(NPG 1972-02-52)
Il progetto editoriale del 1972 prevede una presentazione ampia, dettagliata e «critica» dei centri di riferimento giovanile: dei luoghi ove i giovani italiani «vanno».
Un tempo i «santuari», i luoghi tradizionali della spiritualità, erano un polo di attrattiva per moltissime persone. Anche per i giovani.
Oggi, questi ambienti istituzionali dicono molto poco ai giovani. La frangia notevole e significativa dei giovani che a tutti i livelli, «fanno la storia», li rifiuta abbondantemente dopo averli catalogati nel fascio delle realtà sorpassate, che non contano. In compenso, proprio questi giovani affollano, in massa, altri «luoghi». E ci vanno di spontanea iniziativa. A costo di disagi, spesso non piccoli.
Qualcosa sta cambiando. Non sarà, di certo, un processo irreversibile. Forse i «centri» che oggi sono affollati di giovani, domani intristiranno nell'abbandono e nell'insignificanza. Come certe «case del pellegrino» accanto a santuari rinomati...
Se Taizé è il simbolo, negli anni 70, di questo fenomeno, non è solo il brumoso paese della Borgogna a «muovere» i giovani italiani.
Di Taizé abbiamo già parlato. Ora parliamo di qualche altro «centro».
I giudizi, in concreto, possono essere molteplici e diversi. Talvolta anche contraddittori. Dipende dalle molte sfaccettature del fatto, oggettivamente. E dall'angolo prospettico da cui si situa l'osservatore. Una rivista di pastorale giovanile non può, comunque, ignorare un fatto così emblematico.
Lo facciamo (almeno questo è il nostro desiderio) con quel distacco che ci permetta di avanzare una descrizione critica. Non vogliamo prendere posizione, ai di là di quella oggettiva della significatività del fenomeno e delle proposte dae al suo interno sono condensate. Proprio perché, come sempre, l'aiuto, la guida non può sostituirsi alla responsabilità ultima e decisionale dell'operatore &etto: il servizio consiste nel fornire gli strumenti per un giudizio sereno e atisponibile. Per una ricerca amorosa della verità, tanto spesso più avanti di qualsiasi personale posizione.
♦ Perché presentiamo Bose
La risposta è più ampia dell'esperienza di Bose. Si situa a livello di qualsiasi altro attuale «centro di riferimento» giovanile.
I motivi più rilevanti ci sembrano due:
• Siamo tutti alla ricerca di elementi che diano il polso della attuale situazione giovanile. I giovani sono una realtà così mobile, fluida, meravigliosamente viva e in ebollizione... da trasbordare immediatamente ogni tentativo di catalogazione. Eppure per impostare un progetto pastorale serio, il punto di innesto essenziale è la loro realtà: le tensioni, i problemi, le attese...
Chi ha parlato con oltre 5.000 giovani, in un solo anno, ha qualcosa da dire: ha Le carte in regola per «descrivere» il mondo giovanile.
Ha. almeno, il diritto di essere ascoltato con attenzione devota.
Anche perché a Bose, come in molti altri centri simili, vanno i giovani più seri, più impegnati: quelli che in anticipo danno il polso di una situazione.
• Ma c'è un altro motivo, molto più profondo e più importante. Abbiamo tutti la percezione che la fede non si trasmette più per contatto verbale, soprattutto in una civiltà secolarizzata come è la nostra per molti versi. Non sono le parole che realizzano l'incontro tra «il Dio che si rivela e l'uomo che lo va cercando». La fede si trasmette per impatto personale. Per osmosi. Una comunità che vive in un certo modo, «predica» efficacemente.
Educare alla vita di fede significa allora, prima di tutto, mettere a contatto con gente che viva profondamente la propria scelta cristiana.
Molti educatori della fede non sanno dove sbattere la testa. Si avverte, per esempio, che anche quelle giornate di spiritualità su cui si faceva tanto affidamento... possono slittare verso il vuoto verbalismo, se non sono vissute in in certo contesto.
La comunità di Bose è una comunità di giovani (il più anziano ha 28 anni) che vive «in un certo modo» la propria scelta cristiana. Ha dei limiti...: sono loro i primi a dirlo. Ma chi non ha dei limiti? Ma, per esempio, rimane il fatto che chi prega con la comunità comincia a scoprire la preghiera. La «preghiera» si trasmette per partecipazione, per osmosi.
♦ Significato dell'esperienza di Bose
Una lettura attenta dell'intervista mette in risalto moltissimi aspetti, di grande interesse per descrivere la specificità dell'esperienza che presentiamo. Vogliamo, per dare una mano, offrire alcune chiavi di lettura.
• la preghiera
La scoperta della preghiera è una delle costatazioni più frequenti nella bocca dei giovani che hanno vissuto l'esperienza di Bose. (Per stendere questo servizio siamo stati anche noi, per qualche giorno, a Bose. L'abbiamo verificato di persona).
