Facciamo il punto sull'«impegno politico»


    (NPG 1972-04-02)

    Da parecchio tempo, su «Note di Pastorale Giovanile» stanno comparendo studi ed esperienze relative al tema, oggi particolarmente significativo, dell'impegno politico.
    Per molti gruppi giovanili, la scoperta della politica è stato l'elemento di rottura, quello cioè che ha costretto ad un cambio di rotta improvviso, ha buttato all'aria una concezione tranquilla e perbenistica della fede, ha sciolto, come neve al sole, appartenenze prima numerose ed entusiaste. Questa «rottura» ha «sfiorato» (è difficile trovare un termine adeguato) anche «Note di Pastorale Giovanile». Molti lettori si sono ritrovati a perfetto agio nelle nostre proposte: impastate con la propria concreta situazione, sono diventate un progetto stimolante di cammino. Ma non tutti.
    Qualcuno ha scritto in redazione accusandoci di rivoluzionari o, peggio, di gente che corre dietro all'andazzo delle mode solo per stare a galla; altri, invece, hanno contestato le scelte avanzate perché ritenute generiche, retrograde, funzionali alla conservazione; altri, infine, si sono rifugiati nell'impersonale «era ora!», magari gettandosi a capofitto in una accettazione incondizionata di proposte per natura loro generali e impersonali.
    Qualche lettore affezionato ci ha chiesto di «scegliere», di fare una decisa «scelta di campo», invitandoci a rinunciare ad equilibrismi complicati ed inutili. E questo a partire dal «senso» della Rivista. Non è possibile, ci hanno detto, condurre una proposta di sensibilizzazione all'impegno politico, senza optare per un fronte della barricata.
    E così via.
    Le «obiezioni» più significative possono essere catalogate in una serie di interrogativi.
    • perché una rivista di pastorale sì preoccupa di politica? che cosa c'entra la politica con la pastorale?
    • che cosa si intende per politica, per impegno politico? (la domanda ha un risvolto più integrista: il rifiuto del discorso politico, a partire da una «definizione» di politica, specifica di un certo contesto culturale).
    • dove volete andare a parare, con tutti questi discorsi politici? giù la maschera... e assumete il vostro posto nell'arco delle ideologie, con chiarezza!
    • le carenze del vostro discorso saltano agli occhi: che progetti editoriali avete in cantiere?
    • come il cristiano si qualifica, impegnandosi in politica? e – per riflesso –come si qualifica una rivista di pastorale, quando si impegna in politica?
    Molte domande si intersecano: il confine di soluzione non passa ai bordi di ciascuna, ma le taglia, tutte, nel centro. Per questo non abbiamo voluto tentare risposte parziali.
    Queste suggestioni sono rimbalzate, in sede redazionale, come una «provocazione»: ci hanno costretto a riflettere. E a comunicare il contenuto della nostra riflessione.
    Non vogliamo tentare una risposta ai singoli interrogativi. Non ci pare possibile: ogni domanda ne coinvolge, di getto spontaneo, molte altre.
    Ma solo offrire uno spunto di sintesi, soprattutto attraverso il paragrafo sui «punti fermi». Esso afferra gli interrogativi nella loro globalità, senza nessuna preoccupazione di aggancio con alcuno.
    Questa comune riflessione è la prima battuta di un dialogo. Se si tratta di una «prima battuta di dialogo»... è necessario uno scambio sincero e totale di pareri.

    PUNTI FERMI

    Siamo convinti che è necessario muoversi, evitando decisamente l'improvvisazione e i voli dell'entusiasmo. Si possono ricevere abbondanti applausi, scegliendo la strada comoda dell'entusiasmo. Ma, forse, non si fa alcun servizio. Quali sono le «scelte» dentro cui la redazione intende riconoscersi? I «punti fermi» capaci di fornire un rollino di marcia adeguato?
    Ecco la nostra proposta:

    Una descrizione di impegno politico

    Parlare di impegno politico è cascare in un ginepraio: il termine è tutt'altro che univoco. Molti rifiuti – e molti entusiasmi – nascono da una arbitraria accezione. Per noi, che cosa è «impegno politico»? Quali sono i contenuti all'interno dei quali ci riconosciamo, quando spingiamo ad «impegnarsi politicamente»?
    Molte volte abbiamo riflettuto su questi interrogativi. Una parziale definizione, più contenutistica che descrittiva, è stata fornita nell'articolo elaborato con lavoro di redazione «Ruolo dell'educatore nell'impegno politico» 1971/ 12. Ad esso quindi rimandiamo, per una più ampia comprensione.
    Qui di seguito elenchiamo alcune «affermazioni»: sono un po' i cardini per costruire una definizione. Ce ne potrebbero essere altri: questi ci sembrano i più rilevanti, leggendo questa «realtà» dall'angolo prospettico delle esperienze dei gruppi giovanili impegnati.

