Vangelo e impegno politico


    Filippo Roqueplo

    (NPG 1971-10-14)

    Riprendiamo il discorso sull'impegno politico.
    È uno dei temi che ci siamo impegnati a sviluppare a fondo, in quest'annata editoriale. Perché è un argomento «caldo»; ed è troppo facile prendere posizioni istintive e acritiche.
    E perché fa parte del quadro di verifica della propria fede; e quindi dei «contenuti» da far oggetto di una proposta educativo-pastorale.
    È uscito, recentemente, uno studio sociologico, su cui la Rivista ritornerà presto perché troppo denso di risvolti immediatamente operativi, che può avere il pregio di una conferma sperimentale, capace di spazzar via le ultime ritrosie (Rusconi-Saraceno, Ideologia religiosa e conflitto sociale, De Donato).
    Gli autori prendono in esame alcuni gruppi di impegno cattolico del milanese e li accompagnano dall'apogeo (1967) al periodo di crisi (1968/69) ed alla quasi insignificanza attuale. Per tutti, il punto di rottura è stato l'«impegno politico».
    Nati e cresciuti in una coltivata alterità con il «mondo», comunità in antagonismo all'ambiente da conquistare e convertire, si sono cristallizzati nello slogan: «Il cristiano non fa politica!». Sotto l'incalzare degli avvenimenti (contestazione universitaria, autunno caldo) sono però passati presto, nonostante i richiami dell'autorità, a fare politica, come fatto individuale prima, indipendente dalla appartenenza al gruppo e dalla propria fede per giungere poi a rifiutare le motivazione cristiane, o almeno l'«istituzione».
    Alle stesse conclusioni, su una linea più teoretica, si era giunti, anche nell'ambito strettamente teologico-pastorale (cf, per esempio, 1971/4, pag. 46-47). Ci troviamo quindi alla confluenza di teologia e psicologia: il dettato dell'una e dell'altra ci chiede di educare ad un impegno politico in cui la fede si esprima: in un intervento cioè in cui si ritrovi tutta la densità della fede, in cui c'entri, di fatto, la partecipazione dell'Eucaristia, luogo di condensazione della fede e della quotidianità.
    In due studi precedenti (1970/11 e 1971/2) è stato affermato e dimostrato l'enunciato: la fede implica un inserimento nella storia, un cointeressamento in corresponsabilità con tutti gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo più giusto e più umano, una casa abitabile dai figli di Dio.
    Assodato questo fatto, il problema rimbalza: quale spazio occupa la fede, in questo progetto?
    * La fede ha solo la funzione di promuovere un impegno politico?
    * O invece presenta dei parametri di azione, precisi e dettagliati? Mi dice in concreto che cosa s'ha da fare?
    * Il Vangelo contiene dei «modelli» di civiltà da costruire? O il modello è da inventare, giorno per giorno?
    * E se e da inventare, quale spazio va riservato al Vangelo, in questa progettazione?
    * La dialettica peccato/pasqua, salvezza terrena/salvezza trascendente, come è coinvolta in queste tensioni?
    Lo studio di Roqueplo, uno degli specialisti più affermati oggi (è in corso di traduzione, presso la LDC, la sua opera fondamentale: Experience du monde, experience de Dieu?), tenta una risposta a questi interrogativi.
    L'articolo va letto con attenzione: il quadro è talmente denso e coordinato (in qualche punto si richiamano annotazioni che l'autore ha sviluppato a fondo nel corso della sua opera) che la sfuocatura di un solo particolare può far smarrire l'insieme.
    Gli stessi temi sono anche oggetto della intervista pubblicata in questo stesso numero. Lì, si scende maggiormente al concreto, ritrovando il taglio specifico della nostra Rivista.
    Ci rivolgiamo ad educatori: a gente cioè chiamata soprattutto a «promuovere», più che a fare personalmente. I contenuti dello studio di Requeplo, se condivisi, dovranno diventare oggetto di comunicazioni, chiave di lettura delle singole situazioni e soprattutto uno stile nuovo di impostare la nostra pastorale e la nostra attività didattica ed educativa.
    Ma su questo punto, ci proponiamo di riprendere il discorso, proprio per enucleare una linea di azione che specifichi, con maggior precisione, il compito degli operatori pastorali, nell'impegno politico.
    Lo faremo nel prossimo numero, attraverso una rassegna degli atteggiamenti più caratteristici dei giovani italiani, dei problemi educativi che essi aprono, di alcune proposte concrete maturate in seno al gruppo redazionale. Soprattutto vorremmo presentare esperienze ed attuazioni. Chi ha realizzato qualcosa... si metta, per favore, a contatto con la redazione.

    DUE RISCHI DA EVITARE

    Noi annunciamo la «Buona Novella della Salvezza»!
    Però, se cerchiamo di cogliere che cosa significa al livello della vita concreta questa «Buona Novella della Salvezza», mi pare che incorriamo in un duplice rischio: quello di considerare la Salvezza come una salvezza terrestre e temporale, oppure, invece, quello di considerarla solo come «celeste», escatologica ed eterna.

    Una salvezza puramente terrestre e temporale?

    Per salvezza propriamente terrestre e temporale, intendo qui la eliminazione dei pericoli che ci minacciano personalmente e collettivamente, come per esempio il pericolo del cancro o l'eventualità di un disastro atomico.