A Bose c'è una comunità che prega. I momenti di preghiera non sono molti. Ma sono altamente significativi nell'arco della giornata e soprattutto sono ben centrati nel modo di conduzione: una preghiera semplice, senza inutili sovrastrutture; una preghiera totalmente biblica, impastata di salmi, ma contemporaneamente comprensibile, vicina, proprio per il gusto e la poesia con cui è stata riproposta la parola della Scrittura; una preghiera concreta, in cui davvero entra tutta la natura e tutta la storia, con i suoi drammi e le sue gioie.
La comunità prega. Chi è presente viene «preso», si sente subito coinvolto. Scopre di non poter essere assente. Scopre di sentirsi a proprio agio, come in una cosa tutta sua, da sempre sua. Anche se è un mondo nuovo, tecnico, lontano. Non ci sono didascalie che diano una mano per entrare dentro. Magari si sfoglia il grosso «breviario» che raccoglie la «preghiera di Bose», alla ricerca della pagina giusta e del ritornello. Ma nonostante questo armeggiare di fogli, ci si sente «dentro».
Si impara a pregare per partecipazione.
Ma non è forse questo il modo più cristiano per imparare a pregare?
• l'ambiente
Bose è un mondo fuori dal mondo. Bisogna andarci, viverlo, per comprenderlo. Ma è un mondo altamente funzionale. Un universo simbolico che parla, che fa proposte, per quello che è. La composizione degli ambienti, le scritte con cui si dà un nome alle stanze, il gioco degli ornamenti, il raccordo mondo agricolo /vangelo (la rete che serve da ornamento ci parla della chiesa, il giogo greve fa saltare immediatamente in cuore la promessa di Cristo «il mio giogo è soave», i fiori e i frutti della terra cantano, con i loro colori, la natura, quella vera, quella che sta tutt'intorno – una scoperta «nuova» per noi uomini della natura «in plastica»).
A Bose il vangelo lo si respira nell'aria: nelle scritte, negli ornamenti, nelle icone. In qualche casa di esercizi si è tentato lo stesso. Ma con risultati totalmente contrari alle intenzioni. Una «scritta» a Bose prende. La stessa, altrove, fa stridore.
• I gesti
La secolarizzazione ha spazzato via la sacralità dei gesti. La tecnica ha bruciato l'inutile. Hanno ridotto l'uomo ad un robot. Qualche volta, davvero, sono riusciti a mimetizzarlo in un fondale di ciminiere fumose.
A Bose si è riscoperto la poesia dei gesti, dei piccoli inutili gesti che fanno un ambiente.
II povero fa festa con piccole cose. A Bose si fa festa con le cose che noi abbiamo buttato dalla finestra. I giovani entrano in questo mondo nuovo, diverso. Lo respirano a pieni polmoni. Ci stanno bene. Lo sentono con la gioia delle due braccia aperte del padre «perduto e ritrovato».
♦ Un'attenzione
In tutto questo è presente il grave rischio della suggestione.
A Bose si prega bene, perché tutto lì spinge a pregar bene. Passato l'entusiasmo, franata la poesia sotto la spinta del ritmo quotidiano... la preghiera viene relegata nel cassetto dei sogni.
Può essere un pericolo.
D'altra parte, non si scopre la preghiera «intellettualmente», a freddo.
Qui, come sempre, è necessaria l'opera intelligente dell'educatore /animatore. A lui si richiede di essere stimolo a razionalizzare l'esperienza vissuta. L'esperienza «calda a crea l'attenzione, la disponibilità all'interiorizzazione. La riflessione, la revisione critica, la razionalizzazione permette un'integrazione vera, a livello motivazionale.
il solito discorso, già fatto in tanti altri contesti, del rapporto tra pressione di gruppo e interiorizzazione personale. A Bose ci sono le condizioni ideali per la reciprocità delle funzioni. Si tratta di riuscire a ingranare la marcia giusta.
♦ L'ecumenismo
Bose è una comunità ecumenica. È nata per spingere», con i fatti, l'unità. I risultati, a questo livello, non sono brillanti.
I motivi sono tanti.
Uno, forse quello capitale, è stato sottolineato anche nell'articolo sullo stesso tema, apparso nel numero 1 /1972: i giovani italiani non sentono l'ecumenismo tra i problemi rilevanti.
Quelli che vanno a Bose non chiedono di parlare di ecumenismo. Forse non avvertono neppure la portata ecumenica della comunità.
Con queste chiavi di lettura è possibile affrontare i due interventi che presentiamo (sono due membri della comunità che parlano della loro esperienza):
• il primo introduttorio pone l'inquadratura storica: chi è la comunità di Bose, qual è la sua storia e il suo ruolo nella Chiesa (lo pubblichiamo per concessione da «Il Gallo a);
• il secondo affronta di petto i problemi di cui si è parlato a lungo in questa introduzione.
Il discorso di queste pagine è chiaramente rivolto agii educatori.
Ci siamo prospettati un problema ulteriore.
