Giuseppe Valli
(NPG 1971-01-19)
Troppe volte, noi educatori e uomini di chiesa, abbiamo impostato una pastorale dei giovani operai, trasportando di peso le categorie del mondo studentesco, in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo maturato la nostra cultura.
I giovani operai non si sono ritrovati, nel nostro «linguaggio», né hanno avvertito il pulsare della loro vita quotidiana, all'interno delle nostre proposte.
I risultati?
Basta guardarsi attorno. E tirare somme, con disponibilità.
♦ Alcuni dati (sono tratti da Burgalassi, «Le cristianità nascoste», Dehoniane. Il raffronto è nostro, la responsabilità delle cifre è lasciata all'autore dell'inchiesta):
♦ Una lettera, giunta in redazione alcuni giorni fa:
«Chi è vissuto nella comoda stanza della casa parrocchiale o di un istituto religioso non può capire che cosa significhi trovarsi in 5.000 ad un concorso che mette a disposizione solo 100 posti. lo vivo la mia fede, sento la fiducia in Dio, ma la mia fede è diversa da quella che propongono i sacerdoti. La mia fede vuole essere una fede adulta, sofferta, mentre quella che ci è presentata è infantile ed è retorica, perché non viene vissuta nelle medesime condizioni in cui si vive noi.
In due anni di disoccupazione, ho trovato pochi che mi incoraggiassero, veramente. In questa situazione, la funzione del sacerdote, invece di essere esortante ad una presa di coscienza dei problemi, è narcotizzante, nociva, anticristiana, umiliante. Non è certamente comodo per chi è deluso da tante cose, sentirsi anche rinfacciare la mancata partecipazione alla vita oratoriana...».
Pur rifiutando, con l'A. dell'articolo, un classismo di «predestinazione», esistono problemi e movimenti tutti specifici, nel mondo giovanile operaio, di cui è necessario prendere atto.
Lo studio che segue è previo ad un discorso di pastorale. Ma è essenziale per impostare una vera pastorale d'innesto.
Nelle intenzioni dello scrivente questo articolo dovrebbe rappresentare un primo tentativo di approccio ad un settore specifico della problematica giovanile che è necessario indagare nelle sue reali componenti sociologiche. Proprio chi scrive, circa due anni fa, nell'ambito di una complessa analisi della documentazione esistente per distinte «aree di ricerca», aveva occasione di osservare come per quanto riguardava i problemi dei giovani operai non esistesse «neppure una tematica d'approccio» e che tutti i discorsi venivano fatti «a partire dalla condizione studentesca, ignorando l'analisi contingente della condizione lavorativa» [1].
In quest'ultimo biennio la situazione non è migliorata di molto e si dovrebbe anzi dire che è peggiorata, nel senso che l'attenzione si è ancor più concentrata sul mondo degli studenti per non dire dell'enfasi pubblicistica di cui ha universalmente goduto il cosidetto fenomeno del «movimento studentesco».
Nell'ambito del presente articolo, che raccoglie considerazioni preliminari rispetto ad una possibile successiva serie di scritti sullo stesso argomento, ci proponiamo di raggiungere almeno tre obiettivi:
• di non partire, affrontando gli specifici problemi dei giovani operai, per la comoda e assai sfruttata tangente della condizione studentesca;
• di offrire alcune linee orientative di una coerente tematica d'approccio alla situazione concreta della gioventù lavoratrice quale può essere garantito da un orientamento di ricerca di tipo sociologico teso a recepire «la voce del reale» [2];
• di registrare sufficienti materiali di studio e di aggancio analitico con le situazioni quotidiane in modo da favorire lo sviluppo parallelo di un impegno di ricerca e di definizione di una vera prospettiva di «pastorale giovanile per i giovani operai», di cui è stata costatata la mancanza [3].
