(NPG 1971-12-40)
Le note, elaborate con un lavoro di équipe dal gruppo redazionale della Rivista, si situano in margine alla descrizione degli atteggiamenti dei giovani italiani (cf 1971/11).
La panoramica della tavola rotonda ha fatto emergere una serie di problemi: alcuni sono stati elencati; molti altri sono rimbalzati certamente, e con maggior acutezza, dentro il cuore di ogni educatore.
Queste pagine non intendono offrire chiavi di soluzione. Affrontano l'argomento più a monte, nel tentativo di individuare linee concrete, capaci di «preparare il terreno», di costruire argini protettivi, prima di affrontare, con sistematicità, le più appariscenti urgenze. È opportuno inoltre ricordare che in queste pagine non si farà un discorso specificamente pastorale. La preoccupazione è più generica, più vasta: il campo strettamente educativo. Ma ogni pastorale seria deve necessariamente partire di lì, se è vero che una educazione alla fede (anche in prospettiva di impegno politico) si iscrive in un processo di educazione.
Questo è poi soprattutto uno studio a carattere metodologico, quindi da sviluppare attraverso scelte contenutistiche. I contenuti specifici possono essere desunti da altri contributi apparsi sulla Rivista (per esempio, dall'intervento, per noi fondamentale, di Roqueplo).
Come filigrana, utilizziamo un articolo molto interessante di Paul Ricoeur (Taches de l'éducateurper politique, in Esprit, 1965, 7-8) ne citeremo le pagine più significative e soprattutto ne riprenderemo la struttura portante.
I destinatari, cui Ricoeur si rivolge, sono pure i nostri, grosso modo: «Parto dal presupposto che qui non devo indirizzarmi a uomini e donne che si considerano degli intellettuali disimpegnati e neppure a militanti, sottoposti alla disciplina di un partito. Suppongo di indirizzarmi a intellettuali che cercano il modo di esercitare con onestà una azione efficace di educatori politici; e dico subito che comprendo in questa categoria estremamente vasta tutti coloro che si sentono responsabili, attraverso un'azione di pensiero, di parola e di scritti, della trasformazione, dell'evoluzione, della rivoluzione del loro paese. Di uomini del genere ce ne sono nei sindacati, nei partiti, nei gruppi di pressione, nelle comunità ecclesiali. È a questo livello di responsabilità che cercherò di mantenermi sempre».
Il metodo con cui si sviluppa il nostro lavoro è analitico: ci pare possa fornire tagli più precisi, per evitare di scivolare verso un genericismo facile quanto inconcludente. Chi è nella mischia della realtà deve sapersi ricondurre però ad una visione unitaria, di sintesi. La parcellizzazione delle proposte e degli interventi è un grave errore pedagogico.
Se, nel momento dello studio, gli ingranaggi sono smontati, per comprendere il retto funzionamento di ogni pezzo, la macchina non può operare che ben compaginata: L'educatore è chiamato a ricomporre, immediatamente, ogni frammento nell'insieme.
L'impresa non è impossibile, perché, anche nello studio analitico che stiamo per intraprendere, molto spesso ogni proposta è collegata immediatamente alle altre.
Concretamente, allora, l'attenzione è posta sui tre «livelli» che possono descrivere la «civiltà», e che quindi indicano i punti d'intervento di un educatore:
* l'insieme degli strumenti a disposizione dell'uomo;
* le istituzioni: l'insieme delle norme sociali che regolano i rapporti interpersonali e l'esercizio concreto, nella società, di questi rapporti;
* i valori: i quadri mentali, le «valorizzazioni», con cui vengono utilizzati i vari strumenti e regolamentati i rapporti sociali.
A ciascuno di questi tre livelli, il discorso assumerà due risvolti complementari:
* una descrizione del fatto, per ritrovarne tutta la densità operativa di cui è carico;
* la ricerca del «ruolo» specifico dell'educatore in questo contesto.
Prima di entrare nel vivo della questione, ricordiamo l'urgenza di ritrovare piste di riflessione e azione solo da una sintesi di queste tre istanze.
L'INSIEME DEGLI STRUMENTI
Descrizione
Non avvengono né rapporti interpersonali, né rapporti di un singolo con la realtà sociale, se non attraverso la mediazione di strumenti. Si possono pensare due tipi di strumenti:
* quelli a carattere prevalentemente conoscitivo, che aiutano cioè a conoscere più e meglio la realtà (per esempio, le «formule» in fisica e i «test» in psicologia);
* quelli a carattere operativo, che inducono «operazioni» sulla realtà, rapporti di trasformazione, su qualsiasi direttrice (tutte le macchine, per esempio).
- È una nozione, come si vede, molto estesa e globale. In concreto:
* «Tutta l'esperienza umana, nella misura in cui lascia delle tracce, dei documenti, dei monumenti, si sviluppa come una strumentazione disponibile. Le esperienze intellettuali, morali, spirituali, si accumulano sotto forma di opere, monumenti visibili, libri e biblioteche, che costituiscono il dato acquisito dell'umanità».
* Oltre a questo mondo documentato, c'è il larghissimo raggio della «cultura», considerata come l'insieme delle norme non scritte che regolano i rapporti interpersonali. Il rapporto tra padre e figlio, il modo di allevare un bambino, il ruolo della donna nella società... sono spesso trasmessi attraverso il passaggio delle tradizioni orali, mediante un'usanza sociale difficilmente verbalizzabile.