Qualora un educatore ritenesse opportuno presentare i contenuti dell'esperienza di Bose ai propri giovani... come può fare? (si noti che è stata utilizzata la parola «contenuti»: le proposte di Bose sono valide al di là di una partecipazione personale all'esperienza).
Certo non si può sempre prendere il primo treno e correre a Bose. Sarebbe un disastro. Anche per la pace della comunità.
In collaborazione con il settore «audiovisivi a della LDC, la redazione sta preparando del materiale visivo ed un libretto-guida, destinato a mediare ai giovani le proposte di questo nostro articolo. Si intende offrire, assieme alla storia visiva della comunità, anche una serie di suggerimenti per utilizzare in corsi di esercizi, di ritiri, all'interno della tensione ecclesiale dei gruppi, alcune delle tante scoperte di cui la comunità di Bose è ricca.
(r.t.)
Alberto Mello
(NPG 1972-02-56)
LA COMUNITÀ ECUMENICA DI BOSE
COME È NATA
Bose, qualche anno fa, era una frazione pressoché disabitata di Magnano, un paese sulla Serra, tra Biella e Ivrea. Qui, nell'estate del 1966, un gruppo di giovani, quasi tutti studenti universitari a Torino, sceglie di affittare una casa comune. Il gruppo, formatosi nel periodo post-conciliare, è particolarmente sensibile al problema dell'ecumenismo. A Torino esso ha già dato vita a una serie di incontri tra cattolici e protestanti. Intanto si approfondisce insieme il modo e il significato di essere cristiani oggi. Ne nasce soprattutto l'esigenza di una preghiera comune che viene fatta ogni sera in un alloggio affittato da due membri del gruppo.
Bose, dove il gruppo si riunisce alla fine della settimana, diventa il luogo della preghiera e dell'eucaristia comune. Un campo di lavoro ripara una vicina chiesa romanica, così da renderne possibile l'uso per la celebrazione liturgica. Maturata da parte di alcuni la vocazione ad una vita comune nel celibato, è a Bose che, due anni dopo, inizia una esperienza stabile di comunità di tipo «monastico» che ha la novità di essere mista, per la presenza di uomini e donne e di cattolici e protestanti.
LA COMUNITÀ, OGGI
La preghiera
La preghiera, che viene fatta mattino, mezzogiorno e sera, è il momento centrale della vita comunitaria, momento di lettura e ascolto della parola, che è il solo fondamento della nostra vita di cristiani, e momento di intercessione presso Dio, per i fratelli e il mondo.
Proprio per l'urgenza di una attualizzazione di questa intercessione ai problemi e alle esigenze dell'uomo e del mondo di oggi, la comunità ha elaborato una preghiera propria, frutto della esperienza umana e spirituale di ciascuno.
L'IMPEGNO NEL MONDO E L'OSPITALITÀ
Per il fatto che viviamo il celibato in una vita comune, fatto che nella storia della Chiesa è proprio del monachesimo cenobitico, è normale che ci sia un riferimento esplicito all'aggettivo «monastico» per definire il nostro tipo di vita. In realtà però a noi non interessa tale definizione: ci consideriamo dei semplici cristiani che cercano Dio e testimoniano Cristo vivendo il Vangelo, che rimane per noi la sola regola di vita. Soprattutto non intendiamo il nostro vivere a Bose come un estraniarci dalla vita normale della maggioranza degli uomini nelle città: nuovo tipo di «fuga mundi» per un'isola di serenità a basso prezzo. Tutti noi lavoriamo e dunque siamo quotidianamente in contatto con tale realtà; e in quanto uomini, ci sentiamo solidali con tutti coloro che lottano per la costruzione di situazioni più giuste e di rapporti più umani.
La comunità, inoltre, è aperta, senza alcuna selezione degli ospiti, a chiunque voglia trascorrere un certo periodo di vita comune, oppure di silenzio e di riflessione. Egli può condividere con noi nell'amicizia tutta la vita della comunità.
Crediamo che questo sia un servizio che il celibato ci consente di praticare in modo particolarmente intenso. Nel 1970 sono passate tra noi quasi 5000 persone. Che cosa volevano?
Alcuni vengono per trovare una comunità che prega e che li aiuta nella preghiera: vogliono vedere in noi, monaci che assicurano alla chiesa una preghiera continua; altri vengono per conoscere la nostra vita comune, di che cosa è fatta, le nostre relazioni interpersonali; altri vengono spinti da un interesse per l'ecumenismo, per capire come è stato possibile vivere insieme cattolici e protestanti dopo 4 secoli di separazione; altri vengono per stare in silenzio, perché sono in crisi, scoraggiati. E ci sono alcuni, noi lo diciamo con voce sommessa, che vengono qui a vivere la loro vita cristiana e sacramentale perché non resistono nell'ufficialità ecclesiastica.
A tutti questi diversi bisogni non contrastanti noi cerchiamo di dare una risposta, e sovente non ci sentiamo all'altezza della visibilità che il segno della nostra comunità ha in breve assunto. Ci aiuta la rigorosa povertà materiale delle case, dello spazio a mantenerci nella piccolezza dei gesti, delle attività, del segno, dell'istituzione.
