Un circolo universitario si interroga



    Circolo «La Scala» - Roma

    (NPG 1971-01-51)

    Un «circolo» come tanti altri. Che vive nell'altalena di entusiasmi e depressioni, come tutti i gruppi giovanili non fossilizzati. Ma con una carta decisiva in mano: la voglia di guardarsi allo specchio, di esaminare con calma, «razionalizzandosi», il proprio volto, alla ricerca di una precisa identità. La crisi fa parte della vita. Ma la crisi è per la vita, per un cammino in avanti, solo se è occasione di un approfondito esame di coscienza.
    Le pagine che seguono sono «l'esame di coscienza «di un gruppo vivo.
    Nessuna esperienza d'altri è trasferibile di peso al proprio ambiente. Ma ogni esperienza è portatrice di strutture che vanno sottolineate, per non perderle: queste sono repetibili, queste sono significative, in assoluto.
    Da qui, l'allargamento di interesse per l'esperienza del circolo «La scala».
    Richiamiamo quindi le linee più universali, rileggendo orizzontalmente una descrizione che, come sempre, riesce a stento a contenere l'effervescenza della realtà.

    ♦ Il metodo con cui il circolo si è studiato Coraggiosamente, sono stati presi tra mano manuali di dinamica di gruppo. Si è formata, in uno studio collettivo, una teoria ottimale sulla vita di un gruppo. Ad essa si è confrontata la propria linea di sviluppo. Non tanto per scoprirsi riusciti o fallimentari; ma per ritrovare un «linguaggio» con cui esprimere le crisi vissute e programmare le relative terapie di intervento.

     Rapporto leaders e massa
    Attraverso lo studio sulla dinamica di gruppo, è stato possibile realizzare un rapporto preciso tra i leaders-animatore e la «massa «del gruppo, rapporto che spesso, per definizione, sfugge agli interessati.
    Le annotazioni sono molto stimolanti. Si allacciano direttamente con quelle che «Note di Pastorale Giovanile» ha più volte offerto.

     Problema sottogruppi
    Ogni gruppo, numeroso e aperto, soffre continuamente la tentazione di scivolare nella secondarietà (passare cioè da possibili e frequenti interazioni tra i singoli membri a rapporti freddi, tecnici, strutturali).
    Il sottogruppo è la reazione spontanea al clima di massificazione del gruppo. È quindi «momento» di salvezza della persona. Ma può diventare rottura del gruppo, invece di servizio.
    È difficile recuperare un equilibrio dinamico tra queste tensioni. La scelta (o il gruppo o i molto sottogruppi) decide gli interventi e gli aspetti da «coltivare». Lo si avverte leggendo le note che seguono. È chiaro che il circolo «La scala vuole conservare la propria unità, integrando i sottogruppi. E fa... bene. Forse, può essere ripensata la catalogazione dei sottogruppi (di interesse, di impegno, con impegno). Sono «così», d'accordo... ma non è bene che continuino ad essere così.
    Un sottogruppo del genere è sempre consumativo, quindi chiuso; quindi una spina all'unità del gruppo.
    È opportuno pensare la catalogazione descritta come «momenti» di passaggio successivi (dall'interesse all'impegno, all'impegno vissuto), verso una maturazione del sottogruppo. Il sottogruppo maturo è sempre di servizio al gruppo. All'interno del sottogruppo, potranno «lavorare» leaders e animatori, come «lievito» di questo processo di maturazione. Un metodo pastorale, come la Revisione di vita, può essere un'ottima guida.

     Qual è il punto di partenza per la vita di un gruppo?
    Quelli de «La scala» hanno scelto l'amicizia. E quindi programmano interventi per coltivarla...
    Altri, invece, preferiscono partire da un impegno (fare qualcosa... e perciò assieme).

