Verso una educazione liberatrice



    Intervista con Egidio Viganò

    (NPG 1971-10-65)

    Di passaggio in Italia, abbiamo incontrato don Egidio Viganò, responsabile pastorale delle opere salesiane del Cile, una delle personalità più in vista nel campo dell'evangelizzazione dell'America latina.
    Già perito conciliare e preside della facoltà teologica di Santiago del Cile, impegnato contemporaneamente in un contatto diretto con la realtà pastorale, ha le carte in regola per trattare un tema «caldo», anche nel nostro contesto educativo.
    Una educazione socialmente e politicamente impegnata o una educazione ripiegata sul passato, impersonale e solo illuministica?
    Che posto occupa la fede, in questo progetto?
    Che rinnovamenti, di mentalità e di prassi, tutto questo comporta?

    L'EDUCAZIONE LIBERATRICE

    Molti educatori, oggi, sono in crisi di identità. Si chiedono che significato ha la loro funzione, a che cosa deve tendere, per servire veramente la maturazione della persona dei ragazzi a loro affidati.
    Ad un interrogativo del genere, che risposta darebbe?

    Credo decisamente alla missione educativa. La crisi si risolve qualificandoci. Oggi l'educazione ha senso se diventa una «educazione liberatrice».

    Che cosa intende per «educazione liberatrice»?

    Per poter avere una idea precisa di questo concetto (è chiaro che non si tratta di una semplice qualificazione esterna, ma investe una visione più profonda del problema educativo) è opportuno rifarsi al concetto di persona e a quello di cultura.
    Oggi, l'uomo è considerato più come «un progetto in costruzione» che come una realtà in se stessa completa e per questo incomunicabile all'esterno, come si diceva in metafisica. Quindi piuttosto una realtà fondata sulla libertà. O, meglio ancora, sul libero arbitrio, quella qualità personale per cui si possono «muovere» le proprie capacità, le proprie facoltà, onde realizzare al massimo la libertà. La libertà rimane una meta da raggiungere, sia sul piano personale che su quello comunitario. Il libero arbitrio è una qualità personale che rende l'uomo capace di realizzare un progettato che va verso la meta della libertà.
    Questo «camminare verso» è ciò che chiamiamo liberazione: far crescere la persona non solamente nel senso dello sviluppo, ma nel senso del superamento delle avversità, delle schiavitù che le provengono dalla realtà concreta.
    Con il concetto di persona, dobbiamo rinnovare anche il nostro concetto di cultura. Per parecchio tempo abbiamo avuto un concetto di cultura statico: si è fatto consistere la cultura nella possibilità di trasmettere ad altri un «pacchetto» di informazioni...
    Cultura è invece la capacità di potenziare le qualità dell'uomo, per camminare verso la costruzione della storia. La cultura non è guardare al passato ma marciare verso l'avvenire. Quindi, essa, più che rifugiarsi nei musei o nei monumenti nazionali (che non disprezzo, perché sono l'espressione della cultura di altri tempi), si impegna nella costruzione di una storia, di un futuro, più degno dell'uomo.
    In questo contesto, si comprende subito che cosa si intende per «educazione liberatrice»: camminare assieme, tra persone differenti per età, per esperienza, attraverso un aiuto reciproco, per potenziare le capacità del libero arbitrio e per arrivare sempre più vicino alla meta della libertà. In questa tensione, l'educando non è oggetto, ma soggetto responsabile della propria educazione.
    Queste parole hanno un po' di sapore marxista: sono state usate più da loro che da noi. Parlare di educazione liberatrice significa utilizzare un termine che può essere di uso marxista ma non certo di estrazione marxista. Un pensatore francese dice che il marxismo non è spiegabile se non su radici cristiane.
    L'uso di questa parola ci fa assumere una ricchezza di contenuti che il marxismo ci ha aiutato a scoprire: la dimensione storica della nostra esistenza. E ci ricorda che nello sviluppo della persona non si può prescindere dalle situazioni concrete di ingiustizia in cui è dentro. Vanno superate proprio per poter parlare di vera educazione.

    IL POSTO DELLA FEDE

    In questo progetto di educazione liberatrice, così come ce lo ha descritto, che posto occupa la fede?