La mancanza di documentazione non rende meno efficaci questi strumenti. Tutt'altro. Proprio perché non espressa è molto più sfuggente e molto meno controllabile. Lo sa bene chi tenta di immettere proposte «nuove»: cozza contro un entroterra culturale radicato profondamente...
* Una certa letteratura di larga diffusione (pensiamo ai settimanali) è attualmente strumento di diffusione culturale: della cultura istituzionalizzata e verbalizzata e di quella orale. Si tratta però, come è facile avvertire, di strumenti conoscitivi e operativi di estrema efficacia, anche politica. L'efficacia non è solo oggettiva (è riconosciuta da tutti la forza di questi strumenti di pressione pubblica) ma anche per l'uso politico che se ne fa: una certa definizione di educazione è funzionale all'ordine costituito, quindi coltivata con cura dallo stesso; una serie di esigenze sono molto funzionali al potere economico e quindi sottolineate con calore dalla pubblicità, con risvolti di carattere etico (è buona «mamma» solo colei che usa un certo sapone per il bambino...).
* Evidentemente rientrano nella categoria degli strumenti anche tutte quelle attrezzature tecnologiche che abitualmente, nel linguaggio corrente, passano sotto questa voce.
Le descrizioni precedenti non volevano certo sminuire la carica di questi, ma solo allargare il quadro mentale, ricordando che vanno considerati come strumenti anche le piccole cose del quotidiano (dall'uso degli elettrodomestici fino alla scelta dei pannolini... nei primi mesi della vita di un bambino, fino alla letteratura fiabesca e ai settimanali che riempiono le ore libere).
Contano molto, nella strutturazione di una vita più umana: per noi e per gli altri. Quindi hanno un contenuto politico, al loro interno. E richiedono un indirizzo sociale e politico (= il ruolo dell'educatore) proprio perché sono ambigui. Con la stessa intensità di attenzione di cui si fanno oggetto le attrezzature industriali e le catene di montaggio dei grandi complessi tecnologici.
- Questo insieme di strumenti dà un nuovo potere sulla realtà e quindi comporta responsabilità e prospettive nuove. La spirale è in continua scesa, con progressione geometrica. Pensiamo, solo per esemplificare, alla strumentazione a disposizione oggi dei giovani: i mezzi di comunicazione sociale rendono attuale una notizia contemporaneamente in tutte le parti del mondo, creando immediatamente una sensibilità mondiale; inchieste, analisi concettuali e sondaggi empirici, tutto il portato della psicosociologia, fa cogliere risvolti della realtà prima impenetrabili, costringendo ad una presa di posizione personale indilazionabile (non per nulla le facoltà universitarie, in cui ha largo spazio la sociologia, sono le più «calde»...). Ma se ne riparlerà più avanti.
Il rapporto uomo-strumenti passa attraverso queste fasi: esse ne ampliano il raggio e quindi ne acutizzano il potere:
* nessuno strumento viene distrutto: con il passare degli anni gli strumenti sono «accumulati»: diventano un patrimonio della storia;
* lo strumento, generalmente, tende a superare i confini nazionali per diventare universale: alla portata di tutti. Quindi l'accumulazione ne viene enfatizzata: passando di mano in mano lo strumento viene arricchito: l'esperienza di un popolo lo modella e lo rilancia. Si pensi, per esempio, alla «dinamica di gruppo»: nata nei complessi industriali made in USA, elaborata nelle loro università, ha travalicato presto l'oceano per diventare un prezioso strumento, di lavoro anche pastorale;
* accumulazione e universalizzazione aprono alla disponibilità. Gli strumenti sono accumulati per essere utilizzati: sono nelle mani di chiunque li voglia usare.
Si tratta di una disponibilità spesso non univoca: può essere sulla linea del servizio all'uomo o può schiacciare l'uomo. La stessa carica di intensità (accumulazione-universalizzazione) enfatizza un aspetto o l'altro. I grandi complessi industriali forniscono una documentazione schiacciante. Si pensi a come la psicologia possa essere usata contro l'uomo o per la sua liberazione.
La tecnologia ha creato la macchina. La macchina, giunta a livelli di perfezione prima impensabili, spesso richiede soltanto un uomo che la avvii: per il resto è autonoma, in tutto. L'uomo ne può diventare solo una appendice funzionale.
Ma su questa linea, si cammina a passi da gigante vero la robotizzazione (le catene di montaggio, il cui ritmo è studiato dai tecnici, in vitro, ed imposto, in nome della scienza, all'operaio): l'uomo usa uno strumento di cui non conosce null'altro che il processo di avviamento; i suoi «tempi» vitali (pasti, riposo, famiglia, tempo libero) sono condizionati dal ritmo di produzione della macchina.