    Chi ha ragione?
    Se la vita è la legge prima, allora la risposta non potrà che essere data in situazione.
    Eppure, pur salvando un ampio pluralismo, alcuni atteggiamenti ci sembrano essenziali.
    Ma non è questo il luogo per discuterne.
    Ne nascerebbe una riflessione troppo lunga, tale da trasbordare i limiti di una presentazione.
    Ci basta aver sostituito un interrogativo alla sicurezza. Anche perché il problema e la scelta non è solo del circolo «La scala». Molti altri si dibattono in questi meandri. Da una soluzione affrettata o «impossibile», nascono gruppi morti: l'amicizia, quella vera, non è coltivabile in vitro, a sé (e quindi il gruppo frana); un lavorare assieme senza amicizia è più spersonalizzante del ritmo e del clima che si respira «fuori» (e quindi il gruppo frana o diventa «catena di montaggio»).
    Ma ci ritorneremo, in altra sede. (r.t.)

    UNA PREMESSA

    Un gruppo di universitari è qualcosa di molto fluido. Ogni anno i membri si rinnovano per una buona parte, tanto che le esigenze, che in un primo tempo avevano favorito la nascita del gruppo, possono pian piano mutare del tutto.
    Se non si tiene presente questa dinamica può accadere di ritrovarsi all'improvviso nel mezzo di una «crisi» che può portare alla fine di ogni attività e, quindi, alla morte del gruppo.
    Dopo cinque anni, il nostro circolo ha sentito il bisogno di verificare se stesso.
    Il lavoro si proponeva di farci conoscere «gli altri» per rispondere concretamente, con pluralismo di iniziative, alle esigenze di tutti. Le vicende interiori che hanno portato alla nascita del circolo e alla sua attuale strutturazione, la conoscenza delle esigenze attuali (che sembrano forzare un progresso in senso pluralistico), alcune idee chiare su principi fondamentali di psicosociologia, il significato psicologico e sociopolitico di un circolo e la sua forza di pressione, sono stati i punti cardine della ricerca
    Ogni argomento è stato analizzato e verificato con situazioni passate e con proposte di esperimentazioni nuove di gruppi al fine di rivedere le strutture unitarie e le sottostrutture, articolate e coordinate al servizio, mettendoci così in grado di proporre una programmazione graduale nei tempi e metodi, seguendo una chiara linea di coordinamento.
    L'entità dello studio investe a monte i problemi dell'associazionismo e della dinamica dei gruppi, quindi non necessariamente tutto deve trovar riscontro nell'esperienza del nostro circolo, ma serve, comunque, da elemento di confronto.

    IL METODO DI LAVORO

    Ci siamo divisi spontaneamente in gruppi di studio. Ognuno ha approfondito un aspetto particolare. I temi e la problematica emersa durante questi incontri sono stati verificati nell'assemblea plenaria dei soci. Contemporaneamente, sia come ulteriore verifica che come ricerca di nuovi aspetti dello studio, è stato formulato e applicato un questionario, perché, sulla base di un contatto personale, si potessero rilevare meglio esigenze e proposte.
    Dato il tempo limitato (circa un mese di studio) il questionario non è stato elaborato completamente. Ci siamo riservati di approfondire tutto ciò che è emerso con più comodo, anche in vista di un eventuale studio sui gruppi universitari che vorremmo realizzare il prossimo anno.
    Il lavoro è stato concluso da una giornata trascorsa insieme dove si è tentato di concretizzare in realizzazioni pratiche le proposte emerse. Qualcuno potrebbe chiedersi a cosa sia servito più di un mese di lavoro. Gli scopi che ci eravamo prefissi all'inizio forse non sono stati raggiunti completamente, alcuni nemmeno sfiorati.
    Ci sembra, però, di aver fatto un passo importante. Ci siamo conosciuti meglio, siamo diventati più amici. Certe facce che erano solo facce sono diventate persone. Certe persone che erano solo individui hanno vissuto insieme a noi dei momenti forti di unione. Lo stare insieme è stato anche comunità.
    E scusate se è poco.