UNA DOPPIA PREDESTINAZIONE PER LA GIOVENTÙ
Per dare adeguato risalto al taglio nettamente sociologico e per nulla ideologico del nostro discorso, dobbiamo correre il rischio di lasciar sorpreso più d'uno e scandalizzare forse altri sostenendo che non riscontriamo sufficienti motivi di analisi e idonei fermenti critici non solo nel fenomeno del movimento studentesco ma nemmeno in una «presa di coscienza» all'apparenza più scontata e valida.
Quest'ultimo riferimento compete alla stessa battaglia sostenuta per raggiungere il traguardo della scuola media unica, in un quadro di tensioni che hanno segnato un'effettiva crescita della coscienza democratica del Paese nei confronti di alcuni connotati «classisti» del sistema formativo e del carattere «selettivo» della scuola tradizionale.
Basterebbe, in proposito, citare il successo di un libro come la famosa «Lettera ad una professoressa» – redatto dagli allievi di don Milani – per rendersi conto come in effetti tale presa di coscienza sia stata vasta
e profonda.
Il richiamo qui fatto ha anzi lo scopo di sottolineare come, nell'indicare una diversa linea di approccio ai problemi dei giovani operai, non si cela assolutamente l'intenzione di mettere in dubbio la positività di detta crescita o presa di coscienza.
L'approccio scolastico-formativo in tema di gioventù lavoratrice ha una sua validità intrinseca, che non mancheremo anche noi di mettere in luce.
Prima la scuola poi il resto
Quello che si vuol qui per contro sostenere è soltanto un punto di vista particolare che, a livello di uno sbocco di politica generale in termini operativi e programmatici, tende per esempio ad assegnare una priorità «strutturale» ai servizi sociali di base rispetto ai servizi culturali di massa. I servizi culturali di massa sono, per l'appunto, rappresentati nella loro quasi totalità dal sistema scolastico-formativo, che corrispettivamente presiede sia all'ingresso delle nuove leve del lavoro nel sistema produttivo sia allo sviluppo delle potenzialità personali di ognuno.
Nel contesto di una socialità ad alto grado di sviluppo industriale, come lo è per molti aspetti quella italiana, si è portati a ritenere che la scolarizzazione di massa sia un «bene» universalmente diffuso e da tutti fruibile. In effetti ciò è in gran parte vero, almeno nella misura in cui le spese per l'istruzione pubblica rappresentano il maggior capitolo d'impegno per l'intero bilancio dello Stato italiano.
Non si può, cioè, obiettivamente sostenere che i problemi della scuola siano stati trascurati dalla classe politica che governa il Paese da oltre un ventennio.
Il tipo di critiche che si fanno sono, semmai, di altro genere, nel senso che si tende a mettere in rilievo le componenti antidemocratiche e autoritarie del sistema scolastico-formativo, per altro verso denunciate come espressioni di una selettività fortemente «classista» e vista nel quadro di caratteristiche assai più repressive del «sistema»: basti pensare alla carica emotiva e all'incontenibile aggressività degli slogan del movimento studentesco lanciato in una lotta indistinta contro il potere accademico, la scuola dei padroni, lo Stato di classe e il regime poliziesco.
Una scuola possibile per tutti
Riteniamo pregiudiziale a tutto il nostro discorso il chiederci onestamente se questa polemica, per giustificata o giustificabile che sia, giovi alla comprensione dei reali problemi dei giovani operai.
Rispondiamo convintamente di no e, per di più, respingiamo come demagogico l'invito a far crollare l'idea che esista una parte della gioventù «fatalmente predestinata dalla nascita ad essere lavoratrice» [4]. A chi pensa che i problemi dei giovani operai si possano risolvere con simili esercitazioni declamatorie, facciamo anzitutto osservare che l'unica reale alternativa ad un simile ingiusto destino (riuscirà mai qualcuno a sradicare il vizio predicatorio di «un mondo migliore»?) è di avere per tutti «una predestinazione di gioventù studentesca».