    • «Distanza» dai partiti politici: quando si parla di politica si prendono sempre le distanze dalle istituzioni ufficiali che «fanno» politica: impegno politico non è immediatamente coincidente con scelte partitiche.
    • Scoperta della globalità di ogni problema: si ha oggi la percezione chiara della necessità di superare il settorialismo negli interventi. È ancora – come sempre – necessaria la «politica del samaritano», ma il servizio caritativo, come ogni altro servizio, deve immediatamente essere raccordato con tutto l'insieme dei problemi che emergono. Perché nessuna situazione è risolvibile se non ricondotta a soluzioni più vaste.
    • Rifiuto del moralismo: rifiuto cioè di quella concezione che riduceva ogni cambio a dimensioni puramente personali-individuali, a risonanze puramente interiori. Rifiuto della assolutezza di slogans che hanno fatto un certo scalpore, come: «qualcosa è meglio di nulla - basta la buona volontà - la sola conversione del cuore come rimedio a tutti i mali».
    • Sgonfiamento dell'enfasi dei valori primari: i gruppi giovanili più sensibili avvertono che è necessario superare una coesione costruita sui soli rapporti primari, per giungere ad una coesione fatta sui valori, sulla partecipazione agli stessi progetti seri, anche se condivisa da persone che non si gratificano reciprocamente di una intensa quanto intimistica «amicizia».
    • La condivisione del potere: siamo giunti alla coscienza della necessità di un'assunzione di responsabilità individuali e collettive, per approdare ad una organizzazione e gestione ottimale del potere, entro una società che persegue fini di progressiva umanizzazione delle persone. In altre parole, la scoperta della imprescindibile urgenza di valori come la corresponsabilità e la compartecipazione.
    • Il senso dello «stato»: la scoperta cioè di un impegno pubblico della società nei confronti di attività sociali-caritative. Chi fa azioni «caritative» avverte di esercitare un'opera di supplenza e si sente quindi impegnato a guidare la coscienza pubblica ad assumere in proprio questi impegni.
    • La professione come «sbocco di servizio»: in una società in cui la tecnica è la matrice di ogni attività, non c'è più posto per l'improvvisazione e per la buona volontà generica. L'impegno di servizio diventa quindi scelta professionale, competenza e preparazione specifica. Contemporaneamente si avverte che alcune professioni sono funzionali al sistema o facilmente funzionalizzabili; mentre altre hanno all'interno capacità di rinnovamento. Scegliere il servizio significa scegliere non la professione più sicura e più rimunerata, ma quella più urgente per un cambio sociale.
    • L'ideale della liberazione dell'uomo in una società liberata: la coscienza della storia come divenire continuo su misura d'uomo e la contemporanea percezione che la liberazione comporta condizioni oggettive, comporta cioè la messa in opera di strutture che ne permettano l'esercizio ottimale. Parlare di liberazione significa assumere i contenuti, le responsabilità e i rischi di un'azione liberatrice.
    • L'appello a Cristo come liberatore: per molti giovani un ritorno a Cristo, a dimensioni escatologiche della speranza cristiana, nasce come conclusione dell'impatto tra la realtà spesso dura e oppressiva e la loro fame di liberazione, tra i progetti che illuminano il loro cuore e la desolante esperienza quotidiana, all'interno di se stessi e nella società circostante. L'appello a Cristo come liberatore pasquale è l'elemento qualificante l'impegno politico del cristiano (abbiamo sviluppato queste affermazioni nello studio di Roqueplo, 1971 /10).