    LA SITUAZIONE DI PARTENZA

    Per inquadrare meglio il nostro discorso e renderlo per quanto possibile di stimolo anche agli altri, ci sembra opportuno proporre in sintesi la situazione da cui siamo partiti. La diagnosi si basa soprattutto sulle risposte al questionario.

     I soci frequentano il circolo, nella maggioranza dei casi, perché vi trovano l'opportunità di fare nuove conoscenze e di allargare la loro cerchia di amici. Essere affiatati con tutti, però, è difficile perché si è in troppi. Quasi il 75%, infatti, di coloro che hanno risposto al questionario, affermano di essersi sentiti qualche volta a disagio, specialmente nei primi tempi della loro frequenza, per la difficoltà di inserirsi in gruppi e per difficoltà di ambientazione.

     Si può affermare, comunque, che la maggior parte dei soci ha fatto amicizie, anche se poche sono vere. Spesso, infatti, si ha soltanto una conoscenza superficiale degli altri membri. Il numero di tali amicizie varia a seconda del significato che i singoli danno alla parola amicizia e del carattere più o meno introverso dei componenti e della loro disponibilità a mettersi al servizio degli altri.

     I soci frequentano il circolo, nella maggior parte dei casi, anche nei giorni in cui non vi è una specifica attività; però dal numero dei giorni frequentati in media alla settimana (2 o 3) e dai giorni di maggior frequenza, si può riscontrare che questa avviene proprio in concomitanza con le attività.

     L'attualità di un circolo come forma di associazionismo è confermata dalla totalità di coloro che hanno risposto al questionario.
    I motivi fondamentali che lo rendono attuale sono nella maggioranza dei casi riconducibili alla necessità intrinseca a ciascuno, specie se giovane, di vivere in comunità, perché in essa può arricchire la propria personalità, allargare il campo delle proprie conoscenze e, attraverso il contatto con gli altri, capire meglio se stesso.
    Partendo da questa problematica e da queste esigenze abbiamo condotto il nostro studio.

    PERCHÉ INSIEME

    L'esigenza di fondo che ci spinge a partecipare alla vita di un circolo sembra debba essere individuata nel bisogno di essere insieme.
    Questa tendenza ad inserirsi in una comunità può essere soddisfatta sia quando si riesce ad instaurare con gli altri componenti del gruppo un rapporto amicale, sia quando si dà a questo «essere insieme» una motivazione e uno scopo più profondi.
    Generalmente questi due aspetti sono presenti nella storia di un gruppo uno di seguito all'altro. Quando si entra a far parte di un gruppo, il primo desiderio è quello di riuscire a «farsi degli amici»; solo in un secondo momento si cerca di fare insieme qualche cosa; «l'essere insieme» si concretizza in un impegno.
    Sembra però che questo passaggio sia di difficile realizzazione. Le motivazioni puramente amicali, infatti, che si sentono all'inizio come uniche, generano nel gruppo stesso la difficoltà ad aprirsi agli altri. Si sta bene insieme.
    È il ben noto fenomeno dei gruppi-ghetto, gruppi che spesso sorgono all'ombra di ambienti «protettivi». Dato che il mondo fuori è difficile, incomprensibile, raduniamoci sotto il «manto sicuro» (?) della parrocchia, della famiglia, della scuola, ecc...
    Quando questa «difficoltà di passaggio» viene superata, «l'essere insieme» tende ad un impegno.
    Il gruppo amicale iniziale attraverso successivi momenti di approfondimento e di verifica arriva a scoprire una socialità comune: il ritrovarsi insieme per verificare la propria esistenza, i propri problemi, le proprie convinzioni. Si badi bene: questa verifica deve essere una ricerca non intellettuale, ma esistenziale.
    Ci sono quindi in un gruppo due diverse tendenze. Mantenere i rapporti su di un piano puramente amicale (il gruppo-comitiva) o evolversi alla ricerca di una motivazione più profonda all'essere insieme.
    Sorge allora la domanda: è possibile in uno stesso gruppo il coesistere di due funzioni diverse e contrapposte come quella di un «gruppo-comitiva» e quella di «un gruppo di riferimento»?
    Occorrerà tenere presenti alcuni fattori.
    Si tende oggi ad essere inseriti in un numero sempre maggiore di gruppi di aspetto diverso, ma complementari tra loro. Questa molteplicità è ricercata perché molteplici sono anche gli interessi.
    Ecco allora la seconda domanda: «Un circolo, oggi, deve coprire tutta la sfera di interessi di una persona o muoversi solo in un senso»? Anche qui la risposta non è facile. Se infatti la regola generale parla di una molteplicità di gruppi nella vita di una persona, è pur vero che molti esauriscono la loro esperienza nell'ambito di un solo gruppo. La ricerca di una struttura più consona e adeguata a queste esigenze, ci porta ad aprire il discorso sui sottogruppi e sulle cause che ne hanno favorito la nascita.

