Per la formazione della mentalità: l'assimilazione dei valori attraverso i modelli di comportamento



    Roberto Giannatelli

    (NPG 1971-05-42)

    Con questo studio iniziamo la terza parte della monografia: la ricerca di metodi educativi per facilitare il passaggio dal reale all'ideale (le mete educative).
    I suggerimenti prospettati sono condotti su tre linee, in coerenza a quella pastorale a tre dimensioni di cui si è parlato nella introduzione.
    Il primo settore (quello qui in oggetto) riguarda dal lato naturale la formazione di una mentalità mentre dal lato soprannaturale cura che questa mentalità sia una mentalità di fede. Coinvolge quindi, da una parte, tutti gli insegnamenti scientifici e tecnici, come pure le esperienze della vita, perché convergano nel formare una mentalità centrale (cultura, visione del mondo, coscienza e filosofia della vita); e dall'altra, la catechesi, in senso stretto, chiamata ad incarnarsi nella cultura del soggetto, come lievito.
    In questo studio, l'accento è soprattutto teso ad indicare come è possibile, per un preadolescente, ricapitolare tutti gli insegnamenti che gli sono proposti (e il suo spontaneo riflettere in queste proposte) in un'unica mentalità-visione delle cose.
    L'approfondimento catechistico (innesto della fede come lievito alla cultura) è appena accennato.
    L'autore rimanda alla serie di articoli già apparsi su Note di Pastorale Giovanile in cui, organicamente, è affrontato l'argomento specifico (1970/5 e 11; 1971/1 e 4).
    Molto utili si presentano anche i due libri in collaborazione della collana «pastorale dei preadolescenti» (LDC):
    La catechesi dei preadolescenti; Temi di catechesi per i preadolescenti.
    Per un ulteriore approfondimento, soprattutto relativamente alla unificazione dei vari insegnamenti verso una mentalità umanamente qualificata e quindi capace di crescere in mentalità di fede, può essere consultato il testo prezioso di Brien, Scuola cattolica ed educazione alla fede in un mondo secolarizzato (LDC).

    Oggetto di questo studio sono gli interventi educativi «per la formazione della mentalità» nel preadolescente:
    * sia sul lato naturale: formazione di una mentalità centrale, di una filosofia della vita, di una visione del mondo, di una cultura, ecc.;
    * sia sul lato soprannaturale: formazione di una mentalità di fede, non come mentalità separata dalla precedente, ma come «scelta di fondo, opzione fondamentale che anima tutta la vita dell'uomo e che diventa il vertice e il centro di unità interiore di tutta la persona».
    La ricerca viene situata a livello metodologico. Presuppone perciò che sia avvenuta una sufficiente analisi della situazione (cf lo studio di Tavazza) e che siano stati formulati in modo concreto e adeguato gli obiettivi dell'azione educativa (cf gli studi di Dell'Acqua e di Gatti). Premetteremo alcune precisazioni circa i termini del nostro discorso (mentalità, valori, modelli di comportamento), per poi considerare due tipi di intervento educativo: l'apprendimento in vista della cultura e la «pedagogia dell'eroe».

    MENTALITÀ, VALORI, MODELLI DI COMPORTAMENTO

    I termini da chiarire per collocare il nostro discorso in un contesto preciso, sono appunto quelli enunciati di mentalità, valori, modelli di comportamento.[1]
    * Il nostro concetto di mentalità può essere avvicinato a quello che in psicologia sociale viene definito come atteggiamento: «sistema duraturo di valutazioni positive o negative, di sentimenti ed emozioni, e di tendenze all'azione favorevole e contraria, rispetto ad una determinata situazione di vita» (Krech, Crutchfield, Ballachey).
    Alla mentalità è essenziale l'elemento «valutazione»: la capacità di «giudicare» le situazioni significative della vita in base a un quadro di valori che il soggetto ha assimilato e gerarchizzato a partire dalla propria «personalità di base», dalla «cultura» in cui è stato socializzato.
    * Al centro della mentalità ritroviamo quindi i valori: tutto ciò che dal soggetto è percepito come utile, desiderabile o ammirabile, come «bene per lui», per la «riuscita» della sua vita.
    Nel valore è presente poi un duplice elemento: un elemento conoscitivo, una «rappresentazione concettuale» del «bene» che è stato integrato nella propria personalità; e un elemento dinamico, una spinta verso la sua realizzazione.
    * I valori, a motivo della carica «dinamica» che portano con sé, tendono perciò a tradursi nel comportamento. E determinati valori condivisi da più persone sociali, ispirano modelli di comportamento, cioè un certo tipo di condotta che in un contesto socio-culturale è divenuta personale, standardizzata, attesa.
    Del trinomio: mentalità - valori - modelli, l'aspetto più visibile sono appunto i modelli di comportamento. Proponendo una metodologia di interiorizzazione dei valori, a partire dai modelli di comportamento, si intende essere fedeli alla psicologia del preadolescente, ancora immerso nella «logica concreta», bisognoso perciò di appoggiarsi alla concretezza e all'esperienza. Si tratta ancora di fedeltà al metodo induttivo su cui viene poggiata tanta parte dell'intervento educativo sia nella scuola media sia nell'educazione religiosa: attraverso i modelli di comportamento il preadolescente potrà risalire alle idee e ai valori legati a quelle, che costituiscono il nucleo essenziale della mentalità.

