La chiesa nel cuore dei lontani


     

    Vittorio Morero

    (NPG 1971-11-28)

    PER DIO NON CI SONO LONTANI

    La Bibbia del vecchio e del nuovo testamento affronta il problema dei lontani, sotto l'angolo della fede. Solo la fede è giudice di una situazione di fede o di non fede. È chiaro che il termine fede indica soprattutto, in questo contesto, la Parola di Dio all'uomo, il suo giudizio, la sua assoluta e gratuita decisione in favore degli uomini e del mondo, e di conseguenza la risposta fedele degli uomini a tale decisione, nella misura in cui essa viene coscientemente e liberamente percepita. La fede giace quindi sulla linea di una elevazione o elezione soprannaturale dell'uomo, nella quale l'iniziativa appartiene a Dio e verso la quale l'uomo in forza della sua natura creata non può presentare alcuna pretesa. Esiste quindi una lontananza dalla fede da parte dell'uomo e di ogni uomo in qualsiasi circostanza fuori e dentro la Chiesa, ma esiste una prossimità della fede a ogni uomo da parte di Dio. «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è venuto vicino; convertitevi e credete alla buona novella» (Mc 1,15).
    Dal punto di vista dell'iniziativa di Dio non esiste quindi lontananza di sorta. Dio non è lontano a nessuno. Egli è sempre fedele e sempre presente nella storia del mondo.
    Perfino il particolarismo d'Israele riconosce nel piano di salvezza del Creatore la dimensione della universalità. Recenti studi sul Pentateuco hanno messo in luce l'importanza teologica dei primi capitoli del Genesi come quelli che stabiliscono la volontà di Dio di stare di fronte a tutti gli uomini in un disegno definitivo di fedeltà e di salvezza. La promessa fatta ad Abramo non ha limiti nazionalistici; è nazionale, perché Abramo è capo di quel popolo, ma nella promessa egli è padre di tutte le genti. Ciò spiega come mai i padri dei primi secoli della Chiesa, gli scrittori più vicini alla fede delle prime comunità, abbiano preferito nella loro produzione dottrinale e pastorale attingere ai libri storici e in particolare al Pentateuco piuttosto che ai libri sapienziali, che pure sono ricchi di annotazioni morali, di facile e largo consenso.

    Una salvezza nella storia

    È che la fede, essendo appunto questo evento dell'uomo chiamato alla divinizzazione, si fonda essenzialmente su una storia; ed essendo una storia essa si colora di segni istituzionali (popolo d'Israele, Chiesa), non perché l'istituzione sia fonte di grazia, ma perché è la grazia che si traduce storicamente in segni particolari, di natura sociologica.
    In questa storia tutti gli uomini sono inseriti per iniziativa di Dio, anche se, essendo una storia, essa ha una origine, un tempo che si svolge e una fine verso cui tende. Dio ha deciso di salvare tutti gli uomini e di fatto è disponibile alla salvezza di tutti gli uomini; ma tale salvezza si esprime a tappe. Il Popolo d'Israele è senza dubbio il testimone e il beneficiario della iniziativa di Dio, ma non al punto da monopolizzare per sé tutta la salvezza, la quale è rivolta nei modi adeguati anche ai pagani. Infatti - secondo l'espressione di Paolo - «quello che si può conoscere di Dio è ad essi (pagani) manifesto».
    Il piano di Dio è unico, decisivo e universale in Cristo (tappa decisiva di questa iniziativa) ma in Cristo il Padre ha eletto tutta l'umanità. Il luogo e il segno privilegiato di questa elezione è la Chiesa, ma la Chiesa, come il suo fondatore Cristo, è nel mondo la rivelazione del significato ultimo e definitivo di tutta l'umanità. La Chiesa non è tutto il mondo, nemmeno è la negazione del mondo, essa è invece quella parte del mondo che raccoglie e manifesta in modo completo e organico tutta la grazia di cui sono beneficiari gli uomini, sia quelli che stanno nella Chiesa come nella loro comunità propria, sia quelli che marciano verso di essa con speranza e buona volontà, sia quelli che si allontanano da essa, ma pur sempre raggiunti dall'amore del Signore.

