Vittorio Morero
(NPG 1972-04-29)
Uno dei progetti editoriali di quest'anno - forse quello centrale - è la presentazione della figura di Cristo: un «volto» di Cristo per i giovani d'oggi. Per comprendere a fondo il progetto e necessario riandare all'editoriale che introduceva l'articolo di Viganò in 1972/2: in poche e frettolose battute ci siamo preoccupati di individuare il taglio e il contesto, la chiave di lettura insomma, entro cui situare la serie di articoli successivi.
Una seconda cosa, molto importante, è stata annotata in quella circostanza. Lo studio di Viganò ha fornito una visione di sintesi, completa e organica: gli elementi sottolineati e quelli meno evidenziati indicano il quadro teologico al cui interno la redazione desidera muoversi.
Quella era una visione di sintesi. Per una sua più ampia comprensione appellava ad uno sviluppo analitico. Riflettendo a livello di redazione ci è parso opportuno cogliere «alcuni» punti, da sviluppare con maggior cura, proprio perché più «relativi» (cf RdC 75) alla sensibilità dei giovani d'oggi, «alle attitudini e necessità della fede» loro specifiche.
Questo e i seguenti articoli sono gli sviluppi analitici. Necessariamente ciascuno e «parziale», proprio perché coglie, del mistero di Cristo, un solo aspetto; ed è «frammentario», perché l'autore è stato invitato a non preoccuparsi di situare in uno spazio organico la sua analisi. Per ovviare il primo e il secondo «inconveniente»... è necessario e urgente il rimando continuo all'articolo base di Viganò (1972/2).
Un'ulteriore sottolineatura.
Questi articoli «parlano» direttamente agli educatori. Non sono immediatamente leggibili dai giovani (la scelta è operata in consonanza con lo spirito della rivista). Vanno mediati. I contenuti vanno filtrati, per essere continuamente a livello storico, ancora «relativi alle attitudini e necessità di fede» dei giovani concreti con cui si dialoga. In questa difficile opera di mediazione, possono essere utilizzati i suggerimenti metodologici che fioriscono qua e la tra le righe dell'articolo. Gli articoli non intendono però essere un «capitolo» di un trattato cristologico. Nell'elaborare le preferenze e le accentuazioni l'autore si è fatto scorrere avanti, in una lunga carrellata amorosa, i volti dei giovani italiani.
L'angolo prospettico con cui è stato presentato Gesù Cristo è l'amore. Gesù Cristo è amore. L'amore è «incontro di persone».
È facile scoprire, attraverso una lettura attenta del Vangelo, come tutta la realtà «umana» di Cristo sia segnata dall'«essere-per», dall'«aprirsi ad un tu», dal «vivere per gli altri».
Cristo ama l'uomo perché ama Dio, perché è Dio. Amore verso l'uomo e amore verso il Padre, non sono, in Cristo, «due» realtà. Gesù s'incontra con l'uomo perché si incontra con Dio e perché e Dio. L'essere per gli uomini è effetto dell'essere per Dio.
Dall'amore nasce la comunicazione, la rivelazione: chi ama, comunica.
La presenza di Gesù Cristo nella storia è la presenza di un «comunicatore» tutto proteso ad arricchire l'uomo di ciò che di più importante c'è nella propria esistenza.
Cristo non si può interpretare se non come manifestatore del Padre e come colui che invia lo Spirito Santo.
Il cristocentrismo nella pastorale-catechesi non può diminuire in nulla la visione trinitaria.
Che cosa Cristo rivela del Padre e dello Spirito?
Nel citato editoriale si comunicava che lo sviluppo sarebbe stato condotto da J. Arias. Purtroppo una sua grave e improvvisa malattia non ci ha permesso di mantenere la promessa.
È doveroso ringraziare V. Morero di aver accettato di metterci a disposizione la sua profonda conoscenza teologica e la particolare sensibilità al mondo giovanile che gli proviene da un quotidiano contatto (l'autore è noto in Italia per le molte pubblicazioni specialistiche e ai lettori della rivista per alcuni apprezzati interventi).