POSIZIONE MARGINALE DELLA GIOVENTÙ LAVORATRICE
Il traguardo di una gioventù democraticamente ed egualitariamente avviata ai più alti livelli di istruzione non è certo incompatibile con i connotati di una società di tipo post-industriale, in cui i valori della cultura e del tempo libero prevarranno definitivamente sulle attuali esigenze produttivistiche.
Tuttavia, per quanto proponibile e concreto possa essere questo traguardo, è anche vero che la società post-industriale rappresenta pur sempre una prospettiva di lungo periodo che non tocca l'immediatezza dei problemi che ci stanno di fronte.
Per questi problemi hanno invece un significato realisticamente pregnante alcune notazioni avanzate dal Gozzer due anni fa, nel pieno fulgore della protesta studentesca, che tendevano a dimostrare – sulla base di un'estrapolazione di dati statistici di valore assoluto – come la soluzione dei problemi della scuola secondaria comportasse di per sè il raddoppio della popolazione scolastica, con la conseguente esigenza di triplicare il numero degli insegnanti, quadruplicando i costi e paralizzando in pratica il «sistema».
Affermava Gozzer, e non ci sono motivi per ritenere che la previsione abbia perso nel frattempo di validità, che a sostenere lo sviluppo del sistema scolastico-formativo non sarebbero state sufficienti tutte le risorse del reddito nazionale e della popolazione attiva [5].
Lo sviluppo unilaterale nella scuola: inutile per gli operai
Non era comunque nelle intenzioni dell'articolo di Gozzer – e non lo è nemmeno per chi qui ne riferisce – sostenere che tutto questo dovesse significare una fatalistica resa ai dati della realtà: il richiamo rimane valido nel senso che, per superare questi dati, proprio da essi bisogna partire.
Se si prescinde dal fatto che chiedere l'impossibile al fine di provocare la paralisi del sistema può essere un obiettivo perseguibile in chiave rivoluzionaria, resta dimostrato che lo sviluppo unilaterale del sistema scolastico-formativo non risolve i problemi dei giovani operai.
Nell'ambito di una ricerca, ai cui dati attingeremo ripetutamente per una verifica empirica di quanto andremo elaborando sul piano concettuale, è stato ad esempio accertata «la mancanza di prospettive di occupazione industriale o terziaria e quindi la presenza di rischi molto rilevanti di disoccupazione prolungata per i giovani qualificati o diplomati anche da scuole professionali» [6].
Nessuno si sogna di porre limiti o freni al diritto allo studio, tra l'altro tanto solennemente garantito dal dettato costituzionale di una repubblica «fondata sul lavoro», ma resta indubbio che – nell'attuale contingenza dei processi storici – lo sviluppo del sistema scolastico-formativo deve essere visto in parallelo con lo sviluppo delle strutture produttive.
Sarebbe troppo comodo a questo punto respingere il richiamo realistico di cui sopra con la scusa che è un discorso da arretrati o da conservatori: con altrettanta comodità polemica si potrebbe ribattere che chi non lo accetta si vota senza speranza a posizioni velleitarie e illusorie.
Il giovane operaio: un emarginato
La realtà di fatto è che, sociologicamente parlando, il giovane operaio si trova in una «posizione marginale»: ma si tratta di una marginalità soltanto in astratto riferibile ai cosiddetti «condizionamenti del sistema» quando in pratica essa trae alimento dalle «condizioni storiche e sociali» dell'ambiente in cui vive.
In altre parole il giovane operaio, rispetto alla fabbrica che lo deve accogliere, alla società industriale che si appresta a sfruttarlo nelle varie forme di «alienazione umana» cui ha dato origine, si trova pur sempre a vivere – fino al suo definitivo ingresso nel sistema produttivo – una fase autobiografica e primordiale del capitalismo, di un capitalismo che si colloca come preistoria di un processo di «progressiva liberazione dalla miseria cronica, dalla lotta per la sopravvivenza fisica» [7].