Ruolo dell'educatore
La descrizione di che cosa si intenda per «insieme degli strumenti», anche se condotta con note affrettate, ha certamente evidenziato una serie di problemi immediatamente educativi. All'interno di questi, soprattutto se letti secondo il quadro d'insieme della civiltà, così come può apparire dopo l'analisi del secondo e terzo livello, è possibile rispondere alla domanda: qual è il ruolo dell'educatore? Bastano due battute, ma sono così vaste anche in un enunciato semplicissimo, da aprire subito un lungo discorso. Gli strumenti sono a disposizione dell'uomo. La disponibilità oggettiva è ambigua. Perciò si chiede all'educatore di indirizzare gli utenti verso la direzione positiva.
La macchina può appoggiare il lavoro dell'uomo o può ridurre l'uomo a sua appendice. È uno strumento prezioso: disponibile in senso positivo o negativo.
L'educatore può inserirsi in un processo, scolastico, di organizzazione del lavoro, di rapporti economici e produttivi e quindi politici, in cui:
* ci si preoccupi di istruire l'uomo «medio» in modo da renderlo atto a mettere in funzione la macchina, producendo senza vera partecipazione;
* o ci si preoccupi invece di educare l'uomo a comprendere la macchina, ad entrarci dentro, in modo da interagire con essa.
Per tradurre in termini concreti la scelta, preferiamo annotare una serie di passaggi successivi: la completezza sta nella sintesi e, soprattutto, nell'inquadrare questo discorso con quello successivo sui «valori». All'educatore oggi si chiede di assolvere a questi compiti:
La conoscenza che ogni strumento ha una dimensione etica
Un processo educativo non può che partire di qui. La percezione che ogni strumento pone in rapporto con gli altri, chiede conseguentemente una valutazione di natura etica, al di là di quella semplicemente funzionale-economica, nelle scelte operate.
«Fino ad ora abbiamo valutato le scelte e la libertà soprattutto come un fatto individuale; con ciò, abbiamo identificato troppo sovente la libertà con quella dell'imprenditore, che elabora le sue previsioni personali seguendo la regola del profitto.
Questa libertà d'iniziativa individuale andava a tempo con una economia incoerente e ad un insieme di fatalità economiche i cui meccanismi erano sconosciuti e quindi non dominati. Ora noi dobbiamo imparare a muoverci in un mondo che sarà sempre più il teatro di decisioni prese su scala collettiva».
Il significato etico di ogni strumento comporta una duplice attenzione. Di essa ogni educatore dovrà farsi promotore:
* nel momento dell'invenzione, della strutturazione, in primo piano va posta l'attenzione all'uomo. Si arriverà così alla creazione di strumenti di servizio all'uomo e non di robotizzazione o spersonalizzazione: l'efficacia produttiva non è in nessun caso criterio valutativo ultimo.
E tutto questo sia «in sé» che «negli effetti» (utilizziamo la terminologia «morale» classica, che richiama immediatamente tutta una densità di concetti, all'interno della formulazione. Tra parentesi, anche la terminologia è uno strumento e certo non tra i meno efficaci!).
* Non sempre però gli effetti sono prevedibili. Molto spesso quelli negativi compaiono successivamente... Si richiede perciò una continua verifica, un'apertura al ricambio, un controllo contro ogni sviluppo indiscriminato. Una disponibilità insomma a togliere dal circuito socioeconomico quello strumento, magari assai produttivo, che non permetta uno spazio vitale all'uomo.
Le implicanze pratiche sono enormi. Gli esempi potrebbero essere moltiplicati. Ogni mattina, il giornale ce ne sforna una rassegna. All'educatore si chiede prima di tutto di creare «questa» mentalità, unica base per un discorso umano e cristiano.
La continua contestazione di ogni uso inumano
L'educazione alla coscienza che l'uso di ogni strumento ha sempre una dimensione etica aumentando il potere dell'uomo, e quindi comportando una nuova grave responsabilità, non può avvenire a parole.
L'educatore educa con la sua vita: con il suo modo di entrare in rapporto con l'insieme degli strumenti, con l'uso che ne fa.
Si tratta di pagare di persona, per dimostrare che ci si crede. Ma questo non basta più oggi. C'è un capovolgimento di quadri, cui l'educatore è chiamato. Non è sufficiente che lui, come persona, usi bene degli strumenti. E neppure basta che l'educatore si faccia promotore di un uso saggio degli strumenti. Gli si richiede un intervento di tipo «contestativo» a più largo respiro.
Nessun problema è risolvibile oggi, se non riportandolo a dimensioni collettive, se non globalizzandolo. Il problema della fame non si risolve inviando navi di «aiuti» (anche se questi sono necessari) ma cambiando i quadri dell'economia mondiale. Così pure i problemi della scuola non si risolvono «nella scuola» (con riforme didattiche...), ma «fuori», nella società. Il livello strutturale permette una verifica ed una realizzazione della conversione personale. Contestare un uso inumano delle attrezzature significa non solo contestare nella propria persona, ma stimolare tutti ad entrare in questa «contestazione» globale. Una contestazione passiva, rifiutando collettivamente l'uso inumano; ed una contestazione costruttiva, promuovendo una pianificazione frutto di partecipazione, come si dirà tra poco.
«È questo concetto di scelta collettiva che mi sembra debba essere sottolineato, a questo livello di intervento. L'educatore, soprattutto nelle società industriali avanzate, non sarà solo un contestatore, come è stato e deve ancora essere, di fronte all'ingiustizia e alla disuguaglianza, alle forme antiche della povertà e a quelle nuove create dalle economie industrializzate; egli dovrà educare gli uomini a questa capacità responsabile di una decisione collettiva».
