(NPG 1971-02-42)
La quaresima esercita ancora, in noi educatori, una carica notevole. Alla vigilia, ci chiediamo tutti: che cosa si può fare per «farla vivere», in noi e negli altri?
Le iniziative si moltiplicano: anche questo numero e il prossimo di Note di Pastorale Giovanile ne fa una rassegna.
Ma ci accorgiamo della necessità di «motivarci»: di ritrovare, dentro le cose nuove o in quelle che vengono avanti sull'onda del calendario, un'anima, un perché, un «a che cosa tendono».
È chiaro che la quaresima è una realtà «data»: un fatto della Chiesa, che ci trascende. Ma per la sua verità, nasce il problema dell'adattamento, della storicizzazione a livello dell'oggi-qui, a ritmo cioè con la vita.
Interrogativi nascono spontanei:
• che significato ha la quaresima nell'arco di un anno educativo e pastorale?
• entro quali canali d'impegno convogliare le energie: fame e terzo mondo o problemi locali? riflessione o azione?
• una quaresima di élite o una quaresima di massa?
In questo articolo si tenta una risposta.
Per evitare integrismi, c'è una pluralità di voci e di esperienze. Dal missaggio di queste istanze, può nascere un fascio di suggestioni interessanti.
Partecipano alla tavola rotonda, organizzata dalla redazione di Note di Pastorale Giovanile:
don Bartolino Bartolini (docente di teologia presso Io studio teologico di VeronaSaval)
Beppe Beraudo (universitario, impegnato in un oratorio parrocchiale)
ing. Giorgio Ceragioli (presidente del movimento «Sviluppo e pace» e del movimento «Quaresima di fraternità»)
don Franco Delpiano (animatore di gruppi di impegno sociale)
prof. Magda Fiori (insegnante di religione presso una scuola secondaria superiore)
don Vincenzo Marrone (animatore per la pastorale giovanile)
don Guido Pojer (direttore di una comunità educativa)
don Elio Scotti (delegato nazionale del Centro Salesiano di Pastorale Giovanile). Tutta la prima parte della tavola rotonda si riferisce direttamente ai giovani. Solo in un secondo momento si avanzano indicazioni di adattamento, specifiche per i preadolescenti.
ALLA RICERCA DI UN SIGNIFICATO PER LA QUARESIMA
NPG – Il primo problema che vogliamo porre sul tappeto, è il significato educativo e pastorale della quaresima, nell'arco dell'anno.
Vi pare, cioè, che questo «strano» periodo di quaranta giorni abbia una sua ragion d'essere, nel processo verso la maturazione umana e cristiana di un giovane?
E se ha un senso, qual è?
MARRONE – Io vedo nella quaresima il momento in cui Cristo, diventato uomo in favore dell'uomo, invita l'uomo a liberarsi dalla parte peggiore di sé. Egli è venuto a mettere l'uomo vero contro l'uomo falso, fino alla risurrezione dell'uomo vero: Cristo è il primo risorto, l'uomo autentico totalmente, Colui che essendo contemporaneamente l'autenticità più piena dell'uomo e Dio in persona, fa scoprire all'uomo il suo vero volto e lo aiuta nella difficile quotidiana realizzazione.
La quaresima può essere un momento forte per scoprire l'uomo «falso» in se stessi e negli altri, e, scoprire tutte le altre falsità della nostra società. Per prendere coscienza che l'uomo deve liberarsi di queste falsità, lottando fino alla morte.
BARTOLINI – Mi pare che ci si debba proprio orientare verso questa suggestione. Ci sono dei concetti a cui i giovani sono particolarmente sensibili: la liberazione, la rivoluzione permanente, l'autenticità. E la quaresima ripropone proprio la grande liberazione, la grande rivoluzione.
I giovani prendono sempre più coscienza che l'uomo va liberato a livello politico, delle strutture, e per questo bisogna lavorare a fondo a questi livelli, per conquistare la liberazione da tutte le forme di oppressione. Ma avvertono anche che questa liberazione è ancora esteriore all'uomo, che quantunque necessaria è insufficiente, che la vera liberazione è dal di dentro, perché il male è dentro: le strutture sono alienanti perché l'uomo porta dentro la vera alienazione. Di qui il bisogno di un Liberatore. Le stesse cose si possono ripetere a proposito di «rivoluzione permanente». Di solito, parlo ai giovani in questa chiave: la liberazione non è mai finita, dev'essere continuamente rifatta.