    Il cristiano e una nuova ottica

    Porci dall'angolo della fede significa pertanto capovolgere i termini del problema. Il credente non sta più di fronte a dei lontani di cui misura la distanza e i confini, ma sta, in comunione con la umanità di Cristo, al centro di tutta la esistenza umana, per cogliere le disponibilità, per svilupparne le speranze, per superarne le angosce, per produrre salvezza e significarne la portata anche al di là della storia. Che questa centralità di presenza sia resa esplicita dalla Chiesa, anche nel modo con cui essa è istituzione, non significa che l'umanità intera sia fuori dell'area della grazia:

    «Dove esiste l'esperienza esistenziale umana, là il mistero della salvezza è concretamente presente e attivo, prima ancora che esista il problema di avvicinarsi alla Chiesa e prendervi parte. È questo il mistero ineffabile e anonimo che la riflessione umana, la filosofia e la letteratura tentano di suggerire senza forse saperlo. Infatti soltanto l'interpretazione della parola profetica, rivelazione - parola di Dio, potrà svelare all'uomo il senso intimo di questo mistero dell'esistenza umana. In ogni caso, l'atteggiamento concreto che noi prendiamo davanti alla realtà, che ci circonda, e soprattutto davanti all'uomo, nostro fratello, è già un sì o un no al mistero della salvezza, detto in piena o in minima coscienza. Ciò significa che per noi cristiani, l'appartenenza alla Chiesa non è una sovrastruttura edificata al di sopra della nostra vita quotidiana, al di sopra del nostro atteggiamento verso i nostri fratelli, cristiani o non cristiani: è in tutte queste relazioni che la nostra qualità di cristiano dovrà apparire esplicitamente» (E. Schillebeeckx).

    Nella chiesa

    Il fatto che già nelle relazioni della vita concreta esistono il sì e il no della salvezza ci conduce all'affermazione conseguente che gli uomini i quali vivono al di fuori della Chiesa-istituzione, anch'essi, assumono quotidianamente delle opzioni positive e negative nei confronti del Vangelo. In questo senso il contatto con la Chiesa non è il fattore determinante. Il primo fattore determinante è il sì che essi assumono di fronte al mistero della chiamata di Dio, espresso quasi sacramentalmente nei valori evangelici o in quei valori umani che il Vangelo ha rivelato come capaci di avvicinarci alla umanità di Cristo.
    Il fattore determinante che ha portato Zaccheo alla salvezza è la sua concreta decisione di vivere povero e di amare i poveri, facendo giustizia. Senza questa opzione fondamentale, egli non avrebbe potuto entrare nell'area della pace (Shalom) di Cristo, anche se lo avesse per caso seguito in modo quasi istituzionale. Giuda era nella istituzione, ma senza opzione evangelica. Per la stessa ragione occorre dire che la persuasione del giovane ricco di appartenere al popolo della promessa non gli è servita affatto a comprendere e a far sua la proposta di Cristo.
    È evidente perciò che l'istituzione-Chiesa deve avere una sua fedele coerenza con questa effettiva opzione di salvezza. L'istituzione è il luogo della salvezza, il segno della salvezza. Ma un segno senza realtà è una ipocrisia.
    Tutto ciò ci deve far evitare l'errore di dividere il mondo in due gruppi di persone: coloro che appartengono alla Chiesa, i cristiani, e quelli che non appartengono alla Chiesa, i non cristiani. Ci sono dei veri cristiani fuori delle chiese cristiane e ci sono, nella Chiesa di Cristo, non pochi cristiani appena appena di nome.