Verso una pianificazione economica
Si chiede all'educatore di lottare per la costruzione di una democrazia economica.
«Il significato etico di ogni scelta economica: più l'economia diventa una economia di previsione, più estende il suo campo di responsabilità. Contrariamente ad un'immagine errata, secondo la quale la pianificazione segnerebbe un progresso della meccanizzazione della vita umana, penso invece che lo svilupparsi di un'economia razionale rappresenti una conquista della decisione sul caso e sul destino. È per questo che è importante per l'educatore politico far apparire tutte le implicazioni morali di una scelta collettiva.
Ma, mentre siamo messi di fronte al dovere di una presa di coscienza, dobbiamo anche lottare per costruire una democrazia economica. Infatti, il solo modo per compensare lo spostamento di libertà dalla zona dell'iniziativa individuale a quella della decisione collettiva, è di fare partecipare il maggior numero possibile di individui alla discussione e alla decisione. È questo il problema della democrazia economica: come fare perché la scelta collettiva non sia monopolizzata da un piccolo numero (apparato di un partito, tecnocrati, gruppi di pressione) ? Questo problema della democrazia economica sarà il grande problema degli anni futuri. Oggi non esiste da nessuna parte».
Ogni industria ha sempre fatto la sua pianificazione. Ma era spesso un progetto funzionale al suo sviluppo. Al suo interno le persone erano pedine dell'ingranaggio economico e burocratico. Ora dobbiamo veramente capovolgere i valori. Perché questo sia possibile, sembra necessario che l'educatore si faccia promotore dei seguenti stadi successivi d'intervento:
* Prima di tutto una programmazione che parta dalla base e vada verso il vertice. Dobbiamo decisamente rifiutare ogni pianificazione centralizzata, fatta discendere dall'altro attraverso gli ingranaggi del potere. Il cammino da percorrere è quello opposto: dal quartiere alla città, alla provincia, alla regione, alla nazione. Attraverso questo metodo è possibile veramente tener conto delle minoranze e delle diversità.
* Ogni «località» è di fatto relazionata, legata con altre località. La pianificazione dell'uso degli strumenti non potrà dimenticarlo. Nessuno è un isolato, da coltivare e da curare «come se non ci fosse nessun altro al mondo».
Una pianificazione ottimale per un gruppo potrebbe schiacciare tutti gli altri.
* L'educatore si fa stimolo a inventare questo continuo equilibrio dinamico. I giovani oggi hanno scoperto il valore della «base»; ma, proprio per il calore con cui hanno operato la scoperta e come reazione al clima verticistico in cui sono maturati, rifiutano spesso di ridimensionare proposte e interventi per creare un raccordo compatibile con gli altri momenti di base e con l'insieme della compagine sociale. L'educatore è chiamato a collegare continuamente la realtà del proprio gruppo di appartenenza con il mondo esterno verso cui si hanno rapporti di dovere e dei cui benefici si vive. È un grosso problema che ha risvolti immediati anche all'interno dei piccoli gruppi delle comunità educative ed ecclesiali. In altre parole, tocca all'educatore-animatore il gravoso compito di promuovere una intensa vita locale e un preciso servizio alle singole persone che la compongono con una contemporanea apertura verso l'esterno; promuovere un'attenzione vivissima ai singoli problemi della base senza dimenticare che ogni gruppo è di fatto in rapporto con cento altri e che quindi la soluzione vera, «onesta» di quel problema, non può mai essere a scapito della vita altrui.
A chi dimentica la base per i giochi di potere, va fatta riscoprire l'assoluta priorità di ogni persona. Chi dimentica l'altro per il proprio sviluppo ottimale, va condotto entro il giusto alveo della socialità. Questa tensione non può essere vissuta dall'educatore come un equilibrio «diplomatico» da instaurare, attraverso concessione a destra e a sinistra. Si tratta di un lento processo di maturazione da costruire, accettando, in un quotidiano pagar di persona, la critica spietata e l'emarginazione facile da un fronte e dall'altro.
* Per accettare questa dinamica, è necessario ritrovare «il gusto del sacrificio», che una società di tipo consumistico continuamente scalza. Questo «sacrificio» è un preciso atto di amore verso gli altri. La rinuncia a quanto è per me ottimale permette ad altri il raggiungimento di uno stadio almeno sufficiente. Ed è l'unica condizione che permette una pianificazione veramente di servizio a tutti.
* La pianificazione perde così il suo aspetto burocratico, in un dinamismo che tende al superamento dei bisogni individuali verso quelli collettivi, alla percezione che un rapporto interpersonale vero non può affondare le sue radici che nella scoperta della «persona» degli altri come valore al cui servizio ci si deve consacrare, tutti.
* Ogni pianificazione richiede la previa evidenziazione delle mete. Per pianificare è necessario avere con chiarezza, davanti agli occhi, il punto di arrivo.
