Domani le comunità di base?



    Intervista con Lino Badino

    (NPG 1972-04-55)

    Abbiamo incontrato un sacerdote di origine italiana, da alcuni anni parroco di una vasta parrocchia in Recife (Brasile).
    Vive, a livello di esperienza e di riflessione teologica, il fatto delle «comunità di base».
    Nella sua parrocchia ne fioriscono una dozzina. All'interno di esse, in collegamento con la pastorale tradizionale, egli realizza la sua missione parrocchiale. Contemporaneamente partecipa ad un'équipe diocesana di collegamento e di riflessione. Ed è membro di un comitato internazionale, promosso dalla facoltà teologica dell'università di Lovanio, di studio sulle comunità di base.
    Ha quindi le carte in regola per parlarci di un fatto ecclesiale che ha, oggi, notevole risonanza.
    Gli abbiamo chiesto, nell'intervista, soprattutto la sua esperienza. La offriamo ai lettori di getto, senza alcuna sottolineatura di analisi critica.
    Il tema delle comunità di base è talmente vasto e implica tanti problemi (di natura teologica e sociologica) che non è certo possibile affrontarlo In poche pagine. Sono già abbondanti le pubblicazioni tecniche al riguardo (si pensi alla collana edita dalla Jaka Book).
    Qui se ne parla con «empatia». È il cuore di chi sta partecipando ad una di quelle esperienze che lasciano il segno... che vibra in ogni battuta.
    Questo è il pregio – ed il limite oggettivo – del «servizio».

    IL SIGNIFICATO DI UNA ESPERIENZA

    Da molte parti e in contesti diversi si parla ormai delle «comunità di base». C'è un po' la tentazione di etichettare con questo termine ogni esperienza nuova, sulla linea del gruppo.
    A partire dalla sua esperienza, come vede il problema?

    Mi pare sia importante affermare subito che si tratta di una esperienza tutt'altro che nuova o originale: è tutt'al più un modo nuovo di vivere una realtà di sempre.
    Parlare di comunità di base significa sottolineare un'esperienza di evangelizzazione.
    Non ci troviamo quindi di fronte a «movimenti» nuovi, come la Joc o i Focolarini, tanto per fare qualche nome.
    Abbiamo l'impressione di essere in presenza ad una realtà che investe tutta la chiesa, ad un «movimento ecclesiale», nel senso più ampio del termine. Ogni tanto ci arrivano notizie che le stesse cose stanno spuntando e si stanno vivendo anche altrove. E non c'è stato nessun coordinamento. Ho tra le mani un libro che parla di un'esperienza che è in tutto simile alla mia. Ed è avvenuta a 3.000 km di distanza.
    Mi pare inoltre di poter affermare che l'esperienza delle comunità di base sta mutando la pastorale. Meglio, si tratta di due «linee» pastorali che si affiancano: la pastorale tradizionale della chiesa e l'esperienza delle comunità di base; ma in modo tale che una serva di animazione, di lievito di giovinezza per l'altra.

    Nella sua diocesi e nella sua «parrocchia», come è sorta questa esperienza?