    LA MENTALITÀ DI FEDE

    Chiariti questi termini dobbiamo ancora approfondire il significato della «mentalità» per il cristiano, quella che il documento della C.E.I. sul «rinnovamento della catechesi» chiama a più riprese «mentalità di fede» (RdC, cap. 3).
    Questa espressione non è nuova nel movimento catechistico italiano. Oggetto di studio nel 2° Convegno «Amici di Catechesi» (Assisi 1960), è stata assunta nel primo progetto di un nuovo catechismo italiano (Vallombrosa 1962),[2] e definitivamente consacrata dal «documento di base» per i nuovi catechismi (= il RdC).
    Ma che cosa propriamente significa mentalità di fede? Il termine va capito nel contesto delle scienze pedagogiche, preoccupate di determinare nel quadro di una teoria psicosociologica il compito proprio dell'educatore della fede.
    Schematicamente possiamo dare questa interpretazione della mentalità di fede:

    - La catechesi è un lavoro a tre:
    * Dio che per primo interviene e si fa conoscere, e che è già presente nell'uomo per mezzo dello Spirito;
    * l'uomo chiamato a rispondere all'appello di Dio e a collaborare alla costruzione del suo regno;
    * il catechista che fa opera di mediazione tra Dio e l'uomo.
    In questa opera di mediazione tra Dio che si rivela e l'uomo chiamato all'obbedienza della fede, il compito del catechista:
    - non consiste nel dare la fede o nel farla crescere. Egli è solo lo strumento per cui tutto questo avviene.
    - Il catechista opera piuttosto su quanto è umanamente educabile, concorre a sviluppare nell'uomo gli «abiti naturali corrispondenti» all'abito soprannaturale e infuso della fede.[3]
    - Questo abito naturale (o virtù o abilitazione) su cui il catechista può agire, è appunto quello che il RdC chiama «mentalità di fede».

    - Che cos'è dunque mentalità di fede?
    * Diciamo anzitutto che la mentalità di fede implica un elemento informatore: le idee, le conoscenze.
    Precisiamo però subito: non qualsiasi idea o conoscenza. Ma quelle conoscenze che sono:
    - facilmente ricordate nella vita;
    - percepite come aventi un significato per la vita;
    - e perciò sentite come valore: «sono un bene per me! hanno un senso per la mia vita!».
    * Le idee o conoscenze stanno alla base di un elemento ancor più radicale che chiamiamo «atteggiamento». Mentalità di fede indica appunto una disposizione dello spirito che non è solo conoscenza, ma in cui alla conoscenza si «uniscono atteggiamenti, che includono l'inclinazione della volontà, della emotività, della sensibilità, di tutto l'uomo verso l'integrazione tra un fatto di esperienza e un punto di riferimento fisso o abituale: in questo caso l'adesione di fede al piano di amore e di salvezza di Dio in Gesù Cristo».[4]
    * Tale disposizione dello spirito o atteggiamento che chiamiamo mentalità di fede non è un atto passeggero, ma disposizione permanente o - per usare un termine classico - virtù (virtù indica: forza, capacità, prontezza, facilità, inclinazione...) o con termine più moderno abilitazione (Paolo VI, 7 dicembre 1966).
    Il RdC dà una suggestiva descrizione della mentalità di fede al n. 38. «Educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede».