    Non a livello oggettivo

    Ora io non vedo nulla che ci autorizzi ad annunciare in nome del Vangelo una simile salvezza, poiché il Vangelo non ci permette evidentemente nessun pronostico sull'avvenire della medicina o della politica dell'umanità: il cancro sarà forse invincibile e la guerra atomica è un'eventualità sulla cui probabilità non ci dice assolutamente niente. La speranza e la Salvezza cristiana non ci permettono di formulare nessuna promessa al livello di queste stesse eventualità.
    D'altronde, bisogna dire anche di più: non solo il Vangelo non ci informa sulla possibilità di eliminare la minaccia del cancro o quella della guerra atomica e non comporta nessuna promessa a questo livello, ma non ci propone nessun metodo suscettibile di eliminare queste minacce, e, più genericamente, di salvare l'avvenire terrestre dell'umanità.
    Ciò mi pare evidente se per «metodo» si intende una codificazione oggettiva destinata a reggere la prassi degli uomini.
    Il credere che il Vangelo comporti una simile metodologia capace di regolare in modo ottimo il progresso personale e collettivo degli uomini porterebbe infatti a trasformare la Legge evangelica in una legge temporale e per il fatto stesso ad attribuire alla Chiesa una competenza che non è la sua. Ora ognuno conosce le terribili conseguenze di un simile modo di vedere.
    A coloro che ne dubitassero, io consiglierei di rileggere il poema del Grande Inquisitore di Dostoievsky; od ancora di ricordare le malefatte storiche del cesaro-papismo, tanto dal punto di vista del Vangelo quanto da quello della città terrestre; od infine e soprattutto di meditare i racconti evangelici sulla tentazione di Cristo e sul Suo accanimento nel rifiutare qualsiasi regalità politica (cf Gv 6,15), anzi addirittura qualsiasi intervento personale per dirimere i conflitti umani (cf Lc 12,14).

    Non a livello soggettivo

    Il Vangelo non reca dunque un metodo oggettivo per salvare l'avvenire terrestre degli uomini. Però, non si potrebbe almeno pensare che, da un punto di vista soggettivo, la fede e la santità siano in se stesse princìpi sufficienti per salvarci fin da quaggiù dalle sventure e dalle perversioni che ci minacciano?
    questa una concezione certamente diffusa tra quei cristiani che abbiano la tendenza ad imputare alla propria cattiveria ed a quella degli altri tutte le sventure del tempo. Però, questa concezione è fin troppo semplicista ed inutilmente accusatrice nei nostri riguardi e soprattutto nei riguardi dei nostri fratelli in umanità: infatti nulla prova che un'umanità in cui vivessero solo dei santi sarebbe per il fatto stesso un'umanità libera da ogni male! Nulla prova che la conversione etica e religiosa sia il principio sufficiente per una liberazione integrale: la politica o l'economia abbracciano conflitti che non sono per nulla imputabili alla sola malvagità umana, e la conversione evangelica non è dunque in sé il principio sufficiente per un'economia od una politica efficace.
    Dicendo così, vorrei bollare con forza le illusioni ed i misfatti di un evangelismo irresponsabile: anche se mi sembra, per esempio, molto importante che esistano degli obiettori di coscienza, sarebbe derisoriamente aggressivo da parte loro il credere che l'obiezione di coscienza sia un atteggiamento effettivamente suscettibile di salvare l'umanità dal pericolo atomico. Il pacifismo evangelico deve qui avere coscienza che non è in se stesso competente per instaurare effettivamente la pace sulla terra.
    È quindi chiaro che la Salvezza a cui noi crediamo e che annunciamo non reca relativamente all'avvenire terrestre dell'umanità nessuna promessa, nessun metodo oggettivo e nemmeno nessuna efficacia soggettiva suscettibili di proporsi agli uomini come assicurazioni effettive; dobbiamo qui resistere con vigore a qualsiasi uso messianico della Parola di Dio, poiché il messianismo biblico si trova ad un tempo definitivamente compiuto e definitivamente abolito in Gesù Cristo.

    Una salvezza puramente «celeste» ed escatologica?

    Ma allora noi incontriamo il rischio inverso: se «il Regno di Dio non è di questo mondo», se il Vangelo non è il codice della città terrestre perfetta, se la santità non è abilitata a credersi capace di salvare l'avvenire terrestre dell'umanità... la tentazione si fa allora grande di annunciare puramente e semplicemente un «Regno che non è di questo mondo», di proclamare un vangelo che non abbia, come si dice, «nulla a vedere» con la politica o con l'economia, e perfino di promuovere tra i cristiani una cosiddetta santità che non si trovi realmente implicata dal fatto che questi cristiani abbiano o non abbiano responsabilità temporali. La tentazione si fa grande di considerare il campo dell'avvenire terrestre dell'uomo e quello della Salvezza evangelica come due campi estranei l'uno all'altro; ciò si riduce di fatto ad annunciare, proclamare e promuovere una «salvezza dei cristiani» che non sia una volontà concreta ed efficace di salvezza universale, una salvezza escatologica che non riguardi lo spessore stesso del nostro destino temporale, diciamo anzi: una salvezza «delle anime» che rinunci di fatto ad essere una salvezza reale ed integrale dell'uomo reale ed integrale.
    Condensando così la speranza umana nel regno dell'«altrove» e dell'«al di là», la santità evangelica avrebbe allora per effetto quello di abbandonare l'«hic et nunc» della nostra esigenza ad una specie di vuoto radicale; avrebbe per effetto di privare il credente del senso concreto della sua responsabilità autentica fra gli uomini; giungerebbe perfino a liberare in lui non so quale nichilismo morale facendogli considerare le lotte umane come una giungla assurda priva di speranza reale e quindi di significato e di criteri etici veri.

