Per un impegno politico: educhiamo a vivere nell'oggi



    Theodor Filthaut

    (NPG 1971-02-08)

    Tra i compiti più urgenti e centrali della pastorale figura anche quello di educare a vivere nel «mondo di oggi». Ciò non può avvenire senza alcuni precisi presupposti, quali una giusta comprensione dei rapporti tra fede e mondo, tra Chiesa e società, come pure una buona conoscenza della concreta situazione in cui si trova la società del nostro tempo. Con l'aiuto di questi dati, l'educatore si sforzi di attualizzare la Parola di Dio, spiegando quale deve essere l'atteggiamento del cristiano nella società moderna. Non si spieghino ai giovani soltanto i rapporti fondamentali che corrono tra fede e mondo, ma anche le principali strutture della società d'oggi con lo scopo di educarli a sentirsi responsabili di essa. La costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo può essere in questo di valido aiuto. Essa è un'analisi acuta della complessa realtà della nostra società pluralistica. Leggendola, il lettore si trova di fronte ad intuizioni, analisi, valutazioni ed imperativi così vasti che a stento riesce a comprenderne la portata. È questo un motivo in più per restare fedeli al metodo finora adottato, quello cioè di scegliere e limitare con cura gli argomenti da trattare.

    IL POPOLO DI DIO FA PARTE DELLA SOCIETÀ UMANA

    La Chiesa, comunità dei discepoli di Cristo, è strettamente legata a tutta quanta l'umanità: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (par. 1). Infatti la Chiesa, come comunità di uomini che credono in Cristo, è essa stessa una parte della società umana. Non soltanto vive con e nella umanità, ma appartiene anche ad essa. La chiamata divina non la separa dagli altri uomini, ma la lega ad essi con vincoli più profondi (cf par. 40).
    Con la predicazione e l'esempio della loro vita, i membri della società, che già credono, hanno il compito di incarnare il messaggio di Dio in mezzo a quelli che ancora non credono (par. 21).

    Servizio al progresso umano

    Mentre perciò essi sono al servizio del regno di Dio, servono pure al progresso del mondo. Di conseguenza, nei suoi rapporti con la società, la Chiesa non tende al dominio, ma al servizio (parr. 3, 11, 42). Ciò che vale per tutta la Chiesa, vale pure per il singolo credente. È la fede che gli impone un simile dovere: «Questa fede deve manifestare la sua fecondità col penetrare l'intera vita dei credenti, anche quella profana, col muoverli alla giustizia e all'amore specialmente verso i bisognosi» (par. 21 ).
    La fede obbliga talmente il cristiano al servizio della società, che la sua stessa salvezza eterna è in pericolo se egli si sottrae a tale dovere: «Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna» (par. 43).
    Carità attiva ed intraprendente, che nasce direttamente dalla fede, e non sete di potenza e di dominio, ecco la forza che il popolo di Dio ha da 'offrire alla società umana (par. 42).

    La dimensione della storicità

    I rapporti del popolo di Dio con l'intera umanità sono inoltre condizionati dalla dimensione della storicità. La società umana non rimane sempre la stessa, ma viene modificata dalle libere iniziative dei suoi membri; è perciò in continuo movimento verso un futuro suo proprio. Questa situazione di instabilità e di mutamento è particolarmente evidente ai nostri giorni. Anche i cristiani sono coinvolti in questo processo storico; ed è in questa situazione storica che essi realizzano la propria fede. Si tratta perciò di una fede, che, nelle sue realizzazioni concrete, è condizionata dalla storia. Perciò anche se il nucleo centrale della fede trascende la storia, le sue realizzazioni concrete ed i suoi aspetti esteriori sono soggetti agli stessi cambiamenti dell'intera società. Quindi la novità ed i mutamenti non sono per il cristiano riprovevoli a priori, sono realtà essenziali all'umanità intera e possono essere tanto positive che negative. Alla storicità appartiene anche l'apertura verso il futuro, così caratteristica della società moderna. Anche in ciò esiste un punto di contatto tra i cristiani ed i non cristiani. È soprattutto la mentalità marxista che parla di un futuro della società. Anche se la speranza cristiana si distingue essenzialmente da ogni attesa, puramente immanente al mondo, ha tuttavia in comune con quest'ultima una radicale apertura verso il futuro. La fede cristiana indirizza l'uomo verso un futuro in cui esisterà un'umanità nuova ed eternamente salva. Il popolo di Dio è in cammino verso questo futuro, che sarà il «compimento della storia umana» (par. 45). Nonostante l'attesa di questo pellegrinaggio, esso non si distacca dagli altri uomini. «L'attesa di una terra nuova non indebolisce, ma stimola il lavoro relativo alla terra presente» (par. 39), non si tratta infatti di una speranza passiva, ma estremamente attiva.

