connesso con l'«educazione allo sviluppo ed alla pace» si inquadra nella più ampia trama delle relazioni adulti-giovani e dei problemi educativi che ne derivano.
    Le generazioni convivono oggi come «mondi» distinti e spesso antagonisti. Son note le recriminazioni reciproche, espresse in una gamma di toni che va dal canto impegnato agli insulti, dalle fughe domestiche allo scontro armato.
    - Per i giovani la «società adulta» è viziata in radice da mali che la fanno insanabile e inaccettabile: il fissismo di strutture rigide che impediscono la libertà e la crescita umana; l'autoritarismo che riduce l'uomo al rango di esecutore; il dogmatismo che si erige a detentore di verità indiscusse; il formalismo dei riti, delle etichette, della diplomazia deteriore, della burocrazia senz'anima; i tabù moralistici, le fobie patologiche, le inibizioni non motivate; i vuoti d'ideali d'una borghesia del consumo e del benessere; il fallimento della famiglia e dei suoi compiti educativi; la scuola resa sterile o perniciosa dal nozionismo, dall'astrattismo, dallo individualismo, dal classismo, dalla irrazionalità dei metodi; e nella società ecclesiale, i frequenti contrasti tra le affermazioni di principio e la prassi concreta dettata da principi opposti.
    - Per gli adulti, in genere, la contestazione dei giovani è a sua volta epidemia di casi più o meno patologici, più o meno riprovevoli: sia che la protesta assuma forme di evasione disimpegnata (droga, sesso, divertimento, scetticismo): sia che l'opposizione radicale si concreti in reazioni violente all'ordine costituito. Principali addebiti: disprezzo acritico dei valori tradizionali, strumentalizzazioni politiche, immoralità, episodi frequentissimi di delinquenza comune, rifiuto di dialogo e di proposte alternative, violazione della libertà e di altri diritti «sacrosanti».
    In tale quadro il dialogo educativo non ha prospettive floride. Fra la buona volontà degli adulti (di buona volontà...) e il recupero effettivo dei loro ruoli educativi si frappongono abitualmente: la difficoltà d'interpretare adeguatamente il fenomeno giovanile; la inabilità a proporre soluzioni adeguate ai tempi ed ai luoghi; la tentazione ad intervenire con pseudosoluzioni autoritarie o con la recita di atteggiamenti «giovanilistici»; e infine la rassegnazione al sentirsi definitivamente rifiutati dai giovani.
    Da parte dei giovani: «il messianismo della nuova generazione sarà portato a rifiutare sempre più il tradizionale apporto educativo degli adulti. I giovani non solo rivendicano questa o quella libertà, questo o quel metodo di azione; essi mettono sotto accusa la capacità educativa delle generazioni adulte nei loro confronti. Questa esplosione giovanile di protesta produrrà, peraltro, un'autonomia anticipata che li condurrà non solo ,ad agire in proprio, ma a giudicare e scegliere indipendentemente dagli adulti, e ancor più dalle tradizioni» (Consulta Apostolato dei laici: «La protesta giovanile»).
    Tale indipendenza permetterà certo ai giovani una «revisione globale» libera da pregiudizi atavici e da formalismi eretti ad idoli; ma si è in molti a temere che la caccia alle streghe adulte sia spesso soltanto un vezzo alla moda, epidermico ed esibizionista, e che la «novità» di questa generazione si riduca in definitiva a celebrare una ennesima liturgia dei totem Moglie-Mestiere-Macchina, coi turiboli riverniciati in rosso e i nuovi rituali enfatici di Mao-Marx-Marcuse.
    Nella misura in cui la diagnosi è esatta, l'«indipendenza» dei giovani resta una chimera, e la loro protesta una esercitazione retorica scarica-tensioni. Poco spazio, in tal caso, per una offerta di valori autentici da parte degli adulti.