    La mia esperienza diretta è legata alla diocesi di Recife. Mettiamo subito i puntini sulla i. La mia è una parrocchia un po'... abbondante: 50.000 abitanti. Attualmente esistono 12 comunità di base. Sono interessate all'esperienza solo piccole minoranze: 200 persone impegnate a fondo e altre 300/400 che ne vivono ai margini.
    Il movimento è iniziato due anni fa.
    L'équipe di evangelizzazione e catechesi aveva programmato una missione straordinaria in Recife. Per varie ragioni si è adottata la strategia dei «gruppi di ascolto», guidati da un «monitore» (il nome è rimasto, anche nelle comunità di base).
    La missione è stata attuata attraverso la radio: una settimana di predicazione fatta dal nostro Vescovo (don Helder Camara), sui temi fondamentali: Dio, Gesù Cristo, il peccato...
    Terminata la settimana di missione, molti gruppi di ascolto hanno chiesto di continuare l'esperienza. E la cosa è continuata.
    Abbiamo toccato con mano una gran verità: nonostante la nostra preparazione, i nostri progetti, i nostri schemi, i risultati vanno sempre molto al di là di quello che è possibile prevedere, proprio perché (mi pare sia questa una delle caratteristiche più interessanti) è la «comunità», è la chiesa, sono i laici, che assumono la responsabilità di queste cose. Essi si sentono impegnati «dal di dentro».
    I collegamenti esterni rimangono, ma diventano soltanto funzionali: poveri strumenti, spesso superati. Noi abbiamo bollettini di collegamento, ci sono schemi prefabbricati, riunioni d informazione. Ma quello che fa stare in piedi tutto è la presa di coscienza interiore del cristiano che si sente «evangelizzatore».
    Le case – le nostre povere case di rami intrecciati con fango – diventano il cuore di questa nuova chiesa di evangelizzatori.
    Nella mia parrocchia, chi ha risposto sono soprattutto i poveri.
    La fascia dei borghesi e dei semi-borghesi del centro-città ha risposto pochissimo: sono rarissimi i gruppi a questo livello.
    Anche i giovani, come insieme, hanno risposto poco. E per noi, questo, è una grande sofferenza.

    LA VITA DI UNA COMUNITÀ DI BASE

    Se permette, vogliamo tentare di penetrare un po' di più nel cuore di questa esperienza.
    Certamente uno dei momenti-forti della «comunità di base» è la riunione dei membri.
    In che cosa consiste quest'incontro? Che cosa fate?

    È vero. Il momento-forte della vita delle comunità di base è l'incontro. Ma incominciamo dal numero.
    Bisogna dire subito che il numero dei membri di queste comunità di base è molto vario.
    Un gruppo ha cominciato ed è andato avanti per sei mesi con 4 persone: 2 coppie di sposi. Hanno lottato contro le difficoltà, contro l'indifferenza. Tutti sanno in partenza che ci saranno momenti difficili. Ma non ci si arrende. Non hanno mai smesso di estendere l'invito ai vicini. Ed ora sono un bel numero.
    Altri gruppi, invece, hanno la difficoltà opposta: quella dell'ingigantimento progressivo. Allora, ad un certo punto... fanno come le api: sciamano e fondano una nuova comunità di base.
    In media, però, i nostri gruppi hanno sempre almeno 20/30 persone. Generalmente si tratta di adulti.
    I bambini non mancano; arrivano con le mamme: è uno spettacolo molto evangelico.
    Neppure gli uomini mancano: in molti gruppi sono almeno un buon terzo dell'assemblea.
    Questo per il numero.
    La qualità dei partecipanti?
    È interessante notare che si tratta di gente che abitualmente non andava in chiesa (almeno la metà è su questa linea), gente che da 20/30 anni non andava in chiesa. Molti di questi non andavano più in chiesa perché si annoiavano, non si ritrovavano: cercavano fraternità ma trovavano anonimato...
    La riunione è una vera liturgia, soprattutto liturgia della parola. Generalmente si inizia con un canto. Ho preparato per loro una traduzione ritmica e moderna di una settantina di salmi. Li cantano volentieri, perché li capiscono e li sentono dentro il loro mondo.
    Continuo con lo schema di riunione. Anche se è una cosa impossibile fare una descrizione: non ci sono due comunità che facciano allo stesso modo...
    Dopo il canto, c'è la preghiera: un salmo, una preghiera fatta dal capo della piccola comunità. Poi si legge il «testo».
    Attraverso il «bollettino di collegamento» si fa giungere a tutte le comunità l'indicazione per il testo da meditare. Generalmente si tratta del vangelo della domenica.
    Dopo la lettura... si apre la radio e si ascolta il saluto del Vescovo. Tutti i lunedì, il nostro Vescovo parla alla radio, rivolgendosi a queste comunità.
    È un legame molto forte: ci si sente chiesa.
    Don Helder ha un fascino tutto particolare. Lo si ascolta come se fosse nella sala, seduto, a parlare.
    Racconta gli incontri della domenica, parla dei gruppi che ha visitato, parla del tale e del tal altro, facendo nomi che tutti conoscono. Diventa un colloquio di famiglia.
    Oltre tutto il Vescovo dà fiducia, con la sua parola. Qualcuno aveva scambiato le comunità di base con gruppi di protestanti: leggevamo la Bibbia, senza un prete, guidati solo da un monitore...
    Dopo la parola del Vescovo, inizia la riflessione comune. Spesso si prolunga per un'ora o due.
    Quasi sempre tutto termina lì.
    Dopo due anni di esperienza, ho iniziato anche la celebrazione dell'eucaristia. La liturgia della parola ha portato alla celebrazione della liturgia eucaristica.
    Ci siamo giunti lentamente.
    Il monitore ha fatto domande del genere: che cosa facciamo? certo, stiamo celebrando una «messa»! Una messa, ma non completa! Che cosa manca quindi alla sua completezza?
    Manca l'eucaristia.
    In un primo tempo, hanno deciso di attendere. Non si sentivano preparati. Per celebrare l'eucaristia, dicevano, dobbiamo vivere di più nella fede, vivere di più la nostra fraternità, vivere di più nel quartiere, perché non possiamo celebrare un'eucaristia disincarnata dal nostro quartiere. Dobbiamo farci pronti a ricevere il pane dell'eucaristia. Sarebbe inutile spezzare il pane, se non c'è chi lo mangia.
    Quando saremo arrivati a questo, allora potremo celebrare l'eucaristia. Ora, dopo due anni, abbiamo iniziato la celebrazione eucaristica. Nei giorni feriali celebro quasi sempre in queste case; alla domenica, invece, e al venerdì, nella chiesa parrocchiale.