    CONSEGUENZE PEDAGOGICO-RELIGIOSE

    La fede lega il cristiano alla storia

    Si deve dire chiaramente e senza mezzi termini che il cristiano, a motivo della sua fede, è in stretta relazione con il mondo. Non basta però parlare semplicemente di «mondo»; potrebbe facilmente sorgere l'idea che con esso si intenda soltanto il mondo della natura, cioè il mondo privo della sua dimensione storica.
    Si corre questo pericolo anche quando si parla per esempio di «ordine naturale» che gli animali osservano per forza, gli uomini invece in piena libertà. In tutto questo discorso c'è spesso il rischio di trascurare la dimensione storica del mondo umano. Come oggi si riflette maggiormente sulla storicità del popolo di Dio, così si deve anche mettere in maggior evidenza la struttura storica del mondo contemporaneo. Si arriva così ad una concezione del mondo non più statica, ma dinamica; soltanto quest'ultima pone il giovane in reale contatto con la società, perché soltanto essa, basandosi sulla fede, dà ragione dei complessi mutamenti della società contemporanea.
    Ciò è possibile unicamente considerando la dimensione storica come un elemento essenziale nella concezione del mondo. Questo significa necessariamente inserire nella sfera morale altri fattori, che vanno al di là della semplice osservanza di un ordine stabilito in precedenza una volta per sempre. Perciò anche lo schema dei dieci comandamenti non è più sufficiente, perché l'agire dell'uomo e del credente, immerso nella storia, non può esaurirsi nella semplice osservanza dei dieci comandamenti.
    Soltanto se si prescinde dalla dimensione storica si può affermare che questi comandamenti ci dicono con precisione e certezza quello che dobbiamo fare. I giovani cristiani hanno oggi il diritto di essere educati non soltanto al riconoscimento della natura e del suo ordine, ma anche e soprattutto alla storia, cioè alla società umana.
    La fede deve perciò stare costantemente in relazione con la storia, intendendo con questo termine non le vicende passate, ma la situazione sociale presente determinata dalla libera azione dell'uomo. Tale situazione però non costituisce un punto isolato, ma è in relazione tanto con il passato che con il futuro.
    I giovani devono perciò comprendere che la loro fede li lega anche alla storia concreta e non soltanto ad un Dio trascendente. Tale legame non è soltanto teorico, ma anche pratico; non si tratta soltanto di comprendere qualcosa, ma anche di agire con libertà e responsabilità nella società umana.
    - Ciò che deve regolare la vita dei cristiani nel mondo d'oggi è la fede, che si prodiga concretamente nella carità, e non per esempio la «retta intenzione», alimentata da giaculatorie. Questa cosiddetta «retta intenzione» è, teologicamente, una cosa alquanto problematica e, praticamente, sembra essere diventata oggi insignificante. Nella misura in cui nell'insegnamento si insiste sulla necessità di realizzare concretamente la propria fede nei diversi campi della vita sociale, il discorso sulla retta intenzione diventa fragile e bisognoso di essere integrato, nelle sue giuste intuizioni, in una visione più storica e concreta.
    - Per educare ad una giusta comprensione del mondo, è pure importante sottolineare che il popolo di Dio è una parte di tutta l'umanità. I cristiani perciò non sono soltanto dei prescelti in mezzo agli altri, ma anche degli inviati al servizio di questi «altri».
    Affermare che il cristiano è membro del popolo di Dio non dispensa dal sottolineare che egli è e rimane anche membro della società umana. Perciò anche la Chiesa non può essere considerata come una comunità d'origine divina, isolata dal resto della società.
    - Descrivendo in questi termini il rapporto fra il credente e gli altri uomini:
    * si evita una mentalità da ghetto ed il conseguente contrasto esasperato fra coscienza ecclesiale e coscienza sociale;
    * si fa comprendere al giovane perché il cristiano sia anche responsabile degli altri suoi simili.