    Il rapporto tra la santità e la salvezza temporale dell'uomo è, da un certo punto di vista, un rapporto di reciproca implicanza

    È chiaro che il modo con cui ho considerato la salvezza non corrisponde alla Salvezza che ci è portata da Cristo e dal suo Vangelo: anche se è importante avere coscienza del fatto che il Vangelo e la santità non sono i princìpi sufficienti per una salvezza temporale e terrestre dell'umanità, vorrei mostrare che sono tuttavia di fatto i princìpi necessari.
    Ma appena ho scritto questo, debbo precisare che cosa significa qui questa parola necessità: non si tratta affatto di pretendere che la conversione al cristianesimo sia la condizione previa necessaria per la salvezza temporale dell'umanità. Si tratta da una parte di mostrare che là dove ci sono uomini che lavorano efficacemente per salvare l'avvenire terrestre, personale o collettivo, dei loro fratelli in umanità, là si trova di fatto la Presenza misteriosa ed efficace della Salvezza portata da Cristo; si tratta d'altra parte di manifestare che una cosiddetta santità cristiana che non si preoccupi di salvare l'avvenire degli uomini non è di fatto né santa né cristiana, e quindi, la salvezza temporale dell'umanità è l'orizzonte normale che convoca efficacemente il cristiano ad impegnarsi nell'avventura evangelica della Salvezza escatologica.

    LA PRASSI SALVIFICA E LA MALVAGITÀ UMANA

    La malvagità umana non è l'unica causa delle disgrazie degli uomini

    Il fatto che parli qui della malvagità umana come causa delle sventure
    di cui non riusciamo ad eliminare le minacce non significa evidentemente che attribuisca questa impotenza a questa sola malvagità. Altrettanto e più ancora che alla nostra malvagità, questa impotenza è imputabile ai nostri limiti, alla nostra ignoranza ed ai numerosi conflitti che risultano ineluttabilmente da questi limiti e da questa ignoranza. Perciò l'acquisizione di una potenza salvifica efficace non è formalmente una questione di moralità, ma una questione di competenza: competenza medica se si tratta di salvarci dal cancro, competenza politica se si tratta di salvarci dalla minaccia atomica.

    Libertà personale e strutture sociali

    Tuttavia dobbiamo evitare di professare non so quale concezione meccanicista e deterministica del divenire dell'umanità: anche se la storia è intessuta di necessità il cui studio spetta alle competenze scientifiche, sta comunque il fatto che la storia degli uomini è promossa dagli uomini e che le sventure di cui siamo le vittime hanno origine in gran parte nella malvagità umana.
    Ci sono dei campi in cui questa imputazione - almeno parziale - delle nostre sventure alla malvagità dell'uomo è evidente: chi negherebbe questo per la prostituzione? Chi lo negherebbe per tante felicità coniugali spezzate per mancanza d'una volontà veramente decisa all'unione ed alla fedeltà? Chi lo negherebbe anche per tanti libri osceni e per tanti articoli capaci solo di istupidire? La loro bassezza non è forse imputabile al progetto umano che, liberamente e volontariamente, li anima?
    Si rimprovererà evidentemente a questi esempi di rimanere più o meno chiusi nella sfera «personalista» e di sottovalutare il peso delle strutture al cui livello si organizza veramente l'avvenire dell'umanità.
    Sono pienamente d'accordo. Ma ciò pone allora due questioni: da una parte, date le strutture, non c'è ancora posto per un intervento necessario della libertà al livello della loro messa in opera? D'altra parte, possiamo noi discolparci nelle strutture senza vedere che siamo responsabili della loro evoluzione e che certe strutture alienanti sono in fin dei conti imputabili - almeno parzialmente - a coloro che progressivamente le hanno messe apposto?
    È allora a questo duplice livello - quello della messa in opera e quello della messa apposto delle strutture - che noi ci interrogheremo sul compito del Vangelo di Cristo.

    Qualsiasi struttura è capace di alienare l'uomo

    Mi porrò dapprima nell'ipotesi di strutture date: senza considerare se il Vangelo possa o meno essere invocato per metterle in questione, vorrei allora suggerire - per mezzo di alcuni esempi - fino a che punto queste strutture sono sempre minacciate al livello della loro messa in opera per il fatto stesso dell'autenticità dei valori nel cui nome vengono giustificate.
    * Così è chiaro che la ricchezza è un bene umano primordiale e conseguentemente il profitto: ma una struttura sociale ed economica organizzata sul criterio dell'arricchimento e del profitto massimo è una struttura la cui logica è tale che i ricchi si arricchiscono tanto più quanto più sono ricchi, il che porta a disuguaglianze rivoltanti ed a disordini sociali ed internazionali gravi.
    * Così pure il rendimento costituisce evidentemente un bene e l'inefficacia economica deve essere bollata come un'offesa grave alla comunità umana: ma il perseguire il rendimento massimo implica un tecnicismo che aliena l'uomo al livello di schiavo della macchina e che disumanizza colpevolmente il mondo del lavoro.
    * Così ancora l'uguaglianza sociale è un ideale a cui noi non possiamo altro che sottoscrivere: ma la volontà di giungervi in un modo assoluto e senza sfumature può portare ad un socialismo totalitario che elimina la libertà reale del cittadino e che rischia di instaurare l'uguaglianza solo piallando le personalità al livello puro e semplice di elementi intercambiabili dell'insieme sociale.
    * Infine il patriottismo, che radica un uomo nella terra e nella cultura dei suoi padri e che lo rende partecipe di un'autentica comunità umana, è evidentemente un valore reale: ma è sempre minacciato di pervertirsi in uno sciovinismo xenofobo, magari anche in nazionalismo geloso pronto a spezzare la comunità universale degli uomini ed a provocare la guerra con i suoi disastri.
    Sarebbe possibile ricordare ancora altri esempi: quello che ho voluto suggerire qui, è che gli stessi valori che sono invocati per giustificare certe strutture sociali, economiche o politiche, sono anche quelli che rischiano, quando sono eretti falsamente in assoluto, di fare di queste strutture altrettante cause di alienazione o di sventura; ecco perché è essenziale che questi valori siano contestati e che questa contestazione compia un ruolo fondamentale per salvare l'uomo dall'alienazione e dalle sventure che lo minacciano in questo modo.