Sempre più giustizia e pace: guai a fermarsi. Il ritorno, ogni anno, della quaresima mi ricorda che ogni anno ho bisogno di questa rivoluzione, di portare nel mondo più giustizia e più pace. Per cui una buona pista di riflessione potrebbe essere questa: impostare la quaresima attraverso concetti che sono vicini al linguaggio giovanile, e profondamente veri, perché toccano il cuore dei problemi dell'umanità. In questa chiave, è necessario riscoprire il significato profondo del sacramento della penitenza: la liberazione in atto, una rivoluzione permanente, verso un sempre più grande amore, una sempre più accesa capacità di donazione. In «Pregare giovane», tutta la catechesi sulla penitenza è impostata su queste linee.
MARRONE – Accetto in pieno questa linea. Aggiungerei solo: una liberazione, una «penitenza» fatta assieme. Perché la quaresima non è tanto per il singolo, quanto per la Chiesa come comunità. Ognuno si inserisce in un «momento» della vita della comunità: è tutta la Chiesa che assume questo impegno. È una comunità che fa questo atto. Ciascuno «prende atto» di quello che la Chiesa, come comunità, vive. È interessante, a questo proposito, una riflessione che ho fatto leggendo l'ultimo numero di «Promesses».
In testa, ci sono due affermazioni. Una del cardinal Daniélou: «Io sono un uomo libero. Sono un uomo libero perché so che nessuna istanza umana avrà mai l'ultima parola, che da ogni istanza umana potrò sempre appellarmi a colui che giudicherà ogni istanza umana: è per questo che sono libero. Fino a quando l'uomo è prigioniero dell'uomo, quando è l'uomo l'ultima istanza, quando è il potere l'ultima istanza, si è definitivamente prigionieri, è il vero inferno, ed è solo Dio che ci libera da questa cattività».
Accanto è messa un'affermazione di Garaudy: «Io non sono un uomo libero, perché non esistono uomini liberi quando un popolo, o la stragrande maggioranza di un popolo, non ha quelle libertà fondamentali, a proposito di salari, di durata del lavoro e di ritmi lavorativi. Perciò non è vero che noi siamo liberi: forse è solo un'idea astratta. Se vogliamo esserlo, bisogna impegnarsi in una lotta». E partendo da questa premessa, la rivista studia tutta la vita dell'uomo, la sua riuscita.
Questo è molto importante... Il giovane oggi sente veramente che lui non è «giusto», fin quando non c'è giustizia dappertutto, che non è libero fin quando non c'è libertà per tutti. La quaresima è un momento in cui la Chiesa riflette sulla liberazione in chiave comunitaria: una realtà da fare, per tutti: in sé e negli altri. Per rendere efficace, oggi la pasqua di Cristo.
CHE NE PENSANO I GIOVANI?
NPG – Non stiamo facendo un discorso clericale? Parliamo di liberazione, di quaresima come momento forte della Chiesa per una rivoluzione permanente, ma... abbiamo l'impressione che sia un discorso recepito e recepibile? I giovani, sono sensibili al fatto «quaresima», anche se visto in questa luce o lo rifiutano, prima di ogni significato?
CERAGIOLI – Pensare che la massa dei giovani sia in grado di recepire un significato specifico della quaresima, per me è veramente un'illusione. E tutto un discorso da rifare, da riprendere. Mi pareva giusta questa ultima interpretazione: la quaresima è un momento della Chiesa, in cui si cerca di inserire un certo discorso, in cui si cerca di ricuperare certi significati dell'essere Chiesa. Però il giovane non vuole aderire a una impostazione della quaresima se non la scopre disciolta, vissuta per tutto l'anno: se non pensa che questa si trasferisca lungo tutta la vita. La quaresima è un momento forte, come lo chiamate voi, cioè un momento organizzato, in cui ci sono particolari iniziative o attività. Però non dovrebbe essere staccato da una visione globale della vita, da una visione di impegno integrale.
Che significato assume allora il parlare di problemi sociali – fame, terzo mondo, ecc. – proprio durante la quaresima?