    Il tema del progresso

    Considerando la storia ed i conseguenti mutamenti della società alla luce della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo d'oggi, sorge subito anche il problema del progresso umano, che tanto fascino esercita sulla mentalità degli uomini moderni, i quali non raramente considerano la Chiesa come una forza conservatrice, quasi un ostacolo al progresso. Tale giudizio si allarga spesso anche alla fede e alla «religione». È un fatto che il progresso culturale, scientifico, politico e tecnologico della nostra epoca, fu portato avanti e difeso principalmente da uomini, lontani dalla Chiesa e spesso anche dalla fede, verso i quali gli uomini di Chiesa non raramente si comportarono con diffidenza e sospetto.
    La costituzione pastorale si oppone decisamente a questo malinteso, così pericoloso per il futuro della fede e della Chiesa. Non che essa voglia farne un panegirico incondizionato ed acritico, ma certo essa ritiene oggi necessario non soltanto difendere il diritto della società al progresso, ma anche riconoscerne senza risentimento alcuno le grandi conquiste.
    Nel paragrafo 15 si legge: «L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo, a motivo della sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio. Con l'esercizio appassionato dell'ingegno lungo i secoli, egli ha fatto certamente dei progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali. Nell'epoca nostra, poi, ha conseguito successi notevoli particolarmente nella investigazione e nel dominio del mondo materiale. E tuttavia egli ha sempre cercato e scoperto una verità più profonda» (cf parr. 9, 33, 54).
    Non c'è bisogno di essere degli esperti in psicologia giovanile per comprendere che questo cambiamento di mentalità esercita una grande influenza sulla coscienza dei giovani, sempre così avidi di nuove conquiste e di progresso. Se egli esperimenta la Chiesa come una comunità di uomini che guardano più verso il futuro che verso il passato e che accettano e promuovono, in tutti i suoi aspetti positivi, il progresso e le nuove conquiste, allora sente che il suo slancio vitale è in armonia con la sua coscienza ecclesiale. In tal caso la sua appartenenza alla Chiesa non gli sembrerà in contrasto con i suoi ideali di uomo privato, membro nello stesso tempo di una società sempre protesa verso nuovi orizzonti.

    Il tema della tecnica

    Parlando del progresso della società moderna, non si può dimenticare il tema della tecnica. Nel contesto delle nostre considerazioni lo possiamo così precisare: implicanze della tecnica nell'insegnamento religioso. Per i giovani d'oggi è più che naturale vivere nel mondo della tecnica, in mezzo al quale crescono fin da piccoli. La maggior parte dei bambini della città non vivono più nella natura; la loro vita quotidiana si svolge in mezzo alle innumerevoli conquiste della tecnica. Essi giocano e corrono sulla strada, in cui regna la tecnica dell'organizzazione e del traffico; si intendono di segnali e regole stradali; maneggiano con disinvoltura e sicurezza la radio, il telefono, gli elettrodomestici; sentono parlare di voli spaziali, di aerei e di missili.
    La gioia che essi provano in queste cose e l'entusiasmo con cui si interessano di esse, dimostrano che il mondo della tecnica è anche il mondo dei giovani.
    Un bambino di quattro anni, figlio di un contadino della Vestfalia, vedendo un lampo durante un temporale, gridò alla mamma: «Qualcuno ha scattato una foto». Ciò dimostra all'evidenza quanto la tecnica cambi anche la mentalità del giovane di oggi. Mentre il linguaggio degli adulti deriva ancora da un'epoca in cui si esprimevano le realtà della tecnica con immagini tratte dalla natura (vedi per es. il vocabolo «lampo al magnesio»), questo fanciullo di campagna coglie i processi della natura già con categorie tecnologiche.
    È perciò ovvio che tutto questo mondo forgia la mentalità, il comportamento ed i sentimenti della gioventù.
    È perciò naturale che una pastorale, che rimanga estranea al mondo della tecnica, sia subito considerata antiquata e sorpassata, con grave pericolo della vita di fede, compromessa nella sua unità. Se dunque le sta a cuore il bene della gioventù, l'educazione religiosa non può ignorare queste realtà con tutte le loro vaste conseguenze.
    Tutto ciò comporta anche un problema linguistico. Il linguaggio della catechesi deve coincidere con quello della vita quotidiana; esso è invece pieno di motivi, di idee e di immagini bibliche ed estremamente povero di riferimenti al mondo della tecnica.