    Il Vangelo contestatore

    È qui che mi sembra che il Vangelo possa e debba intervenire: non certo per se stesso come se si trattasse del codice ideale delle strutture sociali, economiche e politiche ideali, ma sotto il punto di vista in cui suscita personalità forti e libere, capaci di opporsi efficacemente alle perversioni che minacciano continuamente l'impresa umana.
    Ho condannato sopra le pericolose illusioni dell'evangelismo irresponsabile. Però, l'ho fatto solo dal punto di vista in cui questo evangelismo si credesse portatore di un messaggio positivamente capace di salvare il mondo: come se, per esempio, l'obiezione di coscienza fosse per se stessa in grado di instaurare la pace sulla terra o come se la povertà evangelica potesse venire proposta come il toccasana universale per risolvere efficacemente tutte le difficoltà di ordine economico che assalgono il mondo! Ma, detto questo, penso proprio che il Vangelo debba compiere concretamente un ruolo salvifico tra i più efficaci suscitando un profetismo contestatore a vantaggio dei valori autentici continuamente minacciati dall'esclusivismo di certi valori falsamente eretti in valori assoluti.

    Sensibilità ai valori autentici

    Questo profetismo contestatore a vantaggio dei valori autentici suppone evidentemente da una parte che il Vangelo susciti uomini particolarmente sensibili ai «valori autentici» e d'altra parte che li costituisca capaci di impegnarsi efficientemente in una contestazione profetica efficace.
    Il primo punto supporrebbe tutta una critica della nozione stessa di valore autentico: da un punto di vista astratto, è questa una questione tra le più difficili perché i criteri di autenticità dei valori dipendono dalla nozione che ci si fa dell'uomo e della sua sorte, sia personale che collettiva, e si può discutere di sapere se esista una concezione propriamente cristiana dell'uomo e se questa concezione possa presentarsi, al livello stesso della nostra vita terrestre, come più autentica di un'altra. Ma da un punto di vista concreto, le cose stanno molto diversamente e non avviene che si rimproveri ad un uomo, se questo è il suo caso, di vivere veramente secondo lo spirito del Vangelo, tant'è vero che il Vangelo costituisce una luce di un'autenticità fuori da ogni dubbio.
    Ora è chiaro che nessun uomo interiormente illuminato da questa luce evangelica può dire di sì al profitto fallacemente eretto in assoluto, od alla ricerca alienante di un rendimento sempre accresciuto senza riguardi per l'uomo, od al totalitarismo che vorrebbe imporre un ordine rigido a spese delle libertà fondamentali, od al nazionalismo che esalta il bene di una comunità particolare al disopra di quello della comunità universale, od alla guerra considerata come un mezzo legittimo e normale per regolare i conflitti internazionali...

    Rifiuto dell'inautentico

    Non soltanto il cristiano animato interiormente dalla luce evangelica non può dire di sì a simili perversioni ma - ed è questo un punto ai miei occhi quanto mai essenziale - deve dire di no: No al principio del profitto massimo; No al principio del rendimento massimo; No al principio del nazionalismo assoluto; No al principio della legittimità della guerra atomica. E non solo deve dire di no, ma deve, nella misura del possibile, manifestare la sua opposizione di principio con atti non equivoci ed efficaci. Il cristiano attua la sua Salvezza in questo genere di interventi profetici e sa che su questo punto deve rendere conto, davanti a Dio e davanti agli uomini, del suo privilegio evangelico.
    È vero che può costare caro il mettersi così di traverso in nome di ciò che sinceramente si ritiene sia la verità e la giustizia: può costare caro l'opporsi ad una sommossa razzista; può costare caro il rifiutarsi a mandare degli Ebrei in campo di concentramento; il rifiutare di allinearsi automaticamente alla dottrina del partito unico... e nessuno sa se troverà nella sua fede, speranza e carità, le molle per l'eroismo necessario. Ma deve essere almeno chiaro che queste circostanze sono per eccellenza circostanze teologali: cioè quelle in cui solo la nostra fede nella Salvezza ci dà la forza di consacrarci integralmente alla salvezza dei nostri fratelli condannando con tutta la nostra energia le alienazioni che li incatenano. Mi sembra che sia in queste circostanze che si comprende fino a che punto l'amore di Dio e l'amore degli uomini siano un solo amore e fino a che punto la fede cristiana, lungi dallo strapparci alle lotte di questa terra, versi nei nostri cuori abbastanza speranza per permetterci di osare qualsiasi rischio nella lotta, perfino le nostre comodità terrestri e la nostra stessa vita. È in queste circostanze che la Pasqua di Cristo lascia per noi il campo dell'astrazione o dello storicismo inefficace e diviene il principio attuale della nostra audacia salvatrice attuale. Così la nostra lotta concreta per la verità dell'uomo, vissuta per amore degli uomini, fa «esistere per noi» la Pasqua di Cristo e la nostra vita teologale; mentre la nostra vita teologale e la nostra partecipazione alla Pasqua di Cristo ci immettono per amore degli uomini in una lotta concreta per la verità dell'uomo.