La risposta è duplice: può essere da una parte un volersi agganciare a una sensibilità che attualmente è molto viva tra i giovani, e dall'altra un tentativo di unire insieme la dimensione verticale e quella orizzontale del cristianesimo, l'amore di Dio e quello del prossimo. Il momento dell'anno sembra particolarmente significativo, perché nella quaresima la Chiesa dovrebbe essere in tensione per il ricupero della dimensione verticale: questa però si concretizza in modo molto facile, chiaro e significativo, nella dimensione orizzontale della carità, dell'essere-con-gli-altri.
DELPIANO – Su questa linea, vorrei aggiungere una riflessione.
I giovani, almeno quelli più disponibili, hanno un forte senso del limite, di quello personale e di quello sociale. Si domandano se la loro opera sia veramente valida per la costruzione di un mondo migliore.
C'è molto di «quaresima» in tutto questo.
Nel tentativo di superare i limiti della povertà economica e strutturale, ci si ritrova poveri, limitati. È il momento della conversione.
Allora, l'annuncio di Cristo risorto può diventare la grande risposta alle istanze dell'umanità.
Un annuncio autentico, non strumentalizzato, ad un mondo giovanile in attesa. La quaresima si fa «tempo accettabile» per sé e per gli altri: per il mondo dei poveri, di tutti i poveri.
CERAGIOLI – Mi pare importantissimo che questo annuncio non tenti il linguaggio dei giovani, ma la loro vita: che sia un annuncio chiaro, proveniente da un modo di credere, non da un tentativo di capirli. I giovani vogliono la vita vissuta, vogliono un linguaggio di verità, anche se è contrario a quello che pensano o a quello che manifestano. È molto meglio un linguaggio estremamente preciso su cui si può essere sicuri (si può giurare «con la vita», cioè con il modo di vivere dei cristiani) piuttosto che con un linguaggio più avanzato, più vicino alle istanze giovanili, che però in un domani li lascia totalmente delusi perché scoprono che, dietro la facciata delle grandi parole, non c'è la vita, ma il nulla.
FIORI – Io incontro molte ragazze: nella scuola e fuori, per motivi formativi e informali.
Ho la percezione che molte ragazze accettino, sentano profondamente anche se non riflessamente, il tipo di discorso fatto fin qui.
Anche quando non hanno ancora toccato con mano, sulla propria pelle, che significhi la sofferenza, la rinuncia, la fatica, il sacrificio, ne hanno sempre un'idea vaga ma penetrante. Mi pare che tutto ciò sia il punto d'innesto per fare interiorizzare il bisogno di penitenza, intesa anche come solidarietà sociale.
Però, credo sia necessario dire subito una cosa.
Tutto ciò non è legato al fatto «quaresima».
Per la maggioranza, la quaresima non significa più nulla.
Per alcune, quelle più vicine alle nostre associazioni, la quaresima ha ancora un significato, ma di tipo «tradizionale», legato cioè ad alcune pratiche.
Per le altre... è un suono senza senso.
SCOTTI – Ai giovani, oggi, la quaresima non dice più niente, non ha significato. Mi viene da dire: è solo nella testa dei preti. Ma non per questo, si deve sbaraccare tutto. Tutt'altro. Ci sono delle istanze che fanno parte del duro mestiere di essere uomo. Su di esse si può far leva, per tentare di recuperare il valore, insostituibile, di cui la quaresima è carica.
Non tanto quindi, un discorso di quaresima in sé e per sé. Ma sulle urgenze di cui è portatrice.
E mi paiono soprattutto due.
Tutti i popoli, tutte le religioni, hanno dei momenti di maggior interiorizzazione, di maggior riflessione.
Tutta la vita, oggi, porta ad una esteriorizzazione continua. Diventare uomo, maturare, vuol dire invece interiorizzare, riflettere, entrare «dentro se stessi».
Questo è sempre urgente. Ma lo è oggi, soprattutto. Perché la alienazione ci prende a livello del subcosciente.
Quaresima, quindi, è tempo di riflessione, per continuare ad essere uomini. La riflessione tende ad esteriorizzarsi: a tradursi in gesti di sacrificio, di rinuncia, di fare qualcosa per gli altri.