Una pianificazione che comporti la partecipazione
La partecipazione è conseguenza logica di quanto è stato ricordato sopra. Non è possibile «pianificare» a servizio dell'uomo se non attraverso una cogestione corresponsabile di tutti coloro che sono in causa. Spetta all'educatore farsi quindi promotore appassionato della costituzione di livelli sempre più precisi di partecipazione e della strutturazione degli strumenti che ne permettano l'esercizio. Si tratta di un problema indilazionabile. I giovani lo sentono vivamente. Non accettano più, per motivi di giustizia, che il potere economico e politico prenda decisioni sopra le teste senza che esistano strumenti da permettere che abbia ascolto reale e peso effettivo anche il parere di chi è coinvolto di fatto.
LE ISTITUZIONI
Descrizione
«Il secondo livello è quello delle istituzioni.
Ogni gruppo storico fa sua la realtà tecnica ed economica solo attraverso istituzioni. Ora, tirando in campo il fenomeno delle istituzioni, mettiamo in risalto nello stesso tempo la pluralità delle esperienze storiche, il termine civiltà va usato ora al plurale: ci sono delle civilizzazioni, nel senso che l'insieme delle forme istituzionali attraverso cui l'umanità persegue la sua esperienza, è, per quanto lontano possiamo risalire nel tempo, una storia molteplice.
Lo stile di questa storia è quello di una esperienza finita; l'umanità non realizza la sua coscienza che attraverso figure chiuse, che sono quelle dei molteplici sistemi istituzionali che regolano la sua esperienza storica; ogni civilizzazione, presa in questo senso rivela limiti storici e geografici; ognuna ha la sua area, i suoi confini, i suoi centri vitali, i suoi centri di irraggiamento, le sue zone di influenza; ognuna ha il suo tempo, "fa il suo tempo", delimita nella storia un periodo che segna con la sua impronta.
Che cosa bisogna intendere qui per istituzioni? Due cose, mi sembra.
In primo luogo, le forme di esistenza sociale con cui sono regolati normativamente i rapporti fra gli uomini; il diritto ne è l'espressione più astratta. Ma la nozione di istituzione copre un campo d'esperienza più vasta del sistema giuridico di una data società.
Se noi consideriamo le istituzioni sotto l'angolo della dinamica sociale, l'istituzione non è più rappresentata dal diritto, ma da ciò che noi possiamo chiamare, dando al termine il suo senso più ampio, la politica, cioè l'esercizio della decisione e della forza, a livello della comunità».
In altre parole, Ricoeur ci ricorda un dato di esperienza. L'uomo vive la sua vita sociale necessariamente all'interno di istituzioni: non esiste un rapporto che non sia mediato da qualche istituzione. Quindi, di fatto, l'istituzione è ineliminabile; anzi è un servizio per regolare gli scambi reciproci.
Esse sono limitate e relative, perché incarnate nel concreto di una storia e sempre parziale realizzazione: segnano il punto di equilibrio medio, e sono adeguate a determinate condizioni di tempo, spazio, rapporti. Spontaneamente però ogni istituzione tende a codificarsi in una serie di atteggiamenti. Perde cioè il carattere di relatività e si rende meno duttile al cambiamento (conseguenza immediata della relatività). Cristallizzandosi cessa di essere momento di servizio, di guida a rapporti interpersonali adeguati.
L'istituzione, di natura sua, per essere «efficiente», ha quindi bisogno di una continua verifica e di un aggiornamento continuo. A questo livello, sorge il grave problema «di fatto». La fonte del cambiamento è molto spesso l'autorità: colui che detiene il potere, colui che regola il «diritto», «espressione» ufficiale delle norme che regolano i rapporti fra gli uomini. Chi detiene il potere non è sempre... favorevole a cambi di istituzione, perché la sua posizione poggia proprio su quella determinata situazione che andrebbe modificata. Di qui, gli stati di conflitto che possono aprire o a radicalismi intransigenti (l'ordine costituito come somma divinità, intoccabile) o a massimalismi anarchici (dal cambio continuo al rifiuto globale di ogni forma istituzionalizzata).
Per evitare lo slittamento verso gli opposti estremismi, da cui scaturisce il disservizio alle persone, c'è bisogno della presenza critica ed equilibratrice dell'educatore.
Ruolo dell'educatore
Ricoeur, per descrivere il ruolo dell'educatore politico a livello delle istituzioni, utilizza una terminologia desunta da Max Weber. Parla di morale di convinzione e di morale di responsabilità.
Ci pare opportuno tradurre i due termini (interessanti come «contenuto», ma forse equivoci come formulazione) in un vocabolario già altre volte utilizzato dalla nostra Rivista.
Morale di convinzione = l'ideale (l'insieme delle tensioni allo stato puro, il punto di arrivo ottimale, la realizzazione più riuscita di un valore); morale di responsabilità = il reale (il dato di fatto contingente, il materiale tecnico con cui si ha a che fare, il fascio di emergenze spontanee e naturali presenti nelle cose, la curva che prenderebbe la storia se si tenesse in conto solo il «come vanno normalmente le faccende», il buon senso che ha i piedi per terra, i risultati e l'efficienza a costo di tutto).
- Precisati i termini, sentiamo prima di tutto il parere di Ricoeur.