    Nel ritmo ordinario

    È vero che parlo di circostanze tragiche in cui - grazie a Dio - la vita non ci mette sempre; ed è altrettanto vero che conviene considerare queste circostanze con modestia poiché nessuno di noi sa quale sarebbe la sua forza d'animo.
    Perciò ho ricordato queste circostanze solo per mostrare chiaramente con questi esempi «limiti» una verità che riguarda tutta la nostra esistenza, e cioè: che l'ideale evangelico quando è veramente vissuto, si inserisce nel cuore stesso delle circostanze umane come un principio di contestazione e conseguentemente di liberazione permanente. Anche se è vero il dire che in un certo senso Dio ci ha, con il dono della fede, «chiamati fuori dal mondo», sta il fatto che noi siamo così chiamati in vista di un'opera concreta ed efficace nel mondo: quella di opporci alle alienazioni e perversioni che minacciano l'avvenire dell'uomo. Quanto a coloro che temessero che parlando così io abbassi in qualche modo il Cielo sulla terra dimenticando il carattere soprannaturale della nostra Salvezza, io rispondo loro che non è così: infatti è precisamente in e mediante la nostra audacia radicale in seno alle situazioni umane che noi testimoniamo la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità. Il venir meno qui alle esigenze propriamente umane di una salvezza propriamente umana, sarebbe di fatto, al di là dell'umano, un tradire la propria fede in colui che ci ha suscitati affinché Lo manifestassimo con il nostro amore e profetizzassimo con la nostra vita il realismo della nostra speranza. Ideale esigente e temibile: è certo! Perciò è altrettanto certo che non arriveremo mai a conformarci pienamente ad esso. Ecco perché l'esigenza stessa della nostra fede evangelica ci costringe a confessarci «peccatori». Ma questa è una confessione che non ci abbatte, anzi; poiché noi sappiamo che «la forza di Dio si manifesta nella debolezza dell'uomo» di modo che la confessione del nostro peccato poggia su un'altra confessione infinitamente più importante: quella della nostra fondamentale fiducia in Colui di cui abbiamo coscienza che ci mantiene - nella misura stessa in cui ci riconosciamo deboli e peccatori - tesi verso quella purezza e quell'audacia profetica che ho cercato di mostrare così profondamente necessarie alla salvezza, non solo «celeste», ma «terrestre» dell'uomo.

    Il Vangelo costruttivo

    Tuttavia, dopo la lettura delle pagine che precedono, si potrà rivolgermi un rimprovero, anzi un duplice rimprovero: da una parte, quello di essermi attenuto ad un atteggiamento puramente contestatore e d'altra parte quello di aver sembrato situare questa contestazione solo al livello pratico-pratico della «messa in opera» delle strutture senza pensare a contestare queste stesse strutture. In una parola, si tratterebbe di un atteggiamento inefficace: infatti non serve a niente, si dirà, contestare la messa in opera di un sistema sociale se si rifiuta a priori di attaccare questo stesso sistema; e non serve a niente contestare un sistema se non si appoggia questa contestazione su uno sforzo positivo per concepire e mettere apposto un ordine sociale, economico e politico migliore.
    A questi rimproveri, io comincerò col rispondere che è falso il considerare la contestazione come un atteggiamento inefficace: infatti è estremamente frequente che abbiamo percezioni negative infinitamente più certe dei nostri concetti positivi; l'unico modo che abbiamo di partecipare positivamente all'invenzione progressiva della libertà progressiva è allora quello di valutare le nostre certezze reali, cioè di contestare le alienazioni e perversioni.
    Ma, detto ciò, mi sembra chiaro che una contestazione che stesse puramente e semplicemente alla contestazione costituirebbe solo un contributo puramente dialettico alla salvezza dell'umanità. Ora la vita stessa esige che superiamo questo ruolo puramente dialettico. Dobbiamo dunque cercare se sì o no il Vangelo può compiere questo ruolo propriamente positivo e costruttivo nell'invenzione di un avvenire terrestre migliore.

    Il vangelo offre un abbozzo oggettivo?

    La prima questione che si pone è allora la seguente: esiste, se non una struttura propriamente evangelica dell'ordine sociale, economico e politico, almeno uno schema minimo, un «modellino», un abbozzo che si possa ricevere dalla Parola di Dio e dedurre dal Vangelo, di modo che tutti i cristiani debbano almeno accordarsi su un minimo strutturale? Tutto dipende allora da quello che si chiama qui «ricevere» e «dedurre».
    Se per deduzione si intende un ragionamento che pretende di utilizzare il Vangelo come un vaso di princìpi da cui si tragga una specie di perfetto disegno cristiano dell'ordine temporale, allora credo che una simile deduzione non sia possibile.
    Il motivo profondo di questa impossibilità risiede nel fatto che l'ordine di cui si tratta non è un ordine ideale ed astratto, ma la struttura concreta che deve organizzare effettivamente l'agire personale e collettivo dell'uomo. Ora l'azione concreta ed i mezzi che implica non sono mai totalmente deduttibili partendo da princìpi a priori. Rimane sempre necessario prendere in considerazione le situazioni effettive ed inventare i mezzi suscettibili di portare al fine che ci si propone. Perciò, anche se i princìpi esercitano un ruolo fondamentale in questa invenzione, il carattere concreto di questa invenzione vieta di ridurla ad una pura e semplice deduzione. Mi sembra dunque chiaro che nessun «modellino» della città terrestre, per quanto giustificato sia, possa essere dedotto oggettivamente ed universalmente dal Vangelo: non può essere altro che inventato in modo concreto e singolare nel cuore stesso della realtà concreta e singolare.
    Del resto, questa situazione è teologicamente giustificabile: infatti Dio non dispensa l'uomo dall'inventare se stesso! Anzi, Egli è Colui che vuole vedere «inventarmi» e si può, mi sembra, giungere fino a dire che, per quanto dipende da me, Dio non è pienamente Dio se non nella misura in cui il senso stesso che Egli conferisce alla sua esistenza mi convoca ad inventare me stesso pienamente uomo: il mio avvenire da costituire non è forse il sacramento efficace del mio destino ultimo?
    Ora ciò che è vero dal punto di vista dell'avvenire personale di ciascuno di noi mi sembra anche vero per il nostro avvenire collettivo: questo non ci è dato. Nella misura in cui dipende da noi, è da inventare e non può essere vissuto da noi per quello che è se noi non ci sentiamo responsabili della sua invenzione. Anche qui sarei portato a credere che Dio ci proponga il nostro avvenire come il sacramento da costituire del nostro destino ultimo da costituire e che, nella misura in cui ciò dipenda dalla nostra libertà collettiva, Dio non sia pienamente Dio e non regni pienamente sul mondo se non in quanto il senso stesso che Egli conferisce alla nostra esistenza collettiva ci convoca ad inventare insieme un mondo umano pienamente umano.