Durante tutta la fase di contestazione accesa e intollerante noi siamo rimasti col cuore non esaltato (salmo 131). Abbiamo cercato di rimanere fedeli alla vita di ogni giorno, una vita fatta di piccole cose, di lavori manuali fatti dalla gente comune che vive in famiglia, di lavoro professionale nel mondo, di ricerca quotidiana di una testimonianza credibile della fede cristiana. La nostra contestazione è sempre stata fatta di pazienza, di fughe dalla pubblicità, di rifiuto dell'intolleranza e del fanatismo.
Abbiamo avuto difficoltà serie e gravi con il Vescovo di Biella, ne abbiamo ancora, ma le pensiamo come pegno di maturazione per tutti. Abbiamo avuto però anche amici vescovi, preti e laici che ci hanno aiutato ad andare avanti.
L'ECUMENISMO E L'IMPEGNO NELLA CHIESA
All'interno della Chiesa, il nostro primo e più specifico servizio è quello della riconciliazione tra i cristiani adesso separati. L'unità per la quale lavoriamo e viviamo insieme, cristiani di diverse confessioni, non è l'unità in una Chiesa particolare, ma l'unità in Cristo di tutta la Chiesa universale, quando lui vorrà.
La vita comune, la stessa Parola, lo stesso ritmo di vita spirituale, ci hanno portato ad una teologia irenica. Tuttavia non siamo una nuova chiesa, costruita su nostra misura; riconosciamo di appartenere alle Chiese che ci hanno battezzati.
In queste svolgiamo il lavoro tipicamente ecclesiale: predicazione, corsi biblici, discussioni. Attraverso questi mezzi, vi è anche un tentativo, molto sentito da parte nostra, di contribuire ad una riformulazione del contenuto della fede in termini sia più comprensibili all'uomo moderno, sia più accessibili anche ai non-specialisti, ai non-intellettuali.
Il servizio delle Chiese si attua infine nel carattere profetico del celibato nella vita comune, segno dell'attesa del ritorno di Cristo in cui si trova la Chiesa.
Intervista con Enzo Bianchi
(NPG 1972-02-59)
BOSE E I GIOVANI
In un anno, quanti giovani vengono a Bose?
Gli ospiti di quest'anno sono stati, a tutt'oggi, 8000. Di questi 5000 e forse anche più erano giovani. La loro permanenza è di una giornata. Molti però si fermano per un periodo più lungo: una settimana, soprattutto in estate, per i campi di lavoro, per le settimane di studio. Parecchi vengono a fare un ritiro spirituale ed allora noi consigliamo una permanenza di tre o quattro giorni. Quelli che vengono in gruppo solitamente vengono o per il week-end o per una giornata soltanto. Ma quelli che Tengono da soli normalmente rimangono tre o quattro giorni.
Quali giovani vengono: gruppi spontanei o istituzionali? Giovani credenti o atei?
Negli anni precedenti la maggior parte proveniva da gruppi spontanei. A partire dal '70 questi sono una minoranza. Attualmente vengono molto &alle parrocchie, giovani impegnati nella vita parrocchiale. Molte parrocaie con i loro parroci e viceparroci vengono qui per una giornata di studio, di preghiera. Molti sono giovani in ricerca, in crisi, che oscillano L'a azione politica e fede. Quest'anno gli interessi hanno prevalentemente girato attorno a questo argomento: rapporto tra azione politica e fede, impegno nell'azione e preghiera.
Notiamo anche un buon numero di atei, anche se apertamente una minoranza rispetto agli altri. Giovani atei impegnati in vita politica salgono sovente da noi, alcuni anche con una certa continuità.
La venuta a Bose, per questi giovani, è un fatto saltuario oppure esiste una continuità e periodicità di ritorni?
Per alcuni si tratta di un fatto saltuario: vengono una volta e poi non si vedono più. Invece, per buona parte, c'è una certa continuità. Ci sono cevani che vengono a Bose per ritiri una volta ogni tre mesi: una verifica
spirituale, una revisione di vita. Anche i gruppi vengono con una certa zontinuità.
Quali sono i temi che i giovani chiedono con maggior insistenza?
Quando la maggioranza dei giovani che salivano a noi apparteneva a gruppi spontanei di tensione ecclesiale, i temi richiesti erano: la chiesa, l'autorità, l'episcopato, le strutture della chiesa e la povertà, la comunità dei beni e la fraternità.
Come già dicevo quest'anno abbiamo assistito ad un ribaltamento di interessi. Ci hanno chiesto di parlare della preghiera, di Dio e della persona di Cristo. Avevamo l'impressione di essere giunti finalmente a una specie di fondo del problema. La crisi ha raggiunto il suo aspetto più profondo ma anche il suo aspetto più autentico: non più quei temi che sono facili alibi per una verifica personale, ma temi che toccano la conversione e la persona nella sua essenza. La maggior parte dei giovani ci chiede: insegnateci a pregare (era la richiesta più forte) e in conseguenza, (ma in minor numero), parlateci della presenza di Dio e della persona di Cristo.