    UNA SCUOLA PER LA CULTURA

    La scuola, innanzi tutto, come luogo di educazione privilegiato, deve essere rivolta a formare una «mentalità» nel preadolescente. La preoccupazione della «scienza» (trasmissione di conoscenze organiche nei diversi settori della ricerca umana: storica, letteraria, matematica, ecc.) deve essere integrata con quella della «cultura» (creazione di una sintesi e mentalità unitaria, di una «filosofia della vita» capace di interpretare al soggetto se stesso e il mondo). La premessa ai programmi della nuova scuola media raccomanda l'«unità educativa e didattica», ed un'identica preoccupazione è ritrovabile nell'introduzione alle singole materie. È vero che la costruzione di una sintesi personale sarà solo incipiente nella scuola media, perché il preadolescente si trova in una fase di passaggio dal pensiero logico-concreto a quello formale. infatti non possiede ancora a un livello sufficientemente maturo gli strumenti che gli sono necessari per costruire una mentalità unitaria. Tuttavia va riconosciuto in lui un «bisogno definito» di strutturare logicamente le conoscenze che porta con sé dalla scuola elementare e quelle nuove ricevute nella media.[5] Un avvio alla «cultura» va dunque dato nella scuola media. Ma come?

    - Si deve mantenere in tutti i quadri, in tutti gli interventi che la scuola promuove, una coesione, una coerenza, una continuità di motivazioni educative. Le premesse ai programmi del 1963, già sopra menzionate, avvertono che una formazione unitaria è il risultato di un lavoro unitario dei docenti. «Le prescrizioni e i suggerimenti riguardanti le singole discipline devono essere sempre inquadrati in una considerazione unitaria. Essa è dovere di tutti gli insegnanti e si concreta in una coordinazione costante, di cui sono principale strumento la riunione del consiglio di classe e i contatti assidui fra i singoli docenti (...) per fare della scuola una vera comunità per tutti ugualmente stimolante».
    È necessario dunque che gli insegnanti agiscano sempre in équipe, come «collettivo» degli educatori. Ma oggi si afferma qualcosa di più: è necessario che il collettivo si estenda ai ragazzi stessi divenuti «corresponsabili di un lavoro comune, per un fine comune: l'apprendimento».[6]

    - Una «scuola per la cultura», concepisce l'apprendimento in termini di conquista personale e non di indottrinamento. Educa al ragionamento, alla convinzione personale, all'abito di verifica delle affermazioni e dei fatti, alla ricerca onesta e instancabile della verità. Scoraggia lo spirito gregario, il conformismo, il livellamento delle idee e degli atteggiamenti, l'autoritarismo da parte degli insegnanti e il pregiudizio autosufficiente da parte degli alunni. «Si tratta di strutturare una scuola più produttiva, per formare giovani capaci di inserirsi attivamente e criticamente nella società, con sufficiente autonomia di giudizio e con la mente aperta al dinamismo delle situazioni».[7]

    - L'apprendimento in vista di una mentalità unitaria o cultura, tiene conto esplicitamente e continuamente delle correlazioni esistenti tra sapere e sapere, tra sapere e vita, tra sapere-vita e fede. Ancora più, è sollecito di riferire tutto a un centro vivo, capace di dare significato e unità alla apparente dispersione che porta con sé la molteplicità delle discipline e dei docenti propria della scuola secondaria.
    «Fu Newman a dire che la verità, pensata sul piano vitale della cultura, si struttura come un cerchio ove vi è un centro e una periferia, di cui tutti i singoli punti sono unificati al centro».[8]
    In didattica questo principio viene chiamato «concentrazione», e trova il suo fondamento nella stessa persona umana in cui è iscritta un'esigenza assoluta di unità, di integrazione, di sintesi, «È impossibile nella vita mantenersi fedeli a due diverse visioni del mondo: non si può servire a due padroni e si finisce sempre col subordinare l'uno all'altro».[9] Si potrebbe qui esemplificare. Dietro la pagina letteraria va ritrovato l'uomo, il suo problema, il suo dramma, la sua inquietudine radicale: l'uomo bisognoso di salvezza, che «cerca Dio a tastoni» senza neppure saperlo. Nelle materie scientifiche si darà spazio alla contemplazione della natura, del suo ordine meraviglioso, della sua finalizzazione suprema, ecc. Vi sono buone monografie a questo riguardo, che possono orientare l'educatore.[10]