    Una rivista di «pastorale»

    Note di Pastorale Giovanile è una rivista di pastorale. La testata non è un gioco verbale né uno specchietto per catturare abbonati. Vogliamo caratterizzarci per un discorso esplicitamente e univocamente «pastorale» e di pastorale giovanile. Non intendiamo diventare una rivista di politica, magari con finalità educativa.
    Tutte le volte che abbiamo parlato di politica lo abbiamo fatto perché ci sembrava che la pastorale giovanile ne fosse direttamente coinvolta.
    Forse è difficile trovare la linea di demarcazione di competenze. Ma almeno una cosa è certa. Non vogliamo lasciarci prendere la mano da un discorso univoco. Parlare di «impegno politico» significa aprire un raggio di interventi vastissimo. Non è nei nostri progetti. Come – e proprio per questo – non è nei nostri progetti avanzare letture sociologiche della realtà e tecniche operative conclusive di intervento sulla realtà. Rislitteremmo – da altri punti di partenza, ma con la stessa pericolosa confusione di competenze – nel deprecato clericalismo...

    Pastorale e impegno politico

    Abbiamo però una convinzione radicata e motivata. L'impegno di collaborare alla «liberazione integrale dell'uomo è elemento fondante una scelta consapevole cristiana. Non è possibile, per noi, essere cristiani e disinteressarsi della «liberazione» dell'uomo e della storia. Si tradirebbe la pasqua di Cristo. E quindi il cuore del mistero della nostra vocazione. Abbiamo inoltre la coscienza chiara che un progetto di liberazione passa attraverso la «conversione del cuore dell'uomo» ed un contemporaneo «cambio strutturale». Il recente documento conclusivo del III sinodo dei Vescovi sulla «giustizia nel mondo» ce ne dà immediata conferma.
    Per questo l'impegno politico (come progetto di liberazione dell'uomo in Cristo sua liberazione pasquale integrale, almeno per noi cristiani) è il quadro dí riferimento e di verifica di ogni proposta pastorale. O essa sbocca lì o è alienante. Da queste annotazioni nasce la necessità di offrire «proposte pastorali», con un taglio ben preciso all'interno. In questo contesto, come strumento di maggior comprensione, si richiama quanto è annotato in 1971 /12 pag. 6, a proposito dell'opzione interventismo».
    Molte volte l'impatto sarà implicito, leggibile cioè nella completezza dell'analisi presentata e dei «contenuti» prospettati; altre volte, su temi particolarmente «caldi», potrà essere esplicito e diretto.

    Genericismo e pluralismo

    Spesso, dalle pagine della Rivista, abbiamo intonato il ritornello di condanna del genericismo. Le proposte generiche, i quadri generici... sono inutili e quindi dannosi, perché permettono di cullarsi in una unità di intenti, di progetti, di azione che è solamente retorica. Un'unità del genere va smascherata, senza mezzi termini. Soprattutto va denunciata, costringendo a lasciare il terreno del vago e dell'impreciso, per scendere ai dettagli concreti.
    Rifiuto del genericismo non è rifiuto del pluralismo. Ci pare cioè che non sia «genericismo» avanzare una panoramica di proposte e lasciare al singolo operatore la responsabilità di optare per quella che è valutata significativa e funzionale, in rapporto alla propria irrepetibile situazione.
    La Rivista ha scelto la strada del pluralismo. Per principio non vogliamo mai metterci su una strada a sbocco unico. Ci sembra di diseducare i lettori e – questo è peggio – di non servire le attese dei giovani.
    Anche all'interno del discorso dell'impegno politico, abbiamo scelto la strada del pluralismo.
    Non vogliamo fare nessuna «scelta di campo» (anche se personalmente ciascuno di noi ha fatto la «sua»), proprio per «costringere» ogni lettore ad assumersi responsabilmente la propria posizione.
    Abbiamo fatto una sola scelta precisa: di ordine metodologico.
    Molte volte è stato ricordato che non è possibile ignorare la realtà: la realtà è criterio principe di azione.
    Quindi ogni intervento diretto deve aprirsi con un'attenta scientifica analisi della realtà, con una lettura strutturale della situazione.
    Questa è la nostra più grossa scelta a politica». Non ci pare una scelta piccola. Quando si lascia parlare con disponibile ascolto la a realtà»... molte cose e molti preconcetti esplodono, di generazione spontanea.
    Per guidare ad analizzare così la realtà, talvolta noi offriamo delle «rassegne», costruite magari a partire da ideologie diverse e forse contrastanti. Qui torna il pluralismo.
    In sintesi, la «nostra scelta» è su queste linee:
    • fondare continuamente il principio-base: nessuna azione, in nessun ordine di interventi, che non nasca da una disponibile «analisi della realtà»,
    • indicare eventuali quadri di riferimento, con coltivato pluralismo,
    • indicare i rischi e i condizionamenti cui la analisi della realtà» può andare soggetta,
    • lasciare a ciascuno la responsabilità di fare le sue scelte.