    OPZIONI DI SALVEZZA FUORI DELL'ISTITUZIONE

    Questo giudizio non indebolisce il valore unico della Chiesa, ma relativizza qualche idea troppo assoluta che finora abbiamo avuto. Il nostro pensiero sulla Chiesa deve ricondurci alle sue giuste proporzioni. Se la Chiesa non è il mondo, è anche vero che essa non è la negazione del mondo.
    Se io sono un giovane militante cristiano, ciò non vuol dire che non esiste all'infuori della mia militanza (o impegno) un altro modo di rispondere alla chiamata del Signore.
    Ciò che la Chiesa ci offre esplicitamente è già implicitamente all'opera nell'insieme della vita umana. La Chiesa manifesta, proclama e celebra nella gioia riconoscente la dimensione profonda di ciò che, per la grazia stessa di Dio, si compie nel mondo.
    Pertanto riferire la vita di un gruppo pastorale giovanile al mondo di tutti i giovani è l'essenza stessa del gruppo, poiché la Chiesa non può esistere senza questo riferimento al mondo. La Chiesa è il mondo che diventa se stesso. Tutte le volte che nell'incontro con i non credenti i cristiani scoprono e realizzano insieme un mondo di giustizia, di amore e di pace, essi non rivelano nulla di proprio se non la esplicita riconoscenza (eucaristia) per quello che sta succedendo.
    Il passo evangelico che può essere assunto come base di questa pastorale è il cap. 25 di Matteo.
    Nel mondo giovanile che vive oggi fuori delle linee istituzionali della Chiesa esistono delle opzioni profonde ed esistenziali che si traducono benissimo nella casistica della parabola escatologica di Gesù.
    * Ci sono coloro che danno da mangiare a quelli che hanno fame. Ci sono coloro che danno da bere agli assetati.
    * Ci sono coloro che accolgono i pellegrini.
    * Ci sono coloro che vestono i nudi.
    * Ci sono coloro che visitano gli ammalati e i carcerati.
    * Ci sono coloro che hanno una vita così disponibile da accogliere tutti a cominciare dai più piccoli.
    I giovani che partecipano in qualche modo a queste categorie evangeliche sono già sulla strada di Cristo. Manca loro l'annuncio escatologico, che è appunto l'annuncio del valore definitivo della loro scelta; non sanno scorgere in maniera esplicita i segni del Regno che arriva e in particolare non sanno che la ragione ultima del loro amore è la divinizzazione dell'uomo attraverso l'adozione ad essere figli di Dio in Cristo.
    Questa zona d'ombra della loro scelta cristiana esige e comporta una evangelizzazione esplicita da parte della Chiesa. Ma una evangelizzazione esige non solo l'indicazione di un significato ma la presenza di questo significato nella realtà stessa dell'annuncio. Una comunità cristiana che è in grado di spiegare didascalicamente il significato ultimo dell'amore umano, che sa indicare la fine di tutto nel principio del Regno, ma poi non ama effettivamente, non realizza i valori del Regno in termini storici, questa comunità cristiana non solo è una bestemmia di incoerenza, ma potrebbe anche togliere alle stesse scelte umane quel tanto di profetico che esse già posseggono.

