Giampaolo Redigolo
(NPG 1971-03-90)
Tra gli operatori pastorali a volte può succedere non si sappia apprezzare un particolare strumento come sussidio solo perché non si riesce a vederne l'utilità pratica in riferimento agli obiettivi educativi che si vogliono raggiungere: formazione umana, religiosa, missionaria, ecc. Anche perché, si pretende dal sussidio una scoperta indicazione pastorale, lo si intende come uno strumento puro e semplice di propaganda apostolica, senza pensare che tra propaganda, annuncio e formazione alla fede c'è la stessa differenza che è facilmente riscontrabile tra proselitismo e missione, tra fariseismo e cristianesimo autentico.
L'efficacia dell'intervento pastorale non sarà mai frutto di un fattore tecnico: parole, sussidi, interventi vari. È la vita, che con la sua concretezza di scelte e la correttezza degli obiettivi che si propone di raggiungere, testimonia della verità di quello che siamo chiamati ad annunciare. E questa osservazione è tanto più vera quando ci si riferisce agli adolescenti o ai preadolescenti, incapaci come sono ancora di cogliere la forza dei ragionamenti e interessati come sono ai «fatti» concreti, agli episodi autentici.
Uno dei momenti della pedagogia del ragazzo è la «pedagogia dell'eroe». Al ragazzo i valori piacciono incarnati, realizzati: vuole sapere come va a finire e perché va a finire in una certa maniera chi sceglie una particolare visione di vita. Il classico «esempio che trascina» non è tanto un avvenimento morale, ma è un fenomeno esistenziale: si verifica prima a livello dei valori, delle scelte di vita che a livello dei modi e degli atteggiamenti per raggiungerle.
L'eroe per il ragazzo sta a mezzo tra la fantasia e la realtà e lo attira appunto per questo: deve essere abbastanza lontano da non essere raggiungibile con le sue misure normali, ma deve essere anche tanto
concreto da poterlo suggestionare emotivamente e operativamente. Non «fumetto» ma «ideale» (senza evidentemente le componenti razionalistiche, fantastiche e mistificatrici che molte volte a questo termine sono state date, svuotandolo dal suo contenuto di «esperienza qualificata», vissuta ed eccezionale).
UNA RIVISTA PER PREADOLESCENTI
Mi permetto di presentare un altro sussidio all'attenzione degli operatori pastorali impegnati con i preadolescenti e, per certi aspetti, anche a quelli impegnati con gli adolescenti, analizzandolo proprio da questo particolare punto di vista: la pedagogia dell'eroe.
Si tratta della rivista mensile RAGAZZI DUEMILA, edita a Torino dalla S.E.I. (P.za Maria Ausiliatrice, 9). Interessa una rosa di lettori compresi tra gli 11 e i 16 anni. La cosa non meravigli. La stampa per questa frangia di ragazzi è molto scarsa, se si eccettuano i fumetti, e per quanto riguarda il settore della prima adolescenza è pressocché inesistente. Senza dire che RAGAZZI DUEMILA è articolato in maniera tale da rendersi accettabile anche da ragazzi sui 15-16 anni e oltre. Accanto infatti ai fumetti – scelti con una certa cura e intelligenza – ci sono articoli di netto impegno: di politica estera (Oblò sul mondo), di dibattito impegnato su problemi attuali (Club Duemila). Il resto degli ingredienti è di più facile consumo: articoli sportivi, fenomeni dello spettacolo, avventure, film, giuochi, umorismo, ecc. Una netta colorazione scolastico-formativa ha l'inserto di 16 pagine, al centro della rivista, ad argomento unitario: una ricerca vivace e documentata che insegnanti e allievi hanno ripetutamente dimostrato di apprezzare.
Pur avendo questi settori un netto interesse pastorale per la maniera con cui sono redatti, penso sia utile considerare particolarmente quel servizio della rivista intitolato «Il campione» per la sua chiara – e quindi utilissima – scelta di campo pedagogica.