È un tipo di marginalità, insomma, che si può macroscopicamente ritrovare nelle regioni affamate dei Paesi del Terzo Mondo, anche se a livello di analisi microsociologica a noi basta verificarla nell'esperienza dei figli migranti del pastore sardo o del bracciante siciliano.
DALLA CULTURA DELLA CLASSE
ALLA CULTURA DELLA POVERTÀ
È peraltro evidente che, per poter assegnare un significato positivo alla suaccennata fase preistorica del capitalismo, è necessario inquadrarla in un generale processo di industrializzazione che, ad esempio, vede impegnati in una «rivoluzione industriale» di segno positivo (pari a quella che esplose in Inghilterra qualche secolo addietro) molti Paesi a regime socialista: dalla Cina di Mao alla Cuba di Castro, si potrebbe dire.
In questo quadro si è però costretti a far giustizia anche di interpretazioni ideologiche che vedono nello sviluppo capitalistico soltanto segni di negatività assoluta: tipica in proposito l'idea di Marcuse secondo cui la società del benessere produrrebbe soltanto schiavi «integrati nel sistema» e schiavi «emarginati dal sistema».
L'errore di Marcuse è di credere che la società industriale di tipo occidentale, nell'attingere progressivamente livelli più alti di opulenza, tenda anche ad estendere su tutti la cappa uniforme della sua schiavitù.
I giovani operai e il sistema
Ma non si può assimilare realisticamente la posizione dell'integrato a quella dell'emarginato: quest'ultimo, per schiavistiche che possano essere le contropartite del benessere e a meno che già senta come fatalisticamente codificato il suo fallimento, lotterà sempre per ridurre il margine della sua emarginazione sociale.
La marginalità sociale, cioè, è una posizione di per sé intollerabile, per cui al suo isolamento è pur sempre preferibile la schiavitù del benessere.
sulla base di questa logica che gli studenti, nel caldo della loro protesta contro il sistema, hanno accusato i giovani operai di essere succubi delle suggestioni dell'opulenza: accusa ingiusta, soprattutto perché declamata da chi da un lato contestava abbastanza eufemisticamente il sistema, mentre dall'altro continuava a godere di consistenti fette di benessere all'interno del sistema stesso.
Ma è una logica che non si può tanto disinvoltamente mettere sotto accusa, se poi non si sa offrire un'alternativa concreta ai disagi di chi realmente soffre sulla propria pelle le contraddizioni del sistema. Il quale sistema incomincia già ad essere contradditorio con le sue premesse iniziali di espansione schiavistica, almeno nel senso «quantitativo» del processo: infatti il punto culminante del dramma umano nella fase tecnocratica dello sviluppo industriale non è più l'uomo-macchina, l'operaio contratto a mera dignità «meccanica» della struttura produttiva, ma l'emarginato, l'escluso, il non integrato nel circuito di diffusione dei beni materiali e culturali che pur sempre caratterizzano positivamente la nostra epoca storica.
Il non partecipare al benessere: una alienazione
Nello stadio tecnocratico non interessa più estendere lo sfruttamento a masse sempre più vaste di lavoratori, ma la capacità di sfruttamento del sistema si manifesta in senso sempre più «qualitativo» nei confronti dell'uomo consumatore, stimolato irrazionalmente a consumare beni superflui oltre la cornice dei suoi reali bisogni umani.
Il passaggio dei meccanismi alienanti dello sfruttamento industriale dalle primitive tensioni quantitative (sottrazioni di quote di salario a masse sempre più vaste di lavoratori) agli odierni indirizzi qualitativi (realizzazione di un maggior profitto attraverso una più intensa dinamica del mercato dei consumi) pone sì dei grossi problemi di libertà e di dignità umana per chi si trova ad essere «integrato nel sistema», ma accentua ancor più la drammaticità della posizione sociale di chi ne resta viceversa emarginato o escluso.