Ecco il secondo aspetto della quaresima. Dalla verità della riflessione nascerà, attraverso la mediazione dell'educatore, la voglia di fare qualcosa. Il giovane oggi avverte che la penitenza deve diventare un fatto più interiore, perché la lotta è più all'interno di se stesso.
E chiaro che ciò è di tutta la vita. La chiesa ha scelto un periodo speciale, concentrato, per invitarci a ricordarcene.
Mi pare che così si rilanci la quaresima in un processo di crescita personale, di continua risurrezione, in Cristo che è risorto per farci risorgere.
POJER – Quello che ha detto don Scotti, si riallaccia bene alla mia esperienza.
Parlando di quaresima ai giovani, ho notato che molti... non ne capiscono davvero nulla. Sembra loro di ritornare indietro nel tempo, al medioevo. Però, mentre i giovani sono restii ad interessarsi di questo fatto cristiano, che, dicono loro, ha sapore di vecchio, quando noi centriamo la loro attenzione sulla «pasqua», sulla risurrezione di Cristo che rende possibile la nostra, allora scatta il loro interesse. Soprattutto se partiamo dalla nostra povertà, dal nostro bisogno di crescere e convertirci, dal più profondo, per essere uomini.
Cristo che risorge, visto così, è un argomento che li interessa, perché si sentono chiamati in causa, personalmente.
I più sensibili (evidentemente non parlo di quella frangia di disimpegnati cronici) sentono il bisogno di uno che li aiuti, che li tiri fuori dal male, che ci tiri fuori tutti dal male. E sentono che non possono lasciarlo da solo, questo Signore che ci salva: la collaborazione diventa spontanea.
LA QUARESIMA COME TEMPO FORTE
NPG – Parecchie volte si è accennato, nel corso della nostra conversazione, alla necessità che la quaresima sia un punto forte di un insieme di interventi, disciolti in tutto l'arco dell'anno.
Su questo, siamo abbastanza d'accordo. Però il discorso è ancora generico. Ci sono due tentazioni opposte. L'accento sulla continuità può far dimenticare il tempo forte; l'accento sulla specificità della quaresima può far perdere il senso di continuità progressiva.
Quale posizione, secondo voi, è più significativa?
BARTOLINI – Vorrei fare un riferimento di precisazione a quello che ha detto l'ing. Ceragioli. È chiaro che la quaresima dev'essere coerente col resto dell'anno, con il «prima» e il «dopo». Però, molte volte, per i giovani essa può essere un inizio. Supponiamo che un gruppo organizzi un'attività esteriore, anche appariscente: per qualche giovane è un'occasione scioccante; da lì, inizia un lungo nuovo cammino. Da questo punto di vista, la quaresima, con alcune forme esteriori tipo raccolte o «campagne», può avere un vero significato. È chiaro che bisognerà sempre insistere sulla coerenza: dire che è l'inizio di una rivoluzione interiore, di una trasformazione, di un cammino da percorrere.
Resta sempre un mistero la percezione di un inizio: per me, è un dono, una grazia.
CERAGIOLI – Dal mio punto di vista, la quaresima deve essere una «quaresima della comunità»: la comunità è coerente quando presenta un messaggio che sente di vivere in tempi diversi, in modi diversi, ma lungo tutto l'anno. Questo, soprattutto rispetto al giovane interessato dall'esterno: deve esserci la possibilità per lui non solo di recepire un messaggio, di capirlo, ma essenzialmente di viverlo.
Bisogna programmare in modo tale che non capiti che, finito il tempo di quaresima, il giovane non sappia più come fare, si trovi senza appoggio, senza strutture, senza possibilità di continuare il cammino che ha iniziato. Deve avere la possibilità di viverlo continuamente.
Vivere continuamente non vuol dire fare continuamente le stesse cose, nelle stesse forme con cui ha agito in quaresima; ma significa aver percepito il cuore del messaggio e cercare di tradurlo nel quotidiano.
BARTOLINI – La quaresima è un fatto della comunità. D'accordo in pieno. O è comunitaria o non è quaresima.
Proprio in questi termini, nasce la dialettica massa e élite. I gruppi più impegnati hanno la funzione di collegamento e di sensibilizzazione, in linea orizzontale (un'apertura verso i tanti disimpegnati) e in linea verticale (nell'arco di tutto l'anno o di tutta la vita).