    CIRCOSTANZE CHE FAVORISCONO L'INTERVENTO EDUCATIVO

    Ma un'osservazione attenta ed immune da pregiudizi consente d'interpretare con più ottimismo realtà e prospettive:

    - I giovani sono assetati di valori:
    «Non è forse vero che oggi la gioventù è appassionata di verità, di sincerità, di "autenticità" (come ora si dice); e ciò non costituisce un titolo di superiorità? Non vi è forse nella sua inquietudine una ribellione alle ipocrisie convenzionali, di cui la società di ieri era spesso pervasa? È nella reazione, che sembra inesplicabile ai più, che i giovani scatenano contro il benessere, contro l'ordine burocratico e tecnologico, contro una società senza ideali superiori e veramente umani, non vi è forse un'insofferenza verso la mediocrità psicologica, morale e spirituale, verso l'insufficienza sentimentale, artistica e religiosa, verso l'uniformità impersonale del nostro ambiente quale la civiltà moderna va formando?
    E perciò non vi è in questa insoddisfazione giovanile un segreto bisogno di valori trascendenti, il bisogno d'una fede nell'Assoluto, nel Dio vivente? Ancora: è poi vero che i giovani d'oggi sono individualisti ed egoisti, quando non sanno più vivere se non in compagnia di altri giovani, quando hanno un istinto, persino eccessivo, dell'associazione, del conformismo collettivo? E chi oserà sostenere che i nostri giovani sono incapaci di abnegazione e di amore per il prossimo, quando sono proprio essi che spesso, nei momenti di pubblico bisogno, o nelle situazioni socialmente insostenibili, danno lezioni a tutti di prontezza, di dedizione, di eroismo, di sacrificio? Non conoscono i giovani coloro che non vedono quale capacità di rinunzia, di coraggio, di servizio, di eroico amore essi hanno nel cuore; e oggi forse più di ieri» (Paolo VI).

    - I giovani anelano alla sintesi religione-vita e alla morale di solidarietà: «La gioventù abbandona il Cristianesimo non perché lo ritenga troppo severo, ma perché lo giudica troppo borghese, non sufficientemente esigente, incapace di galvanizzare la sua generosità con ideali validi» (Kerstiens, 3° Congresso Mondiale Apostolato dei Laici).
    Nel valutare un comportamento, oggi i giovani si chiedono non se esso risponda ai dettami d'un codice morale, bensì se rechi un contributo alla elevazione dell'uomo; non se esso rispecchi fedelmente gli usi ancestrali o i modelli riconosciuti, bensì se promuova gli autentici valori degli uomini d'oggi.
    Più che di eclissi di fede, si tratta quindi di crisi delle forme espressive della religiosità, rifiuto d'una fede conformista, sociologica, modellata cioè dall'ambiente e recepita passivamente, ed insieme sganciata dalla storia, dai destini dell'umanità vivente.

    Per Paolo VI,
    - si tratta di tensioni-segno:
    «I giovani sono degli strumenti segnalatori delle correnti del pensiero, della letteratura, del costume, del linguaggio, della politica, che la moda immette nel circuito della vita pubblica. E la segnalazione di tale fenomenologia spirituale e sociale, identificata nell'anima giovanile, è utilissima al pastore di anime, all'educatore, che vi ravvisa l'elemento condizionante del suo ministero. La gioventù offre così alla Chiesa il campo sperimentale della efficacia, vale a dire della attualità, della modernità della sua azione salvatrice in un dato ambiente sociale e in un dato momento storico».
    - si tratta d'una voce «profetica»:
    «La gioventù possiede un potenziale di grandissimo valore che gli adulti devono riconoscere e utilizzare. Bisogna credere e confidarsi con essi nella ricca carica profetica che può essere contenuta nelle loro intuizioni, ed anche nel nuovo capitolo che apportano alla vita; solo cogliendo la loro sfida serenamente, si potrà chiedere ad essi di contenere nei limiti della ragionevolezza e della attuabilità le loro impazienze ed esigenze».