I CAMPIONI DELL'ANNATA 1970
Il campione è quell'eroe, concreto pur nella sua carica ideale, di cui il ragazzo tanto si interessa. Per limitarci all'annata 1970, RAGAZZI DUEMILA ha presentato ai suoi lettori una galleria di personaggi comprendente Teresa dei poveri, Don Gnocchi, il questore Nardone, il missionario Padre Invernizzi, l'inventore del radar Watson-Watt, quello della televisione Baird, il dottor Nagai vittima della bomba atomica a Nagasaki, il dottor Schweitzer, Beethoven e John F. Kennedy.
L'elenco offre già lo spunto per alcune considerazioni: «eroe» non è soltanto colui di cui tutti parlano (Kennedy, Beethoven) ma anche qualche oscuro personaggio di cui si parla poco ma che «vale» molto (Teresa dei poveri, P. Invernizzi); «eroe» è colui che dimentica se stesso per gli altri: la «causa» per cui questi personaggi si battono non è una cosa pura e semplice (nemmeno per gli «inventori»), non è nemmeno un ideale astratto a sfondo filantropico, tantomeno un'ideologia. Sono le persone, è l'uomo condizionato da una particolare sofferenza. La scelta di questi campioni è una scelta di «servizio»: ecco quindi angolata l'esperienza di Schweitzer e di Teresa dei poveri, spiegato il perché delle scelte di don Gnocchi e di Padre Invernizzi, le ricerche di Watson-Watt e di Baird, la lotta del questore Nardone, cui anche i delinquenti devono voler bene; ecco rivalutate le grandi esperienze di dolore umano (Nagai, Beethoven) come lezione di donazione (il dolore come donazione è l'aspetto più difficile da capire per il ragazzo e solo un certo tipo di testimonianza lo può illuminare su un fenomeno tanto «dirompente» anche per un adulto).
La lettura di questi profili si concluderà forse con una netta impressione di «orizzontalismo», di «terrenismo» interessante ma, a prima vista, poco ossigenato di componenti soprannaturali. Senza voler entrare in merito alla questione se la fede nell'uomo escluda o implichi necessariamente la fede in Dio, la galleria di personaggi ha però una netta impronta «cattolica»: al di là delle etichette religiose, è l'amore al prossimo che li collega. In molti di loro poi questa scelta ha una precisa connotazione evangelica. Sarà questa traduzione concreta del soprannaturale in fatti che interesserà molto il ragazzo, più ancora della espressa dichiarazione di voto per Dio, operata da alcuni di questi campioni.
LE COMPONENTI DELLA PEDAGOGIA DELL'EROE
Tenendo sottomano questi profili è possibile ora far emergere alcune componenti della pedagogia dell'eroe che non sarà male ricordare, anche per non ridurre un certo tipo di intervento pastorale al «racconto di un fatto edificante» con lo scopo di tenere buoni gli allievi durante la scuola di religione o di occupare il tempo delle adunanze di gruppo, in cui non si sa mai che cosa fare.
♦ Una prima caratteristica dell'eroe è la sua calda umanità. È notevole l'attenzione di Teresio Bosco – autore di tutti i profili sopraccitati – per gli avvenimenti «caldi» della vita di questi campioni: la semplicità
piena di simpatia dell'attendente di don Gnocchi che, durante la ritirata di Russia, gli salva la vita; la delicatezza di Teresa dei poveri, sempre in compagnia della morte, a Calcutta; la rassegnazione lucida di Padre Invernizzi, cui la legge della foresta ruba i ragazzi che ha educato con tanti sforzi; la carne martoriata di Nagai, cui la leucemia toglie a poco a poco la vita ma non la carica della sua donazione, la forza del suo testimoniare, la sua fede nella pace dopo che la guerra gli ha rubato tutto. Il campione compie pochi gesti grandi, ma ne compie migliaia di piccoli: cresce ogni giorno, più come un fatto di coerenza che come un eroe di giornata: è un avvenimento di infinita pazienza, di infinita coerenza, di testardaggine, di forza di volontà. Baird è grande perché ha inventato la televisione o perché ha scelto di inventare la televisione al posto di un rasoio di vetro? Campione è chi riesce a dare grande valore alle piccole occasioni di ogni giorno. I profili di RAGAZZI DUEMILA rivelano questo.