Mi spiego.
Si accennava ad alcune istanze come la liberazione, la trasformazione: ci sono dei settori di giovani che le recepiscono fortemente, e dunque con loro è facile impostare il discorso su quella linea; però la massa dei giovani vive tranquillamente: nella civiltà dei consumi ci nuotano, ci sguazzano, beati: non sono neppure inquieti. I giovani più impegnati devono sentirsi responsabili di questi altri: organizzarsi per liberare non solamente dal bisogno materiale ma anche da questa specie di schiavitù psicologica e morale.
In quaresima, una forte riflessione sulla società dei consumi sarebbe ottima: sul pericolo di esteriorizzazione, di manipolazione, di creare una mentalità utilitaristica, di uccidere i rapporti personali, sul fatto che Dio non è più significativo in un mondo di beni materiali in cui l'uomo è sazio. L'élite ha la funzione di muovere la massa. Per cui in un istituto, in una parrocchia o in una diocesi, i gruppi non dovrebbero fare una quaresima «autistica», a proprio uso e consumo: dovrebbero vivere un momento di Chiesa, proprio in tensione missionaria, per operare in questo contesto sociale.
BERAUDO – È la strada migliore. Ma il problema rimane: come far arrivare questo messaggio a tutti, o almeno a molti? È più facile il metodo dell'élite che a un certo punto fa una sua attività e si crede brava perché ha fatto molte cose belle. È difficile... scendere a patti con la massa, cercare di parlare la sua lingua, fare proposte piccole, parziali, graduali, perché siano accettate. In una parola: dialogare con chi non ha voglia di ascoltarti.
CERAGIOLI – È un problema che ci siamo posti anche noi, all'interno del nostro comitato «Quaresima di fraternità».
Vorrei produrre esperienze positive. Ma purtroppo, almeno per il momento, non abbiamo nulla di interessante.
La nostra iniziativa è molto di tipo verticistico: c'è un gruppo, esso possiede alcuni strumenti e predispone un'operazione.
Vorremmo seguire, gruppo per gruppo, tutte le realizzazioni: ma non ne abbiamo né la possibilità né le strutture.
Noi proponiamo alla diocesi di Torino, in generale, alcuni tipi di intervento... e poi ciascuno, ogni parroco, ogni gruppo, realizza quello che crede e che riesce.
Abbiamo, in definitiva, impostato così la nostra azione: si è lanciata un'idea, sono stati forniti sussidi adeguati... e si spera che qualcuno la recepisca, in pieno o parzialmente.
Nei progetti di quest'anno, c'è il tentativo di diminuire un po' questa verticalità. Diminuire cioè il numero delle veline che vengono diffuse, con un programma dettagliato di iniziative, per chiedere alle singole comunità di inventare qualcosa in proprio.
Staremo a vedere...
PROPOSTE DI INTERVENTI PER VIVERE LA QUARESIMA
NPG – Abbiamo spesso parlato di interventi. D'altra parte, per non fare del vuoto verbalismo, ogni proposta deve concretizzarsi in gesti. Mi pare di aver colto dalle vostre parole, una certa altalena tra interventi di tipo sociale e altri di tipo puramente riflessivo: dalla catechesi alla raccolta carta, per intenderci.
La vostra esperienza cosa può suggerire ai nostri lettori? Dove è meglio muoversi? Dove può essere posta la prevalenza? È problema di alternative o di integrazioni?
FIORI – Penso che si debba tentare una fusione dei due momenti. Si parte, da un'esperienza di fatica, di sacrificio – una raccolta per la fame nel mondo, ad esempio – e si cerca di passare ad una continuità di vita. È necessario portare il giovane a rendersi conto che un'esperienza del genere può essere continuata: non con la stessa intensità, d'accordo, ma nelle circostanze e negli avvenimenti di ogni giorno: a casa, coi genitori, a scuola, con gli amici. Ma non è sufficiente.
Bisogna poi passare dal momento operativo a quello riflessivo: non è impossibile ampliare l'idea di socialità, di solidarietà, di aiuto agli altri, nella presa di coscienza del proprio essere Chiesa.