    - All'esigenza di sintesi, di unificazione, di «mentalità» non può sfuggire lo stesso insegnamento della religione. Anzi noi diciamo che spetta alla «fede» il ruolo di organizzare gerarchicamente tutte le altre nozioni e valori, senza togliere nulla dalla loro consistenza autonoma.
    Il cristianesimo si presenta come sintesi perché è vita, mentre l'atomismo è la sua negazione e condanna. «Nessuno si lascerà commuovere, esaltare, conquistare da una serie di tesi o di risposte slegate e private dell'anima che le unifica in un tutto unico e vitale».[11]
    Il documento della C.E.I. per il «rinnovamento della catechesi» dice appunto che si forma una matura mentalità di fede solo a condizione che «i fedeli accolgano il messaggio rivelato, ordinandolo attorno a un centro vivo, ben assimilato e operante (...). Il centro vivo della fede è Gesù Cristo» (RdC 56 e 57 - cf anche n. 174). Ma questa «concentrazione» attorno al Cristo non si riferisce unicamente alle conoscenze della fede. È ugualmente importante promuovere una unificazione con la fede dei dati della cultura profana e delle esperienze di vita. Il RdC identifica la mentalità di fede con l'avvenuta «integrazione tra fede e vita», per cui la parola di Dio appare al credente «come un'apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni» (RdC 52). Una scuola impostata in senso cristiano, si muove su una duplice linea:
    * dai molti saperi a una sintesi unitaria, a una filosofia della vita capace di interpretare al soggetto se stesso e il mondo, a una cultura (= piano naturale);
    * dalla cultura, sintesi e unificazione dei saperi, alla fede come chiave d'interpretazione e prospettiva ultima di realizzazione (= piano soprannaturale).

    - Una «scuola per la cultura» opera non solo per quello che dice, ma anche e soprattutto per quello che fa. La cultura e la mentalità si trasmettono anche per altre vie che non siano quelle esclusive della istruzione, della parola. Veicolo di mentalità sono le attività che gli alunni svolgono in gruppo, le esperienze che fanno, lo stile di vita che ha assunto la scuola e l'atmosfera che fa respirare.
    Occorre qui insistere sull'importanza del gruppo e della comunità scolastica, perché se al centro della cultura poniamo i valori, dobbiamo riconoscere che questi sono normalmente assimilati nei rapporti «faccia a faccia» carichi di emotività e di tensione ideale che si attuano nel gruppo (in cui si pensa presente l'educatore come un animatore ricco di esperienza e di valori personali). La nuova scuola media ha d'altronde dato valore alla comunità e al gruppo. «Nella pedagogia attuale alla centralità del professore, quella dell'alunno; alla centralità delle necessità del sapere, si sostituisce la centralità del gruppo, la sua dinamica e la funzione che la promuove (apprendimento)».[12]

    LA «PEDAGOGIA DELL'EROE»

    Il nome dato a questa linea metodologica, è mutuato dalla catechesi francese per i preadolescenti. C'è anche un libro tradotto dalla L.D.C. che porta questo titolo: Jh. Bournique, Pedagogia dell'eroe, L.D.C., 1965. Ma che cosa si vuole indicare con questa espressione?
    Si vuole affermare che il preadolescente assimila le idee e i valori che costituiscono il nucleo essenziale di una mentalità, non deduttivamente per via di ragionamento, ma induttivamente per osmosi con il gruppo primario (famiglia e gruppo di coetanei) e particolarmente con persone significative per lui.
    Questi sono appunto gli eroi dei preadolescenti:
    * le persone portatrici di ideali, di messaggi in cui si incarna tanta parte delle speranze, delle attese, delle tensioni del nostro tempo;
    * ma anche le persone che vivono accanto al ragazzo e che gli presentano dal vivo un modello interessante, simpatico, concreto di come realizzarsi nella vita.
    L'eroe per il preadolescente del nostro tempo, reso concreto e critico dalla informazione continua ricevuta attraverso i mass media, non è l'eroe del «fumetto», l'eroe costruito dalla fantasia, ma l'eroe esistenziale che incarna determinati valori e scelte di vita.