    I SOTTOGRUPPI

    Parallelamente al crescere del numero dei componenti il circolo, si accentuava sempre di più l'esigenza di un rapporto di amicizia più stretto e personale che favorisse una conoscenza più concreta dell'altro. Da questo bisogno di un rapporto amicale nacquero gruppetti di persone.
    Indipendentemente, ma contemporaneamente a questo fenomeno, si scoprì che i componenti del circolo avevano molti interessi in comune. Interessi, però, che i soci non riuscivano a concretizzare in attività. Questo, non perché la struttura del Circolo negasse alla base la possibilità di muoversi e di proporre liberamente delle iniziative, ma perché in pratica, la proposta di una attività veniva fatta dalla presidenza (che forse all'inizio era anche la leadership del gruppo), la quale credendo – in buona fede – di porsi in ascolto della «base» si preoccupava di fare qualche cosa, più che di far fare qualche cosa.
    Questo ha portato ad una massificazione delle esigenze ed ha abituato i membri del circolo ad aspettarsi tutto dall'alto. Fattori questi di primaria importanza per comprendere quella che oggi potrebbe essere definita crisi di interessi.
    La spontaneità e l'autenticità iniziali, che avevano favorito la nascita dei sottogruppi, si erano andate via via tramutando in un malinteso «senso del dovere» che aveva fatto sì che i sottogruppi continuassero ad andare avanti secondo la primitiva strutturazione, anche nella consapevolezza che ormai mancavano di funzionalità.
    Ed è in questo attaccamento alla tradizione che va ricercato il motivo di alcune «crisi» («crisi di persone», non del circolo) Ci si era, infatti, ormai abituati ad attendere tutto come emanazione della presidenza, la quale, dal canto suo, andava sempre più staccandosi dalla base.

    Aspetti psicosociologici

    Questo discorso e una struttura formale sempre più in via di consolidamento (sottogruppi di interesse, programma, presidenza, attività tradizionali come: ritiri, gite, ecc...) hanno contribuito, insieme all'aumentare del numero dei membri, a trasformare il circolo da gruppo primario in gruppo secondario.
    I rapporti interpersonali informali (a livello inconscio) andavano, cioè, divenendo rapporti formali (precisi, codificati).
    Questa trasformazione ha portato a far sì che i sottogruppi (che in un gruppo informale si costituiscono spontaneamente in base ad un bisogno affettivo faccia a faccia) nascessero da precisi imperativi di attività. I sottogruppi, quindi, che avrebbero dovuto essere espressione dei rapporti informali, di un bisogno di amicizia intima, impossibile oltre un certo numero di persone, erano già nati malati in partenza, favorendo la nascita di piccoli gruppi informali che desideravano soddisfare al bisogno di rapporti affettivi (amicizia).
    Lo sbaglio, a nostro avviso, è stato quello di puntare tutto sui primi senza favorire i secondi.