DELPIANO – Sono ormai tre anni che la mia opera si svolge in un gruppo sociale, e che partecipo a campi di lavoro. Da questa esperienza mi sembra si possano trarre alcune conclusioni interessanti. Innanzitutto non si lavora se non si sa per chi si lavora. Quindi è molto importante, per chi propone una certa attività, riuscire a farne comprendere le motivazioni. Tanto più quando si deve passare da uno sforzo momentaneo ad un impegno continuato. Se nel primo caso la motivazione può essere sostituita da un momento emotivo – la comunità, il senso di amicizia, la novità – nella continuità tutto crolla, se non c'è stata una coscientizzazione dei motivi.
Ma mi pare che al di là della riflessione in sé, intesa come processo, si possa pensare all'oggetto di essa: ad esempio, l'esperienza fatta di lavorare per i poveri. L'esperienza della fatica avvicina ai poveri, che devono lavorare, e talvolta duramente; certi tipi di lavoro che sono più vicini a quello dei poveri, un po' per volta fanno capire il loro mondo. Si penetrano e si assorbono i valori più genuini, l'autenticità, la liberazione dalla civiltà dei consumi, fino ad accettare – e l'esperienza insegna che per i giovani è un passo abbastanza frequente – un tipo di povertà personale. Si intuisce allora che non basta il benessere procurato da altri o il titolo di studio o la carriera; si imposta con i poveri un discorso comune di apertura agli altri, di coscienza dei propri limiti. E quindi di ricerca comune. Allora, la riflessione diventa esigenza di autenticità di vita, diventa anche esigenza di affrontare seriamente e a fondo il problema religioso.
Sempre basandomi sulla mia esperienza, posso affermare che sono pochissimi i giovani che finiscono un campo di lavoro senza essere arrivati, prima o poi, ad un discorso di fede, qualunque sia il punto di partenza.
E anche i «praticanti», i «ferventi», in questi momenti, si pongono il problema dell'autenticità della loro fede, proprio partendo dal servizio agli altri, da una giornata di dieci ore di lavoro fatto per chi ha meno di me.
Voglio ancora sottolineare che quello della riflessione è un momento essenziale: se, oggi come oggi, avvertiamo una certa aria di «crisi» nei gruppi operativi, è proprio per la mancanza di questo elemento. Ci sono dei gruppi, partiti impegnatissimi nel lavoro, che stanno facendo l'autocritica, e giungono a dire che il lavoro in sé e per sé, da solo, può diventare una alienazione, perché si trasforma in alibi a una certa pigrizia mentale di fronte ai problemi di fondo.
Tutto questo c'entra con la quaresima, anche se a prima vista non appare. La quaresima può diventare significativa se, a partire da una dura esperienza di sacrificio, di lavoro per i poveri, continua in uno spazio di intensa riflessione sui valori più profondi del proprio essere uomini e cristiani, in Cristo risorto.
Il passaggio è più naturale di quello che non possa apparire a prima vista, soprattutto se è presente, nel gruppo o nella comunità, un educatore capace e intelligente, disposto a «morire», per far vivere.
SCOTTI – Diventa quindi logica una conclusione, dalle parole di don Delpiano, che condivido totalmente.
La quaresima, se vuole essere autentica, non è un momento di solo lavoro per i poveri, né un momento di sola riflessione, anche se intensa. Ci vogliono tutte e due le cose, per la reciproca verità. Si tratta di programmare, in concreto, interventi in tutte e due le linee.
Il punto di partenza può variare: dipende dalla sensibilità dei singoli gruppi o delle comunità di convivenza.
C'è chi scatta più prontamente se toccato sul filo dell'impegno di tipo esterno; c'è chi recepisce prima un invito alla riflessione.
Ma l'educatore fa da correttivo ad una spontaneità male intesa del gruppo. Guida a prendere coscienza che manca qualcosa, nell'un caso e nell'altro. E difficile. Ma è importante. Altrimenti si resta nel generico e nell'inconcludente.
La quaresima non dice molto ai nostri giovani. Ma i giovani hanno un gran bisogno di un periodo di quaresima. Non è una contraddizione, nello spirito delle cose che abbiamo detto questa sera.
Si tratta, in ultima analisi, di inventare le strade giuste, per far scattare quelle meravigliose potenzialità che sono nel cuore di ogni uomo... soprattutto se giovane.
