Vittorio Morero
(NPG 1972-10-24)
Dopo la pausa dovuta alle due monografie estive, riprendiamo la serie di articoli, a sviluppo dello studio-base «Il volto di Cristo per i giovani d'oggi» (1972/2).
Il presente affronta uno dei punti cruciali del rapporto giovani e fede. «L'ostacolo più serio su cui inciampano gli uomini del nostro tempo nel cammino della fede, è la mancanza di continuità che essi credono di intravedere tra fede in Dio e valori umani. È necessario scoprire e mostrare a tutti l'intima reciproca connessione di queste realtà. E questa sarà la risposta positiva più convincente alle istanze dell'incredulità moderna» (Y. Congar).
L'esperienza di tutti i giorni ce lo conferma.
Soprattutto in coloro che sono impegnati in una azione di promozione umana, questa tendenza all'ateismo pratico è incombente. O scoprono, questi giovani sensibili e coraggiosi, come la fede è immediatamente coinvolta nei loro meravigliosi progetti, o la buttano, decisamente, per non essere «divisi» nel più profondo di se stessi.
È inutile insistere su questa piattaforma. Tra l'altro è uno dei temi che tornano con maggior frequenza sulle pagine della Rivista.
Su quali valori costruire una integrazione tra la vita quotidiana e la fede?
Cristo nella sua persona, è la sintesi.
L'azione e la predicazione di Gesù si svolge attorno a un argomento centrale: il Regno di Dio.
Tradotto in termini più espliciti, direi in forma di tesi, l'argomento potrebbe essere introdotto con la celebre espressione del profeta Isaia che Cristo stesso ha fatto sua leggendo il libro del profeta il giorno in cui entrò nella sinagoga di Nazareth: «Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore».
«Poi - aggiunge il vangelo di Luca - arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti stavano fissi sopra di Lui. Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,18-21).
Il regno senza soluzioni di continuità
È evidente che le ultime righe di questo passo evangelico contengono uno di quei parametri fondamentali su cui si misurava la fede della chiesa primitiva. Nei primi secoli della Chiesa i credenti avevano occhi per Cristo, e molto meno per se stessi. Il narcisismo ecclesiastico non aveva ancora fatto le sue vittime. Gli occhi su Cristo erano la traduzione consapevole di questa profonda convinzione: in Cristo il Regno è annunziato, svelato, compiuto, diffuso.
Esso è senza soluzioni di continuità, umano e divino, immanente e trascendente, personale e sociale, spirituale e incarnato, storico e astorico, visibile e misterioso, reale e sacramentale. Il Regno è la grazia di Dio, ma in un anno, in due anni, in tre anni, in secoli di storia.
È bene tuttavia notare che gli occhi-su-Cristo non danno soltanto come risultato una serie di definizioni e quindi un insieme di categorie interpretative, con cui leggere il mistero di Cristo, ma inducono soprattutto il credente a entrare nel Regno di Dio, così come si entra nella vita.
E infatti introducendoci nel suo Regno, Cristo non esclude nulla di ciò che ci appartiene come uomini e come soggetti di cronaca quotidiana, non aggiunge nulla alla nostra costituzione fisica e spirituale, non ci sottrae a questo mondo e alle sue leggi, né ci induce a fermarci in un'area privilegiata del mondo dove tutto è sacro e benedetto o in un intervallo di paradiso, dove l'umanità evade dalle sue caratteristiche.
Il Regno è qui, ma in una profondità che si scava, in una dinamica che opera, in una prospettiva che comincia ad aprirsi e a realizzarsi nel tessuto umano della nostra storia.
Il Regno, pur essendo un dono che viene dal Padre, è prossimo, inerente alla nostra umanità, nascosto e vivo come un fermento, in crescita come un albero.
Il metodo migliore per coglierne la portata e le dimensioni è l'esame dettagliato delle azioni di Cristo.
LE AZIONI DI CRISTO SONO TOTALMENTE E RADICALMENTE UMANE
Cristo non è un intervallo
«Gesù aveva circa trent'anni, quando cominciò il suo ministero» (Lc 3,23).
Egli dunque non si sottrae alla nozione di tempo, tantomeno si sottrae a questa realtà l'azione del suo ministero. Il miracolo di Cana, la guarigione della suocera di Pietro, colpita dalla febbre, l'incontro con Nicodemo nella intimità della notte, lontano da occhi indiscreti, il perdono e l'amore concesso alla peccatrice della città sono azioni che avvengono in tempi determinati. L'azione di Cristo e quindi il suo sacramento ha una precisa dimensione temporale che coincide col tempo degli uomini.