    «CRESCERE»: DOVERE PERSONALE E IMPEGNO COMUNITARIO

    La «tensione profetica» permette a questi giovani, molto più che alle precedenti generazioni, d'intuire e respingere d'istinto le insidie alla persona umana, al suo diritto di crescere, di realizzare le sue risorse e i suoi progetti di vita.
    Ma non è impresa facile difendere sé e gli altri dalla violenza morbida del benessere, dai tentacoli d'un potere che cerca d'interiorizzare i meccanismi repressivi sollecitando l'istinto gregario, esorcizzando le inquietudini, alimentando passioni inutili, esaltando le categorie del piacere e dell'utile. L'ordine costituito congiura in permanenza contro la persona, contro la sua vocazione alla crescita integrale; e modella uomini manipolati dalle mode, giovani protetti e svirilizzati, assorbiti da microproblematiche, rassegnati al piccolo cabotaggio degl'ideali, e destinati a naufragare nel conformismo, senza rimpianti e senza drammi: la schiavitù dorata dell'opulenza.
    Oltre la frontiera del benessere - e spesso all'interno di essa - la libertà di crescere è violata da egoismi di razza, di classe, da imperialismi assortiti che ribadiscono per moltitudini di uomini la fame, l'ignoranza, l'oppressione legalizzata.
    Esigere la propria libertà di realizzarsi, sottrarsi alla cattura sociologica, è diritto di ogni uomo, ma è soprattutto un suo dovere; e un dovere «cristiano»: «Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione (...). Dotato d'intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza (...). Ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l'artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più» (Pop. Pr., 15).

    La funzione degli educatori

    Alleati naturali di tale impegno prioritario: gli educatori; uomini che si assumono il ruolo di condurre a pienezza le virtualità di altre creature umane Si tratta però spesso di alleanze precarie; avviene anzi che l'educando sia persino «talvolta impedito da coloro che lo educano» (Pop. Pr., 15), e ch'egli debba difendersi con coraggio da certi ambienti «educativi», intenti a lubrificargli accuratamente il processo d'integrazione, e a reprimerne l'originalità creativa.
    Ciascuno è dunque pilota del proprio destino; ma nessuno ha un destino estraneo alla sorte degli altri: «Ogni uomo è membro della società: appartiene all'umanità intera. Non soltanto questo o quell'uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario (...). Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere» (Pop. Pr., 17).
    Si cresce quindi «insieme», e insieme si tende a una misura di pienezza umana; in questa strategia planetaria, sottrarsi al progetto comune è defraudare gli altri di un apporto dovuto, è privare se stessi del diritto di valersi degli apporti altrui.
    L'individualismo e l'inerzia non mancano certo di repertorio, quando occorre produrre attestati di esonero o spiegare lentezze e diserzioni. Si tratta in genere di artifici retorici o di pretesti scontati. Ma non possono certo negarsi attenuanti a chi ha scelto l'egoismo perché tale è stata la proposta di vita dei suoi educatori: in famiglia, l'avvenire progettato in chiave di scalata professionale nonostante «gli altri» e - se possibile - scavalcando gli altri; in scuola, mito del «primo» della classe, e incentivi sistematici alla emulazione individualistica; in ambienti religiosi, modelli di fede estranei alle grandi speranze terrene, morale sterilizzata dai fermenti di partecipazione viva alle vicende umane.

    CRESCERE: IMPEGNO ECCLESIALE

    «Una concezione antropologica dualista ha portato in passato i cristiani a concepire la grazia e la redenzione come una faccenda tra Dio e l'anima, a tal punto che tutta la vita terrena e la responsabilità umana per l'avvenire terreno dell'umanità sembravano restare al margine del cristianesimo; si rischiava di misconoscere il valore propriamente cristiano della costruzione del mondo e del progresso dei popoli, lasciandone il compito a coloro che si autodefinivano non credenti» (Schillebeeskx). Ne consegue oggi una situazione storica paradossale: «la speranza sembra essere passata nelle mani di coloro che non hanno speranza, e la ricerca del futuro sembra essere privilegio di coloro ai cui occhi il futuro è disabitato» (Balducci).
    «Noi - prosegue Schillebeeckx - membri di una Chiesa dalle speranze escatologiche, possiamo e dobbiamo accettare questo dualismo tra la Chiesa e il mondo? Le grandi speranze terrene dell'umanità in movimento sono forse estranee all'essenza stessa della nostra vita teologale nello Spirito Santo, in Gesù Cristo nostro Signore? Ecco il problema. Non può essere nelle intenzioni della Chiesa di esigere dai fedeli la ritirata, la fuga davanti a quelle responsabilità terrene che tengono in tensione la storia dell'umanità (...). Il servizio reso al mondo che sta per unificarsi, il dovere morale che lo stadio più avanzato dell'Occidente impone agli Occidentali nei confronti del mondo intero, e in particolare dei paesi in via di sviluppo, il disegno di una pianificazione dinamica del futuro, destinata alla edificazione di una società temporale degna dell'uomo: tutto questo è considerato dall'uomo religioso contemporaneo come la situazione concreta in cui egli vuole realizzare la sua religiosità; è soprattutto in tutto ciò, ch'egli può realizzare le sue esigenze religiose e l'esser cristiano». È un'eco del Concilio, per il quale «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti quelli che soffrono, sono pure le gioie e le speranze le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità (...) si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (Gaudium et Spes, 1 ).