Non c'è domenica in cui non ci sia un gruppo almeno che ci chieda di parlare loro della preghiera.
Anche coloro che sono impegnati fortemente in attività politica chiedono di parlare della preghiera. Sentono le difficoltà tra una vita attiva, piena di impegni, e la preghiera. Un po' per volta scoprono che la preghiera è un momento essenziale della vita per la meditazione, per l'acquisizione lenta ma profonda e autentica di ogni cosa, e che la preghiera è preludio alla prassi. Avvertono cioè che la preghiera è il momento in cui si verifica l'azione politica confrontandola con la parola di Dio per liberarla da tutti gli atteggiamenti di falsità o di inautenticità che può portarsi dietro.
PERCHÉ I GIOVANI VANNO A BOSE?
Nella chiesa italiana si sta verificando un fenomeno interessante.
I luoghi «istituzionali» di spiritualità... perdono clienti: il deflusso è facilmente avvertibile.
In compenso si moltiplicano le presenze giovanili in luoghi come Taizé, come Spello,... come Bose.
Qual è, secondo la sua percezione, la radice e il significato di questa inversione di rotta?
Mi pare che i giovani vengano a Bose e non vadano in altri centri istituzionali per un motivo molto semplice: i giovani cercano l'autenticità. I centri istituzionali sono magari di fatto più autentici della comunità di Bose ma si presentano ai giovani come un dato ufficiale, una missione formale, un «mestiere». Fanno questo ragionamento: ci ospitano perché è il loro ruolo.
Non è un gesto gratuito (non parlo di pagamento ma di motivazioni). I giovani salgono a Bose...: non trovano persone in divisa, non si trovano di fronte a preti.
Nell'ambiente dei giovani il prete è la figura sociologica più svalutata &po quella del poliziotto. Il poliziotto rappresenta il sistema; il prete è il supporto al sistema, o comunque rappresenta il residuo di un'epoca passata.
Ci capita di vedere in comunità che molti giovani difficilmente comunicano con gli ospiti preti. Se invece non sanno che uno è prete (o tardano a saperlo perché gli mancano le insegne clericali), ne nascono delle amicizie formidabili.
In fondo il motivo che spinge i giovani in questi luoghi è una grande ricerca di spiritualità.
Purtroppo mi pare che ci sia oggi un vuoto spaventoso. I giovani cercano una spiritualità, delle motivazioni spirituali che siano attente all'umanità, alla persona, ai suoi aspetti vitali. E non la trovano: la spiritualità.4 vecchia» è stata abbattuta e non ne è stata creata una di nuova. I giovani soffrono questo grande vuoto. E vengono a cercare qui qualcosa zhe lo sappia colmare. In questi luoghi pensano di trovare quella spiritualità, quella fede che vogliono vedere vissuta, che vogliono vedere credibile.
All'interno di questo fatto c'è anche un altro aspetto più grave ancora. La malattia della generazione attuale è l'orfanità: ci troviamo accanto a persone che hanno rifiutato il padre o che il padre hanno perso o non hanno mai avuto. Non intendo il «padre» della famiglia, è chiaro. Questi giovani malati di orfanità vogliono altri padri. Venendo qui in comunità sentono che noi, nei ritiri spirituali, nella direzione spirituale, siamo dei padri per loro. Un padre senza insegne, fuori di ogni casta ufficiale, di ogni funzione. Si abbandonano a noi come una volta si abbandonavano ai padri che avevano.
Le sue annotazioni sono molto interessanti.
Ci rimane un interrogativo.
Ha l'impressione che questa ricerca di una spiritualità più intensa, di una paternità, sia un fatto coscientemente avvertito o almeno sincero anche se inconscio o risponde solo invece al portato di una moda?
Per quel che riguarda la spiritualità non credo. Mi pare che i giovani siano molto coscienti di averne bisogno, di cercarla e di cercare proprio quei punti fermi per il loro sviluppo spirituale.
Ricercano invece a livello inconscio la paternità. Non sanno di essere in ricerca di nuovi padri dopo che altri padri hanno perso ed abbattuto. Posso affermare però che non esiste affatto quella specie di ondata inautentica attualmente presente negli Stati Uniti con Cristo superstar. Il fatto è molto più autentico, più radicale, non è la ricerca dell'intimismo: è una ricerca di fede vera e propria, di impegno che dia spazio al confronto con la parola di Dio, che dia garanzie di una piena umanizzazione dell'individuo e di una piena umanitarietà e solidarietà tra gli uomini. Quando ci chiedono di parlare di Cristo, noi scalziamo tutta l'attuale problematica su Cristo; rifiutiamo un Cristo... Maestro, con un bel messaggio.
Diciamo chiaramente che a Cristo non si può credere per il messaggio che ci ha dato, perché lo collocheremmo nella scia dei maestri spirituali, da Budda in poi. Cristo va creduto nella sua persona perché lui è il salvatore, perché lui è colui che è risorto, il vivente.