    Da inventare, nell'oggettivo

    Tuttavia questo modo di rifiutare qualsiasi «modellino» cristiano dell'ordine temporale non può essere ritenuto pienamente sufficiente, poiché ci sarebbe un altro modo di fondare la legittimità oggettiva di un simile «modellino»: sarebbe quello di ricorrere alle necessità oggettive che ogni invenzione umana, per quanto libera sia, deve prendere in considerazione. Infatti l'invenzione che ho ora ricordato non sfugge al regime dell'oggettività, poiché suppone non solo la coscienza di certi fini da raggiungere (il che riguarda, propriamente parlando, l'ordine dell'intenzione), ma ancora la facoltà di adattarvi oggettivamente e razionalmente i mezzi efficaci partendo da un'analisi oggettiva delle situazioni effettive. Ora non si può considerare la fede evangelica come una luce sufficientemente determinata per imporre per esempio, in circostanze determinate, un'analisi politica determinata su cui i cristiani debbano sentirsi d'accordo e che giustifichi, in circostanze determinate, un'azione politica specificamente cristiana?
    È questa, mi sembra la questione più importante che ci è posta oggi dai cristiani che cercano di stabilire una coerenza reale tra la loro fede evangelica e la loro partecipazione ai combattimenti di questo mondo per un avvenire migliore.
    Ora - a costo di deluderli - io mi rifiuterò di rispondere a questa questione. Perché? Ebbene, precisamente perché l'unico modo di rispondervi mi sembra quello di interrogare su questo punto la prassi effettiva di coloro che pensano di vivere del Vangelo di Gesù Cristo: poiché ho ricusato qualsiasi deduzione oggettiva partendo dal Vangelo stesso, ho per il fatto stesso ricusato qualsiasi logos che pretendesse di essere anteriore alla prassi credente; il logos deve dunque qui - se pure è possibile - mettersi in ascolto della realtà stessa di cui intende discorrere, cioè della prassi evangelica in via di trascriversi in azione effettiva ed analizzare a questo fine le situazioni umane in cui l'azione si deve incarnare.
    In una data situazione, la prassi evangelica è o non è capace di convergere su uno stesso logos che fonda a sua volta in modo oggettivo un minimo pratico suscettibile di imporsi a tutti i cristiani? È questa una questione di fatto su cui il teologo che io mi sforzo di essere deve, mi sembra, riconoscersi incompetente. Tutt'al più sarei portato a pensare che la risposta sarà sempre una risposta contingente e singolare in funzione di situazioni anch'esse singolari: infatti la luce evangelica deduce, mi sembra, solo le esigenze etiche di una situazione determinata, e queste esigenze ci rimanderanno sempre all'analisi oggettiva e razionale dei mezzi adatti; la «deduzione evangelica» non può dunque imporsi oggettivamente se non nella misura in cui l'evidenza etica imponga una forma d'azione concreta: ciò mi sembra possibile nel caso di un'azione profetica e contestatrice imposta da una situazione flagrante di ingiustizia, ma ciò mi sembra difficilmente sostenibile quando si tratta di inventare positivamente un ordine sociale, economico o politico migliore.