    I GRUPPI

    Il discorso va approfondito esaminando in generale la funzione dei diversi sottogruppi di attività.
    Secondo i loro programmi, li abbiamo così catalogati: gruppi di interesse, gruppi di impegno, gruppi con impegni.

    ♦ Gruppi di interesse
    Danno uno scambio limitato, poco ricco, lasciano freddi. L'autentico interesse non è per le cose o le abilità (hobby) ma per le persone. Spesso l'interesse non è genuino.

     Gruppi di impegno
    Attraversano crisi notevoli (ad esempio baraccati e doposcuola). Mancano, a seconda dei casi, l'entusiasmo, le motivazioni profonde, la continuità.
    Abbiamo notato in questi gruppi le seguenti caratteristiche:
    • Molte persone che si recano a risolvere i problemi altrui spesso vi portano i propri.
    • I gruppi si presentano sovente come estranei all'ambiente essendo i loro componenti diversi come mentalità, esperienza di vita, totalità umana.
    • Quando questi gruppi scoprono condizionamenti socio-economici, gli sforzi si dirigono su obiettivi politici causando la divisione delle persone.

     Gruppi con impegni
    Sono stati spesso criticati come troppo caritativi e legati al concetto di elemosina. Possono mettere in crisi le persone aiutate. Il fatto che qualcuno li aiuta, infatti comporta una presa di coscienza del proprio stato. Più che di un aiuto economico, l'azione di questi gruppi dovrebbe essere volta a portare un sostegno morale che aiuti gli altri a comprendere il senso della vita. L'azione «spicciola» è tuttavia valida per i casi di difficoltà transitorie, accidentali o quando l'aiuto è portato a persone anziane.

    Nell'attività di questi sottogruppi c'è inoltre un pericolo comune, quello di isolarsi.
    Necessita a nostro avviso che la persona si faccia portavoce presso gli altri delle iniziative prese dal gruppo in cui è inserito, non tanto per stimolare e, forse, costringere il prossimo a partecipare; ma per renderlo corresponsabile e compartecipe, in modo che non si viva nominalmente a contatto con svariati sottogruppi, che di fatto possiamo chiamare ghetti o meglio «circoli fantasma». È il discorso sull'animazione che riprenderemo.

    Aspetti metodologici

    Essere insieme in molti sembra alle volte dare un senso di maggiore pienezza e soddisfazione: c'è gente, c'è vita, non si è soli. Ma nello stesso tempo si avverte il limite dello stare insieme puramente, senza ulteriori elementi. Non per il fatto di essere insieme si è più affiatati; più si è, più l'ambiente è dispersivo e aumenta il disagio. Un rapporto amicale generico non rompe in definitiva l'isolamento.
    Se dunque c'è l'esigenza di un rapporto amicale più personale e di incontrarsi per un impegno, c'è anche il pericolo che i sottogruppi facciano un discorso isolato e staccato dagli altri discorsi del circolo.
    A nostro avviso i sottogruppi dovrebbero assumere una dimensione di servizio. Dovrebbero cioè divenire servizi offerti sia all'interno del circolo (ai suoi membri), sia all'esterno (presenza politica).
    Questi servizi potrebbero essere temporanei (nati cioè per far fronte ad una situazione particolare od ad una esigenza momentanea) o permanenti (sui problemi di fondo).
    La funzione dei sottogruppi temporanei è a nostro avviso importante.
    Si eviterebbe così il pericolo di una usura per abitudine. I membri del circolo cambiano e con loro cambiano anche le esigenze. Questo è un fattore della dinamica di gruppo che i nostalgici dovrebbero tenere presente.
    Il successo di una attività dipende dalla rispondenza alle esigenze di tutti. Il ripeterla non significa necessariamente ripeterne il successo. Possono essere cambiate le condizioni e le vicende interiori di coloro che l'hanno voluta.
    Perché la dinamica di un circolo non diventi statica ci vuole capacità e coraggio di rinnovarsi.
    Questo però non risolve il problema dell'isolamento dei sottogruppi. A nostro avviso andrebbe potenziato un incontro a livello di piccoli gruppi (potrebbero essere i gruppi informali), incontri finalizzati a una più vasta attività o ricerca che coinvolga tutti.