L'UOMO AI CONFINI DELLA RIVELAZIONE DI CRISTO
I giovani pagani e cristiani dei primi dieci secoli del cristianesimo si accostavano alla Rivelazione di Cristo partendo da un problema concettuale ben definito: cercavano la spiegazione ultima e definitiva del mondo e quindi la sua essenza, la sua origine e il suo fondamento.
Il mondo era allora nella sua età infantile e l'età infantile era ed è estremamente curiosa. Ora si sa che a gente curiosa la rivelazione può andar bene, purché riesca a produrre un numero ingente di spiegazioni. E così Cristo diventò ben presto l'asse centrale della cosmologia, della logica e dell'estetica medievale. Era un Cristo molto serio e sovrano, con attorno tutte le gerarchie cosmiche e politiche dell'universo conosciuto. Cristo aveva spiegato la gerarchia dell'essere: da Dio agli angeli, dagli uomini ai dannati, dalle potestà celesti ai principi della Chiesa e di questo mondo. Un pizzico di aristocrazia e di nobiltà era quanto ci voleva per entrare nell'area cristiana.
Ben inteso, il Medio Evo ci ha dato anche Francesco d'Assisi e quindi un volto di Cristo tenero e umanamente libero, ma Francesco d'Assisi, bisogna riconoscerlo, è stato un medioevale contestatore e il suo Cristo era così ricco di follia di amore da non poter stare sui mosaici delle splendide basiliche o nei poemi epici del tempo.
I giovani di oggi, pagani o cristiani, arrivano ai confini della Rivelazione Cristiana e quindi alla fede, partendo da sponde diverse per non dire opposte. Non sono curiosi e non cercano spiegazioni. Il loro punto di partenza è l'ateismo umanista e scientifico. Un umanesimo che è ricco di sufficienti valori e una scienza che è in grado di offrire altrettante spiegazioni da rendere l'uomo moderno sospettoso di una Rivelazione-dottrina o di una Rivelazione-spiega-tutto.
Piuttosto l'ateo di oggi (e la tipologia giovanile di oggi è quella di un uomo una volta di più tentato dalla secolarizzazione e dal secolarismo) si avvicina alla Rivelazione con due richieste precise che non hanno nulla a che vedere con la metafisica classica; queste richieste possono tradursi così: qual è il valore unificante della mia esistenza, per cui valga la pena vivere e morire e quale spazio di possibilità e di realizzazione può avere la responsabilità dell'uomo come singolo e come gruppo?
In definitiva chi arriva ai confini di Cristo vuole sapere se vale la pena rischiare, che cosa rischiare, perché rischiare, fino a che punto rischiare. Sui confini del mistero di Cristo, c'è dunque un uomo che vuole guardare il rischio in faccia e desidera accettarlo con una sempre più lucida speranza di vivere e di realizzarsi.
Certo egli ha il sospetto, alimentato del resto da tutta la cultura contemporanea, che la rivelazione di Dio arrivi a pacificare le sue contraddizioni e la sua sofferenza di sentirsi incompiuto, con un rinvio ultrastorico e ultra-terreno, e che in definitiva la pietà religiosa sia «l'ultimo segno di un atteggiamento che non osa accettare la vita e promette nell'al di là la soluzione del mistero storico di cui, per viltà, non si osa affrontare il senso e di cui non si può sopportare coraggiosamente l'assenza di soluzioni».[1]
UN DIO ORIENTATO VERSO LA STORIA DEGLI UOMINI
Quale delle due condizioni sia la più favorevole ad un incontro con Cristo e a comprenderne innanzitutto la portata autentica non lo può dire né l'esperienza né le metodiche apologetiche o catechistiche. La frontiera si passa per grazia, e la grazia sfugge a ogni nostra manipolazione in bene o in male. Direi che è Cristo stesso, vivo e attuale, presente e operante a trovare l'impatto con queste che sono condizioni moderne di apertura alla sua persona e al suo messaggio.
E l'impatto è possibile, se teniamo conto di alcune caratteristiche fondamentali dell'annuncio di Cristo intorno al mistero di Dio.