    Uomini obbligati a volere

    Bisogna, allora, rinunciare a qualsiasi responsabilità propriamente evangelica nel centro stesso degli sforzi degli uomini per costruirsi un avvenire migliore? Il Vangelo non può dunque esercitare nessun ruolo positivo e costruttivo in seno alla città terrestre? Mi guarderò bene dal suggerire una simile conclusione che sarebbe rigorosamente contraria a quella a cui intendo giungere.
    Allora? Allora la soluzione consiste, a mio parere, nel prendere coscienza di due fatti: da una parte, del fatto che le decisioni umane non sono puramente e semplicemente affare di competenza e di analisi oggettiva, ma anche affare di carattere, affare di volontà; e d'altra parte, del fatto che la volontà stessa si esercita con forza, costanza ed efficacia solo se emana da un progetto personale radicale che ad un tempo l'attira, la convoca ed eventualmente la colpabilizza, magari anche la minaccia. Ora questi sono precisamente gli effetti che devono risultare dalla nostra fede evangelica: fa esistere in noi un progetto personale che ci attira, ci convoca e ci minaccia radicalmente nella misura stessa in cui essa super-valorizza il nostro orizzonte profano fino a farne il sacramento reale del nostro destino eterno; ci colpabilizza e ci responsabilizza facendoci prendere coscienza di una vocazione che non viene da noi ma da Dio stesso: ci fa allora interpretare tutta la nostra esistenza, per quanto libera sia, come inserita in questa vocazione e responsabile di compiere quello che Dio vuole fare accadere per mezzo nostro fra gli uomini. Ne risulta che, anche se il Vangelo ci lascia la cura di inventare noi stessi la nostra azione, ci obbliga radicalmente ad inventare così: infatti ci fa prendere coscienza da una parte del fatto che questa azione da inventare impegna realmente il nostro destino divino e d'altra parte del fatto che l'ultima realtà di cui siamo concretamente responsabili non è nient'altro che la Volontà stessa di Dio sul mondo.
    Questa è precisamente la maniera con cui il Vangelo mi sembra costituire un principio efficace di costruzione del mondo: suscitando uomini interiormente obbligati a volere.
    Del resto, questo volere evangelico non è privo di contenuto oggettivo: certo, e vi ho insistito, il Vangelo non ci dice come costruire un'economia svincolata dal criterio del profitto massimo, ma ci obbliga a volere giungerci. Il Vangelo non ci dice come ricercare il rendimento senza disumanizzare il mondo del lavoro, ma ci obbliga a volerlo. Il Vangelo non ci dice come eliminare la fame che tortura ancora tanti e tanti uomini sulla terra, ma ci obbliga a volerlo. Il Vangelo non ci dice come eliminare la guerra, ma ci obbliga a volerlo.
    Ancora una volta, è chiaro che non basta volere: bisogna ancora analizzare con chiarezza e scegliere i mezzi con competenza misurando con realismo ciò che è concretamente possibile e ciò che non lo è.
    Comunque rimane il fatto che questo stesso giudizio sul possibile e sull'impossibile dipende dalla volontà di giungere o meno allo scopo e che in ogni caso l'avvenire dell'umanità suppone uomini decisi a superare non solo le difficoltà ma anche le ostilità colpevoli. D'altronde, è questo il motivo per cui ho trattato della responsabilità politica in cui intendo confrontare quella che ho chiamato la prassi salvifica con la malvagità umana. È di fatto impossibile volere costruire un'economia svincolata dal criterio del profitto massimo senza incontrare l'ostilità degli interessi finanziari o dei gruppi di pressione. È di fatto impossibile erigere strutture di lavoro in cui l'uomo sia trattato da uomo senza incontrare l'ostilità di coloro la cui ragione di esistere sembra essere il produrre al massimo. È di fatto impossibile lottare contro la dittatura di un partito, in vista di costruire un'autentica democrazia, senza incontrare la ostilità cruenta del fanatismo dottrinario. È di fatto impossibile volere realmente porre termine ad una guerra senza incontrare l'ostilità di coloro per i quali l'onore consiste nel vincere.
    Il volere un mondo migliore significa dunque entrare in lotta non solo «contro il sangue e la carne, ma contro i principati e contro la potestà» (Ef 6,12), contro le solidarietà che ci incatenano, contro i compromessi onorevoli e contro «l'onore» stesso che ricopre con la sua lucentezza tante abominazioni e tanti disonori reali. Il mondo concreto è di fatto talmente intessuto di egoismi e di fanatismi che è impossibile voler costruirne uno migliore senza entrare in lotta contro i potenti ed i ricchi contro tutta la falsa morale inventata e distribuita per giustificare i loro privilegi: così colui che vorrà concretamente migliorare le condizioni di lavoro della sua impresa passerà per un agitatore; colui che vorrà lottare per una democrazia autentica sarà bollato come un odioso «revisionista» e colui che vorrà fare la pace sarà disonorato come un traditore o come un vile.
    Non sto dipingendo un quadro in nome di qualche pessimismo retorico, ma in nome di ciò che il mondo dovrebbe essere e non è, per colpa dell'uomo; infatti è vero dire con l'Apostolo che «il mondo giace tutto in potere del maligno» (1 Gv 5,19), nel senso che è tiranneggiato da sordide cupidigie di ogni genere. Chi dirà, per esempio, che è logico e che è bene che il cinque per cento della popolazione umana consumi quasi il cinquanta per cento della produzione? Chi dirà che è logico e che è bene che la concorrenza di alcune ditte occidentali faccia calare il prezzo delle materie prime a danno dei popoli già diseredati ed a vantaggio dei popoli già profittatori? Un uomo lucidamente abitato dal Vangelo di Cristo deve vedere in questo stato di cose un intollerabile peccato che fa salire fino a Dio il grido dei poveri - secondo la potente espressione della Bibbia - e che prepara alla umanità decenni di vendetta e di sangue.

    La santità pasquale condizione non sufficiente ma necessaria per la piena umanizzazione dell'uomo