«Sono convinto che la salvezza di una collettività riposi in fondo sull'esattezza dei rapporti fra queste due morali: da una parte, la morale di convinzione è portata dalle società di pensiero e di cultura e dalle comunità confessionali, fra cui le chiese, che trovano qui, e non nella politica in senso proprio, il loro vero punto di inserimento; dall'altra parte la morale di responsabilità è anche la morale della forza, della violenza istituzionalizzata, della colpevolezza calcolata. Compito dell'educatore è, secondo me, mantenere a questo livello una tensione permanente; perché se riducessimo la morale di convinzione alla morale di responsabilità, cadremmo nel realismo politico, nel machiavellismo, risultato della costante confusione tra mezzi e fine. Però, d'altra parte, se la morale di convinzione pretendesse di svolgere una specie di azione diretta, cadremmo in tutte le illusioni del moralismo e del clericalismo. La morale di convinzione può solo agire indirettamente, per mezzo della pressione costante esercitata sulla morale di responsabilità e di potenza; a differenza di quest'ultima, non è legata al possibile e al ragionevole, ma a ciò che si potrebbe chiamare l"'ottimale umano", l'optimum etico. Se noi consideriamo questa morale nel livello più alto raggiunto, il "Discorso della Montagna", appare chiaro che il problema non è di realizzare immediatamente questa morale, ma di esprimerla indirettamente attraverso l'insieme di pressioni che essa può esercitare sulla morale di responsabilità.
D'altronde, il moralismo dei "puri" non è il solo difetto dell'intervento diretto della morale di convinzione. Penso che il clericalismo sia uno degli aspetti di questo intervento diretto che la comunità religiosa compie nel campo dell'attività politica, servendosi come intermediari di partiti, di sindacati, o di raggruppamenti para-ecclesiastici, che giocano sulla confusione delle due morali. Il cristiano deve vivere una duplice affiliazione: da una parte aderire alla comunità ecclesiale, veicolo di convinzioni; dall'altra unirsi agli altri uomini sul piano della responsabilità, che è anche quello della forza, ed esercitare con loro una azione che non può essere che un'azione laica».
C'è una serie di costatazioni da fare, per cogliere fin in fondo la densità operativa delle annotazioni di Ricoeur.
Ci sembra che, in queste affermazioni, si tocchi uno degli elementi più vitali della presenza dell'educatore.
- Partiamo da un dato di fatto.
Quando un problema è radicalizzato, ciascuno è costretto a schierarsi in uno dei due fronti antagonistici: chi accetta la proposta e chi la rifiuta, globalmente.
Molti dei giovani politicizzati si sono lentamente discostati dalla massa: l'analisi che hanno avanzato, la terminologia e il linguaggio usato, i gesti che fanno, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono compresi. L'incomprensibilità porta alla radicalizzazione. E quindi condensa in un fronte tutti coloro che non accettano la loro posizione, unificando forze, visioni della realtà, analisi politiche, molto diverse. Di fronte ad un certo estremismo di sinistra... diventano di destra anche i meglio intenzionati. L'avventura di molti movimenti giovanili, carichi di speranze per il rinnovamento della società attuale, è su questa strada: stanno diventando «di fatto» insignificanti, inefficienti, proprio perché hanno perso il contatto con la massa. Non ci chiediamo qui dove stia la colpa: se lo facessimo, forse scopriremmo che in buona parte è sulla nostra coscienza... di noi adulti che ci siamo accontentati di applaudirli senza collaborare o di edulcorare le critiche per paura della emarginazione.
Rimane il dato di fatto.
D'altra parte, l'assenza di una stimolazione profetica nella massa (di una spinta decisa in avanti) non permette mai di procedere: apre al riformismo di comodo, dove le grandi parole servono solo a coprire i nulla di fatto.
Il punto cruciale sta continuamente nella tensione tra i due poli: l'élite fa servizio alla massa proprio perché si conserva da un lato élite e dall'altro rimane ancorata, comprensibile, seguita dalla massa. Non è facile indicare il confine di questa tensione: il confine è da inventare, con coraggio. Dando, quando è necessario, il sopravvento alla spinta in avanti, all'«utopia» dell'idealismo puro. Perché troppo lento, troppo pesante e grave, troppo burocratizzato e carico della zavorra di mille interessi... è il carro da smuovere! Qui si situa l'educatore come interprete di questa tensione e stimolo continuo: a lui si chiede la capacità critica di operare il missaggio. Di frenare, pagando di persona, gli ardori in avanti e di smuovere, facendosi criticare, i torpori assonnati.
- Concretamente ci pare di dover ricordare:
* Ogni passaggio, se vuole essere educativo, dovrà essere caratterizzato da un processo lento e graduale di maturazione. Gli aggettivi descrivano con completezza il quadro: «processo di maturazione» e quindi necessità di un cammino continuo, coraggioso e deciso; ma «graduale», che tenga cioè conto della reale capacità di passo degli interessati e dei reali livelli di maturità raggiunti e quindi «lento», quanto basta per permettere a tutti di procedere in avanti.
* In ogni processo educativo e politico, essenziale ci pare il ruolo dell'«utopia», come correttivo al rigidismo dello status quo. I giovani la stanno inventando. Gli slogans con cui condensano la loro esperienza politica ne sono una rassegna pittoresca. Citiamo alcuni dei graffiti della Sorbona (maggio 1968): «L'immaginazione al potere»; «Una gioventù che troppo spesso è preoccupata del proprio avvenire». «Dimenticate tutto quello che avete imparato. Cominciate dai sogni!»; «Finirete tutti per crepare di comodità». Accettare il ruolo dell'utopia nella programmazione educativa e politica significa quindi accettare il ruolo corresponsabile dei giovani, nonostante la scomodità della loro presenza.