    LA POLITICA E LA SALVEZZA

    Non si può parlare della dimensione storica del mondo moderno senza occuparsi della società umana e della politica.
    Educare a vivere nel mondo d'oggi significa educare all'azione politica. Tenendo perciò presenti i complessi compiti che attendono il cristiano che voglia ispirare al Vangelo le sue relazioni con il mondo, affrontiamo il problema dell'educazione politica nella catechesi cristiana.
    Chi oggi, d'accordo col Concilio, osa sostenere che la fede cristiana esige un impegno ed un'educazione politica, deve senz'altro aspettarsi di essere frainteso ed accusato di contraddizione. Quanto a quest'ultima, basta che egli pensi all'istruzione religiosa un tempo ricevuta o che forse egli stesso ancora impartisce, o che consulti un libro di catechismo ed altri testi simili. Sembra che l'opinione secondo cui l'insegnamento religioso non si debba occupare della «sporca politica», sia ancora molto diffusa ed ascoltata. Fede cristiana e politica sarebbero, secondo costoro, due campi da tener ben separati, perché una qualsiasi fusione nuocerebbe ad ambedue.
    È interessante costatare che non soltanto gli uomini di Chiesa, ma anche i politici mostrano una certa perplessità di fronte ad un'educazione politica, ispirata alla fede cristiana. Ed è comprensibile che democratici convinti provino un certo disagio a sentire che le Chiese vogliono occuparsi di educazione politica. È pur sempre ancor vivo il ricordo dei lunghi secoli di politica europea, durante i quali le Chiese furono le più fedeli sostenitrici del connubio tra «trono ed altare». Si teme forse che esse intendano riprendere questo loro antico progetto, adattandolo forse ai tempi moderni, educando in questo senso i loro fedeli. Non occorre che sia un trono, anche un governo o un partito politico si potrebbero prestare a ciò.
    È degno di nota che il Concilio abbia sentito la necessità di riaffermare espressamente la libertà della Chiesa da ogni sistema politico: «È di grande importanza soprattutto in una società pluralistica, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome come cittadini guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.
    La Chiesa, che in ragione del suo ufficio e della sua competenza in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo» (par. 76). È perciò necessario chiarire ogni malinteso circa le relazioni tra insegnamento religioso ed azione politica. Ciò tornerà a vantaggio di tutti e due. Noi cercheremo di dissipare questo o quel malinteso, chiarendo alcuni aspetti di un'educazione politica, ispirata alla fede.

    Il senso della responsabilità

    Bisogna anzitutto ricordare che la fede cristiana esige un comportamento responsabile nei confronti della vita politica. La costituzione sottolinea questo dovere: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d'esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l'autorità e la libertà, l'iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità» (par. 75).
    Per una religiosità, unicamente preoccupata del rapporto tra Dio e l'anima del singolo, queste parole non hanno senso. A quanti condividono tali opinioni interessa soltanto che «l'anima» dell'uomo sia salva, libera cioè dal peccato e dalla colpa. Anche se la vita nel mondo è una realtà cui non si può sfuggire, si farà bene ad estraniarsi il più possibile ad essa per potersi dedicare alla «salvezza dell'anima». A questa mentalità si aggiunge spesso la convinzione che il disprezzo delle realtà terrene costituisca il puro cristianesimo e la vera pietà. Questo modo di pensare, che tanto ha influenzato la pietà degli ultimi tempi, si basa su una spiritualistica ed individualistica concezione della salvezza, in netto contrasto con il messaggio della Bibbia.
    Contro questa mentalità occorre sottolineare che la fede cristiana non si può ricondurre alla formula «Dio e anima». Se si vuole una formula, che riassuma la spiritualità dei Profeti e di Gesù di Nazaret, essa non potrà essere diversa da: «Dio e mondo». Secondo il loro messaggio, Dio non è senza il mondo né il mondo senza Dio. Egli è il principio creativo del mondo, la forza che lo conserva, lo plasma e lo ricrea, per rinnovarlo completamente alla fine dei tempi. Dio non è una forza distruggitrice o nemica del mondo, egli si prende cura della società umana, volendone realizzare la salvezza non soltanto nel mondo futuro, ma anche nel presente. Per questo egli invita gli uomini ad interessarsi di questa società. Queste affermazioni, così fondamentali della nostra fede, ci hanno portato al punto centrale della nostra tematica: educazione alla politica.

