Ufficio Liturgico di Torino
(NPG 1971-01-41)
La Chiesa di Torino vive, con profondo impegno e notevole sensibilità pastorale, la spinta in avanti che il Concilio ha impresso alla vita liturgica.
A titolo di testimonianza e come esempio significativo, pubblichiamo questo Documento, ufficiale per la Diocesi (e quindi relativo solo ai destinatari immediti: non trasferibile altrove soggettivamente, nelle parti disciplinari), nato da una lunga sperimentazione, sulla linea della Istruzione del 15 maggio 1969. Ci sono molte annotazioni di carattere dottrinale che meritano un'attenta riflessione, anche per una traduzione nella prassi pastorale.
Specialmente, per citare qualche esempio, il rapporto tra celebrazione eucaristica e vita del gruppo; la necessaria e urgente integrazione tra gruppo e comunità locale; lo spazio di creatività all'interno della celebrazione e la percezione di un «dono» dato; il rapporto tra carattere sacro da conservare nella celebrazione e alcune esteriorità modificabili.
E in generale, lo spirito e lo stile del Documento: non è un lungo elenco di norme né un codice di abusi da evitare, ma una guida autorevole, per la riflessione e la promozione di questa attività ecclesiale, aperta ad un progressivo arricchimento, mediante l'esperienza di coloro che vivono dentro la realtà quotidiana.
Conserva quindi una carica significativa, anche dopo la promulgazione della Istruzione del 5 settembre 1970, la quale si preoccupa soprattutto, in un momento preciso della vita della Chiesa, di indicare i pericoli insiti in una pratica non sufficientemente appoggiata alla riflessione teologica.
(Il testo che pubblichiamo è tratto dalla «Rivista Diocesana Torinese» dell'agosto 1970)
Le messe di gruppo costituiscono ormai un fenomeno abbastanza diffuso anche nella nostra diocesi e meritano un'attenzione particolare da parte dei responsabili della Liturgia: la stessa Congregazione per il Culto ha emanato in proposito una Istruzione in data 15 maggio 1969 [1]. Si tratta di celebrazioni organizzate in circostanze particolari, per un numero piuttosto ristretto di partecipanti uniti da un qualche vincolo particolare che può essere di natura assai varia, nell'ambito di un contesto specificamente cristiano.
Sono le messe in occasione di ritiri, giornate di studio, campeggi, riunioni di associazioni e gruppi spontanei; messe di quartiere, in case private, in piccole comunità, presso ammalati, ecc. [2].
In realtà l'espressione «messe di gruppo» può riferirsi a situazioni, occasioni, persone molto diverse.
La messa per un gruppo particolare si qualifica come tale soprattutto in contrapposizione con le messe «normali» d'orario, sia domenicali che feriali, con le messe per assemblee indifferenziate e generiche, come anche con le messe che potremmo dire «di massa».
Queste celebrazioni sono un frutto del rinnovamento liturgico: la loro esistenza e diffusione – come pure la problematica nuova che hanno sollevato – è strettamente legata a taluni principi fondamentali della riforma stessa, soprattutto a quelli della partecipazione attiva, della natura comunitaria della Liturgia e della centralità dell'Eucaristia.
La riscoperta della messa come «centro di tutta la vita cristiana» [3] ha condotto a valorizzarne maggiormente la celebrazione in tutte le occasioni legate a qualche circostanza o situazione particolare di impegno cristiano da parte di molti gruppi particolari di varia natura, consistenza e stabilità.
D'altra parte molti, specialmente giovani, manifestano chiaramente la loro preferenza per messe celebrate in piccoli gruppi più o meno omogenei e affiatati, perché questo consente loro una autentica esperienza di Chiesa come «comunità» di credenti uniti nella carità e facilita, anzi in certo modo esige, la partecipazione attiva di tutti.
È un fatto che nelle messe per gruppi particolari queste due dimensioni della comunione tra i presenti e della partecipazione di ognuno vengono molto più evidenziate che nelle messe, diciamo così, comuni. I legami e le affinità più o meno forti che uniscono questi gruppi già prima e indipendentemente dalla celebrazione eucaristica, la reciproca conoscenza tra i membri del gruppo stesso, il numero ristretto delle persone che lo costituiscono, favoriscono certamente una esperienza di carità più concreta, fondata sui rapporti umani preesistenti o stabiliti in forza della celebrazione stessa.
D'altronde, siccome le messe per gruppi particolari implicano normalmente una scelta personale ben precisa da parte di chi le propone o le decide, esse esigono di per sè un maggior impegno di preparazione e di partecipazione.