    Per comprendere il concetto di educazione liberatrice bisogna partire da una concezione dinamica di persona e da una visione attiva della cultura. E questo non è la fede?
    Per questo l'educazione liberatrice fa vedere con maggior chiarezza a che serve la fede.
    L'educazione liberatrice tende a costruire l'uomo nuovo: non solo l'individuo nuovo, ma l'uomo nella comunità: quindi una nuova famiglia umana.
    Ci si avvicina, magari solo inconsciamente, alla dimensione escatologica, si arriva al tipo ideale di uomo che in definitiva è Cristo risorto.
    Quindi, alla luce della fede, parlare di educazione liberatrice significa sottolineare con maggior pienezza la vocazione totale dell'uomo.
    In una concezione statica si preferiva usare l'aggettivo «integrale» e si parlava di «educazione integrale».
    Integrale fa pensare a «completo»; a ciò cui manca nulla. Non mette in evidenza l'aspetto dinamico, dialettico, nel senso di processo nella storia, di conquista continua di posizioni.
    Parlare di educazione liberatrice significa quindi sottolineare la missione che Cristo ha nella storia. Cristo è il liberatore. Liberazione è termine più ampio e pregnante di redenzione perché si fonda sulla caratteristica più spiccata della persona umana: la sua dimensione e vocazione storica. D'accordo, queste cose possono essere dette anche senza la fede, in un senso soltanto umano. Può essere un pericolo, per chi ha fatto una scelta di fede. Ma, in questa prospettiva, presentando cioè l'uomo nel suo processo di sviluppo, si può far percepire con maggior chiarezza la funzione di Cristo nella storia.

    Ha parlato di un pericolo, presente in questa visione dell'educazione. Mi pare di intravedere quella tentazione di ridurre il cristianesimo alla sola dimensione umanizzante, tante volte denunciata. È l'unico rischio da tenere in evidenza?

    Quando si parla di liberazione, si sottolinea l'importanza di un impegno nel processo storico, di un impegno sociale e politico, come si suol dire. È chiaro: l'educazione non è vera se aliena dalla realtà umana. Deve impegnarsi. E la realtà umana è sempre più una realtà sociale e politica, quanto più l'umanità cresce in numero ed in rapporti di convivenza.
    Dunque l'educazione implica un impegno sociale e politico. Le vocazioni possono essere differenti, a livelli differenti, ma sempre con una precisa caratterizzazione sociale e politica.
    Premesso questo, chiediamoci: qual è la missione della Chiesa e del cristiano, in campo educativo? L'evangelizzazione.
    Ma questo significa due realtà: l'annuncio del Regno e il permeare con lo spirito del vangelo tutti i valori e gli impegni temporali.
    Ambedue gli elementi sono l'evangelizzazione: costituiscono una unità inscindibile. Si distinguono per unirli, non per separarli. Nell'unica missione del cristiano, nell'unica missione della Chiesa, nell'unica educazione liberatrice cristiana. Interpretarli in forma unilaterale porta al dualismo. Qui c'è il rischio, la tentazione da combattere.
    La forma unilaterale può essere una estrema alienazione religiosa o una maniera di estrema alienazione dell'impegno temporale.
    Nel primo caso si ha un dualismo che aliena dalla realtà: fa del cristianesimo il portatore di un annuncio del vangelo, ma di un annuncio intellettuale, concettuale. L'impegno concreto dipende da altre cose, non dalla fede stessa.
    Il Vaticano II ha catalogato questo come uno dei peggiori errori della nostra epoca: il divorzio tra fede e impegno storico.
    Questa prima alienazione forma di fatto uno dei difetti più gravi dei cristiani in questi ultimi tempi.
    La seconda alienazione è un po' un processo di reazione alla prima. Si fanno risaltare in tal forma i valori temporali, l'impegno sociale e politico, da dimenticare lo spirito del vangelo che deve animarlo. Da dimenticare che tutti questi valori devono essere orientati verso Cristo e sintetizzati nella liturgia, dialogo dell'uomo immerso nella storia, con Dio (nel senso dell'affermazione di Ireneo: «Homo vivens, gloria Dei»: la storia è la gloria di Dio!).
    In questi momenti, soprattutto nell'America latina, è una delle tentazioni più gravi. L'urgenza di un impegno socio-politico fa dimenticare che la fede, lo spirito del vangelo ha un posto, all'interno di questo impegno, per dargli un tono, un orientamento, una vitalità speciale.
    È importante, a conclusione, aver presente tanto che l'annuncio del Regno deve implicare un impegno storico, quanto che l'impegno storico deve essere vivificato da uno spirito del vangelo.
    Per realizzare tutto ciò, si richiede una visione chiara del significato del cristianesimo.
    Mi spiego con un esempio.
    Un «laico» che si dedica alla politica partitica, è cristiano non in quanto fa politica (perché il far politica non è per sé un elemento cristiano), ma è cristiano in quanto fa politica con lo spirito del vangelo.
    Il vangelo non cambia la finalità della politica, non toglie l'autonomia dei valori temporali. Solamente la rende più chiara, la purifica da possibili deviazioni ideologiche, la fa diventare davvero di servizio alla promozione del bene comune e dell'uomo, la vincola a valori superiori, valori che appartengono alla storia, alla vita, all'essenza dell'uomo.