    Le caratteristiche dell'eroe

    Si esaminino a questo riguardo le caratteristiche degli eroi presentati nella rubrica «campioni» di «Ragazzi Duemila» da Teresio Bosco:
    * l'eroe è profondamente umano: «il campione compie pochi gesti grandi, ma ne compie migliaia di piccoli: cresce ogni giorno, più come un fatto di coerenza che come un eroe di giornata: è un avvenimento di infinita pazienza, di infinita coerenza, di testardaggine, di forza di volontà».
    * ogni eroe è un messaggio, composto di valori, di idee: «le sue scelte sono frutto di una visione del mondo, sono giustificate da motivi».
    * il campione non è poi un fenomeno mitico: non è un divo, non è un «fumetto», la vita di questi personaggi ha anche delle componenti negative.
    Questo significa che ci sono vicini, che sono reali, che non sono infallibili. «L'imitazione diventa così non un fatto di esportazione pura e semplice di modelli e di scelte, ma diventa la comprensione di un certo tipo di vita: l'eroe non ha bisogno di fans che si vestano come lui e parlino il suo stesso slang, ma ha bisogno di «discepoli» autentici, liberi... Il suo messaggio non è da ripetere pappagallescamente ma da sviluppare, da migliorare, da realizzare in tanti piani diversi».[13]

    Una ricerca sull'eroe

    Le scelte fatte dalla rivista «Ragazzi Duemila», concordano sostanzialmente con i dati della ricerca scientifica. Mi riferisco al sondaggio sull'«io ideale» realizzato con 32.000 adolescenti d'Europa da G. Lutte. Secondo questa ricerca la categoria dell'ideale vicino (incarnato in persone che il soggetto ha immediatamente presenti, che appartengono alla sua sfera diretta di conoscenza e di esperienza: i genitori, familiari, insegnanti, adulti simpatici, compagni) è quella che raggiunge le percentuali più alte di preferenze (44,6 % ) rispetto alle categorie dell'ideale lontano (santi, eroi, divi, eroi dei fumetti...: 27,7%) e dell'ideale personalizzato (inventato, costruito su misura dal soggetto: 24,5%).
    Nella categoria «ideale vicino» troviamo gli adulti simpatici e i compagni in netta superiorità rispetto ai familiari, ai genitori, agli insegnanti:[14]
    - compagni: 18 ,6 %
    - adulti simpatici: 9,9%
    - genitori: 5,6%
    - familiari: 5 ,6 % insegnanti: 4,8%
    Questa scelta dell'ideale vicino, ritrovato soprattutto nei compagni e negli adulti simpatici, ci riconferma in ciò che abbiamo espresso a proposito del pensiero logico concreto nel preadolescente. Si potrebbe intravedere anche una «democratizzazione» della figura dell'eroe per i ragazzi d'oggi, quasi una sua «demitizzazione». Essi sembrano più attratti dall'uomo del quotidiano che non dai «grandi aristocratici». Cristo è scelto come ideale, come eroe, dagli adolescenti del nostro tempo? Stando alla ricerca di Lutte, non sembrerebbe. La categoria «santi» interessa infatti solo il 5,2% dei soggetti intervistati e, tra questi, solo pochi scelgono il Cristo.
    A. Vergote nella sua «Psicologia religiosa» (Ed. Borla) offre qualche indicazione maggiormente utile per la nostra problematica religiosa.
    Un tratto caratteristico della psicologia dell'adolescente (e questa notazione vale «progressivamente» anche per il preadolescente) è l'idealizzazione degli amici e degli adulti da cui desume i propri modelli. Questo processo (derivante da un narcisismo affettivo: si traspone sull'altro la perfezione che si vorrebbe per sé) si verifica anche sul piano religioso: «Dio è l'essere puro e perfetto, tanto da lasciarvi la propria consistenza storica e la propria realtà personale; egli diventa l'«Assoluto dell'io».[15] Altrettanto avviene per il Cristo: la fiducia del Cristo diviene particolarmente idonea a servire da sostegno alla idealizzazione. Quale Cristo idealizzano gli adolescenti? Secondo le ricerche di Vergote, essi ammirano l'uomo che «pone a repentaglio la propria vita per un amico, che presenta una personalità vigorosa e sicura di sé, (...) il Cristo eroico (...), il Cristo misericordioso e pieno di sollecitudine verso i peccatori».