Il Dio che lo ha mandato e che egli annuncia con autorità di Figlio, è orientato verso la storia degli uomini, alla stessa maniera che è orientato verso se stesso. Si direbbe che la prima manifestazione di Dio in Cristo sia proprio quella che indica nel Figlio fattosi uomo l'area della sua azione e della sua casa. Cristo è Dio che dice: Questo è il mio e il tuo paese, come alla Casa d'Israele aveva detto: questo è il mio Popolo Ora però non si tratta più soltanto di un'area geografica o politica, ma di un'area di vita, la vita del Figlio di Dio fatto uomo. Molte volte abbiamo parlato con una certa esattezza teologica di una comunicazione di vita divina agli uomini attraverso la fede in Gesù Cristo e quindi abbiamo considerato il soprannaturale come il «super» di una esistenza, quel di più che si aggiunge alla vita dell'uomo. Ma in effetti più che di una sopraelevazione, bisognerebbe parlare di una abitazione di Dio che non solo ha reso possibile la sua comunicazione con l'uomo, ma la sua residenza attraverso e assieme alla vita dell'uomo ormai partner nel suo disegno e nel suo progetto. L'uomo è entrato nella vita di Dio e tutta la vita dell'uomo è ormai nell'occhio ciclonico della vita di Dio.
Il cristianesimo è dunque la rivelazione del senso unico e definitivo della vita. Ma non nel senso che ormai tutta la esistenza sia spiegata, realizzata e compiuta, ma nel significato che essa attinge ormai la sua profondità nell'Eterno di Dio.
Indicare una profondità («Il Regno di Dio è dentro di voi») non vuole ancora dire che l'umanità l'abbia già raggiunta, né che da questa profondità sia uscito tutto ciò che di prezioso, diverso e dirompente può essere realizzato, ma significa unicamente aver rilevato delle distanze e assieme la possibilità di percorrerle.
In realtà l'irrompere di Dio nella storia attraverso l'opera e la persona di Cristo Signore, se offre da una parte all'uomo il senso sconvolgente di una distanza fra la vita (l'uomo) e la sua profondità (Dio), fra l'incompiuto (l'uomo) e il compiuto (Dio - «Siate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei cieli»), svela dall'altra la possibilità che queste distanze siano percorribili dall'uomo dal momento della sua libera adesione a Cristo. «Io sono venuto perché abbiate la vita e l'abbiate abbondantemente».
La Rivelazione non è quindi un concetto dogmatico consolatorio e indicativo ma è la vita di Dio come nuova possibilità di vita per l'uomo consegnata al Figlio amato, e attraverso al suo amore, alla famiglia dei fratelli in Lui.
CRISTO, PUNTA AVANZATA DELL'UTOPIA DI DIO
La seconda novità della Rivelazione di Cristo è che Dio è onnipotente. L'area di Cristo figlio di Dio non è solo la vita, ma la vita nella sua massima possibilità. S'intende: una possibilità che supera i confini dell'uomo solo o dell'uomo abbandonato a se stesso o dell'uomo servo del tempo, della morte o dell'altro uomo. Si tratta di una possibilità utopica, e quindi né prevedibile né misurabile né attesa.
Punta avanzata di questa utopia è la risurrezione di Cristo, ma in effetti questa utopia si estende a tutta la vita di Cristo allorché Cristo appare il Libero per eccellenza e il più capace di amare fra tutti. Al di fuori di Cristo si può amare il desiderabile e l'amabile, ma non è possibile amare
al punto da far diventare ciò che è perduto, finito, disprezzabile o inutile, la radice stessa e il motivo dell'amore. Eppure la novità di Cristo e pertanto la rivelazione dell'onnipotenza di Dio che ama è proprio questa: «Lo Spirito del Signore è su di me; per questo Egli mi ha unto per evangelizzare i poveri, mi ha mandato a guarire i contriti di cuore, ad annunziare ai prigionieri la libertà, a restituire ai ciechi la vista, a rendere liberi gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Molte volte nella catechesi si è dovuto affrontare con un minimo di apparato esegetico il tema di Cristo operatore di miracoli. È il capitolo classico per la dimostrazione teologica della sua divinità.