    Mi accontenterò di esplicitare qui tre punti che risultano chiaramente.
    - La lotta positiva per un avvenire migliore non può compiersi senza incontrare forze umane che si oppongono colpevolmente al progresso autentico dell'umanità universale: ecco perché questo progresso, sempre minacciato, merita, al livello stesso del nostro avvenire terrestre, il nome di salvezza; ecco ancora perché questa salvezza può essere promossa solo da uomini suscettibili di acconsentire, però in gradi diversi, al sacrificio dei loro interessi.
    - Per quanto riguarda il cristianesimo, questa lotta sarà, mi sembra il luogo normale in cui si troveranno convocate la sua fede, la sua speranza e la sua carità, cioè la sua relazione teologale con Dio stesso sarà il luogo normale in cui dovrà mettere in opera il programma evangelico delle Beatitudini; sarà soprattutto il tempio universale e permanente in cui suggellerà in un sacrificio reale la sua comunione reale con il Cristo pasquale nel Quale troverà la forza di morire a se stesso per amore per gli altri.
    A questo conviene aggiungere che è, come ho già detto, con questa attività concreta volontariamente salvifica che si farà realmente conoscere Gesù Cristo per quello che è (non solo di diritto ed in teoria, ma di fatto e molto in concreto) e cioè: il Salvatore del mondo.
    - Però, questa conclusione, che interessa solo il cristiano, non è l'unica che risulti dalla nostra analisi: se è vero che, nel mondo così com'è, è concretamente impossibile fare opera efficace per un mondo migliore senza passare attraverso il sacrificio, e se il sacrificio dell'uomo è sempre in lui la Presenza efficace del Sacrificio di Cristo, allora dobbiamo interpretare gli sforzi sinceri compiuti dagli uomini per procurare ai loro fratelli un avvenire migliore come la Salvezza stessa di Cristo che si sta esercitando nel cuore stesso della storia umana. La tragica epopea del progresso umano si rivela perciò ai nostri occhi come la forma tangibile ed universale della Salvezza universale proclamata dal nostro Vangelo. «L'hic et nunc» delle nostre esistenze sono dunque i luoghi attuali ed universali della vita teologale, tanto in colui che ne ha consapevolezza quanto in colui che non ne ha chiara coscienza; la salvezza e la Salvezza, considerate in concreto e non da un punto di vista astratto, non sono dunque - se non ci siamo sbagliati nella nostra analisi - altro che un solo evento.

    VERSO UN SUPERAMENTO DI QUALSIASI UMANESIMO CHIUSO: LA PRASSI UMANA CONDANNATA ALLA MORTE

    Non vorrei che questa conclusione sull'unicità della storia umana venisse interpretata male e si giungesse a pensare che secondo me sarebbe legittimo interpretare puramente e semplicemente la storia come una lotta puramente umana verso un avvenire puramente terrestre e temporale e che io volessi in qualche modo proporre un cristianesimo profano che evacui qualsiasi atteggiamento propriamente religioso. Non è affatto così. Certo, sono convinto che la desacralizzazione della salvezza «religiosa» in salvezza «terrestre» (per esempio: politica) sia un fenomeno di cui non ci dobbiamo meravigliare poiché si inserisce nella logica esistenziale della «religione» di Gesù Cristo. Però questo non significa affatto - anzi! - che l'uomo debba acconsentire a rinchiudere l'orizzonte della sua speranza sul circolo chiuso del suo avvenire terrestre: mi basti, per provare che questa non è la mia intenzione, aggiungere poche annotazioni su una «Super-valorizzazione», rimandando gli approfondimenti al mio libro.
    È qui, precisamente, che l'esperienza del male e la prospettiva della morte mi sembrano, con la loro negatività radicale, esercitare un ruolo fondamentale per portare l'uomo a superare il suo progetto umano: infatti, senza speranza escatologica personale, la vita umana rimane non solo condannata a morte, ma condannata dalla morte ed intrinsecamente accusata di non-senso. Per questo stesso fatto, si trova alienata in sensi parziali, insufficienti a giustificarsi ed antinomici gli uni rispetto agli altri: alienazione che mi sembra si possa superare solo nella prospettiva di un «Avvenire infinito» e di una relazione attuale ad una Fonte di senso al di fuori della quale ogni senso crolla nel non-senso della morte.
    Facciamo un esempio: la realtà politica può legittimamente, a mio parere, proporsi come una delle modalità più fondamentali secondo cui si esercita fra gli uomini la Salvezza di Gesù Cristo; però non può, senza votarsi essa stessa al non-senso, supplire questa Salvezza in quello che ha di più radicalmente salvifico: la certezza stessa della nostra vocazione divina al di là della morte.
    Questo ci costringe ad interpretare in un modo più profondo di quanto sia stato finora la dinamica esistenziale della nostra esperienza del male: abbiamo già visto come questa esperienza condannasse qualsiasi ricerca di Salvezza che consistesse nel liberarci idealmente dal male negandolo come male per mezzo di un discorso che cercasse di giustificarlo, impresa profondamente vana perché contraddirebbe quanto l'esperienza del male contiene di più certo, e cioè: che il male è ciò che non deve essere. La costatazione di questo scacco ci ha d'altronde rimandati a quello che ci è sembrato essere l'unico atteggiamento vero di fronte al male, cioè l'atteggiamento pratico: infatti la sola verità di fronte al male, è che bisogna eliminarlo, poiché non deve essere. Abbiamo anche visto che questo atteggiamento pratico è così necessario che è proprio su esso che si compie la nostra Salvezza escatologica.
    Ma ecco che questa prassi viene a sua volta a trovarsi accusata e messa in scacco, almeno al livello del nostro avvenire terrestre: infatti la morte rimane e nessuna tecnica umana è capace di eliminarla. Orbene, mi sembra che quest'ultima e definitiva condanna costituita dalla morte Yenga a sua volta ad ornarsi di una luce giustificativa costringendoci a prendere coscienza del carattere finalmente «illusorio» di qualsiasi salvezza considerata come puramente terrestre: il non-senso della morte è un non-senso della vita se la vita non è più forte della morte. La dinamica dell'esistenza sofferente ci costringe dunque a costatare lo scacco di qualsiasi salvezza umana e temporale, il che ci rimanda, al di là della dialettica della teoria e della pratica, ad un atteggiamento infinitamente più fondamentale, sintetico e vitale.
    Questo atteggiamento non è altro, mi sembra, che ciò che S. Paolo chiama la Sapienza della Croce, la quale conferisce a colui che vi partecipa consciamente la pienezza della Salvezza.