Qualsiasi ora è tempo di salvezza. Non c'è l'orario di ufficio, non c'è un'ora migliore delle altre. Tutte le ore sono buone.
Questa prima costatazione fa piazza pulita di quella orripilante tentazione clericale per cui si ritiene che il tempo della salvezza sia limitato al tempo liturgico. Secondo questa mentalità ci sarebbe un unico calendario valido: quello della pietà e dell'azione cultuale. È la spiritualità dell'intervallo; prima e dopo c'è il profano: solo l'intervallo è tempo propizio e sacro. Al contrario l'Eucaristia non è mai una pausa. È fatta per gente che si mette in cammino; anzi nella pedagogia di Cristo essa è la vigilia di un impegno storico preciso: quello di Lui che va a morire per rendere testimonianza alla verità e all'amore. Come è vigilia la Pentecoste: la vigilia di un ministero durante il quale lo Spirito Santo sarà ancora più operante di quanto lo sia stato nel cenacolo.
Lo spazio operativo di Cristo: il mondo
Intanto fin dai primi momenti del suo ministero Cristo si scontra con il maligno; in termini storici, con l'opposizione al suo progetto di salvezza, e in termini teologici, con il male nella sua origine di ribellione all'amore di Dio (Lc cap. IV).
Paradossalmente questo scontro viene a far luce sullo spazio operativo di Cristo.
Satana infatti non porta il Signore entro il recinto di una religione ufficiale allora imperante, nel perimetro del «sacro ufficiale», ma sul monte, sul punto più alto della città, intrattenendolo a parlare di pane, di potenza e di successo. Satana non si è sbagliato. Lo spazio operativo di Cristo non sarà infatti la sinagoga o il tempio, bensì il mondo, la città degli uomini, i problemi dell'esistenza, quelli della verità e del pane.
La novità del suo Regno è la mutata situazione dei rapporti umani a cominciare dal rapporto con Dio, l'unico da adorare e servire, fino al rapporto fra i fratelli in sostituzione dei rapporti di potere, di dominio e di servitù.
In definitiva lo spazio di Cristo è il mondo: lo spazio degli uomini. La profondità della coscienza e del cuore, lo spazio dove agiscono e si incrociano i rapporti coniugali, parentali, politici, economici e culturali nei quali si inserisce come una forza misteriosa la nuova dinamica del Regno, quella dell'amore di Dio per l'uomo, la comunione con lui.
È lo spazio del banchetto, del pane spezzato, della piazza attraversata dalla donna ammalata, dalla gente in tumulto alla ricerca di un ordine nuovo, dal funerale del giovane della vedova.
Alla dimensione spazio-tempo, bisognerà aggiungere la dimensione soggettiva dell'uomo, nella sua esistenza quotidiana.
Il Regno infatti guarisce ammalati, risuscita i morti, restituisce al cuore degli uomini la legittima beatitudine di vivere.
È un ordine del Regno il comando di Gesù: «Fatevi degli amici...». E quell'altro: «Non l'uomo per il sabato ma il sabato per l'uomo».
Perfino la Cena, pur nel mistero che essa racchiude, rappresenta pur sempre un modo esistenziale di vivere il nostro essere uomini.
Religione senza tempio
Questa immersione di Dio nell'uomo, questa religione senza tempio, deve avere senza dubbio una spiegazione. E la spiegazione esiste.
La teologia moderna considera infatti l'esistenza umana come quella che fonda la semantica della Parola di Dio, cioè come quella che offre alle parole usate da Dio per rivelarsi il senso senza il quale queste sue parole non avrebbero per noi nessun senso.
Se la nostra vita è suscettibile di dare un senso alla parola di Dio, è perché l'esperienza umana è innanzitutto e fondamentalmente esperienza di significati (parziali e ambigui fin che si vuole, ma significati); e il fatto stesso che Dio assume questi significati nella sua Parola e nella sua Parola fatta carne, Cristo Gesù, è già la prova che questi significati sono in se stessi costituiti come valori e sono suscettibili di essere assunti da Dio. Ciò giunge a suggerirci che la vita dell'uomo sulla terra è già per sua natura e disposizione mediatrice dell'incontro dell'uomo con Dio.
Faccio due esempi: l'esempio della paternità umana e quello della fedeltà coniugale, ambedue presenti nel linguaggio di Cristo sia nella versione dei quattro evangeli sia in quella di Paolo.