♦ Il campione però non è un fenomeno di spontaneità operativa. Le sue scelte sono frutto di una visione del mondo, sono giustificate da motivi. Ogni eroe è un messaggio, composto di valori, di idee. Ecco quindi accentuato l'aspetto – meno «interessante» forse per i ragazzi a livello emotivo ma da sviluppare da parte degli educatori – del pensiero: la visione politica di Kennedy, i giudizi di Nardone sulla malavita, le attese di Beethoven, il concetto di «povero» in don Gnocchi e di «missione» in Padre Invernizzi. Il campione vale per quello che ha in testa oltre che per quello che fa sul piano dell'azione concreta e delle realizzazioni immediate.
♦ Il campione non è poi un fenomeno mitico: non è un divo, non è un «fumetto». La vita di questi personaggi ha anche delle componenti negative e il profilo lo mette in risalto: gli eroi fanno a volte delle scelte errate oggettivamente e soggettivamente. E questo significa che sono molto vicini, che sono reali, che non sono infallibili pur essendo campioni. L'imitazione diventa così non un fatto di esportazione pura e semplice di modelli e di scelte, ma diventa la comprensione di un certo tipo di vita: l'eroe non ha bisogno di fans che si vestano come lui e parlino con il suo stesso slang, ma ha bisogno di «discepoli» autentici, liberi. Il suo messaggio non è da ripetere pappagallescamente ma da sviluppare, da migliorare, da realizzare in tanti piani diversi.
Per questo le situazioni «rischiose» della sue esistenza – e sono i fatti che più attirano l'attenzione dei ragazzi – non son le occasioni per dimostrazioni di fegataccio. Il campione non è un marine sempre a contatto con il nemico: il campione è un coraggioso che il rischio fa
riflettere, che il dolore fa maturare, che il lavoro costruisce e non aliena. Kennedy è molto più «campione» nel momento della grande paura per la crisi di Cuba che durante le sue imprese nel Pacifico. Non si tratta di essere un eroe senza macchia e senza paura: si tratta di un uomo vero, che sente fino in fondo la paura e che può sbagliare, ma che non si rassegna, che accetta i suoi limiti senza rendersene schiavo.
EDUCAZIONE AL REALISMO CRISTIANO
Ed è su questa ultima linea l'altra grande lezione educativa pastorale che si può cogliere dai profili di RAGAZZI DUEMILA. Il campione non fa tutto, non fa miracoli. È perfettamente consapevole della sua fragilità, della sua incapacità: Teresa dei poveri vede che non tutti i poveri di Calcutta sono raggiungibili; Schweitzer si sente venir meno di fronte alle continue richieste di ricovero; Kennedy vede che la pace non dipende tutta e solo da lui; Padre Invernizzi costata ogni giorno la limitatezza della sua opera nei confronti degli indios. È questa «umiltà» che rende concreto il campione, che costituisce per il ragazzo un superamento del suo idealismo, del suo continuo confrontarsi con se stesso per dimostrare a se stesso che vale qualche cosa, della sua disperazione di fronte ai limiti che avverte ogni giorno.
Il campione non diventa un miraggio impossibile. Diventa un amico, fatto su misura, straordinariamente ricco ma anche coscientemente povero. Identificarsi con lui non sarà allora evadere, sarà costruirsi, autenticarsi.
Occorre solo aiutare il ragazzo a fare quest'opera di collegamento tra la sua esperienza e quella del campione, tra le sue realizzazioni che non lo soddisfano e quelle dell'eroe: rivelargli che si tratta di un amico. Impedire al ragazzo di mitizzare questi personaggi e aiutarlo a scoprire come tanta parte della sua vita sia sulla loro stessa linea nella misura in cui egli è ricco di umanità, è costante, è altruista, accetta i suoi limiti e si dona. Aiutarlo a scoprire come i campioni siano «segni» che l'uomo sta camminando verso la realizzazione piena delle sue massime aspirazioni: la libertà, la giustizia, la pace. Rivelargli come l'uomo stia camminando verso Dio e come di questa marcia i campioni siano i «portabandiera» carichi di promesse.