* In questo contesto, il Vangelo è la forza di contestazione permanente, contro ogni assoluto e ogni ideologia. La speranza cristiana è su questa linea.
Rimandiamo allo studio di Roqueplo.
* Ne consegue che l'educatore cristiano è promotore di una «rivoluzione permanente» (le parole possono preoccupare: è importante ritrovare il valore che ne è sotteso). Ogni struttura tende a sclerotizzarsi; quindi ad uccidere l'utopia. Ma l'utopia è il principio di rinnovamento. Principio di rinnovamento non significa principio di azione e di governo...
* Ogni programmazione educativa e politica dovrà operare un continuo impasto tra «ideale» e «reale», verso la costruzione di un «possibile» da superare continuamente, nel cammino verso la meta. Per questo - lo ripetiamo - non è pensabile una programmazione in cui non siano presenti, con ruoli corresponsabili, adulti e giovani, per portare, i primi l'ancoraggio alla realtà, la prevalenza del «buon senso»; i secondi la tensione verso l'ideale. L'assenza di un polo della dialettica produce massimalismo e fissismo. E quindi disfunzione e incapacità a procedere: morte delle persone.
Al termine di questa rassegna emergono nuovi interrogativi. Dove si situa l'ideologia, in questa tensione dialettica? Come è possibile, in concreto, per un animatore promuovere un equilibrio dinamico tra queste tensioni?
Possono educatori e comunità ecclesiali fare solo discorsi di «buon senso» e di prudenza? Dove attingere e ricaricare l'ideale? Dove si situa la fede in questo processo dialettico? E tanti altri, simili.
Il contesto delle proposte pastorali che la Rivista va facendo può aiutare a individuare qualche linea di soluzione. Per altri interrogativi, il gruppo redazionale si sente molto lontano dalla possibilità di avanzare indicazioni metodologiche più dettagliate.
I VALORI
Descrizione
«Consideriamo ora il terzo livello, quello dei valori. Esso risulta da una terza lettura, da un terzo taglio, nel fenomeno globale della civiltà.
Che cosa bisogna intendere con questo? Non bisogna prendere il termine "valore" in senso astratto e, oserei dire, troppo filosofico. Voglio dire con ciò che la riflessione del moralista sui valori rappresenta un ulteriore livello di sistematizzazione che presuppone un'esperienza comune dei valori in una determinata comunità.
Quando parlo di valori, perciò, non penso a astrazioni elaborate dalla riflessione filosofica, come i concetti di giustizia, di eguaglianza, ecc.; ancor meno essenze solenni iscritte in un cielo intelligibile; voglio parlare delle "valorizzazioni" concrete, così come possono risultare dagli atteggiamenti degli uomini nei confronti degli altri uomini, nel lavoro, in tema di proprietà, di potere, di esperienza temporale, ecc.
Per mettere in evidenza il carattere estremamente concreto di questa nozione di valore, riprenderò l'analisi degli strumenti, per dimostrare che lo strumento è astratto e il valore è concreto, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare; uno strumento disponibile resta un'astrazione, indipendentemente dal valore che gli si dona, e che l'inserisce in una storia concreta; un insieme di strumenti è utile, è operante, solo se viene apprezzato, valorizzato positivamente.
È sempre attraverso la stima, la valorizzazione, che i mezzi divengono operanti. Noi viviamo in società che apprezzano gli strumenti e che considerano un valore positivo il loro stato in crescita, che aumentano continuamente il loro livello di vita; per questo noi viviamo in un regime, che è definito non più dalla stabilità, ma dalla crescita continua».
Il terzo livello che Ricoeur prende in esame ci immette direttamente nel cuore della questione.
Insieme degli strumenti e istituzioni sono sempre relativi ad una scala di valori. Relatività è molto spesso funzionalità: colui che ha il potere, a piccola o grande gittata, precostituisce un sistema di valorizzazioni e crea e pone in commercio un insieme di strumenti funzionali, eliminando, con cura meticolosa, quegli strumenti che non permettono il consolidamento della gerarchia di valori. L'istituzione è lo spazio in cui questo processo avviene. Basta pensare alla forza del potere economico: si consolida attraverso la pressione che esercita nei confronti del potere politico, attraverso i molti strumenti a sua disposizione verso l'opinione pubblica. La rottura di questo circolo vizioso è data dall'immissione, fortuita o meditata, di strumenti nuovi. Essi creano una nuova coscienza, capace di contestare la valorizzazione precedente.
Il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa è su queste linee. Da una parte essi forniscono il punto di sostegno più qualificato alla civiltà dei consumi; dall'altra creano una mentalità ed una sensibilità che la contesta: una notizia, anche se controllata, costruisce una sensibilità nuova.
La televisione, per esempio, è uno degli strumenti più potenti nelle mani del potere politico ed economico. Il consumismo è coltivato dalla televisione. Ma attraverso di essa filtrano immagini che descrivono situazioni di vita infraumana, capaci di innescare nei più sensibili una bomba nel cuore del consumismo.