    Parlando della assemblea della comunità ha più volte accennato ai «monitori». Può aiutarci a comprendere il significato e la funzione di questa figura?

    I monitori sono i coordinatori delle comunità di base.
    Sono laici. Uomini straordinari.
    Hanno generalmente una cultura elementare. Qualcuno è analfabeta, tanto che deve chiedere ad altri di leggere. Ma dire analfabeti non significa dire sottouomini. Tutt'altro.
    Essi hanno una capacità di ascolto, di concentrazione, che è fenomenale. Ascoltano tutto. E poi riflettono. E pregano molto.
    Uno mi diceva: ho scoperto il silenzio.
    Ci sono due tipi di silenzio: quello della parola (il non dire nulla) e quello interiore, che mi permette di restare in ascolto dell'altro.
    «Penso, diceva, che nella chiesa ci sono pochi testimoni, pochi evangelizzatori, per mancanza di silenzio». Non conosceva nulla della storia della chiesa...
    Una sera, in un gruppo, la riunione non andava bene. Più che comunicazione, c'era dibattito. Il monitore dice, all'improvviso: questa sera non riusciamo a comprenderci. Facciamo due minuti di silenzio e preghiamo lo Spirito Santo, perché le cose vadano meglio. Hanno fatto i due minuti di silenzio. E le cose sono andate.
    Ho scoperto una cosa, a loro contatto. Essi non hanno le costruzioni teologiche. Sono poveri anche in questo senso.
    Ma hanno colto l'essenziale del cristianesimo. E le conclusioni cui giungono incidono profondamente nella vita.
    Io, come prete e come uomo di cultura... mi sento demolito. Mi vedo smontare, ad una ad una, tutte le mie costruzioni. Ho scoperto che devo, dobbiamo, metterci non come maestri ma come compagni di viaggio, che sanno camminare assieme, cercando di cogliere tutti gli aspetti profondamente arricchenti che gli altri hanno.
    Questi uomini hanno scoperto che loro sono «responsabili» della Chiesa. Noi preti lo diciamo, magari con parole grosse. Essi lo vivono, spesso molto più intensamente di noi.
    Può sembrare strano: ho scoperto il mio sacerdozio. Ho scoperto, a loro contatto, il mio battesimo, come cosa straordinariamente grande, che impegna la mia vita in profondità. Posso dire che mi sento più cristiano e meno prete... È una battuta, evidentemente. Ma che dice, in me, la caduta di una concezione di prete: il prete che domina tutta la religione, un po' lo «stregone» del villaggio...
    Forse non ho risposto alla domanda.
    Ma non ci sono indicazioni tecniche a proposito dei monitori. Ognuno fa quanto Io Spirito gli suggerisce, nella sua comunità: coordina le riunioni, testimonia, evangelizza... Non è un capo: è un servo della comunità. È il punto di unità della comunità.