Ora è evidente che i miracoli di Cristo, pur essendo meravigliosi nella immediatezza di ciò che viene compiuto, più che un volto magico di Dio, rivelano la sua bontà infinita, la sua capacità di liberazione, e in definitiva la realizzazione della «felicità» (la beatitudine evangelica), là dove prima c'era una disgrazia. I miracoli di Cristo vanno quindi letti come «segni tangibili e storici» del suo amore divino, non certo la rivelazione di un portento che sottrae nell'area del mistero quella energia e quella vitalità divina che pure ormai circola in Cristo e attorno a Lui. «Dio ha accettato la storia degli uomini, questa storia torbida, difficile, complicata, contraddittoria, ambigua, mescolata col peccato e di lì dentro, da questa storia, ha tratto il valore della libertà e della grazia».[2]
Qui senza dubbio tocca al catechista svelare il significato della grazia che è appunto l'onnipotenza di Dio nella storia.
L'onnipotenza di Dio
E allora sarà importante notare che l'onnipotenza del Padre, di cui il Figlio è pienamente investito, non è una semplice idea che Cristo ha di sé o di Dio, non è un punto magico a cui far riferimento nei momenti della nostra pigrizia o della nostra voluta incompetenza (Cristo ha pregato il Padre come chi sta ad ammirare la sua potenza e non per avere successo nell'azione), ma è ancora e sempre l'azione di Dio attraverso la libertà degli uomini, le loro scelte parziali e progressive, perché è l'azione di Dio attraverso la libera adesione del Figlio fatto uomo. Pertanto le autentiche negazioni di Dio cominciano ad esistere tutte le volte che restringiamo in noi e fuori di noi la possibilità di rischiare ancora in nome della Vita e dell'Amore.
La fame, la nudità, la mancanza di alloggio, la mancanza di terra fissa, la privazione della libertà per aver professato certe idee, esistono e sono negazioni esistenziali di Dio. Sono ostacoli reali che impediscono che il figlio di Dio possa sentirsi figlio di Dio, perché in definitiva sono la negazione dell'onnipotenza del Creatore e del Salvatore, di quel buono in sé che c'è nella creatura e di quell'ottimo di amore che c'è in Dio entrato nella storia.
Aver reso amabile l'uomo a cominciare dal suo Figlio nell'atto stesso che la morte e il disprezzo dei potenti lo tenevano fra le mani, è la prova che Dio ha fatto della sua Onnipotenza non una vittoria sull'uomo, una specie di colonizzazione della terra, ma un dono di amore e di comunione verso la beatitudine.
E davvero il Dio di Cristo è il Dio di una onnipotenza che dà gioia. Ora la prima felicità di questo progetto consiste nel fare felici gli uomini sotto forma di famiglia. Cristo infatti volle radunare i suoi perché radunassero gli uomini e in questa comunione di relazione (frutto di libertà disponibile, di alterità senza cedimenti ma oblativa) si realizzasse il compito di portare gli uomini nell'unica area di salvezza che è l'amore del Padre. La scelta della Chiesa non è dunque funzionale, ma è la traduzione pratica di un disegno di Dio che vuole gli uomini felici in forza di una relazione di amore e di una progettazione dove soltanto più l'amore ha ragione di essere e di vita.
Rivelazione: una esperienza che si annuncia
A questo riguardo la Rivelazione di Cristo diventa in verità non soltanto più un annuncio di parole ma un'esperienza. Tutte le volte che voi fate esperienza di amore fra voi, tutte le volte che avete la libertà di darvi gli uni agli altri, lì abita Dio, il suo Figlio e il suo Spirito.
In questo senso viene richiamata con forza una metodologia catechistica che non solo scaturisce da regole psicologiche e razionali: perché è frutto di una rivelazione divina. Dio non si comunica se non vi offrite al rischio di amarvi, Dio non si manifesta se non accettate di disporre la vostra vita al massimo della sua struttura di dinamica relazionale, di comunione, di partecipazione unitaria.
Ecco dunque la necessità che la catechesi perda in parte la sua prerogativa didattica per essere principalmente una esperienza teologale di amore e di comunità. Oggi c'è un volto di Cristo che si disegna nella Chiesa e una Chiesa che diventi la vera abitazione degli uomini, solo così è in grado di essere come Cristo l'epifania di Dio.