Ruolo dell'educatore
Questo terzo livello segna il punto cruciale della presenza dell'educatore, proprio perché è questo il momento delle sintesi. Qui si realizzano e assumono contenuti qualificanti tutte le annotazioni precedenti. La pianificazione, fatta attraverso la compartecipazione, è l'unico mezzo per creare un insieme di strumenti capaci di servire veramente l'uomo. All'educatore spetta il compito di farsene promotore. Ma non si può fare una pianificazione in astratto: ci vuole una meta, un punto di riferimento. Ci vuole cioè una scala di valori.
Questa scala di valori è frutto di un equilibrio dinamico tra ideale (la tensione dell'utopia) e il reale (la tensione dell'efficienza a tutti i costi). Contemporaneamente questa scala di valori crea i presupposti, i parametri per costruire questo equilibrio.
Ricoeur avanza due indicazioni, molto interessanti e stimolanti. All'interno di esse si situano i contenuti di fede, da fare oggetto di una proposta educativo-pastorale.
* Una personalità, che non voglia essere disintegrata, ha bisogno di inserirsi profondamente nella storia. Non è possibile tagliare i ponti con il passato. Questo non è accettazione indiscriminata della nostra civiltà, assunzione dei molti disvalori di cui è carica, solo per una confusa coscienza storica. Tutt'altro.
L'uomo potrebbe far a meno dell'automobile. Ma non può rinunciare alla necessità di trasporti rapidi, di comunicazioni a lunga distanza, proprio perché è inserito in un processo storico, irrinunciabile. Se vogliamo rinunciare all'automobile per superare l'inquinamento atmosferico... dobbiamo inventarci uno strumento che permetta l'espletamento di una esigenza che ormai fa parte della maturità dell'umanità.
* Da qui, la seconda indicazione. I valori del passato non possono essere trasferiti di peso nella situazione attuale. Vanno tutti reinterpretati, proprio per renderli adeguati all'oggi. Reinterpretarli significa coglierne l'anima profonda e far vivere questa densità con gli attributi, i toni, le caratteristiche che la rendano incidente, oggi.
I risvolti educativi pratici, all'interno di queste due considerazioni, sono numerosissimi. Ci vuole poca fantasia ad elencarli... Gli errori educativi stanno ai bordi di questa situazione. I giovani rifiutano il passato, per uno spontaneismo che deriva dalla loro giovinezza: o l'educatore vi si adegua, tagliando con loro i ponti con la storia; o fa loro passare forzatamente quanto ha vissuto nella sua (lontana) giovinezza, acuendo una indiosincrasia così connaturale.
Ricoeur ce lo ricorda in termini molto precisi.
«Anche al terzo livello ci sarebbe molto da dire. Mi limiterò a proporvi due idee. Mi sembra prima di tutto che il compito più grande degli educatori, sia di integrare la civiltà tecnica universale ad una "personalità", così come l'ho definita più sopra, alla singolarità storica di ogni gruppo umano. In effetti, la società dei consumi, verso cui stiamo avanzando nel corso di questo secolo, ha un significato profondamente ambiguo: da una parte, rappresenta senza alcun dubbio un progresso, un maggior benessere per le masse che accedono ai beni primari; per la prima volta, non è più per procura, a beneficio di una massa ristretta, che l'umanità vive il suo destino, è a livello stesso delle masse che è vissuto oggi il potere di fare la storia.
Ma, nello stesso tempo, questa civiltà esercita sul nocciolo creatore di ogni gruppo un'azione di erosione, una sottile distruzione; ormai, per ognuna delle società storiche, per quelle che escono dal sottosviluppo e per quelle ormai avanzate sulla strada dell'industrializzazione, si tratta di esercitare una specie di arbitrato permanente tra l'universalismo tecnico e la personalità costituita sul piano etico-politico. Tutte le lotte di decolonizzazione e di liberazione sono caratterizzate dalla doppia necessità di entrare nella società tecnica mondiale e di radicarsi al proprio passato culturale.
L'equilibrio deve essere portato sul piano in cui si affrontano i diversi valori temporali, il tempo d'acquisizione e di progresso, il tempo di creazione e di memorizzazione. Il mondo tecnologico è di per se stesso senza passato: ogni invenzione cancella la precedente, e ci getta in una specie di futurismo: e tuttavia noi non abbiamo veramente personalità, individuale e culturale, che nella misura in cui assumiamo interamente il nostro passato; i suoi valori e i suoi simboli, e in cui siamo capaci di reinterpretarlo nella sua totalità. Questo arbitrato fra molteplici valori temporali costituisce il grande problema della cultura.
Questo primo compito ne richiama un secondo. Non tutti i valori del passato possono sopravvivere; possono farlo solo quelli che sono suscettibili di ciò che io chiamo la "reinterpretazione". Così, possono sopravvivere solo "spiritualità" che tengano profondo conto della responsabilità umana, che diano un senso all'esistenza materiale, al mondo della tecnica, e in modo generale alla storia. Dovranno morire le spiritualità di ,evasione, le spiritualità dualiste.
Ma d'altra parte, solo una riscoperta del passato ed una reinterpretazione delle tradizioni possono permettere alla società moderna di resistere al livellamento cui sono sottoposte dalla cultura dei consumi».