    Qual è il suo compito di sacerdote, all'interno della vita della comunità?

    Noi viviamo assieme: preghiamo, meditiamo sul vangelo. Se ci sono dei problemi li mettiamo in comune e ne cerchiamo una soluzione in comune. Il mio compito sta nell'aiutare la riflessione, nel coordinare il lavoro di ricerca. Talvolta aggiungo qualche idea cui loro, forse, non sarebbero mai giunti.
    Ma soprattutto, lo ripeto, voglio mettermi con loro, vicino a loro. Oltre tutto ho la coscienza di ricevere moltissimo da loro. Lo ricordavo un attimo fa.
    Ho scoperto meglio l'idea di missione.
    Troppo spesso ci mettiamo dalla parte dei ricchi: abbiamo molti preti, abbiamo una cultura, abbiamo una nostra catechesi, abbiamo una batteria di sussidi, abbiamo tutta la teologia, la nostra civiltà... e la portiamo a chi ne è privo. Andiamo, per trasmettere qualcosa.
    Sto scoprendo che la missione è l'incontro di chiese che si arricchiscono a vicenda, perché tutte le chiese, tutte le comunità umane, hanno delle loro ricchezze, hanno qualcosa da donare agli altri.
    Credo che il sacerdote debba essere molto discreto e intelligente per non disturbare l'azione dello Spirito.
    Io sono prete, con loro, perché vivo con loro, ricerco con loro. E celebro per loro l'eucaristia. Forse, in questo sta la differenziazione. Anche se (e me lo diceva un monitore qualche mese fa) non si capisce perché coloro che nel gruppo spezzano il pane della parola di Dio, non possano spezzare il pane dell'eucaristia.
    È il problema, di cui ha parlato anche il Sinodo: la possibilità di conferire il sacerdozio a uomini sposati. Non tanto, direi, per la scarsezza di clero, non per un ministero di supplenza, quanto per un bisogno di verità e completezza. Almeno così vediamo il problema noi, all'interno della nostra esperienza.

    COMUNITÀ DI BASE E CHIESA LOCALE

    C'è un elemento che è centrale in ogni esperienza ecclesiale: il servizio e la presenza nella chiesa locale.
    Molte esperienze di punta, centrate sul gruppo primario, sfuggono rapporti di servizio più vasto, per timore dì perdere di coesione.
    Che cosa può dirci, a questo proposito?