CERAGIOLI – Vorrei ancora insistere su di un punto. Tutto il discorso della quaresima, il discorso fatto questa sera, corre il rischio di naufragare, di essere controproducente, se non si è estremamente attenti a evitare la strumentalizzazione reciproca della dimensione sociale e della dimensione della fede. La strumentalizzazione può essere reciproca: il discorso religioso che si fa attraverso un movimento sociale non capito fino in fondo, non creduto fino in fondo, ma utilizzato solamente perché piace, perché funziona. O viceversa: la gente interessata al discorso sociale – a far soldi, ad aiutare i poveri – utilizza la quaresima perché in quel momento la Chiesa è disponibile ad essere strumentalizzata, e di lì si fa un discorso privo di qualsiasi sostegno riflessivo di fede, di cristianesimo. Questa manipolazione reciproca è pericolosa. Le iniziative non dovrebbero partire se non ci si crede, in un senso e nell'altro. I fatti sociali che si presentano devono essere creduti, e devono essere credute le conseguenze sul nostro modo di agire.
E CON I PREADOLESCENTI, COME LA METTIAMO?
NPG – Finora abbiamo parlato tenendo conto degli adolescenti e dei giovani. Era il loro mondo, quello che ci interessava, da vicino.
Molti lettori della nostra Rivista sono a contatto con preadolescenti.
Vi pare che le istanze che sono emerse siano trasportabili di peso anche per essi? O vanno ridimensionate? E come?
FIORI – Secondo me, il mondo dei preadolescenti presenta tutto un altro quadro. Per loro, la quaresima può svolgersi con una serie di iniziative, anche abbastanza sporadiche, senza ritrovare il collegamento di cui abbiamo parlato. Il loro sviluppo psicologico non permette ancora di esercitare una riflessione astratta, di tipo critico.
SCOTTI – D'accordo: la preadolescenza è un mondo totalmente a sé. Due sono le problematiche di questa età che più si avvicinano allo spirito della quaresima.
Innanzitutto, può essere un esercizio del proprio dovere verso gli altri: esercizio di virtù, da conquistare naturalmente in un periodo lungo: la bontà sia interiore sia esteriore verso gli altri, la donazione a tutti i livelli.
È poi momento in cui il ragazzo prova la gioia del dominio di sé: per chi vive un periodo di sviluppo fisico, la quaresima potrebbe veramente significare una visione più chiara, un dominio gioioso dell'uomo che nasce, nella dinamica morte-risurrezione.
POJER – La quaresima mi sembra un momento molto adatto per impostare, nella prospettiva del dominio di sé attraverso la dinamica morte-risurrezione, una catechesi chiara sul sacramento della penitenza-conversione. È un annuncio che non si può fare a fondo quando il ragazzo è più piccolo, perché non lo recepisce; quando poi è più cresciuto, il suo interesse e il suo impegno si rivolge spesso ad altro, per cui allora non c'è più né tempo né modo.
Si potrebbe, ad esempio, cominciare con delle celebrazioni comunitarie della penitenza, come conversione attuata nel dominio di sé e nella donazione agli altri.
BARTOLINI – Mi pare che la quaresima abbia significato anche per i preadolescenti. Molte delle cose dette prima, possono interessare anche loro. Ad alcune condizioni, però.
Prima di tutto i ragazzi non sono in grado di percepire un arco logico e prolungato di proposte.
Sarà quindi necessario suddividere la quaresima in tanti momenti, parziali, a circolo chiuso. Anche se il collegamento è preciso nel quadro di riferimento dell'educatore.
Però i ragazzi sono disponibili al cento per cento, se entusiasmati per qualche cosa di serio: potranno essere moltiplicate iniziative, presentate con colori impegnativi ma concreti, con modelli di riferimento vicini e tali da far scattare l'interesse.
Per educare, si cercherà lo spazio per «rifletterci su»: per passare dallo stato di azione superficiale a quello di azione motivata.
Quello che i giovani fanno istintivamente, per agire, ai ragazzi lo si può chiedere (ogni tanto: ecco la quaresima) come momento di sviluppo educativo.
E poi sottolineo ancora quello che è stato detto: l'accento sulla riscoperta della penitenza: dal sacrificio per gli altri, alla penitenza-sacramento, con gli altri.
Così la quaresima ritrova una densità molto interessante anche per i preadolescenti.