    La politica guida la storia

    Il mondo presente e futuro verrà sempre più determinato dalla politica, dalla quale dipendono soprattutto l'ordine, la pace, la giustizia e la libertà della società umana. Appunto perché nella politica si decidono i destini dell'uomo, il cristiano deve interessarsi di politica. È importante sottolineare il motivo di questo suo intervento. Bisogna perciò spiegare chiaramente che è la fede ad esigere un insegnamento ed un'educazione politica. La storia della catechesi dimostra che quando si impartì un po' di educazione civica la si intese principalmente come un dovere derivante dal quarto comandamento. Si ragionava in questo modo: nel quarto comandamento Dio non esige soltanto l'obbedienza dei figli verso i genitori, ma anche l'obbedienza dei cittadini verso lo stato. Esso per secoli non fu altro che l'imperatore, il re o il principe. Fu la catechesi e niente meno che h predicazione a procurare a questi monarchi i sudditi più obbedienti e ciò continua in parte ancor oggi. Si è cambiato soltanto il nome della autorità, la quale, in uno stato democratico, è rappresentata dal governo verso il quale i cittadini devono essere obbedienti.
    Una simile catechesi educa certamente dei sudditi docili ed obbedienti, ma non degli uomini politici; offende la fede e non tiene conto della realtà politica moderna. La fede esige che l'uomo agisca liberamente, da adulto ed in modo responsabile. Così deve comportarsi il credente, tanto all'interno della Chiesa che nella società umana; in ambedue queste comunità egli non deve essere degradato al ruolo di suddito.
    È evidente che una simile educazione da parte della Chiesa urta anche contro la situazione politica odierna. Infatti una democrazia prospera e si afferma soltanto se i suoi cittadini sono degli uomini maturi e responsabili. La prima virtù del cittadino in uno stato democratico non è l'obbedienza, ma l'iniziativa libera e responsabile.
    Anche nella Chiesa non dovrebbe essere diversamente. La costituzione pastorale parla più volte del diritto dei cittadini alla libera attività politica: «È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti» (par. 75).

    Quindi una educazione politica

    Se si vuol restare fedeli a questi principi, bisogna necessariamente rivedere l'insegnamento religioso. Non è più il caso di appellarsi al quarto comandamento per provare i nostri doveri verso lo Stato. Ciò educa dei sudditi obbedienti, ma non degli uomini politici maturi di iniziativa. Sarebbe fatale che la catechesi, a causa di una falsa concezione della autorità, assumesse un atteggiamento negativo nei confronti della democrazia, della dignità e dei diritti dell'uomo. In ciò non si potrebbe certo appellare al messaggio di Gesù. Il Vangelo invita gli uomini a diventare liberi figli di Dio; liberi non nella sfrenatezza morale, ma nella scelta personale che li lega alla volontà di Dio.
    E così, legato e nello stesso tempo libero, il cristiano deve vivere ed agire nel mondo e per il mondo. Perciò educare il giovane a diventare un uomo politico, che pensa ed agisce con responsabilità, non è una cosa secondaria, ma un compito centrale della educazione cristiana.
    Se si accetta questa tesi, è chiaro che non può essere lasciata al capriccio del singolo educatore la facoltà di decidere se educare o no i giovani alla vita politica. Se trascura questo suo dovere, egli pecca contro la fede e non guida i giovani ad una forma, oggi necessaria, di attuazione concreta della propria fede. Non è ancora tutto. Tale educazione politica non può oggi essere confinata ai margini della catechesi; essa è ora, come del resto tutto l'insegnamento sulle realtà terrene, uno degli argomenti principali che non si possono trascurare o svalutare impunemente.
    La costituzione pastorale insiste sull'urgenza dell'educazione politica dei giovani: «Bisogna curare assiduamente la educazione civile e politica, oggi tanto necessaria, sia per l'insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica» (par. 75). Probabilmente non sappiamo ancora esattamente come debba essere una catechesi che tenti di assecondare l'invito di Dio, nascosto nella concreta situazione della società contemporanea. È però certo che non basta trattare del problema politico soltanto quando si spiega la dottrina dei comandamenti. Il suo contesto proprio e naturale è l'intera dottrina della fede. Esso rientra nella problematica, così fondamentale, dei rapporti tra Dio e il mondo e l'umanità specialmente.