    Il segno della carità

    La Chiesa ha, del resto, per «segno» la Carità: «Come fin dalle sue origini... così in ogni tempo essa si riconosce da questo contrassegno della carità e, mentre gode delle iniziative altrui, rivendica le opere di carità come suo dovere e diritto inalienabile» (Apost. Act., 8).
    * Questa carità non è elemosina: «Concepire la carità come elemosina, abitualmente insignificante, che si dà ad un mendicante sconosciuto, è pervertire il concetto cristiano più profondo che ci sia, il più dinamico, il più inventivo, il più ricco di contenuto» (Léger).
    * Questa carità si realizza integralmente rendendo l'uomo indipendente dall'aiuto altrui: «L'uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore, e di cui egli assume liberamente le possibilità e le esigenze» (Pop. Pr., 34).
    * Questa carità ha per dimensioni tutti gli uomini e tutte le necessità: «L'azione caritativa ora può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità. Ovunque c'è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, d'istruzione, dei mezzi necessari per condurre una vita veramente umana, chi è afflitto da tribolazioni e da malferma salute, chi soffre l'esilio o il carcere, quivi la carità cristiana deve cercarli e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto» (Apost. Act., 8).
    «È dunque un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini?» (Pop. Pr., 42).

    EVANGELIZZAZIONE E SVILUPPO

    Umanesimo plenario: la grande «utopia» che dà un senso alla storia, che mobilita oggi le coscienze vive e consapevoli, moltiplica carceri e torture, fermenta moltitudini; e in questo nuovo dinamismo cosmico, una nuova forma di presenza va assumendo ruoli sempre più marcati e consistenti: quella dei giovani che - rifiutando la logica della carriera e del lucro - dedicano la propria vita o notevole parte di essa al servizio dell'uomo e del suo sviluppo.
    Il loro impegno si dilata spesso oltre i confini di origine, perché convinti che «ogni terra è la mia patria, ed ogni uomo è mio fratello». Se il fronte della disperazione non travolgerà il mondo, sarà soprattutto perché una generazione ha preso sul serio questo richiamo della coscienza. Sarà perché un gran numero di giovani ha cominciato a chiedersi: se davanti alla fame sterminata dei poveri, l'egoismo degli altri abbia ancora un diritto al benessere, se alle tensioni esasperate dei deboli sia lecito contrapporre la violenza legalizzata dei potenti, se possa ancora chiamarsi cristiana una fede incapace di tradursi in carità operante.
    Descriveremo in seguito queste espressioni inedite di solidarietà universale, nei loro aspetti che sono molteplici, ma convergenti in due esigenze di fondo: fornire agli uomini mezzi di vita, per liberarli dal bisogno e dall'ignoranza; proporre loro, o cercare con loro, motivi profondi di vita, per liberarsi insieme dalla «nausea dell'esistenza inutile».

    Servizio e messaggio

    Servizio e messaggio: due polarità della coscienza di questi giovani, due dimensioni d'un unico progetto ideale: preparare, pagando di persona, un avvenire più umano.
    A livello ecclesiale, le due istanze s'innestano nel duplice compito di annunziare il Vangelo dell'Amore (evangelizzazione), e di renderlo credibile con la testimonianza viva di quest'Amore, realizzantesi come forza vitale nella storia (collaborazione allo sviluppo «naturale» dell'uomo). Rapporti evangelizzazione-sviluppo, e conseguente revisione dell'azione missionaria: temi vastissimi, complessi, controversi; e d'altra parte, l'ulteriore discorso sul ruolo dei cristiani nell'opera di evangelizzazione e di sviluppo - e sulle istanze educative connesse - suppone riferimenti coerenti ad una determinata visione di quei problemi, ad una scelta motivata fra le varie tendenze.
    Non è possibile offrire in questa sede un'esposizione critica di opinioni; né riuscirebbe gran che utile, ai destinatari di queste pagine, prendere atto dell'opinione strettamente privata dello scrivente. Pare invece preferibile presentare, con brevissime interferenze didascaliche, la recente lucida sintesi di Paolo VI (Messaggio per la Giornata Missionaria del '70).
    Una previa «spiegazione dei termini»:
    * «S'intende per evangelizzazione l'azione propriamente religiosa, intesa all'annunzio del Regno di Dio, del Vangelo come rivelazione del disegno salvifico in Cristo Signore, mediante l'azione dello Spirito Santo, che trova nel ministero della Chiesa il suo veicolo e nell'edificazione della Chiesa stessa il suo scopo e nella gloria di Dio il suo termine.
    * E per sviluppo si vuole intendere la promozione umana, civile, temporale, di quei popoli che, al contatto con la civiltà moderna e con gli aiuti che essa può dare, trovano nuova coscienza di sé e si avviano a livelli superiori di cultura, di prosperità».