Ma vorrei anche dire a questo punto come sia importante presentare la figura di Cristo sotto il segno della gratuità e della pienezza umana, segno di quella pienezza divina che porta l'uomo verso la Risurrezione e verso il Regno.
Che cosa è infatti questo disinteresse di Cristo per il tempo che trascorre, per la fatica che consuma, per gli uomini che incontra, per la sua stessa vita che si dona, se non la prova che il suo camminare è sotto il segno dell'Amore più libero che esiste, quello del Padre?
Alla stessa maniera bisogna vedere e comprendere quella strategia di felicità che deborda da tutte le pagine del Vangelo, uno dei libri più ricchi di salute psicologica. Lo sguardo ammirato e pulito per la bellezza femminile (Mt 5,28), il calore comunicativo del banchetto dove si beve un vino di qualità (Gv 2,10), il desiderio di acquistare una perla preziosa o di dissotterrare un tesoro favoloso ricco di «pezzi» preziosi (Mt 13,44-45), la soddisfazione davanti ad un granaio ricolmo (Lc 12,19), la gioia di una madre fiera di suo figlio veramente in gamba (Lc 11,27), o preoccupata della sua carriera (Mt 20,21), il piacere che si prova a raccogliere i frutti dall'albero (Lc 13,6-7), la gioia di aver potuto portare a termine una costosa costruzione e di essere complimentati dai vicini (Lc 14,30), l'onore di aver elaborato una strategia militare che ha dato buone prove (Lc 14,31-32), tutte realtà queste della vita di Cristo sulle quali Gesù porta lo stesso sguardo del Padre: «E Dio vide che tutto questo era buono». Si dirà che queste realtà umane sono soltanto assunte nel linguaggio di Cristo come simboli del Regno che viene, si dirà anche che in fondo Cristo ha chiesto a noi di non invischiarci in queste imprese umane come in cose definitive, si dirà che il Regno di Dio pretende ben altre visioni profetiche di amore e di compiacenza, ma non si potrà dimenticare che questa pienezza umana di Cristo ci rivela non solo un uomo che dice di sì a Dio, ma un Dio che con la sua onnipotenza sa dire di sì agli uomini fino a introdurli nella gioia intima del Figlio, dove la visione delle cose perde quella patina di fascino idolatrico e acquista invece la purezza del possesso per amore.
NON PADRE QUALSIASI, MA PADRE DI GESÙ CRISTO
In effetti un Dio di Amore non può essere che Qualcuno in grado di «relazionare», un Padre. Il Padre Mio e il Padre Vostro. Il Padre è «Dio e Padre di Nostro Signor Gesù Cristo» per usare l'espressione di Paolo (l'apostolo corregge così la parola pagana Dio arricchendola con i dati della Rivelazione cristiana). Questo padre è la persona che genera eternamente un Figlio Unico e lo manda in terra nella pienezza dei tempi. Questa verità che è la certezza più vera del cristianesimo, è anche la verità più difficile a capire. Non per ragioni aritmetiche - dice P. Manaranche - , non per ragioni biologiche, ma perché la parola «Padre» e la parola «Figlio» non hanno che un valore approssimativo. Il Padre è un pochino Madre, poiché genera il suo Figlio; e questa generazione interiore è eterna, al contrario di quanto avviene presso l'uomo. Quanto al Figlio, egli è un eguale, rigorosamente uguale, cosa non meno sorprendente.
Il Padre è anche Nostro Padre, il che ci stupisce e ci rallegra in maniera quasi torrenziale, poiché allora la creazione non è una semplice fabbricazione e la paternità di Dio una semplice operazione di avvio, ma un rapporto eterno, che tende alla comunione, alla disponibilità reciproca, alla responsabilità creaturale in pienezza.
Tuttavia Freud non ha avuto torto nel denunciare presso certi credenti un pochino nevrotici la presenza di una figura di Padre ambivalente in cui si incrociavano due funzioni: la funzione repressiva e la funzione consolatoria. Da una parte Dio è un occhio ossessivo, un volto che non può essere guardato, un padre terribile che scatena una psicosi di colpevolezza. Dall'altra un distributore di consolazioni che protegge un uomo rimasto bambino a cui assicura una esistenza mutualizzata.