Di fatto – e senza pregiudizio delle disposizioni personali – la messa d'orario, proprio perché quotidiana e in certo modo istituzionalizzata, è una cosa che va da sé: si guarda il calendario, ci si veste e «si dice messa» come al solito, con la partecipazione più o meno attiva di quelli che si trovano in chiesa; pochi o molti, qualcuno c'è sempre. Si celebra o si va a messa «perché c'è messa» a quell'ora.
Invece nell'ambito dei cosiddetti gruppi particolari il fare o no la messa perlopiù dipende dalla decisione del gruppo stesso come tale o dei suoi responsabili; decisione che dovrà avere una qualche motivazione più o meno esplicita e che, per diventare operativa, richiederà tutta una serie di determinazioni pratiche sulla scelta del luogo, del tempo e delle modalità della celebrazione stessa.
Tutto ciò conduce insensibilmente il gruppo – e gli individui che ne fanno parte – a prendere più chiara conoscenza del significato che la messa riveste per loro, concretamente, nonché del valore e della funzione di ciascuno degli elementi che entrano nella celebrazione eucaristica: dall'atteggiamento fondamentale di fede e carità, ai testi delle letture e orazioni, ai gesti rituali, fino alla suppellettile e alle vesti del celebrante. La partecipazione «piena, consapevole e attiva» [4] alla Liturgia esige non soltanto che tutto ciò abbia un senso in sé, ma anche che questo senso sia percepito, fatto proprio e vissuto dall'interno – non subìto più o meno acriticamente – da parte della assemblea (o del gruppo) celebrante.
Così, le messe per gruppi particolari hanno portato molti a prendere coscienza di una problematica nuova già sollevata – su un piano generale – dalla Costituzione sulla Liturgia (art. 37-40): la necessità dell'adattamento.
Problema delicato e complesso, ma problema reale e imprescindibile che non si risolve certo ignorandolo.
La Liturgia non può ridursi a pura e semplice esecuzione di gesti rituali prestabiliti e perfettamente definiti per se stessi, ma deve essere una celebrazione viva, compiuta da un'assemblea concreta e composta da determinate persone inserite in un determinato contesto di cultura generale e di circostanze particolari.
Una messa in campeggio non è esattamente come una messa in cattedrale; il comportamento d'insieme di una grande assemblea eterogenea, il tipo di rapporti interpersonali che vi si stabilisce, non è il comportamento di un piccolo gruppo di amici affiatati; trovarsi casualmente alla stessa messa domenicale e celebrare insieme l'Eucaristia nel corso di un ritiro tra studenti o tra operai, non è la stessa cosa.
Dovrà trattarsi, in ogni caso, di un gesto di fede; dovrà essere, in ogni caso, segno di carità; dovrà avere, in ogni caso, il carattere proprio di una celebrazione rituale del Memoriale di Cristo; ma tutti questi valori di fondo possono essere vissuti in modo diverso a livello di gesti concreti nel corso di celebrazioni differenziate.
Se un minimo di adattamento è necessario in qualunque celebrazione – anche in quelle più normali e abituali –, è certo che questa esigenza è particolarmente sentita quando si tratta di messe per gruppi particolari. Non perché questi gruppi si pongano quasi per principio su una linea di contestazione, e neppure per il semplice gusto del nuovo e del diverso, ma perché il loro interesse più cosciente, la loro partecipazione più personale e attiva, il loro desiderio di autenticità li portano necessariamente a ricercare e ad attuare delle modalità di celebrazione corrispondenti alla loro cultura, mentalità e situazione concreta. E tutto questo è perfettamente legittimo, anche se comporta non poche difficoltà pratiche.
In realtà, una certa leggerezza, presunzione e mancanza di senso ecclesiale si rivelano non di rado nella scelte concrete che si fanno in occasione e nell'attuazione di messe di gruppo.
La necessità dell'adattamento e la ricerca dell'autenticità possono facilmente portare a soluzioni unilaterali e inadeguate, qualora non ci sia nei responsabili della celebrazione una solida ed equilibrata formazione teologica, insieme con una profonda sensibilità pastorale ed una buona dose di quella prudenza umana e soprannaturale che fa percepire tutti gli aspetti e le conseguenze di determinati problemi e comportamenti. Anche in questo campo, come in tanti altri, bisogna diffidare degli slogans (da qualunque fonte provengano), dei giudizi affettati e delle soluzioni prefabbricate o troppo radicali.