    Forse, all'inizio, c'era un certo pericolo di chiusura. La gente veniva da esperienze negative nei confronti della comunità parrocchiale e quindi aveva una certa ritrosia a tornarci.
    La maturità dell'esperienza ha portato una inversione di rotta. Le comunità di base, da quest'anno, hanno assunto dei precisi compiti pastorali, all'interno della chiesa locale.
    Faccio degli esempi.
    Alcune comunità si incaricano di curare la preparazione dei genitori al battesimo dei bambini.
    Chi ha bambini da battezzare deve presentarsi al monitore. È lui che registra i dati e prende gli accordi. È il monitore che presenta il bambino al parroco. I genitori del battezzando partecipano a qualche riunione
    della comunità. Attraverso il battesimo del loro bambino entrano in contatto con una chiesa nuova.
    Qualche volta la riunione è fatta proprio nella casa dei genitori del battezzando.
    Ho incontrato famiglie sconvolte, meravigliate, della scoperta fatta: hanno toccato con mano che il loro bambino, con il battesimo, entrava in una «famiglia» più vasta della loro: la chiesa.
    Abbiamo affidato alle comunità di base anche la preparazione dei fidanzati. Prima di sposarsi, essi sono invitati a frequentare la comunità, a partecipare, almeno qualche volta, alla loro vita.
    Una terza cosa che viene comunemente fatta, è l'animazione liturgica. Le messe domenicali sono diventate una realtà diversa, da quando sono animate dai membri delle comunità di base. Ci si sente molto di più «chiesa», nel senso più pieno del termine.
    Un'altra cosa, vorrei aggiungere.
    Attraverso l'esperienza delle comunità di base, avvertiamo di essere in cammino verso una struttura di chiesa molto diversa.
    Da noi si fa così. Nella mia parrocchia, io lavoro a tempo pieno dall'Avvento a Pentecoste. Nel resto dell'anno, siccome ho altri impegni a scala diocesana e internazionale, sono assente regolarmente due settimane al mese. La comunità continua. Anzi, è la comunità che mi invia a questo nuovo servizio, più vasto, più da «chiesa universale». Resta, talvolta, anche la domenica «vuota».
    Un monitore assicura il servizio liturgico nella chiesa: la liturgia della parola, la distribuzione della comunione.
    Naturalmente non demoliamo nessuna struttura ecclesiale vigente, non annulliamo la «parrocchia»... anche se camminiamo verso una esperienza più vasta. Nel contempo, sostituiamo, lentamente, le strutture che non sono più oggettivamente valide e potenziamo invece quelle che lo sono.

    COMUNITÀ DI BASE E QUARTIERE

    Parlando della celebrazione dell'eucaristia, ha accennato alla necessità di vivere il vangelo nel quartiere.
    È un tema che merita un approfondimento.
    Come le comunità di base sono presenti nel quartiere? a che livello? con quale azione?

    Abbiamo iniziato con azioni collettive, di tipo caritativo. Ma, ora, ne siamo un po' delusi. Ci è parso poco: un aiuto poco valido. L'anno scorso, per esempio, c'è stata l'inondazione. Molte case sono crollate. Sono morte 40 persone della mia parrocchia. Attraverso i gruppi abbiamo distribuito gli aiuti che ci erano giunti. Si è lavorato per ricostruire le case a questa povera gente. Ma molti di noi si sono accorti che ci avvicinavano solo per ricevere i pali con cui ricostruire le loro case. Abbiamo avvertito l'umiliazione di essere considerati non come messaggeri della parola di Dio, ma semplici distributori di legnami o di mattoni...
    In una riunione, essi stessi – e sono poverissimi: mangiano una sola volta al giorno – hanno detto: basta con questo lavoro di distribuzione di materiale. Ci rovina l'opera di evangelizzazione.
    Abbiamo optato per un'azione di evangelizzazione. Azione, perché il vangelo è azione. Ma azione di evangelizzazione, perché non qualunque azione è vangelo.
    Ci siamo chiesti che tipo di azione fare: abbiamo programmato un incontro di riflessione per raccogliere le esperienze più interessanti vissute dai gruppi e analizzarle accuratamente.
    Sono emerse conclusioni interessantissime. Per esempio: se un'azione non promuove l'uomo non è vangelo, non è evangelizzazione. Quindi rifiuto di ogni paternalismo. E ricerca, invece, di azioni che promuovano l'uomo, la comunità, la fraternità tra gli uomini.
    Stava franando una sponda del villaggio. 4 o 5 famiglie si sono unite assieme: hanno fatto dei canali per far scorrere l'acqua e un argine nuovo. Hanno difeso le case di tutti e non solo le proprie. Questo è promuovere l'uomo e la fraternità tra gli uomini. E quindi azione di vangelo, di evangelizzazione.
    Certo, dobbiamo camminare ancora molto, a questo proposito.
    La nostra gente è molto fatalista. Secoli di povertà e di oppressione l'ha resa così.
    E invece dobbiamo aiutarla a scoprire che il piano di Dio impegna per la giustizia, la liberazione, la fraternità. Un po' per volta si giunge a prendere coscienza che la liberazione dal peccato non è solo «quella» che cancella il peccato per poter giungere in Paradiso; ma liberazione dal peccato con tutte le sue conseguenze.
    Noi, nel quartiere, siamo impegnati per la liberazione dal peccato e quindi dalle ingiustizie, dalla fame, dalla miseria.
    Uno di noi ha espresso molto bene questa concezione di liberazione incarnata. Un monitore, un giorno, mi disse: «Ho guardato la situazione del mio quartiere. E ho pensato che la risurrezione del mio quartiere sarebbe stata anche la risurrezione di Cristo!».
    Così, un'altra volta, un altro monitore in visita ad un amico aveva avvertito che le scuole di un paese erano solo per i figli dei possidenti. Immediatamente si reca dal sindaco per denunciare la cosa. Il sindaco risponde che non ha mezzi per aprire altre scuole. Allora il monitore si dà da fare, subito, per trovare una stanza e qualche sovvenzionamento. Trovato su due piedi quanto abbisognava, il sindaco promette di nominare una maestra. «La nomina della maestra: subito!». Tornando dal villaggio, il monitore mi diceva: è iniziata la evangelizzazione, perché si è costituita una scuola per i poveri.
    Questo raccordo tra fede, vangelo e impegno nel quartiere, per molti gruppi è ormai un fatto pacifico. Il loro modo comune di esprimersi lo fa trasparire.
    Nel nostro quartiere c'era una famiglia senza casa. Un gruppo di cristiani lavorano per costruire loro una casa. Mi dicono, presentandomi il progetto: «Andiamo a trovare il Cristo abbandonato». E quando la casa è una felice realtà, annunciano al gruppo: «Veniamo da una visita al Cristo consolato».