Ammettiamo pure che non ogni religione è per natura sua una nevrosi, ma è anche vero che certi cristiani non affidandosi interamente alla rivelazione di Cristo, ma prendendo in prestito dalle religioni pagane una serie infinita di aggettivi e di miti, hanno finito per non capire in che modo il Padre sta al Figlio e in che modo Dio è nostro Padre. Siamo a un punto cruciale della catechesi cristocentrica.
In effetti Cristo morendo in croce non ha notificato agli uomini un peccato incapsulato in un regime di perenne colpevolezza, ma ci ha rivelato il perdono liberatore. Per cui l'abbondanza del peccato non appare che in una sovrabbondanza di grazia (Rom 5,20). E la grazia lungi dall'annientare la nostra libertà, la suscita verso l'azione e l'impegno. Perché la grazia è azione di grazia. L'onnipotenza di Dio è azione di potenza, la Signoria di Cristo la creazione e la salvezza affidata agli uomini. In realtà Dio non è Padre qualsiasi, ma è Padre di Gesù Cristo. Conosciuta la pienezza umana di Cristo, la sua libertà di fronte alle cose e ai poteri, la sua capacità di guarire e di liberare, rimane chiaro di che tipo è la paternità di Dio da cui egli è mandato come eguale.
Criteri per comprendere la paternità di Dio
S'impongono allora due criteri per superare l'impasse di un termine che dopotutto anche in seguito alla promozione adulta dei giovani gode oggi di poca simpatia.
- La nozione di Padre che Cristo adopera per parlare di Dio va collocata assieme e strettamente a due altre categorie evangeliche direttamente connesse alla missione di Cristo in nome di suo Padre: la categoria della fraternità (Cristo uguale al Padre si dichiara nostro fratello) e quella della libertà evangelica (Cristo pone la sua vita a riscatto di molti secondo la volontà del Padre ma la pone di sua volontà). È difficile da spiegare, ma tutte le volte che Cristo viene colto in azione sarà facile vedere che il suo rapporto con il Padre è la garanzia della sua fraternità con noi e della sua libertà di agire nei confronti di tutti gli idoli.
- Cristo ha prodotto una certa demitizzazione della paternità, come è avvenuto allorché ha pronunciato il severo giudizio su una maternità fisica che non ha nulla a che vedere con la maternità della fede.
- In effetti questo Figlio viene nel mondo non per contribuire in qualche modo ad accrescere un patrimonio paterno, non rimane dunque in casa come buon figlio docile agli interessi del padre, ma piuttosto per prendere dal Padre tutte le distanze necessarie per essere in qualche modo nato da donna, figlio dell'uomo, il Verbo che abita in mezzo a noi. Un Figlio che realizza una fraternità universale, non è certo il Figlio che restringe il significato di Padre a qualcosa di molto limitato e di meschino.
D'altra parte noi vediamo con un certo stupore che il Padre dei cieli non offre a Gesù ciò che i nostri genitori sognano di dare ai figli; non ne fa un «figlio di papà», ma lo impegna in una vita povera e tormentata, che arriverà alla morte di croce, affinché la glorificazione che gli riserva sia anche la promozione di una moltitudine di credenti.
È una lezione interessante: Cristo il più sottomesso dei figli ma anche il più libero dei figli.
Possiamo allora abbandonare sulla traccia di Cristo ogni malinteso su Dio Padre? Certamente sì. È sufficiente maturare lo stile di Cristo, il suo modo di essere adulto e impegnato.
Probabilmente basterebbe chiedere al Padre ciò che nel Pater ha chiesto Cristo. Non altra cosa. Tutte le volte che i cristiani hanno chiesto qualcosa di diverso, magari il sacro Romano Impero, allora Dio di Gesù Cristo è diventato solo l'idolo dei nostri sogni vani o il tappabuchi della nostra incapacità e pigrizia.
NOTE
[1] E. Schillebeeckx, Dieu et l'llomme, Bruxelles, ed. du Cep, 1965, p. 12. Cf pure il suo articolo: Fede cristiana e aspettative terrene, in La Chiesa nel mondo contemporaneo, Queriniana, Brescia, 1967.
[2] A. Paoli, Conversione, Cittadella ed., 1971, p. 92.