Soprattutto sembra che molti errori, abusi e inconvenienti sarebbero evitati qualora si tenessero presenti alcuni principi fondamentali e complementari tra di loro, che costituiscono dei punti di riferimento essenziali per qualunque celebrazione eucaristica.
NON SEMPRE LA MESSA È LA COSA PIÙ OPPORTUNA
A volte c'è un vero abuso della messa, che viene inserita quasi a forza in ambienti non preparati o in momenti non adatti. La messa non è un «passe-partout» che va bene sempre e per tutte le occasioni; può anche rappresentare – in modo più o meno cosciente – la soluzione di facilità che consiste nel prendere un rito già bell'e fatto per non dover studiare un'altra soluzione più adatta al caso [5].
Essendo per eccellenza il sacramento della fede, la messa ha un senso solo quando c'è un sufficiente contesto di fede nei partecipanti.
Nel quadro d'insieme dell'attività pastorale la partecipazione all'Eucaristia costituisce piuttosto un punto di arrivo che non un punto di partenza; ed è certo che parecchi dei gruppi in questione (e dei fedeli in genere...) si possono trovare ad un livello di fede più «catecumenale» che non cristianamente matura.
Non è neppure onesto servirsi della messa come occasione per intavolare un discorso religioso o per incontrare determinate persone, e così via...[6]. Occorre tener presente che ci sono tante altre forme di preghiera e che a volte possono essere pastoralmente più utili che non la messa.
È LA FEDE CHE FA LA COMUNITÀ CRISTIANA
Questo vuol dire due cose: di per sé basta la fede come elemento comune perché si possa costituire una vera assemblea liturgica; e, d'altra parte, nessun gruppo di amici, per quanto unito, costituisce di per sé una comunità «cristiana», finché la loro amicizia umana non si trasforma in carità soprannaturale fondata sulla fede.
«Comunità» è una parola che nell'uso corrente assume molteplici significati: diciamo, in modo generico, che può ammettere varie modalità e gradi di realizzazione [7]. E sarebbe un errore considerare un solo tipo di comunità come soggetto adeguato e ideale dell'azione eucaristica, escludendo per principio tutti gli altri.
La messa deve avere carattere comunitario sia quando è celebrata in piazza per una grande folla, sia quando è celebrata in casa presso una famiglia; ma nell'un caso come nell'altro deve essere un sacramento della fede, anche se – essendo le due «comunità» molto diverse – sarà diverso il modo della loro coesione e unità (e quindi anche il loro modo di esprimersi nel rito).
CATTOLICITÀ DEI GRUPPI PARTICOLARI
Ogni assemblea eucaristica – piccola o grande – è sempre un «segno» della Chiesa e deve tendere quindi ad esprimerne il più compiutamente possibile la natura e le caratteristiche.
Si tratta – come già detto – di una realtà di ordine soprannaturale, fondata sulla fede, unita nella carità e gerarchicamente organizzata. Un organismo nuovo, di cui Cristo è il capo e tutti i fedeli, sparsi nel mondo intero, sono le membra.
Ogni assemblea eucaristica particolare diventa manifestazione della Chiesa locale e universale nella misura in cui è in comunione con essa e nella misura in cui ne riproduce le strutture essenziali.
Per cui non è pensabile una messa senza il ruolo specifico del sacerdote quale segno di Cristo, capo della Chiesa, e tramite di comunione con il Vescovo, dal quale «è diretta ogni legittima celebrazione dell'Eucaristia» [8].
Anche i più ristretti e ben caratterizzati gruppi particolari devono essere «cattolici», cioè armonicamente inseriti nel corpo ecclesiale locale e universale, aperti ai problemi e alla sensibilità di altri gruppi, disposti a seguire le norme disciplinari comuni, il cui scopo è appunto di favorire l'unità nella vita ecclesiale pur nel rispetto delle legittime diversità.
Ogni messa che venisse celebrata in situazione di polemica, di divisione e di rottura con il Vescovo o con la comunità cristiana più vasta in cui si è inseriti, sarebbe per ciò stesso un controsenso.
LA MESSA NON E UNA PREGHIERA PRIVATA MODIFICABILE A PIACIMENTO
È un «rito della Chiesa», risalente in ultima analisi a Cristo stesso, che si articola, fin dai primissimi secoli, in due momenti essenziali e tra loro coordinati: la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica. Questa struttura di fondo è un dato di Tradizione, altamente significativo dal punto di vista teologico, che va rispettato in ogni caso.