- Gesù ci ha insegnato a dire il Padre nostro. Ora senza dubbio bisogna aver fatto l'esperienza dell'amore dei nostri genitori per noi, perché questa espressione abbia quel senso che essa deve avere; ciascuno di noi ritrova in questa invocazione la sua propria esperienza umana.
Ora questa invocazione riveste la paternità umana di una nuova dignità; dichiarandosi nostro Padre, Dio non rivela soltanto il suo mistero di tenerezza e di amore; ma ci rivela anche nello stesso fatto la presenza di un significato divino nella stessa paternità umana. Essa è una rivelazione che svela qualcosa di già costituito nell'esistenza umana e costituisce qualcosa in un riferimento più ricco e più profondo.
Se infatti Dio è nostro Padre celeste, il nostro padre non è soltanto destinato a insegnarci che cosa significa la parola Padre, per permettere in seguito di intravedere ciò che Dio stesso vuol dirci dicendosi nostro Padre. Se Dio in quanto Dio non teme di rivelarsi come Padre, ciò mi pare rivelare un fatto inscritto nel cuore stesso della paternità umana: e cioè il fatto che il nostro padre umano, in quanto tale, si trova elevato al ruolo di sacramento autentico di Dio nei miei confronti, in maniera che il nostro rapporto filiale gioca un ruolo sacramentale ed esistenziale assieme.
- Altro esempio: la fedeltà coniugale. È la realtà umana alla quale la Parola di Dio ricorre sovente per manifestare l'amore di Dio per il suo popolo.
Paolo dirà perfino che il marito deve amare sua moglie come Cristo ama la sua Chiesa.
Ciò suppone evidentemente che l'amore coniugale sia già un valore in se stesso e tale che Cristo lo accoglie facendolo sacramento del mistero della Fedeltà di Dio verso gli uomini.
L'esistenza umana e sacramentale
Questo valore sacramentale dell'esperienza umana trova nel Vangelo un posto di gran lunga esemplare nel cap. XXV di Matteo, nella parabola del buon samaritano e nell'episodio della lavanda dei piedi.
Dobbiamo quindi ammettere che il sacramento primordiale della presenza di Dio nel mondo è l'uomo stesso; in maniera completa e privilegiata l'umanità di Cristo. L'uomo è il sacramento di Dio per l'uomo.
Lo stesso si dica dei valori etici che il Vangelo proclama senza nulla concedere alla differenza classica fra sacro e profano.
Questi valori proprio perché valori in sé diventano sacramento della opzione di Dio per l'uomo o meglio sono sacramento del nostro incontro con Cristo. Fare il bene significa infatti nel Vangelo essere nella verità ed essere nella verità significa essere in Cristo.
La sincerità, la fraternità, l'amore, la giustizia, la purezza sono valori preesistenti alla rivelazione. La rivelazione ci dice unicamente che accettarli significa arrivare a Dio e l'incontro con Dio produce questi valori in un senso più profondo, nella radice stessa della nostra amicizia con Dio attraverso Cristo.
Di conseguenza l'esistenza umana è sacramentale.
Il bicchiere d'acqua dato al povero è di fatto donato a Cristo. Non perché il povero sia Cristo, ma perché il povero è per noi, che lo sappiamo o no, il segno attraverso il quale noi incontriamo Cristo.
Lo stesso si dica dell'atto morale. Ogni atto che risulta al servizio del bene è di fatto una liturgia di Dio. Non che il valore morale sia esso stesso Dio, ma perché l'atto col quale l'uomo si vota ad esso è di fatto un atto che lo vota a Dio. Pertanto anche l'orizzonte etico dell'uomo costituisce l'universale sacramento in cui si gioca e si compie il dramma universale dell'incontro di ogni creatura col suo destino divino.
Certo i valori morali sono qualcosa di più delle semplici attività umane, ma le attività umane sono tali da sollecitare ad ogni istante delle opzioni morali.
Pertanto mi pare legittimo dire che anche le realtà che compongono la nostra vita quotidiana, dal lavoro all'arte, dalle relazioni politiche a quelle economiche sono in qualche modo il sacramento efficace della nostra vocazione divina.
Che lo si sappia o no, che lo si voglia o no, è attraverso i fini terrestri che l'uomo marcia verso il Regno o se ne allontana.
L'attività umana è in se stessa un esercizio di vita teologale. Dio non si confonde con questa realtà, ma questa realtà cammina verso di Lui.