Il nostro sforzo è di riportare la fede veramente a quel punto che è lo specifico cristiano, quel punto assente addirittura da tutta la tematica mondana del Cristo semplicemente rivoluzionario. Questo è Cristo che loro cercano. E che accolgono. Questo è il segno dell'autenticità della loro ricerca.
Possiamo chiederle ancora una parola a questo proposito? Ha parlato molto di spiritualità «nuova».
Vuole precisare con maggiori dettagli?
I giovani ricercano «una vita secondo lo spirito» che abbia queste caratteristiche: lasci loro spazio per una piena umanizzazione e consenta loro una «unità» della persona.
I giovani sono molto attenti a questo valore. Cercano una unità personale: vogliono che tutta la loro intelligenza, il loro corpo, tutto quello che sono sia impegnato in un determinato sforzo. E questa tensione all'unità i giovani la vogliono collegata alla persona di Cristo: in lui ritrovano veramente colui che ci ha liberato, colui che ci ha tolto il limite della morte attraverso la speranza della risurrezione, il limite del mal operare, attraverso la speranza del bene (questo limite che tutti i giovani esperi-mentano come il loro limite quotidiano!).
La spiritualità è il cammino di scoperta di Cristo, di ricerca di Dio. La preghiera ne è il perno.
E noi viviamo di queste esperienze.
Ci sono state tre serate, quest'anno, in cui 60-70 giovani hanno pregato ininterrottamente dalle 9 di sera fino alle 6 del mattino. Tra le due eucaristie non hanno abbandonato mai la cappella; si davano dei turni, ma continuamente qualcuno era là, in silenziosa preghiera. La notte della Trasfigurazione, la notte di Pasqua e la notte di Natale. E questo è avvenuto con una facilità enorme.
Nessuno ha chiesto di non abbandonare la cappella. I giovani passavano b serata cantando; ogni tanto qualcuno si staccava dal gruppo per assicurare continuità alla preghiera e dare così il cambio agli altri. la notte della Trasfigurazione è stata una cosa eccezionale! Un mare di giovani attendati attorno alla comunità. Tutta la notte hanno pregato per ore consecutive, senza sforzo, con gioia. Una lunga preghiera silenziosa, in chiesa.
GLI INCONTRI
Come si svolgono gli incontri a Bose? Che cosa di fatto la comunità offre ai giovani che vengono a Bose?
Per rispondere devo distinguere tra coloro che vengono da soli e coloro che vengono in gruppo.
Per quelli che vengono in gruppo, la comunità offre un clima, per dare la percezione di che cosa significhi la vita comunitaria, per conoscere le persone che vivono questa nostra esperienza e offre una partecipazione alla vita della comunità, soprattutto alla preghiera (al mattino, alle 6, a mezzogiorno, alla sera). La partecipazione alla preghiera comune è ancora la cosa che i giovani ricercano di più.
Alzarsi alle 6 per i giovani è una gran fatica.
Qui, però, non abbiamo mai avuto difficoltà: difficilmente qualcuno resta a letto al mattino alle 6, anche d'inverno. Tutti scendono per la preghiera comune. È un fatto straordinario!
Non è mai successo che in comunità qualcuno sia assente dalla preghiera. Questo è un dato che ci ha sempre stupiti.
Anche i non-credenti vengono, assistono, non pregano, se ne stanno seduti, però vengono.
La preghiera a Bose ha un particolare tono: tiene conto dei bisogni dell'uomo d'oggi, ed è una preghiera semplificata.
Anche il tono della cappella fa parte della nostra preghiera. Vogliamo che la natura preghi con noi e ci aiuti a pregare. Normalmente ci sono dei fiori. D'inverno mettiamo dei rami secchi, simbolo della natura che dorme. In primavera mettiamo i primi fiori. E in autunno ci sono i frutti. Non è un'offerta di tipo pagano o un sacrificio: lo facciamo perché non vogliamo andare «soli» alla preghiera. Vogliamo portarci dentro il clima della natura, quel clima che abitualmente resta fuori dalla cappella. I giovani questo lo sentono fortemente. Forse anche per questo pregano volentieri. Per i gruppi, inoltre, c'è la possibilità di un incontro con alcuni della comunità. Qualcuno di noi l'incontra, chiede che tema vogliono trattare, su che linea impostare la giornata. Si fa una conversazione. Poi i giovani riflettono nel silenzio, andando liberi per i campi o ritirandosi in camera. Infine c'è il dibattito comune. Le serate sono sempre «serate informali», salvo rare volte. Nella serata del sabato c'è la liturgia della parola in preparazione alla domenica. I giovani, normalmente restano attorno ai fuochi delle varie cucine e parlano tra loro o cantano. Quando si chiede loro una certa discrezione nel canto, la sanno attuare. La serata non acquista mai un clima gogliardico: il tono è serio anche se molto gioioso.
Questo per i gruppi. E quando si presentano individui isolati?