    Un'azione dentro l'istituzione

    Un'altra scelta ci trova concordi. Ed è stata ripetuta in molti contesti diversi. Crediamo, come redazione, alle istituzioni. E vogliamo lavorare al loro interno. Lavorare all'interno, ma per trasformarle, continuamente. Perché siano sempre «quel» servizio di cui ogni uomo ha bisogno. Accettare di essere all'interno dell'istituzione non significa costringere tutti a darci la mano, né tanto meno scomunicare, dall'alto della nostra sicurezza, chi è fuori o ne è ai margini.
    Anzi, ci pare importante, nel settore dell'impegno politico come in tutti gli altri, essere in intenso dialogo con tutti coloro che sono «fuori», comunque, dalle strutture ufficiali. Per cogliere il loro contributo profetico, come momento di animazione, di stimolo, di servizio, alla continua immanente sclerosi delle istituzioni.
    In altro contesto, scrivevamo: «Non possiamo servire la situazione pastorale italiana, camminando solo sull'onda delle frange profetiche giovanili (il termine «profetico» non è stato usato a caso: molte tensioni che i giovani avvertono sono chiaramente indicatrici della via del futuro). Non è possibile abbandonare chi si dibatte «dentro» le strutture, per correre con chi vive all'aria libera, o per costituzione o per scelta. Le istituzioni vanno animate, magari a partire dal respiro «libero» di chi le ha abbandonate, più o meno decisamente.
    Crediamo alla possibilità di un rinnovamento che sia in grado di ridare ad esse freschezza, giovinezza e quindi capacità di vero servizio ecclesiale, utilizzando come «ferri del mestiere» le istanze più significative di quelle che abbiamo chiamato «frange profetiche». Con la speranza che qualche pagina della Rivista collabori a far acquistare un tono più possibilista e realista... anche ad esse». A conclusione, rimandiamo all'articolo sullo stesso tema di Pollo (cfr. 1972 /2), in cui ci riconosciamo.

    In ricerca

    Siamo consapevoli di una grossa carenza, che incide la radice del nostro discorso di «impegno politico». Ci manca un quadro di riferimento comune, uno strumento cui appellarsi, per giustificare, organizzare, dare corpo... a molte delle indicazioni che emergono.
    Da tempo la Rivista parla dei «gruppi». Per essi abbiamo un quadro «comune» di riferimento. Non è necessario spendere tante parole, per intenderci. Basta segnalare una pagina, cui andare.
    Per altri discorsi di natura teologica, esiste una «mentalità comune», sufficientemente organica.
    Il tema dell'impegno politico è nuovo e trova noi, uomini di chiesa, sprovveduti di entroterra culturale e ricchi di abbondanti preconcetti.
    Tutto questo fa problema.
    Anche per questo, le proposte avanzate da Note di Pastorale Giovanile, su questo argomento, appaiono – e sono, talvolta – abbastanza disorganiche, frammentarie, senza sufficiente equilibrio d'insieme. Ma questo ci aiuta a prendere quotidianamente coscienza di essere «in ricerca», di procedere per prova ed errore, verso quella verità che è sempre più avanti dei nostri passi
    più avanzati.