Il giovane operaio, a differenza dello studente che è in possesso di sufficienti strumenti culturali per sviluppare una «coscienza critica» di contestazione degli aspetti alienanti del sistema, vive soprattutto il rischio dell'emarginazione, il dramma dell'esclusione dal circuito del benessere. E lo vive intensamente almeno fino a quando si sentirà, a pieno titolo di dignità umana e di garanzia sociale, un autentico «operaio», con un posto di lavoro sicuro, con un salario da difendere.
Al limite, la marginalità sociale tipica della condizione giovanile è vissuta in modo del tutto particolare dal giovane operaio fino a sentirsi un emarginato o un escluso dalla stessa «classe operaia».
Non suoni smentita a questa considerazione l'intensità o il furore con cui molti giovani operai partecipano alle lotte sociali o sindacali in corso: non cambiano, per questo i dati «sociologici» della loro situazione e semmai il loro comportamento va spiegato con la maggiore aggressività con cui sentono certe «frustrazioni» rispetto a reazioni forse più remissive dei lavoratori adulti.
La cultura della povertà
Rimane comunque da spiegare come la «cultura della classe», così carica di conflitto latente e stimolante ad impegni di dura lotta, sia riuscita storicamente a scatenare il movimento studentesco, mentre le componenti giovanili del movimento operaio – in teoria le più autentiche depositarie di un messaggio rivoluzionario – sono state per lo meno prese in contropiede dalla rivolta degli studenti.
E ciò è spiegabile soltanto se si ammette, senza false ipocrisie, che in realtà la «cultura della classe» non interpreta adeguatamente il tipo di difficoltà, di tensioni e di stimoli, di speranze e illusioni, che caratterizzano l'esperienza dei giovani operai nei loro primi scontri con il sistema produttivo e con le durezze della vita.
Appunto perché in una certa misura i giovani operai risultano essere degli «esclusi» dalle categorie e dai valori della cosiddetta «classe operaia», ciò di cui loro hanno bisogno e che interpreta realisticamente la loro situazione si trova maggiormente in direzione di quelli che di
uno stato di emarginazione hanno fatto la loro condizione sociale stabile: i poveri, per l'appunto, che si possono considerare degli «emarginati» per eccellenza.
Per gli emarginati, per gli esclusi – e noi aggiungiamo per i giovani operai – non esiste soltanto la vuota disperazione del «grande rifiuto» o della «contestazione globale» di Marcuse: esiste qualcosa che può anche assomigliare ad una speranza e che i sociologi americani, con indovinata espressione, chiamano «cultura della povertà».
Per noi questa cultura della povertà può rappresentare un'efficace alternativa alla cultura della classe, almeno nel senso che noi cercheremo di darne un'interpretazione suscettibile di rendere più comprensibili i reali problemi dei giovani operai.
DALLA MARGINALITÀ SOCIALE ALLA MOBILITÀ SOCIALE
Incominciamo intanto col dire che la «cultura della povertà» rappresenta l'ultima risorsa di cambiamento disponibile ai confini del sistema quando si ammetta – come del resto molti insospettabili mentori della «cultura della classe» ammettono – che «nelle società delle libertà borghesi e del benessere crescente è impensabile di trascinare masse consenzienti ad uno scontro violento globale, con il carico di sangue, di sofferenza, di miseria che questo comporta» [8].
In secondo luogo sosteniamo che mettere in luce come il ventaglio di ceti e la mobilità fra i vari strati con cui si caratterizza la società contemporanea renda impossibile parlare di una supposta «omogeneità sociologica di classe», non significa affatto «snobbare il discorso di classe», ma ricondurre la sproporzionata fortuna di un termine dai chiari connotati «ideologici» a più realistiche dimensioni.