    Cristo presentato come eroe

    Un modello di catechesi che pone al centro del suo discorso la figura di Cristo-eroe non è nuova nella pedagogia religiosa in Italia. Risale al 1941 l'opera di un pioniere del nostro rinnovamento catechistico, Gesualdo Nosengo: «Formazione cristocentrica» (edita dall'AVE e oggi reperibile solo nelle biblioteche), impostata sulla persona di Cristo come capo, eroe, re della storia.
    Nosengo ha avvertito il contrasto esistente tra la realtà del cristianesimo, in cui tutto è unità e sintesi, e l'insegnamento religioso troppo sovente ridotto a elenchi, a catalogazioni, a sterili analisi («Una lista di dogmi, un catalogo di precetti morali, una manciata di promesse e di minacce, un fascio di riti strani, una raccolta di doveri imposti senza motivazione, che non sia la volontà di un supremo legislatore, all'infelice battezzato, mentre il pagano vagabondo se la gode sotto il sole di un'invidiabile libertà», secondo l'espressione dello Jungmann!): «Noi costatiamo che nell'insegnamento religioso (...) si fa troppo frazionamento di parti e troppa separazione di elementi che invece per natura sono intimamente connessi tra di loro e non possono essere né frazionati né separati. Manca cioè (...) un punto di convergenza, un legame generale che costituisca un centro vivo di attrazione e di coordinamento».[16]
    Per ridare vita a tutto l'insegnamento religioso, basterebbe riferire ogni verità al tutto, «attaccarle al centro che è Cristo e metterle in rapporto con lui».[17]
    E il Cristo, presentato come eroe ai preadolescenti della scuola media, si dimostra veramente capace di interessarli e di entusiasmarli. Così lo attesta l'applicazione più che decennale del metodo cristocentrico di Nosengo.
    «Gesù Cristo, presentato bene anche solo come personaggio storico, come eroe, come capo e fondatore, suscita interesse, calore e passione assai più di ogni altro personaggio di statura semplicemente umana».[18]

    - La catechesi non è per Nosengo: fede, morale e grazia (come dettavano i programmi di allora), ma sempre un discorso su Cristo:
    1° anno: Cristo messia, centro del tempo antico.
    Gesù Cristo, rivelatore e modello, centro della fede e dell'imitazione.
    2° anno: Gesù centro d'amore (i comandamenti).
    3° anno: Gesù Cristo, centro e fonte della vita divina dell'uomo (grazia e sacramenti).
    Si tratta dunque di quattro aspetti di un unico oggetto di insegnamento: Cristo. Tutto è rapportato alla persona, alla vita, all'insegnamento, all'opera di Gesù Cristo. Un tentativo simile è stato fatto recentemente dal «documento di base» per il nuovo catechismo italiano, ed esattamente nel cap. 5° ove si cerca di applicare alla sintesi catechistica il principio della concentrazione enunciato nel capitolo precedente. Tutto viene ordinato attorno al «centro vivo» della fede che è Gesù Cristo (RdC 57):
    - Gesù Cristo introduce nel mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo
    - Gesù Cristo genera la Chiesa, suo corpo mistico e popolo di Dio
    - Gesù Cristo fa nuovo l'uomo mediante il dono del suo Spirito
    - Il messaggio di Cristo e i problemi della situazione storica dei fedeli
    - Gesù Cristo conclude la storia della salvezza.