    L'azione politica nasce dalla carità

    Un'altra considerazione dimostra quanto questa educazione alla vita politica sia importante. La fede cristiana tende naturalmente ad attuarsi nella carità. Essendo essa fede nell'amore di Dio, proteso verso il mondo, non può non suscitare sentimenti di carità verso il mondo e specialmente verso il prossimo. Non si tratta di vera fede se non tende a questa realizzazione. Ciò è di grande importanza anche per il nostro problema. L'azione politica del cristiano è vista come un compimento dell'amore del prossimo, il quale, assieme alla carità verso Dio, è il principale comandamento del cristianesimo. Non è uno dei tanti, né il primo di una lunga serie, ma è l'atteggiamento fondamentale cui si deve ispirare il credente in tutti i suoi rapporti con il prossimo. Esso impegna il cristiano ad un servizio generoso dei suoi simili.
    Ma poiché oggi i destini della comunità umana si decidono soprattutto nella politica, è proprio il comandamento della carità fraterna che spinge i credenti a partecipare alla vita politica. Non interessarsi di essa può essere una forma di egoismo, un peccato di omissione del principale comandamento cristiano.
    Per applicare tutto ciò alla pastorale, dobbiamo affermare che la dottrina della carità del prossimo ha urgente bisogno di essere integrata nella visione degli impegni che il cristiano ha nei confronti del mondo in cui vive.
    Il Concilio Vaticano II ha già prospettato questa nuova interpretazione in diverse costituzioni e decreti.
    Perciò l'atteggiamento del cristiano di fronte a tutti gli uomini, siano essi fedeli o infedeli, deve ispirarsi a sentimenti di carità. Ciò significa che il primo comandamento della carità deve essere spiegato in questa visione ampia ed universale. Si tratta addirittura di non venir meno alla responsabilità che ciascuno ha, non soltanto per la propria salvezza, ma anche per quella degli altri.
    Se evita di fare ciò, la pastorale e la catechesi non assolvono al loro compito di attualizzare il Vangelo, cioè di applicarlo alla concreta e reale situazione dell'uomo.

    I santi, uomini politici?

    Anche la dottrina sul culto dei santi deve essere ripensata a questa luce, mettendone in evidenza le loro positive relazioni con il mondo; cosa che è sempre possibile, anche nei casi in cui essi «fuggirono dal mondo». Questo nuovo modo di onorare i santi si può riassumere nel fatto che noi, non soltanto «amiamo e veneriamo» i santi, perché furono «amici di Dio» e lo onorarono sopra ogni cosa; ma anche perché proprio questo amore divino li spinse ad amare e servire gli uomini e il mondo. Quando perciò li presentiamo ai giovani come dei modelli, non dimentichiamo che essi lo furono anche nel servizio degli uomini e del mondo.
    Se si presenta l'attività politica come una forma di carità del prossimo, particolarmente adatta ai nostri tempi, si ottengono due effetti positivi.
    * Anzitutto in questo modo l'amore del prossimo perde, agli occhi dei giovani, tutto ciò che sa di sentimentale e che non attira davvero le loro simpatie; perché dà loro l'impressione di qualcosa di sdolcinato, espressione più di debolezza ed arrendevolezza che di forza ed energia. Se invece si spiega che l'amore del prossimo è disponibilità ad aiutare la società umana, inserendosi, per esempio, nella vita politica, allora non c'è posto per sentimentalismi; esso appare invece come un impegno di responsabilità, di grandezza, che esige forza di carattere e capacità di iniziativa. In questo modo l'amore non è considerato come un sentimento ma come un atteggiamento personale, guidato più dalla volontà che dal cuore.
    * La seconda conseguenza positiva si riferisce all'oggetto della azione politica. Abbiamo già parlato dell'opportunità di spiegare l'impegno politico come un servizio che si rende alla società umana. La catechesi ha appunto il dovere di educare a questo servizio, affrontando prima di tutto i problemi della pace, della giustizia e della libertà. È però di capitale importanza che questi problemi non vengano trattati come delle realtà astratte, staccate dalla storia, ma come delle esigenze imposte dalla fede, a contatto diretto con la concreta situazione della società umana. Essi inoltre non possono essere risolti senza considerare anche altri atteggia menti riguardanti la politica. Così per esempio, non si può parlare in modo adeguato della libertà, senza spiegare anche che cosa siano il rispetto e la tolleranza. Ed è davvero, tutto questo, un problema ingente, per educare i nostri giovani ad essere e a vivere da cristiani autentici, in questo mondo.