La mobilità sociale contro il classismo
Da un punto di vista sociologico, ciò che è rilevante in una società ad alto grado di dinamismo come quella industriale è il fenomeno della mobilità sociale e non la stratificazione in classi: quest'ultimo fenomeno, infatti, è soltanto caratteristico di società statiche di tipo feudale. Conseguentemente anche la discriminante per interpretare le condizioni di ingiustizia esistenti nella società industriale non va ricercata in schiera. menti «classisti» frontali e contrapposti, ma configurata sul metro della mobilità sociale: in sintesi, ciò che è giusto o ingiusto va calcolato in ragione del grado di mobilità dei vari strati.
La povertà non permette mobilità sociale
Da questo punto di vista la discriminante dell'ingiustizia non è più in funzione dello sfruttamento che la borghesia realizza a scapito del proletariato, ma viene espressa dal minor grado di mobilità che caratterizza i ceti poveri rispetto ai ceti ricchi: in questo senso è assai più facile per il figlio di un gioielliere diventare ingegnere elettronico (e magari partire da uno stipendio di un milione al mese) che per il figlio di un contadino diventare operaio elettrotecnico (e magari accontentarsi di un salario di centomila lire al mese).
L'ingiustizia, cioè, non consiste nel permanere immutato delle reciproche «condizioni di classe», ma nelle diverse possibilità di «scalata sociale» che si registrano nell'una e nell'altra condizione.
Non si vuole con ciò concludere nella prospettiva riformistica che cerca di garantire a tutti l'eguaglianza delle opportunità o delle «posizioni di partenza», che al limite si riduce proprio a quell'espansione unilaterale del sistema scolastico-formativo da noi giudicato insufficiente, ma nemmeno in quella politico-programmatica che prevede uno sviluppo coordinato del sistema scolastico-formativo e del processo di industrializzazione.
Prospettive di soluzione
Nemmeno quest'ultimo indirizzo, infatti, riuscirebbe a risolvere radicalmente il problema della sottoccupazione e della disoccupazione giovanile, soprattutto se riteniamo esemplare in questo senso l'esperienza degli Stati Uniti dove «una notevole parte dei giovani risulta occupata nei servizi; ed è soprattutto lo sviluppo dell'occupazione nei servizi che consente di prevedere un mantenimento pressoché costante del rapporto forze di lavoro giovanili-popolazione» [9].
La costanza del rapporto forze di lavoro giovanili-popolazione significa, in pratica, che si riesce a garantire un numero sufficiente di posti di lavoro per tutti i giovani in procinto di fare il loro ingresso nel sistema produttivo: «produttivo» di servizi ovviamente, oltre che di beni economici.
Tutto questo, invece, non è garantibile nel quadro di un indirizzo programmatico noto come «politica del pieno impiego», che crede di risolvere interamente il problema della disoccupazione giovanile nell'ambito di un processo di industrializzazione.
Torna qui puntuale l'esempio degli Stati Uniti, che è sì la «società industriale» per eccellenza, ma anche un tipo di società che ha realizzato al suo interno un «ribaltamento strutturale» notevole, nel senso che la popolazione attiva del settore terziario dei servizi supera – in percentuale – gli occupati nell'industria: molto più opportunamente si dovrebbe dire che si tratta del primo modello storicamente realizzato di una «società di servizi».
Verso una politica di pieno sviluppo
Privilegiare i meccanismi dello sviluppo più nel senso di una società di servizi che di una società industriale significa, anzitutto, incominciare a rendere esplicita quella priorità «strutturale» che si era assegnata all'inizio ai servizi sociali di base rispetto ai servizi culturali di massa. Ma significa anzitutto rendersi conto di come e perché certe politiche di intervento basate sulla scolarizzazione di massa e su massicci insediamenti industriali abbiano, in parte, fallito i loro obiettivi: in sostanza, la critica che si può fare al lunghissimo capitolo della «politica meridionalista» in Italia.