    - Sarebbe ora interessante prendere in considerazione i mezzi e le tecniche impiegate da Nosengo per formare nei preadolescenti una mentalità cristocentrica. A distanza di 30 anni, non tutto risulta attuale; tuttavia le indicazioni date conservano ancora un carattere esemplare e sono almeno di stimolo ai catechisti d'oggi perché sappiano essere altrettanto creativi quanto lo fu Nosengo per il suo tempo.
    * Egli dà, innanzi tutto, grande importanza ai sussidi intuitivi. Il ragazzo infatti è immerso nella logica concreta e ha bisogno di «vedere» e «immaginare». Perciò propone i cosiddetti «grafici dei centri» di cui troviamo esemplificazioni in «Formazione cristocentrica».
    «Si disegna un cerchio e si segna al centro il monogramma di Cristo avente sopra una corona e sotto uno sgabelletto per indicare simbolicamente amici e nemici. Con un diametro orizzontale si divide il cerchio in due semicerchi e si suddividono i due semicerchi in tre settori ciascuno dentro i quali si scrivono in corrispondenza ed in opposizione tra di loro queste tre parole: Idee, persone, fatti, come nel grafico del Centro».[19]
    Il sussidio escogitato da Nosengo, si rivela straordinariamente efficace con gli alunni della scuola media. «Il ripetersi di questo lavoro e di questo inquadramento intuitivo del materiale nei settori 1-2-3-4-5-6 fa col tempo acquistare all'alunno la buona abitudine di compierlo quasi per istinto. Frequentemente mi è accaduto che, trovandomi insieme con i miei scolari mentre si leggeva o si ascoltava la narrazione di un fatto o la espressione di una mentalità, domandavo che cosa ne pensassero e dove collocassero quanto si veniva a conoscere in quel momento. Allora mi sentivo rispondere con la più grande semplicità, come cosa avvenuta: "Nel settore sei" o "nel settore quattro...". E subito dopo mi si portavano anche le ragioni di quel collocamento e si citava anche l'aspetto della verità o del movimento cristiano, corrispondente ed opposto. La visione della vita si poteva dire cristiana».[20]
    * L'Autore considera poi altri mezzi che si sono dimostrati atti a favorire questa opera di «mentalizzazione». Essi sono: la «collaborazione manuale grafica» (disegni, costruzioni, di oggetti, ecc.), l'«attività mentale» (compiti spontanei o guidati, i riassunti, la recitazione, la composizione di poesie e preghiere in italiano e... in latino, ecc.), l'«attività affettiva» («l'attivismo affettivo, moto del cuore preparato dalle visioni dell'intelligenza, è suscitato e dolcemente spinto dall'insegnante facendo ardere altri spontaneamente della fiamma della quale arde egli stesso» - pag. 97), infine l'«attivismo vitale», perché, soprattutto, «il Cristo bisogna viverlo e farlo vivere (...). Ecco quindi la vita di pietà eucaristica, la pietà apostolica, cristocentrica, gli esercizi di abnegazione e di lotta contro le passioni (...), la partecipazione, ufficiale o no, alla vita e all'apostolato della Chiesa per il trionfo di Cristo Re su tutti gli uomini» (pag. 98).
    Il «metodo cristocentrico» di Nosengo è stato convalidato dai fatti. Lo dicono, tra l'altro, le numerose testimonianze che l'Autore ha raccolto nella seconda parte della sua opera. Eccone una, tra le tante.
    «Nel leggere novelle, riviste, giornali, libri o fascicoli, nell'ascoltare intorno a me in casa, nella strada o alla radio discorsi, commenti, giudizi o commedie, nell'assistere a uno spettacolo mi viene ormai come cosa istintiva di mettere tutte queste cose lette o sentite in confronto e in relazione con la parola e il pensiero di Cristo. E subito giudico se lo spirito e la moralità delle cose che leggo e ascolto corrispondono alla legge e allo spirito insegnati da Cristo».[21]

    Una catechesi degli eroi

    Cristo-eroe ha suscitato altri eroi attorno a sé: sono i santi di cui è intessuta la trama della vita della Chiesa; sono i «grandi personaggi» dell'A.T. che hanno prefigurato e preparato la sua venuta; sono i cristiani esemplari e coraggiosi del nostro tempo; sono, in fondo, tutti gli «uomini di buona volontà».
    La catechesi dell'eroe fa leva sulla testimonianza viva (orale, scritta, documentata) di tutte queste persone. Sarebbe un grave errore «disincarnare» il cristianesimo, mentre il giovane d'oggi sembra andare alla caccia di «eroi» in cui «idealizza» il proprio progetto di vita. Basti ricordare il grande influsso avuto sulla generazione giovanile degli anni '60 da Papa Giovanni e da John Kennedy. Nella ricerca, già menzionata, sull'«io ideale», il 45,5% degli adolescenti che hanno scelto come ideale un eroe, si riferiscono a Kennedy. Numerosi altri a Papa Giovanni.
    «Kennedy incarna per i giovani europei un grande ideale di umanità: per questo i giovani rintracciano in lui il loro modello di vita e indicano nella sua giovinezza, nella sua vitalità, nello spirito di giustizia, nell'azione per la pace, nella lotta contro il razzismo, le ragioni della loro scelta».[22] Vogliamo trarre anche qui qualche conclusione per la metodologia catechistica.
    * In primo luogo, il catechista deve essere attento agli eroi del nostro tempo: deve saperli rintracciare, scovare. Si pensi, ad esempio, alla forza di testimonianza che è insita per i giovani del nostro tempo in Charles de Foucauld, in P. Kolbe, nell'Abbé Pierre, in Raoul Follereau, in Martin Luther King....[23]
    * C'è poi il problema del metodo di presentazione, dei mezzi e delle tecniche da adottare, sull'esempio di ciò che Nosengo aveva saputo inventare per il suo tempo. Oggi la metodologia catechistica si è molto perfezionata e può offrire strumenti molto più elaborati, e noi pensiamo anche efficaci se sono utilizzati da un catechista entusiasta che crede nel compito che gli è affidato. Queste tecniche hanno un nome che è ormai conosciuto da chi segue attentamente il movimento catechistico: documentazione, intervista, testimonianza di un adulto nel gruppo, visita guidata, ricerche, fotolinguaggio, ecc. Non ci soffermiamo su ciascuna di esse, perché ormai disponiamo di opere specializzate in materia.