Quando qualcuno capita a Bose, gli chiedono che cosa sia venuto a fare. Non accettiamo i giovani che vengono qui a bighellonare, né a far turismo, né a preparare esami in santa pace. Non è il posto. Generalmente offriamo due possibilità, a scelta. O alcune giornate di ritiro spirituale. O una partecipazione alla nostra vita comunitaria.
In questo caso, il giovane partecipa alla preghiera della comunità, ai pasti, alla sua vita... Gli diamo dei lavori manuali da fare. Se crede, può parlare con qualche membro della comunità, sui problemi che gli stanno a cuore. Interessante è la metodologia che ormai abbiamo varato, dopo una notevole esperienza, per i ritiri spirituali.
Chi vuol fare un po' di ritiro si mette d'accordo con un membro della nostra comunità: assieme si elabora uno schema di ricerca spirituale, un piano di argomenti, gli orari.
Normalmente l'ospite ha uno o due colloqui al giorno con il membro della comunità prescelto.
Il ritmo è questo: nel primo giorno si cerca di far decantare i problemi: quasi una distensione, per entrare in tono.
Nel secondo giorno si cerca di affrontare i problemi psicologici dell'individuo, soprattutto i malesseri di comunicazione che lui possa avere con i suoi amici, con la sua famiglia, con il suo ambiente. Generalmente i
giovani sono molto autentici: dicono subito le difficoltà che hanno. Questo ~a ci è stato suggerito da un principio: la comunicazione con gli alari è lo specchio della comunicazione con Dio. Se uno dice di comunicare con Dio che non vede e non comunica con il fratello che vede... è un bugiardo. Non c'è autentica comunione con Dio se non c'è autentica comunione con i fratelli. Dio non è il tappabuchi, l'alibi che riempie i mai che lasciano i fratelli. Quando è così, la preghiera diventa un pettegolezzo spirituale, per riempirsi la bocca di parole dimenticando di essere soli: molti giovani che soffrono di solitudine... pregano molto! Ma è una preghiera inautentica.
Nel terzo giorno si affrontano di petto i problemi della fede. Noi non drammatizziamo mai le crisi di fede, ma le riportiamo sempre alla situai me di chi le vive. Gli diciamo: tu vivi in una comunità?
Insistiamo su due elementi: prima di tutto ricordiamo che la fede è un domo di Dio e quindi è data in misura diversa. Chi ne ha di meno non è già -colpevole di chi ne ha di più. In secondo luogo ricordiamo che esiste un principio di supplenza anche nella fede: la mia poca fede è «supplita» dalla fede della Chiesa, da quella di tutti i miei fratelli.
Da qui, il discorso su Dio, su Cristo, sulla Chiesa.
Nel quarto giorno, infine, si entra a parlare esplicitamente della preghiera e della vita «morale»: della risposta cioè dell'uomo al dono della fede.
RFLESSI SULLA COMUNITÀ
Che incidenza ha sulla comunità di Bose il contatto con questi giovani? In comunità scopre una sua particolare vocazione ed esperienza?
L’esperienza che stiamo vivendo ha molta incidenza sulla nostra comunica. Noi viviamo una vita come tutti gli altri uomini, pur essendo dei «monaci», viviamo nel mondo, abbiamo un lavoro come gli altri. Nal sono quindi dei religiosi che entrano in contatto con dei secolari. li siamo uomini che si scambiano reciprocamente la loro esperienza li fede e le loro comuni difficoltà.
Sovente, certe esperienze che emergono nel contatto con i giovani, noi le viviamo in comunità, magari in forma diversa. Per la loro soluzione, quindi, applichiamo gli stessi criteri che usiamo negli incontri con i
giovani.
Atre, con questo servizio, la comunità si sente utile: la venuta dei giovani, questo continuo lavoro con loro, ci porta abbastanza avanti. Lo si nota nei mesi invernali, quando non ci sono molti ospiti.
Noi viviamo meglio la nostra vita comunitaria, la fraternità, l'amicizia tra di noi (senza questi mesi invernali... scoppieremmo!) ma c'è la sensazione di non essere portati avanti dagli altri. Ma c'è anche un grosso vantaggio. Scopriamo la «gratuità» della nostra vita. Continuiamo ad essere noi stessi, a fare le stesse cose... Per esempio, d'inverno, anche se non ci sono ospiti, l'ufficio è sempre lo stesso, sempre cantato nella stessa maniera di quando ci sono 100 ospiti. Al mattino si va in cappella alle 6... Ci si chiede: chi ci osserva? Per chi lo facciamo? E si misura il grado di gratuità nella preghiera: per Cristo e per la sua lode.
È una esperienza molto importante: da un lato ci accorgiamo che gli ospiti ci portano avanti, ci aiutano nella nostra vocazione; dall'altro verifichiamo, senza di loro, il grado di gratuità con cui serviamo in loro Cristo.
I GIOVANI E L'AMBIENTE NATURALE
A Bose c'è un ambiente naturale tutto particolare. Lo si avverte a prima vista, appena si entra nello spazio della comunità.