Dai primi risultati di una ricerca in atto nel comprensorio di Ottana in Sardegna, dove l'ENI ha in costruzione un complesso industriale composto da ben quattro stabilimenti (con la possibilità di reclutare circa 7.000 lavoratori e con un flusso annuale di salari aggirantesi sui 15-16 miliardi), sembra ancora una volta provato che questo tipo di interventi finirebbe col provocare un tipo di sviluppo «del tutto illusorio se non fosse ancorato a una vasta opera di infrastrutturazione e a una politica più generale intesa a creare nuove occasioni di lavoro e di reddito» [10].
Infatti, mentre da un lato i pur massicci insediamenti industriali sono insufficienti ad arrestare il processo di esodo della popolazione attiva, dall'altro resta sostanzialmente senza risposta «la domanda di integrazione coi meccanismi del resto del Paese e della società civile», domanda che si inserisce «in un quadro assai ricco di tensioni, che hanno trovato occasione di fermenti proprio nel grande sviluppo assunto dalla scolarità negli ultimi anni»; scolarità che, «avendo interessato non soltanto i livelli primari e dell'obbligo ma anche i livelli medi e superiori, ha avuto effetti a catena su tutta la compagine sociale» [11].
Ne deriva che, quando si voglia evitare che lo sviluppo delle strutture formative tecnico-professionali e gli stessi interventi a carattere industriale in aree di sottosviluppo si riduca alla funzione «di rompere condizioni di miseria e di arretratezza agricolo-pastorali, rendendo meno difficile l'inserimento in realtà industriali tramite l'emigrazione» [12], è necessario cambiare indirizzo programmatico passando dalla «politica del pieno impiego» ad una «politica di pieno sviluppo».
Che cosa esattamente significhi in termini di programmazione una politica di pieno sviluppo, non è qui tempo e luogo di illustrare.
Diciamo però che essa corrisponde, sul piano delle potenzialità economiche e delle risorse umane, all'indirizzo di ricerca sociologica che individua nella «frontiera della mobilità» i coefficienti reali di superamento delle condizioni di marginalità sociale tipiche dei giovani operai.
evidente che quanto si è finora detto rappresenta soltanto le premesse di un discorso che va sviluppato in profondità e nei dettagli: compito che, speriamo, poter presto esaurire nei successivi appuntamenti con le pagine di questa rivista.
NOTE
[1] Si veda, nella collana «Indagini e documentazioni sociali», il libro I problemi dei giovani, ed. AAI, Roma 1969, pag. 33.
[2] Confrontare, per l'espressione che si riporta tra virgolette, l'editoriale Il perché di una scelta, in «Note di pastorale giovanile», n. 1, 1970, pag. 5.
[3] Ciò è avvenuto nel corso del Convegno del Comitato di Redazione della rivista «Note di pastorale giovanile», Roma, 9-10 maggio 1970.
[4] Gioventù Aclista, Inchiesta sulla formazione professionale, ed. ACLI, Roma (senza data), pag. 12.
[5] GOZZER GIOVANNI, Ipotesi tecnologica sulla protesta, in «Settegiorni», n. 43, 7 aprile 1968.
[6] Si veda la bozza provvisoria di una ricerca svolta dal Centro Lombardo di Studi ed Iniziative per lo Sviluppo Economico I problemi dell'occupazione giovanile in Lombardia, settembre 1969, pag. 91.
[7] Si veda il testo ciclostilato della relazione di Pietro Praderi al XVIII incontro nazionale di studio delle ACLI: Lotte sociali, partito, sindacato: esperienze di base e organizzazione, Vallombrosa, 27-30 agosto 1970, pag. 17.
[8] Ibidem (7), pag. 21.
[9] Ibidem (6), pag. 69.
[10] Si veda la nota Indagine di campo nel comprensorio di Ottana, in «EISS-Informazioni», n. 1, luglio 1970, pag. 6.
[11] Ibidem (10), pag. 7.
[12] Ibidem (6), pag. 86.