    LEADERS – ANIMATORI

    Avevamo iniziato a parlare del lavoro di animazione, necessario per cointeressare e impegnare tutti i membri del circolo alla ricerca di un valore. Chi deve assumersi questo compito?
    Ci sembra opportuno fare una distinzione.
    In un gruppo sia formale che informale si esprimono dei leaders. Sono i membri attorno ai quali gli altri stanno più volentieri. Sono i tipi più simpatici, più in gamba; spesso sono i più preparati, gli esperti sul problema del momento. Un gruppo non ha un leader unico, ma il più delle volte ne esprime uno o più per ogni specifica attività. Il leader nasce dalle relazioni informali (non ha bisogno di elezioni) e spesso lui stesso non si accorge che il gruppo gli gravita intorno. La sua funzione è importantissima: è colui che dà il clima al gruppo. Se lui c'è il gruppo cammina, se lui manca il gruppo vivacchia o addirittura si sfalda.
    Diverso invece è il ruolo dell'animatore. Mentre un gruppo esprime quasi sempre un leader, l'animatore spesso manca. Il leader non si propone di rendere corresponsabili gli altri (anche se è l'unico in grado di farlo realmente), l'animatore ha invece come scopo principale quello di creare una coscienza unitaria, di favorire il nascere e l'esprimere di un interesse, di un'esigenza comune. È quasi sempre l'esperto su quel determinato problema; quello che ci crede e che si dà da fare perché ci credano anche gli altri. Deve essere una persona inserita nel gruppo come membro effettivo, anche se talvolta può essere qualcuno venuto dall'esterno, ma in questi casi è difficile che i membri lo accettino. L'ideale sarebbe che l'animatore fosse anche il leader del gruppo.
    Perché l'azione dell'animatore sia efficace è indispensabile che questo poggi il suo discorso e le sue proposte su individui-chiave (i leaders). Un discorso generico rivolto indistintamente a tutti avrebbe poco effetto. L'animatore deve convincere innanzitutto i leaders se vorrà che anche gli altri seguano la sua proposta.
    Come metodologia da seguire suggeriamo di favorire la nascita di un sottogruppo formato dai leaders (informali) e dagli animatori (esperti che propongono un'attività). Si realizzerebbe così una leadership affiatata, unica soluzione per risolvere il problema del comunicare insieme.

    LE ESIGENZE EMERSE

    ♦ Necessità di scegliere, come formula associativa, tra una dinamica di gruppo a senso unico (il che esige la precisazione di una fisionomia del circolo o sociale o politica o religiosa o ricreativa) e una dinamica pluralistica (accettazione della consistenza di più gruppi a diverso livello, ma che presentino una complementarietà). Ciascuna di esse necessariamente presenterà degli alti e bassi, freni ed aperture. Nel primo caso, c'è il rischio di divenire ghetto, élite specialistica; nel secondo, quello di favorire la dispersione e il qualunquismo.
     Rispetto delle realtà personali e dei tempi di evoluzione di un gruppo.
     Recupero di una gestione diretta del circolo tramite la «corresponsabilità» di tutti.
     Necessità di una animazione intesa come servizio-stimolo, come capacità di capire e amplificare le esigenze degli altri. Capacità, quindi, di coinvolgere gli altri nei vari momenti della vita del circolo.
     Incrementare le occasioni che offrano ai singoli ed ai gruppi spazio per un approfondimento di reciproca conoscenza, che dal bisogno amicale possano sfociare nel «voler fare insieme», nell'essere amici «per sé» e «per gli altri».