L'Eucaristia propriamente detta deve essere sempre preceduta dalla Liturgia della Parola, nel contesto di una celebrazione unitaria.
soltanto un esempio per richiamare un principio di ordine più generale: come la fede parte dal riconoscimento della libera iniziativa divina di salvezza – anteriore ad ogni risposta umana –, così nei sacramenti della fede c'è un minimo di dati anteriori e superiori alla decisione dei singoli fedeli o dei singoli gruppi.
Si è liberi di celebrare o no la messa; non si è liberi di trasformarla come si vuole nei suoi elementi essenziali.
La difficoltà sta a volte nello stabilire che cosa è essenziale o meno, in vista del necessario adattamento di cui si parlava sopra; e in questo caso la prudenza richiede che non si agisca affrettatamente e da soli, ma che si cerchi – insieme con i diretti interessati, i responsabili e i competenti – la soluzione adeguata per contemperare la duplice esigenza della fedeltà da una parte e dell'adattamento dall'altra.
SALVAGUARDARE IL CARATTERE «SACRO» DELLA CELEBRAZIONE
La messa non è soltanto il rito umano del mangiare assieme, ma un gesto prettamente religioso (in cui cioè il rapporto con la Divinità è determinante) e specificamente cristiano (il cui valore profondo, cioè, può essere capito e vissuto soltanto nel contesto interpretativo della fede cristiana).
Ogni celebrazione eucaristica deve esprimere anche esternamente – la Liturgia è fatta di segni – questo suo carattere di «azione sacra». L'elemento propriamente rituale (caratteristico di questa azione particolare) non può essere semplicemente soppresso riducendo la celebrazione ad un'azione comune e banale, libera da qualsiasi regola direttiva: occorre che nel suo svolgimento, come nella scelta del luogo e del momento, dell'arredamento e della suppellettile necessaria, come nell'atteggiamento e comportamento dei partecipanti, venga manifestata in qualche modo la coscienza del valore sacramentale proprio della messa. È necessario un certo «stacco», per cui la messa appaia come un'azione a sé, ben definita e caratteristica, pur nella continuità di fondo con la vita quotidiana e le azioni comuni.
È difficile precisare in che cosa deve consistere questo stacco, senza cadere in formalismi e determinazioni aprioristiche ingiustificate: è soprattutto una questione di sensibilità al senso profondo (e spesso inconscio) che acquistano i gesti umani dal momento in cui sono vissuti in determinate circostanze.
Bisogna tenere il giusto equilibrio tra il formalismo inerte di una celebrazione troppo staccata dalla vita e dalla cultura di chi vi partecipa, e lo svuotamento del senso teologico del mistero eucaristico attraverso modalità di celebrazione troppo banali, ordinarie e scialbe.
ALCUNE INDICAZIONI PRATICHE
(Seguono alcune indicazioni operative. Ne riportiamo solo qualche accenno, perché esse sono utilizzabili solo dai destinatari immediati).
♦ Nella Liturgia della Parola la componente essenziale e caratterizzante è la lettura della Bibbia, che non può essere sostituita dalla lettura di altri testi o documenti.
Inoltre si tenga presente la natura «rituale» – e quindi simbolica – dell'azione che si sta compiendo: proprio per questo il sacerdote, in forza del mistero apostolico che gli è affidato dalla Chiesa e nella Chiesa, ha il ruolo preminente – se pure non esclusivo – anche nell'annuncio della Parola di Dio.
Nelle messe di gruppo può essere consentita, perché utile e formativa, la cosiddetta omelia dialogata, purché si mantenga sul piano della riflessione sulla Parola di Dio, non si trasformi in dibattito o in discorso polemico, e sia sempre guidata dal celebrante [9].
♦ Alla domenica, e nelle «solennità» e «feste», i testi (letture e preghiere) devono essere normalmente quelli propri del giorno; negli altri giorni possono essere scelti in base alle particolari circostanze, in modo da dare a tutta la celebrazione un tono unitario e corrispondente al contesto vitale del gruppo, tenendo presente il valore catechistico dei testi scelti in base alla situazione di fede del gruppo interessato.
Ma bisogna evitare l'eccessivo soggettivismo e particolarismo che facilmente si verificano quando il gruppo prende se stesso come criterio determinante – se non unico – di scelta: si rischia di dimenticare certi aspetti del mistero cristiano che non hanno forse una immediata e forte risonanza emotiva per quel gruppo, ma che pure sono essenziali all'equilibrio della fede e della vita cristiana.
Per questo, molte volte – anche al di fuori delle domeniche e delle feste – potrà essere più utile adeguare la propria preghiera ai testi del giorno, anziché viceversa, specialmente quando la messa di gruppo venga celebrata con una certa regolarità.