    Antinomia o priorità?

    Non c'è antinomia tra Kèrigma (annunzio) e Diakonìa (servizio):
    «Dilemma non deve essere. La questione verte piuttosto sulla priorità dei fini e sulla priorità delle intenzioni e dei doveri; e non è dubbio che l'attività missionaria è rivolta innanzi tutto all'evangelizzazione, e che deve mantenere questa priorità sia nella concezione che la ispira, sia nei modi con cui si organizza e si esercita.

    «L'attività missionaria verrebbe meno alla sua ragion d'essere se si scostasse dall'asse religioso che la governa: il Regno di Dio, prima di ogni altra cosa; il Regno di Dio inteso nel suo senso verticale teologico religioso, che libera l'uomo dal peccato, gli propone come sommo mandato l'amore di Dio, e come ultimo destino la vita eterna. Cioè il Kèrigma, la Parola di Cristo, il Vangelo, la fede, la grazia, la croce, il costume cristiano».
    Può pero imporsi l'esigenza d'una scelta «cronologica»:
    «La questione del dualismo: evangelizzazione-sviluppo, si pone piuttosto sul metodo; deve precedere l'evangelizzazione o lo sviluppo? La risposta non può essere univoca, ma dev'essere dettata dall'esperienza, dalla possibilità, dall'empirismo vigile e paziente, conforme al genio apostolico e alle esigenze delle varie situazioni, in ordine sempre all'efficacia e alla santità dell'attività missionaria. Possiamo prospettare tre momenti: prima, durante e dopo l'evangelizzazione, che conserva sempre la sua priorità essenziale e intenzionale; lo sviluppo - cioè l'impiego dei mezzi d'ordine temporale - può avere una sua priorità pastorale. Si parla di pre-evangelizzazione, cioè l'accostamento dei futuri cristiani per via di carità, di aiuto, di esempio, di convivenza, di presenza. Poi si parla di servizio: dove arriva il Vangelo arriva la carità; è una testimonianza, simultanea all'evangelizzazione, della sua validità umana: ecco le scuole, gli ospedali, l'assistenza sociale, l'educazione professionale; è il premio che alla fine viene dopo l'evangelizzazione, cioè la nuova arte di vivere bene».
    Nella vita concreta, l'attività temporale - specie dei laici - può addirittura diventare essa stessa evangelizzazione:
    «Sul piano pratico, dunque, l'evangelizzazione si compie anche mediante le attività rivolte allo sviluppo temporale ed umano dei popoli ai quali essa è rivolta. Tali attività possono fondersi con l'evangelizzazione quando, elevate al livello della carità, hanno anch'esse ragione di fine, e anche quando, avendo ragione di mezzo, possono in via esecutiva precedere ed anche compiere l'opera evangelizzatrice.
    «È ciò che, riferito ai Laici specialmente, acquista grande importanza, chiamati come essi sono a "cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali", e potendo e dovendo essi, "anche quando sono occupati in cure temporali, esercitare una preziosa azione per l'evangelizzazione del mondo"».