    VANGELO ED IMPEGNO POLITICO

    Ha toccato un tasto cruciale. Vorrei che sviluppasse ulteriormente questo argomento. Mi pare determinante per qualificare il rapporto che intercorre tra un'educazione liberatrice fatta comunque ed una educazione liberatrice condotta avanti da educatori cristiani, da «pastori».
    Il vangelo, la fede cristiana come innerva l'impegno politico?

    La domanda è molto complessa. Sottolineerò quindi soltanto qualche aspetto. Il vangelo, prima di tutto, spinge ad impegnarsi. È il senso stesso della carità, dell'amore verso il prossimo (visto che il prossimo non esiste che in dimensioni sociali e politiche) che fa tradurre la carità in un impegno sociale e politico.
    Ma non è tutto qui: sarebbe troppo poco!
    Il vangelo ha una funzione molto maggiore del semplice spingere ad impegnarsi. Siamo all'interno di un discorso di educazione liberatrice. Oggi, nella nostra epoca storica, l'impegno sociale e politico è condotto da ideologie. I partiti politici, da una parte, e le istituzioni assistenziali, dall'altra, perché non so fin dove sia possibile distinguere impegno sociale da impegno politico... tutti hanno una ideologia.
    La fede, l'accettazione, a livello esistenziale, del vangelo non è una ideologia. È una realtà superiore a tutte le ideologie, con capacità critica di tutte le ideologie.
    Non condanno le ideologie. Ma è necessario cogliere, disponibilmente, al loro interno ciò che serve veramente l'uomo e ciò che invece è superato, schiavizza l'uomo invece di aiutarlo. Il vangelo mi dà la capacità di criticare ogni ideologia, di saper percepire gli elementi positivi e quelli negativi. Aiuta l'ideologia a piegarsi ad un vero servizio all'uomo.
    Perché il vangelo non è solamente il libro del vangelo: è una lettura della parola di Dio, della situazione, dei segni dei tempi con l'aiuto della Bibbia. Quindi è sempre una parola di attualità. Una parola che mi fa vedere la realtà con più precisione di qualsiasi ideologia.
    Il vangelo quindi mi spinge all'impegno e mi offre la capacità di critica (nel senso di percezione dei valori e di profezia castigante di ciò che è errore) di ogni ideologia.
    E ce n'è un gran bisogno, in un'epoca massificante come è la nostra e nell'attuale schiavitù a tante ideologie che non sanno interpretare la totalità dell'uomo.

    RINNOVARSI!

    Ha richiamato l'esperienza dell'America latina. La sua esperienza e la sua preparazione dottrinale... le danno il diritto di avanzare consigli.
    La chiesa italiana sta vivendo decisamente queste tensioni. Non sempre però riusciamo ad avere idee chiare.
    Che cosa può dire agli operatori pastorali italiani? Di che cosa dovrebbero soprattutto farsi interpreti e promotori, per portare avanti veramente una educazione liberatrice?

    Parto dalla esperienza recentissima della mia nazione: il Cile.
    Ci siamo accorti, dopo le ultime vicende politiche, che tutta la nostra cultura teologica, filosofica... era anacronistica.
    Di colpo abbiamo scoperto di non saper più dialogare con i giovani, influenzati fortemente dal marxismo: da un linguaggio, da una metodologia totalmente diversi da quelli che usavamo noi.
    Abbiamo scoperto che nella nostra catechesi, non eravamo penetrati mai nel cuore dei problemi umani.
    Nella nostra pastorale avevamo trascurato troppo l'aspetto comunitario, di esperienza di appartenenza: non avevamo colto, nei segni dei tempi, l'istanza di socializzazione, di partecipazione che il marxismo fa percepire, anche se con esagerazioni ed errori.
    In una parola, avevamo corretto solo concettualmente l'ecclesiologia del Vaticano I, di tipo clericale e monarchico.
    Ci siamo accorti, di colpo che se non ci sono comunità cristiane, dove la corresponsabilità stia di casa, non è possibile resistere alla sfida che viene dal marxismo. E tutto questo è il secondo capitolo della Lumen Gentium, tradotto in pratica.
    Volete un consiglio? Ecco!
    Prima di tutto è necessario cambiare il nostro linguaggio, la capacità di parlare, di pensare. Dobbiamo avere una dimensione storica più completa. Della «prassi» un senso molto più realista: dobbiamo studiare la prassi... non un libro! E poi, costruire davvero delle comunità cristiane di base, in cui l'esperienza di carità comunitaria sia un fatto, in cui il prete sia una realtà necessaria per la vita della comunità, ma il suo servitore, non il monopolizzatore.
    Con i giovani infine impostare davvero un discorso educativo in piena corresponsabilità.
    Tutte queste cose le sapevamo già. Le aveva dette con chiarezza il Vaticano II. Ma non le mettevamo in pratica.
    Il marxismo ce le ha fatte riscoprire. E ci ha obbligati ad essere più realisti e più coerenti con i grandi rinnovamenti del Vaticano II.