    Il senso dell'istituzione

    Bisogna pertanto rendersi conto che Cristo non ha negato valore alla istituzione, alla struttura religiosa, ma ha affermato questo valore come dato vitale. L'istituzione della Chiesa è la risultante di una opzione fondamentale che comprende la vita dei cristiani, essa non è più una sovrastruttura sociale con compiti di difesa, ma il modulo storico di una vita evangelica. È probabile che l'attuale generazione arriverà alla Chiesa non attraverso una semplice adesione o integrazione sociale, ma attraverso la invenzione di un modulo di vita che ha appunto come termine la comunità. Non è la struttura che fa difficoltà ai giovani, ma il modo con cui questa struttura è tutt'altra cosa di ciò che vuole essere. In altre parole la Chiesa deve essere pronta a praticare ciò che insegna, deve continuamente riformare se stessa nella vita, nelle strutture, nella fedeltà al regno e nella preparazione alla sua venuta. «In quanto fraternità del Cristo di Dio, essa è la primizia di un mondo libero dall'empietà e dalla barbarie e - d'altra parte - solo a queste condizioni essa può diventare la comunità messianica di Cristo. Solo quando sceglie liberamente di far suo il gemito di tutto il creato asservito in schiavitù, la comunità cristiana diventa sacramento della speranza di Dio per il mondo» (Moltmann). A questo punto sarà bene tener conto, proprio in vista di coloro che stanno cercando nella Chiesa una speranza nuova, il fatto che la Chiesa stessa è una struttura semplice. Dal punto di vista teologico la comunità cristiana non può essere una istituzione complessa.
    Una buona parte delle nostre istituzioni sono secondarie rispetto all'essenza stessa del cristianesimo. La loro «secondarietà», qualora fosse messa al primo posto, potrebbe anche nascondere la fisionomia fisiologica della Chiesa, che è una fisionomia profetica.
    Ad esempio il sacramento del matrimonio celebrato con tutte le regole canoniche, ma senza autentica partecipazione e contributo della comunità potrebbe veramente nascondere e far dimenticare l'essenza del sacramento di Cristo che è la comunione fra tutti i suoi membri, in particolare fra i due che iniziano una esperienza di dono totale.
    Il Papa, i vescovi, le parrocchie, le curie, gli stati religiosi, i gruppi cattolici o s'innestano sulla struttura fisiologica della Chiesa o possono diventare un motivo in più per una prassi cristiana fuori della istituzione. Questa struttura fisiologica della Chiesa, che a un attento esame appare pienamente rispondente all'impegno laico di tanti giovani, è riducibile a due soli elementi essenziali:
    la comunione (koinonia),
    il servizio (diakonia).
    La stessa istituzione ha ragione di essere, solo in vista di queste due funzioni fisiologiche della Chiesa.
    Il ministero sacerdotale, ad esempio, dalla sua più piena espressione fino al prete che vive in una piccola comunità di periferia, è destinato ad animare la comunione e quindi la fraternità dei credenti al servizio della fraternità del mondo.

    Ciò che fa problema

    A molti giovani questo processo non sembra così evidente. Essi temono che la ragione unica del ministero sia la conformità e la integrazione sociale dei credenti nel gruppo. E pertanto assimilano questo aspetto della Chiesa a tante forme di potere, oggi diffuse nel tessuto della vita civile.
    Essi rifiutano il sacramento proprio perché il segno di esso rimane troppo legalistico, individuale, quasi magico, manca quel segno di quella novità che essi stessi cercano di ricomporre, allorché vivono in un gruppo spontaneo alla periferia della vita parrocchiale o comunque della chiesa-istituzione.
    I sacramenti della liturgia o hanno come retroterra il grande sacramento della comunione e della diaconia cristiana o vengono rifiutati come «segni convenzionali di un potere».
    In questa struttura semplice i giovani che vivono ai margini della Chiesa, pur sviluppando nel loro seno un complesso di valori già cristiani, cercano una radicalità e una relativizzazione.
    La radicalità è quella dell'amore cristiano (vera agápe), del dono gratuito della riconciliazione che è la radicalità dell'amore eucaristico, e la relativizzazione di tutto ciò che ha ragione di essere solo al servizio dell'amore.
    Sovente i due termini si scambiano: diventa relativo l'amore e il dono gratuito, diventa invece radicale l'ordine canonico, la struttura esterna. In questo caso può succedere quanto già avviene: che la riforma della Chiesa invece di percorrere tutte le arterie della comunità ecclesiastica, finisce invece in periferia, nella costituzione di altre chiese e di altre comunità, con il grave rischio di una riduzione del cristianesimo a mero fatto politico. Non accettare all'interno della istituzione dei punti di riferimento nuovi che siano in grado di pilotare la riforma della stessa istituzione, sia pure con la scomodità che questi comportano, può condurre questo momento ecclesiale a due strane situazioni: la fuga delle strutture dalla comunità autentica fondata sull'amore e sulla fede, e la fuga dei gruppi giovanili dalla linea costante dei sacramenti e della unità ecclesiale. Una struttura senza amore non è la Chiesa e un'amore che non si fa sacramento e preghiera non può durare a lungo.
    Può darsi che la Chiesa di oggi abbia bisogno della conversione dei giovani al senso di concretezza e di impegno. Questa conversione che non è ancora completamente ecclesiale sembra ripetere la storia di una umanità che ritorna al Padre per cominciare da capo, mentre forse il fratello maggiore troppo presuntuoso delle proprie sicurezze strutturali e domestiche non comprende il senso della nuova profezia che arriva in casa, pur partendo da molto lontano.