    La promozione umana come profezia

    L'impegno per la promozione umana è già infatti portatore, da solo, di valori cristiani e di profezia evangelica:
    «Avviene allora che l'attività per lo sviluppo, coordinata con quella dell'evangelizzazione, irradia anch'essa una luce di Cristo, e quella del concetto della dignità umana, dei diritti dell'uomo, della libertà, della responsabilità, del dovere, del lavoro, della convivenza sociale, del buon uso d'ogni valore, anche temporale; illumina la scena umana e ne svela la bellezza, la ricchezza, l'onestà. E ne svela anche le insufficienze, le ingiustizie, i malanni».
    Si conferma, così, che l'impegno per lo sviluppo «è una testimonianza parlante della Signoria di Cristo sul mondo. Questa testimonianza dev'essere riconosciuta come evangelizzazione in senso stretto, come atto espressamente religioso... una delle vie della evangelizzazione (...). La seconda via: Parola e Sacramenti, rivela il senso profondo ed ultimo dello sviluppo, e gli conferisce un dinamismo che non è più puramente umano» (Sedos, Teologia della Missione per il nostro tempo).
    Si può andare oltre, se si vuole, e condividere la convinzione che «la predicazione e l'annunzio del Vangelo si fanno più con l'esempio che con la parola. La maggiore testimonianza della verità del messaggio cristiano è la carità: non c'è nessun ragionamento, nessuna prova storica, nessun insegnamento religioso, che contino come la testimonianza della carità, proprio perché la carità disinteressata è la grande novità portata da Cristo» (Geddo).

    Salvi i valori trascendenti

    Purché si eviti di ridurre il Cristianesimo alla sola dimensione di messianismo sociale, e la testimonianza evangelica al solo aspetto del servizio tecnico Un «orizzontalismo cristiano» che facesse del benessere materiale e del progresso tecnico la sola finalità dello sviluppo umano, non renderebbe servizi adeguati alle vere esigenze ed alle attese - più o meno espresse - dei popoli in cammino. «Non intendiamo opporre la predicazione del Vangelo all'assistenza tecnica. Una predicazione che non tratti in maniera risoluta e realista i problemi che l'uomo vive, non è una vera predicazione evangelica. Ma bisogna insistere su questo punto: il compito specifico delle Chiese, il compito che esse soltanto possono svolgere, è di porre gli uomini in condizione di affrontare i loro problemi con la forza del Vangelo. Ciò significa che il nostro aiuto tecnico non sarà che la manifestazione esteriore di qualcosa di più profondo. Non dovrà essere fine a se stesso. Sarà parte della testimonianza che portiamo del Regno di Dio, in forza del quale gli uomini svolgono il loro ruolo nei mutamenti rivoluzionari del nostro tempo senza perdere la speranza né la loro coscienza» (Newbigin).
    Lo sanno soprattutto i giovani «supersviluppati», delusi nel benessere, costretti a scegliere tra la droga e la rivolta, tra l'integrazione supina ed il rigetto, fra la morbida morsa delle tecnostrutture e la dura violenza della repressione. La contestazione globale è la rivincita dell'utopia contro i diagrammi dei computers. L'opulenza non riempie l'uomo, finché l'uomo non rinunzia alla sua statura di persona.
    È dunque ingenuo (o criminale) proporre ai «poveri» di oggi una strategia di sviluppo che ripercorra il nostro cammino fallimentare, polarizzato dal miraggio dell'avere-di-più. È inutile e alienante convocare militanti in vista di scadenze rivoluzionarie, se la novità del sermone si riduce nel riesumare con discorsi nuovi un'illusione antica: che basti all'uomo vivere di solo pane. Se «la rivoluzione è il passaggio dal quantitativo al qualitativo, dall'omogeneo all'eterogeneo» (Hegel), nessun progetto sarà mai radicalmente innovatore se rimarrà omogeneo all'umanesimo della tecnica, matrice del «sistema»; se la suprema liberazione dell'uomo sarà programmata a livello di più alti redditi personali e di più ampie partecipazioni a gestioni del potere.
    Il cristiano crede in un evento e in un messaggio che han dato un fondamento ed un senso a questa scelta: non può operare nella storia rinunziando ad annunziarli ed a viverli, in forme congeniali alla sua specifica vocazione personale.
    Il dramma dell'uomo interpella dunque il cristiano-educatore con un rigore che non ha riscontri nel passato: s'egli non saprà animare di Vangelo i dinamismi protesi allo sviluppo, nessuna forza liberatrice salverà forse l'uomo dai processi regressivi del benessere; se non saprà liberare la forza del Messaggio dai freni di cautele e neutralismi ad oltranza, la rivolta disperata dei poveri negherà a generazioni di cristiani il diritto di proclamarsi costruttori di umanità.