CONCLUSIONE
Nella nostra civiltà di massa l'individuo si perde facilmente nell'anonimato della società generica, del «grande gruppo» di cui fa parte; mentre i valori personali e comunitari vengono evidenziati e vissuti più profondamente nell'ambito di gruppi ristretti, in cui più facilmente si esplicano rapporti veramente umani.
Così, i gruppi particolari possono costituire il tramite migliore fra il singolo e la società in genere, possono aiutare ognuno a sentirsi parte di un tutto organico (più vasto del gruppo stesso) e parte responsabile, entro certi limiti, della vita di questo «tutto».
Una vera esperienza di Chiesa non si fa tanto a partire dalla Chiesa universale, quanto dall'inserimento in una Chiesa particolare e concreta che trova il momento culminante della sua vita nella celebrazione eucaristica. Ora, ai nostri giorni – nell'organizzazione sociale di tipo urbano che si va ovunque instaurando – non è più la territorialità l'unico criterio che possa definire le Chiese particolari, specialmente a livello infradiocesano; anzi spesse volte questo criterio si rivela assolutamente inadeguato. Fermo restando il concetto unitario della Chiesa locale come Diocesi, sotto la diretta responsabilità del suo Vescovo, è certo che la parrocchia, per quanto necessaria, non è l'unica sotto-unità vitale possibile, e non sempre le manifestazioni di vita ecclesiale a livello parrocchiale sono le più efficaci dal punto di vista pastorale.
In particolare, per quanto concerne la messa, sembra confermato dall'esperienza pratica che molti giungono a comprenderla ed a viverla meglio proprio attraverso la celebrazione in piccoli gruppi.
E se questi gruppi non si trasformano in «chiesuole», non si chiudono in se stessi, ma restano aperti all'insieme della comunità ecclesiale – come richiede un autentico spirito cristiano –, l'esperienza di celebrazioni «più vive» nel loro ambito ristretto potrà condurli a farsi a loro volta animatori di messe «più vive» anche nell'ambito della comunità parrocchiale.
Per questo bisogna evitare, come norma, di organizzare messe di gruppo nei giorni in cui tutti i cristiani sono invitati all'assemblea eucaristica (domeniche e feste) e bisogna cercare di infondere in questi gruppi un vero spirito di servizio verso i fratelli più «poveri» di formazione e di possibilità.
Per cui i membri di questi gruppi, anziché rifiutare le messe parrocchiali, dovranno sentirsi impegnati a prestarsi, secondo le proprie doti, per creare le migliori condizioni di autenticità e partecipazione anche nelle messe per assemblee più grandi ed eterogenee, tenendo presenti le necessarie diversità in base alle diverse circostanze.
Le messe di gruppo possono dunque riuscire molto utili dal punto di vista pastorale: purché gli interessati, e specialmente i sacerdoti, sappiano apprezzarle, programmarle e celebrarle con equilibrio e senso di responsabilità.
NOTE
[1] Pubblicata in «Acta Ap. Sedis», 30 dicembre 1969, pp. 806-811; cfr. «Notitiae» n. 51, febbraio 1970, pp. 49-55 e «Liturgia» n. 76, 15 marzo 1970, pp. 163-170.
[2] Non s'intende parlare delle messe ordinarie nelle comunità religiose, che costituiscono un caso a parte con esigenze proprie.
[3] Istruzione generale del messale romano, n. 1.
[4] Costituzione sulla Liturgia, art. 12.
[5] «Si rifletta con diligenza se, tutto considerato, nei singoli casi sia pastoralmente opportuna la celebrazione eucaristica o se invece sia preferibile un'altra celebrazione religiosa» (Istruzione sulle messe per gruppi particolari, n. 1).
[6] Anche nel quadro delle celebrazioni parrocchiali normali si verifica spesso un certo abuso nel numero eccessivo e ingiustificato di messe domenicali e feriali... Ma è un discorso da tenere in altra sede.
[7] Non intendiamo addentrarci nella complessa questione circa le componenti essenziali della comunità e il valore preciso che questo termine può assumere nei vari contesti di studio (sociologia, teologia, politica, ecc.) e di parlar comune: è un problema ancora tutto da chiarire.
[8] Costituzione dogmatica sulla Chiesa, art. 26.
[9] La situazione è diversa nelle grandi assemblee parrocchiali, ove l'intervento di laici nell'omelia può essere fonte di vari inconvenienti (tempo, preferenze personali, ecc.) e quindi è da sconsigliare.