Come reagiscono i giovani a questo ambiente? Che incidenza ha in loro? Perché?
Noi crediamo che le mura facciano parte della vita della nostra comunità. Non abbiamo scelto delle case di campagna per il tono di povertà che hanno. Anche, forse. Ma soprattutto per il clima umanizzante che esse ci offrono. Quando ci hanno offerto in dono un castello, per andare ad abitarci dentro... l'abbiamo rifiutato. Le mura obbligano ad un determinato stile di vita. La nuova abitazione avrebbe fatto di noi dei monaci «istituzionalizzati», costringendoci a determinati gesti, ad un certo tono di vita.
L'ospite che entra in una comunità deve suonare il campanello... attendere che la porta si apra, che arrivi il frate incaricato della ospitalità... Qui si entra da soli. Il cartello avverte: entrate - qualcuno vi accoglie. Un architetto mi ha detto che lo schema di questa fattoria è tra i più umanizzanti che egli conosca. Non siamo ai lunghi corridoi... con tante camere consecutive... di molte case di esercizi! La struttura della nostra abitazione noi l'abbiamo pensata e vivificata per giovani. Dalle scritte alla ripartizione.
Noi, per esempio, non mangiamo mai più di 12 persone assieme. Le tavolate più grandi sono dispersive, sono fatte apposta per creare un clima gogliardico. Addio riflessione. Noi mangiamo sempre con gli ospiti. Uno per foyer. Così si crea un tono di grande comunicazione.
Lo stesso vale per i nomi dati alle camere. Non volevamo la struttura impersonale: camera 1, 2,... Abbiamo scelto nomi evangelici: Cana, Betania, Emmaus...
Un'altra cosa ci pare interessante: il clima di festa. I nostri mezzi per far festa sono molto poveri. Ma forse proprio perché sono i gesti sconosciuti ai giovani della città, i gesti che hanno ormai perso definitivamente... le piccole cose prendono davvero.
Agli ospiti noi sovente mettiamo dei fiori sul tavolo, quando arrivano. Loro capiscono subito che qualcuno li ha pensati, li ha attesi. Non si sentono più degli estranei in comunità.
L'arredamento è povero. Ma fatto con gusto. Abbiamo cercato di personalizzare anche... i piatti, le tazze... Anche il mangiar a tavola sul legno senza la tovaglia è dagli ospiti avvertito come un elemento di semplicità e di novità.
A tutte queste cose, i giovani sono sensibili. Riscoprono la natura che ci dà e dà loro delle lezioni. Io vedo che nei ritiri, tante cose si possono dire solamente tirando in causa la natura. Per esempio: la lentezza nei mutamenti. L'uomo ha fretta, perde la pazienza. La natura ci insegna che le cose cambiano... ma lentamente, con notevole pace. Se io facessi il discorso della lentezza... mi prenderebbero per reazionario. Ma messi a contatto con la natura, la proposta è accettabilissima!
Ieri dicevo: guarda che meravigliosi colori ha questo autunno. È strano! La natura si prepara alla morte dell'inverno, rivestendosi di tanti colori. Si prepara alla morte come ad una festa. E così, assieme, abbiamo scoperto il senso della morte per noi cristiani: una festa, una nuova vita preparata da una festa.
GIOVANI E CRISTIANESIMO
Voi incontrate molti giovani. Ci interessa un parere conclusivo.
A proposito del rapporto giovani e cristianesimo corrono tante voci: dall'allarmismo più acceso all'entusiasmo meno critico.
Qual è la vostra impressione?
Di giovani ne incontriamo davvero tanti: a Bose, nei gruppi che ci invitano spesso, nel ritmo ordinario della vita (e tutti noi facciamo una vita molto intensa!).
L'impressione emersa da tutti questi contatti è positiva: i giovani sono veramente attenti al cristianesimo, attendono veramente dal cristianesimo una risposta ai loro bisogni.
Purtroppo, abbiamo anche l'impressione che noi cristiani (e quindi anche noi, qui a Bose) non siamo all'altezza sovente di dare le risposte giuste alle loro attese.
Per tre motivi.
Prima di tutto perché i cristiani vivono in un ghetto. Siamo troppo fuori dal mondo. Dove si costruisce la storia, il domani dell'uomo... noi siamo assenti! I cristiani sono un po' come i girini: abbondano dove l'acqua è stagnante e sono assenti dove l'acqua è tumultuosa!
In secondo luogo, quando arriviamo ad un contatto vero con i giovani, manca tutto il sapore del sale, in noi; si danno cose già spente, non più profetiche, cose che i giovani hanno già sorpassato, che non possono più accogliere, cose magari buone ma vecchie e non nelle categorie che interessano i giovani.
E infine i giovani vogliono essere trattati con fiducia. Non vogliono giocare il ruolo dei bambini, degli educandi. Ci vogliono come partner di un dialogo. Ci vogliono disponibili, umili. Non sanno che farsene di gente che fa piovere tutto dall'alto!