    QUEL CHE ABBIAMO DECISO

    Alle realizzazioni che abbiamo deciso di attuare ci sembra opportuno fare questa premessa.
    Il principio-garanzia di un'autentica vitalità in un gruppo sta nell'interscambio di modi personali, fatto in clima di serena e sincera comunicazione; sta nella «complementarietà dei soci»; quando, cioè, ciascuno sente il gruppo come indispensabile a lui per ragionare e sentirsi vivo e poi quando ciascuno sente di essere necessario perché il gruppo sia vivo.

    La fisionomia del circolo

    Al circolo si viene soprattutto per fare amicizia! A tal fine notevole spazio dovrà essere riservato alle attività che assecondano tale esigenza: gite, feste, momenti comuni, ecc...
    Queste relazioni, come abbiamo sottolineato, sono troppo generiche, particolarmente nei gruppi molto numerosi. È da favorire, perciò, il sorgere di piccoli gruppi d'interesse: musica, sport, teatro, cinema, turismo, ecc... Questi sottogruppi non debbono essere impostati dall'alto, ma devono nascere da un'esigenza concreta e sentita.
    Loro scopo principale è quello di creare piccoli gruppi amicali informali. Questa «struttura» favorirà anche l'inserimento dei nuovi membri.

    Il momento unitario

    Per favorire la coesione tra le diverse esperienze e per soddisfare alle esigenze di coloro che vogliono qualcosa di nuovo e di più di un semplice rapporto amicale, i membri del circolo dovrebbero avere la possibilità di fare una forte esperienza unitaria.
    Questo momento può essere visto sotto due diversi aspetti: l'incontro del gruppo dei leaders e degli animatori e l'impegno comunitario di ricerca su esigenze comuni.
    Questo secondo aspetto favorirebbe (come abbiamo constatato nel corso dello studio sulla dinamica del circolo) il sorgere di altri sottogruppi che potranno essere fonte di nuove amicizie.
    È necessario, in seguito, che questo studio venga verificato da tutti i membri. A tal proposito si suggerisce di concludere queste ricerche con giornate di verifica ben organizzate e articolate.
    La metodologia da seguire potrebbe essere questa.
    Gli animatori, attraverso un contatto continuo con i leaders dei sottogruppi di attività fanno prendere coscienza di alcuni problemi. Quando qualcuno di questi, recepito dalla base, diventa esigenza comune, si programma un periodo di lavoro (gruppi di studio, inchieste, questionari, verifica con esperienze di altri gruppi, ecc...).
    Questa ricerca non deve essere troppo lunga (più di due mesi) né troppo breve (meno di un mese).
    Il circolo si ritrova poi insieme per approfondire quanto ricercato e per dedurre eventuali applicazioni pratiche per la sua vita.
    Ci sembra questo il compito più importante e la funzione principale di un circolo universitario.

    Presenza politica

    L'esaurire l'attività in momenti di interesse o in periodi forti di ricerca ci sembra, però, pur sempre un chiudersi nei confronti dell'ambiente. Il circolo deve rappresentare nel luogo in cui vive un elemento di rottura. Deve cioè esercitare una ben precisa funzione sociale: far prendere coscienza all'ambiente dei diritti e dei doveri di tutti. È un tipo di presenza politica che suggeriamo di approfondire con lealtà e realtà.
    In questa visuale va inquadrata una eventuale azione di un gruppo caritativo-sociale.

    Strutture minime

    La fluidità e la spontaneità del circolo ci portano a considerare superflua la funzione del presidente. Riteniamo che per i compiti di rappresentanza, di partecipazione a convegni ed incontri il circolo debba esprimere di volta in volta la persona più adatta. Per i momenti di forte impegno organizzativo (studio, gite, attività straordinarie) la cura dell'esperienza non è un problema data la funzione e la figura data ai leaders: si provvederà di volta in volta.
    Rimane però irrisolto il problema di come far fronte alle esigenze organizzative più spicciole: chiavi della sala, servizi vari, ecc... Si pensava di ricorrere all'aiuto di un segretario retribuito...