    CONCLUSIONE

    Abbiamo già rilevato la tendenza del preadolescente d'oggi a ritrovare i modelli di comportamento tra le persone che condividono la vita con lui: i compagni o gli adulti «simpatici». Ponendoci nella prospettiva di una «pedagogia dell'eroe», dobbiamo ancora ripetere che la catechesi non può fare a meno della comunità, della testimonianza dei ragazzi e adulti cristiani. Sarebbe un discorso retorico e inutile quello che pretendesse di avvicinare gli «eroi» nei libri o nei film, e poi non potesse identificarli nella comunità cristiana in cui si vive ogni giorno.
    Ancora una volta ritorna il principio posto a chiusura del RdC, quasi a dire plasticamente che tutto alla fine si riassume qui: nella comunità cristiana, viva e operante.
    «La esperienza catechistica moderna conferma ancora una volta che prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi
    senza la partecipazione dell'intera comunità» (RdC 200).

    NOTE

    [1] Si veda lo studio di G. C. MILANESI, Integrazione tra fede e cultura, problema centrale della pastorale catechetica, in: Ricerche di psico-sociologia religiosa, Zurich, Ed. PAS, 1970, pp. 59-75. Per un approfondimento del concetto di «socializzazione» in un mondo secolarizzato si veda l'articolo dello stesso Autore in: Pastorale giovanile in un mondo secolarizzato, Torino-Leumann, LDC, 1970.
    [2] Cf E. CAPORELLO, Storia e fisionomia del DB, in: Documento di base, Torino-Leumann, LDC, 1970, p. 357.
    [3] Cf Educare. Metodologia della catechesi, Zurich, Ed. PAS, III ed., 1964, pp. 206-210.
    [4] U. GIANETTO, Natura e compiti della catechesi, in: Il rinnovamento della catechesi in Italia, Zurich, Ed. PAS, 1970, p. 48.
    [5] R. TITONE, Metodologia didattica, Zurich, Ed. PAS, 1963, p. 459 SS.
    [6] C. TAMBORLINI, I criteri didattici dell'apprendimento, in: Ricerche didattiche 1968, n. 119, p. 282.
    [7] R. COLETTI, L'apprendimento del preadolescente nella scuola media, ib., p. 271.
    [8] G. C. NEGRI, Scuola cattolica e spirito laico, in: D. Bosco educatore, oggi, Roma, Ed. PAS, 1960, p. 133.
    [9] Ib.
    [10] Si veda ad es.: CH. MOELLER, Umanesimo e santità, Brescia, Morcelliana, 1950; Id., Letteratura moderna e cristianesimo, Roma, Ed. Paoline, 1956; G. GARRONE, Fede e pedagogia, Roma, Ed. Paoline, 1963; A. BRIEN, Scuola cattolica ed educazione alla fede in un mondo secolarizzato, Torino-Leumann, LDC, 1970.
    [11] G. QUADRIO, Teologia dommatica e catechesi, in: Bibbia, liturgia e domma nella preparazione dottrinale del sacerdote catechista, Torino, LDC, 1959, p. 50.
    [12] C. TAMBORLINI, art. cit., p. 282.
    [13] Cf Note di pastorale giovanile, marzo 1971, PP. 92-93.
    [14] G. LUTTE - C. MATTIOLI - G. PROVERBIO - S. SARTI, Adolescenti d Europa. Modelli di comportamento e valori, Torino, SEI, 1969, p. 15.
    [15] A. VERGOTE, Psicologia religiosa, Torino, Borla, 1967, p. 302.
    [16] A. VERGOTE, Psicologia religiosa, Torino, Borla, 1967, p. 302.
    [17] Ib., p. 16
    [18] Ib., p. 19
    [19] Ib., p. 82.
    20] Ib., P. 83.
    [21] Ib., p. 120 ss.; cf anche: G. GIANOLIO, Cristo centro della storia, in: Catechesi, 1963, fasc. 166, pp. 18-22.
    [22] Adolescenti d'Europa, op. cit., p. 18.
    [23] Sono utili sussidi per una catechesi dell'eroe: JH. BOURNIQUE, La pedagogia dell'eroe, Torino, LDC, 1965; T. Bosco, Uomini come noi, Torino, SEI, 1968; la collana «Campioni» della LDC, la rivista Ragazzi Duemila, dei «Periodici SEI».