    LIMITI E CARENZE

    L'ultimo dei «punti fermi» fornisce un aggancio ideale con una costatazione abbastanza facile: il nostro «discorso» sull'impegno politico ha, al suo interno, notevoli carenze.
    Ne possiamo fare un elenco, veloce:

    • manca di una terminologia univoca;
    • manca di un entroterra culturale comune: la «politica» è spuntata come un fungo, lasciando stupefatti alcuni e infastiditi altri; non è stato avanzato un iter di maturazione progressivo e convincente;
    • la rassegna degli atteggiamenti più comuni dei giovani è giunta frammentaria:
    • parziale;
    • è stata carente la sensibilità educativa: l'educatore si è chiesto spesso «che fare» e non è riuscito a cogliere dalle pagine della Rivista suggerimenti pratici;
    • non sono stati forniti sufficienti strumenti operativi;
    • non sempre è stato sufficientemente leggibile il «nostro» quadro: una certa disorganicità avvertita nasceva da una solo parziale conoscenza del progetto editoriale; e qualche volta il quadro è andato maturando lentamente anche all'interno della redazione;
    • il taglio «pastorale» frutto dei punti fermi ricordati sopra ha dato l'impressione di battere strade più generiche di quanto oggettivamente lo fossero;
    • sono stati ignorati alcuni fatti socialmente macroscopici;
    • si è sorvolato talvolta, con troppo disimpegno, su problematiche «calde».

    E la rassegna potrebbe continuare, ancora per molte pagine. Ogni lettore, poi, ha i suoi «punti» di dissenso. Ne sono stati espressi più d'uno, in interventi epistolari. Alcuni non li abbiamo qui riportati, per l'impressione di «parzialità» che se ne era avuta.

    PROGETTI

    Concludiamo le impressioni emerse nel confronto redazionale, mettendo in comune le conclusioni cui siamo giunti.

    • Non prevediamo un intervento così massiccio come quello dello scorso anno, sul tema dell'impegno politico. Gli altri temi programmati assorbiranno i numeri del 1972, con una certa prevalenza.

    • D'altra parte, la preoccupazione di un impegno politico sarà immanente ad ogni proposta, per la verità di quanto abbiamo ricordato nei «punti fermi». Non quindi articoli specifici, ma una continua immanente preoccupazione, un taglio. E, nel limite del fattibile, frequenti rimandi ad affermazioni già fatte o a quegli «strumenti d'appoggio» cui si accennava.

    • Vogliamo invece sviluppare la parte pratica-operativa, la rassegna degli interventi possibili. E questo in vari modi:
    – offrendo esperienze concrete di gruppi giovanili che vivono l'impegno politico con un certo taglio particolare (si pensi all'esperienza della comunità di Bolzaneto; cfr. 1972 /1);
    – raccogliendo espressioni concrete di attività politiche, possibili a gruppi giovanili che vivono in un certo contesto (parrocchia, convivenze educative...) e presentandole con abbondanti riflessioni «critiche», espressione del pensiero della redazione. Sullo stile, per intenderci, del «doposcuola»; cfr. 1971 /12;
    – offrendo strumenti di lavoro per gruppi giovanili, per un impatto di servizio con alcune realtà sociali (in questo numero si presenta già un tipo di strumento del genere, mediante il dossier sugli «anziani»);
    – sviluppando a fondo il problema dei giovani operai e del mondo del lavoro.

    • Il programma editoriale in corso di realizzazione prevede, infine, una serie di interventi a livello di studio su alcuni argomenti che possono completare sufficientemente il quadro dei «discorsi» della Rivista sull'impegno politico:
    – la serie degli articoli di Negri sulla «chiesa locale come autocritica della comunità»;
    – uno studio sul significato del «potere» nella nostra società, in prospettiva psicosociologica;
    – uno studio per delineare alcune suggestioni «specifiche» del cristiano nell'impegno politico;
    – un'analisi dal punto di vista storico-filosofico, sul significato dell'impegno politico, per giungere alle accezioni correnti nel mondo giovanile;
    – un approfondimento, quasi a sintesi conclusiva, del significato e delle modalità di un'educazione politica, per i giovani d'oggi.

    Sintesi degli interventi

    Tra i limiti riscontrati nella riflessione condotta in redazione, ci è parso significativo individuare la non sempre immediata chiarezza del «nostro» quadro. Qualche lettore ha avuto l'impressione che gli interventi nascessero disorganicamente, sotto l'urgenza di suggestioni o per la pressione della disponibilità dei manoscritti...
    Per guidare almeno ad una comprensione retrospettiva, offriamo una sintesi degli interventi già comparsi sulle pagine della Rivista. II quadro è completato inserendo nelle relative caselle i «progetti» in cantiere (sono contrassegnati da un asterisco).

    NPG 1972-04-10