Cristo è venuto appunto a rivelarci il senso teologale delle cose e il loro intrinseco significato per il Regno. Tutta la vita di Cristo infatti è stata una vita teologale. Non c'è un Cristo-uomo separato da un Cristo-Dio, non c'è una giornata di Cristo che appartiene al Padre e un'altra che appartiene a se stesso e un'altra che appartiene al mondo e agli uomini. Cristo è il figlio di Dio e il figlio dell'uomo. L'umano in Cristo è la strada verso il divino e il divino in Lui è la strada verso l'umano.
LE AZIONI DI CRISTO HANNO UNA DIMENSIONE PASQUALE
La Pasqua di Cristo concerne tutto l'uomo
C'è un'ora, uno spazio di Cristo e quindi una sua azione che non appartiene ai nostri limiti di creature e quindi non fa parte della nostra esperienza umana, sia pure segnata da quel valore intrinseco teologale che Cristo non ha introdotto ma soltanto precisato meglio. Quest'ora e questa azione sono la sua Pasqua. Si tratta di quel passaggio dalla morte alla vita, dai limiti della natura alla gloria della risurrezione, dal peccato alla totale riconciliazione, che Cristo ha vissuto in anticipo per tutti, fino a diventare Egli stesso sacramento della nostra futura gloria.
Cristo è stato nella Pasqua il nostro futuro già realizzato. Tuttavia per quanto trascendente alla nostra condizione umana, per quanto dono del Padre che noi non meritiamo, la Pasqua di Cristo concerne tutta la nostra esistenza, per cui non c'è da una parte l'umanità e dall'altra la Pasqua di Cristo come rito o speranza sacra, ma c'è una umanità spinta dalla Pasqua di Cristo verso un nuovo destino.
Il risorto non è mai stato una persona apparente, un fantasma, un mito religioso pensato e immaginato entro l'area della sacralità giudaico-cristiana. Il risorto si fa toccare, mangia, perdona i peccati, interroga Pietro sulla sua fedeltà, occupa uno spazio e vive nel tempo.
Così avviene per la comunità del risorto: essa occupa uno spazio dove è possibile intravedere tutto un processo di esperienze umane, dalla predicazione alla carità, dalla speranza alla testimonianza del sangue e della parola.
Dono di Cristo, la Risurrezione non è fuori della città, non sta chiusa nell'ambito sacrale del culto.
In effetti non dovrebbe essere difficile mostrare come la struttura pasquale sia veramente la struttura fondamentale della vita degli uomini con Cristo. Ci sono persino delle attività umane che affettano già di per sé una certa somiglianza con la Pasqua di Cristo, al punto da rivelare l'esistenza nel mondo di una voce che geme e domanda incessantemente questa novità di vita.
Faccio degli esempi: la ricerca scientifica non è forse accesso alla vita, perché la ricerca è per definizione un esodo verso la terra promessa della verità ignorata? Accesso alla vita, ma a prezzo di una morte permanente, poiché l'esodo verso la verità suppone che il ricercatore abbandoni la terra delle sue proprie certezze, confessi la sua ignoranza e si lasci radicalmente accusare dalla rivelazione progressiva della verità. Ogni progresso ha dunque una struttura pasquale, ogni sviluppo è pasquale. Diventare adulti non significa forse nascere alla maturità morendo all'infanzia? Camminare non vuol forse dire abbandonare un punto di appoggio per trovarne un altro? Tutto ciò è qualcosa di più di una semplice analogia; è una predisposizione che scaturisce da quella immanenza teologale che Cristo ha sviluppato in maniera totale con la sua morte e la sua Risurrezione.
La Pasqua di Cristo rimane pur sempre una decisione definitiva di Dio che fa compiere a tutta l'umanità un vero salto di qualità verso la vita. In Cristo Signore a cui noi veniamo confermati dalla grazia, il passaggio dalla morte alla vita è radicale, totale, eterno. Nella grazia noi diventiamo liberati e liberatori, capaci di superare l'ultimo limite imposto alla nostra natura che è la morte. Con la grazia di Cristo acquistiamo in definitiva una misura nuova di amore sia che lavoriamo, sia che preghiamo, sia che riposiamo. L'associazione fra gli uomini, la distribuzione dei beni, la compartecipazione alle decisioni sono opera nostra, sono ancora e sempre da inventare, ma oggi questa invenzione è spinta dall'amore radicale di Dio che è per sempre.