    E IN ITALIA?

    Lei conosce molto bene la nostra situazione, lo «stato» della chiesa italiana. Per molti anni è stato parroco in una città industriale.
    Vede la possibilità di trasportare l'esperienza di Recife anche in Italia?
    Pensa che potrebbero maturare esperienze del genere e, soprattutto, potrebbero fare un servizio positivo, per sbloccare tante tensioni e indifferenze?

    Faccio parte non solo di una esperienza diretta di comunità di base, nella mia parrocchia, ma anche di un gruppo di riflessione a livello diocesano e di un gruppo di studio a livello internazionale, collegato con l'università di Lovanio.
    Abbiamo avuto un incontro, nei giorni scorsi, proprio destinato a studiare le linee comuni di queste esperienze.
    Abbiamo l'impressione, come dicevo, che la chiesa oggi si stia esprimendo con alcune costanti.
    In Brasile, forse, c'è un clima più favorevole: la gerarchia appoggia e stimola esperienze del genere e c'è molta attesa da parte dei «cristiani». Ci pare di lavorare per tutta la chiesa.
    Sono le strutture della chiesa di domani, quelle che stiamo tentando di preparare. Almeno ne abbiamo l'impressione, a partire proprio dalla nostra esperienza.
    Che cosa capiterà in Italia?
    Non lo so.
    Ho una percezione, molto labile. Ve la voglio comunicare.
    Ho incontrato, in Italia, giovani molto vivi, con molte idee, con idee teologicamente ben sicure. Però, forse per le situazioni culturali in cui vive la chiesa italiana, essi hanno un atteggiamento di troppa contestazione.
    Mi è parso – posso sbagliarmi – che la contestazione prendesse il sopravvento sull'esame di fede e sulla contestazione di noi stessi di fronte alla parola di Dio.
    In Brasile avrebbero tante cose da contestare: siamo un popolo oppresso dalla ingiustizia e dalla sofferenza. Ma la contestazione è prima di tutto centrata sulla propria vita, sulle proprie responsabilità, sui propri fatti: è un atteggiamento di fede, di preghiera e di silenzio. Prima di tutto. E questo mi sembra capitale per essere in ascolto dello Spirito.