Ogni piccolo passo
Ecco perché il servizio cristiano non può limitarsi all'area clericale. La morte è dappertutto in agguato; dappertutto allora deve essere affrontata e vinta dalla fede e dall'amore di Cristo.
Senza dubbio il servizio cristiano è annuncio profetico che Cristo è morto e risorto per la vita dell'uomo. Ma come è possibile dare questo annuncio, attualizzare questa speranza, senza abbattere ogni forma di schiavitù che precede la morte e la provoca? Come è possibile presentare ai giovani la! statura definitiva del Cristo risorto, relegandolo nel solo angolo della pietà e non collocandolo invece nel cuore di tutti i processi storici di liberazione?
Fare la giustizia in questo mondo diventa quindi per il cristiano il passo d'obbligo per arrivare alla liberazione definitiva. Ma ogni piccolo passo che noi compiamo per la liberazione dei nostri fratelli deve avere come senso specifico e come forza propulsiva la coscienza nuova delle cose e del mondo alla luce della risurrezione finale.
Pertanto la realtà cristiana non è mai radicalmente sacra (ossia segregata per Dio), ma sacramentale (passaggio verso una nuova realtà già significata nel mistero che si compie. Mistero = realtà in parte visibile e in parte invisibile, in parte realizzata e in parte da realizzare).
Il cristiano non supplisce il cittadino
Ne consegue che il primo e definitivo lavoro della Chiesa è la testimonianza della lunghezza d'onda della liberazione, un anticipo concreto di quel tanto di misterioso che c'è in ogni processo umano che si incammina coscientemente o no verso al realizzazione del Regno.
Ma le conseguenze sono ancora più precise: nella metodologia cristologica (la presentazione della figura di Cristo) l'attività umana dei soggetti acquista un posto centrale come attività missionaria che annuncia la salvezza e la liberazione.
Se noi ci disinteressiamo dei processi storici, blocchiamo l'avvento del Regno su questa terra, se non vediamo questi processi storici nel loro rapporto col Regno, noi blocchiamo la crescita dell'uomo verso la sua dimensione eterna.
Lo specifico del cristiano sta nel tenere distinti e associati i due momenti:
il momento dell'esistenza terrena in tutte le sue manifestazioni di valore, e il momento dell'esistenza pasquale in tutte le sue implicanze.
Un cristiano non supplisce quindi il cittadino, non colonizza la politica per fini religiosi, ma si assume una responsabilità politica e umana senza mai esaurirla in termini di compiutezza, poiché il suo sforzo è soltanto segno e forma di un futuro che deve ancora venire e compiersi.
Che Gesù non si sia sottratto ai suoi doveri politici non è il quadro definitivo della sua missione. Impegnandosi politicamente, Gesù ha messo nel cuore degli uomini l'attesa del Regno al di là di ogni contingenza ideologica e storica.
Un'assemblea cristiana ha sempre qualcosa di politico e di storico; il gruppo ha una sua configurazione concreta, ma questo carattere storico e politico non esaurisce, non evacua quel tanto di nuovo e di trascendente che viene dal dono stesso di Cristo risorto.
Faccio alcuni esempi:
* La comunità cristiana è informata di un movimento di rivendicazione operaia. Ora per la comunità cristiana tale movimento non è soltanto un fatto sociale e politico, ma una volta conosciuti i motivi legittimi e le giuste aspirazioni, esso rappresenta l'appello dell'umanità che geme e attende la redenzione di Cristo.
* Ogni atto politico-sociale-economico è in ultima analisi un atto di vita o di morte per l'uomo; o è un atto che converge verso la Pasqua di Cristo o è un atto che provoca la deformazione dell'uomo per via del peccato. Pertanto ogni giudizio sugli avvenimenti deve nell'analisi della comunità possibilmente giungere a questa valutazione di fondo che non potrà mai essere accusata di politicismo o di demagogia, poiché ha come metro e misura essenziale la figura dell'uomo redento e amato da Cristo. Il giudizio sarà etico e profetico. Il Vangelo è infatti una critica e un progetto in nome dell'amore del Padre comunicato a noi per mezzo del suo Figlio unigenito. Il Vangelo è una critica in nome della profezia.
E la profezia è questa: ogni uomo è salvato, ogni uomo è figlio di Dio, passa la figura di questo mondo, solo Dio è Signore.
Solo Dio è il sacro autentico. Tutto ciò che gli appartiene a cominciare dal mondo, dagli uomini, piccoli ed oppressi, partecipa di questa sacralità. Tutto è degli uomini, gli uomini sono di Cristo, Cristo è di Dio.

