Giovani e ecumenismo: azione o riflessione?



    (NPG 1972-01-72)

    In un convegno al «Salesianum» di Como, abbiamo incontrato due studiosi di problemi ecumenici, molto qualificati:
    – il prof. Gerhard Boss, Direttore del Centro ecumenico giovanile della Baviera, in Burg Feuerstein,
    – il prof. Laurenz Volken, già perito conciliare e docente di teologia dell'ecumenismo nella facoltà interconfessionale di Gerusalemme.
    Ad essi abbiamo rivolto alcune domande, costruite tenendo conto della situazione attuale italiana.
    All'intervista erano presenti anche alcuni giovani berlinesi, impegnati direttamente in attività ecumeniche. La loro presenza e le loro risposte sono state utili come momento di verifica delle riflessioni degli studiosi.


    FATTI E TENDENZE

    È in atto un nuovo clima: la chiesa del Vaticano II si è definita in chiave dialogica; il contesto socio-culturale attuale, gli scambi frequenti hanno fatto saltare molte barriere e pregiudizi tra le varie confessioni.
    Come si pone il «problema ecumenico» all'interno di questa nuova realtà sociale?

    VOLKEN – Posso rispondere alla questione sollevata indicando alcuni orientamenti che mi sembrano caratteristici del rapporto tra le varie chiese. Il problema ecumenico trova una linea di soluzione all'interno di questi orientamenti.

    ♦ Prima linea. Il confine tra le chiese, oggi, «attraversa» le chiese stesse. Mi spiego. Ci sono protestanti molto più vicini alla tradizionale fede cattolica... di molti cattolici. C'è un movimento protestante «conservatore» che incomincia ad avere una certa simpatia per il Papa. Mentre certi «progressisti» cattolici non hanno ritegno di insultarLo. Lo stesso si può dire a proposito di alcuni contenuti dottrinali. I protestanti «normali» non sanno più quale sia la credenza cattolica perché ci sono teologi cattolici... quasi protestanti.
    Tutto ciò non è solo «male»: ci si avvicina di fatto, nel campo della fede comune.

    Una seconda linea, che deriva direttamente dall'attuale contesto socioculturale. Anch'essa, attraversa le due confessioni, smarginandone il confine reciproco. Si tratta della riscoperta dell'aspetto sociale, «orizzontale» della fede. Questa spinta viene soprattutto dai calvinisti. I luterani sono meno favorevoli a questa dimensione. Ho sentito un amico teologo dirmi che questa spinta orizzontale del cristianesimo... viene dal diavolo. Di fatto esiste. Nell'impegno di animazione della realtà terrestre, di umanizzazione, nella promozione della giustizia, tutti, cattolici e fratelli separati, si trovano uniti, con la stessa intensità di partecipazione.

    E c'è una terza linea. Oggi si preferisce decisamente trovarsi assieme, cattolici e fratelli separati, non tanto per paragonare reciprocamente le differenze dottrinali, quanto per «fare» qualcosa assieme: studiare, pregare, lavorare. Soprattutto tra i giovani è viva questa tensione. Molti giovani affermano: parlare di problemi ecumenici è... andare a cose del passato. Di fatto hanno superato praticamente le distinzioni. Tant'è vero che una delle richieste più avanzate è l'intercomunione: dall'unità nella preghiera all'unità nella celebrazione dell'eucaristia.
    Questo atteggiamento ha un riflesso pratico anche nel superamento di preoccupazioni di «matrice», nella lettura dei libri. Uno slogan comune fino a qualche tempo fa tra i protestanti era: «catholica non leguntur». Oggi non esiste nessuna barriera. Anzi, spesso, c'è una vera ricerca: si chiede un nutrimento spirituale anche nella produzione teologica d'altri. Si legge o si ascolta chi dice cose interessanti. Non gli si domanda se è cattolico o protestante, purché si avverta decisamente che è «cristiano».

    IL RIFLESSO SUI GIOVANI

    Ci interessa scendere a note più vicine all'interesse specifico della nostra Rivista.
    Le riflessioni precedenti hanno di certo un riflesso anche sui giovani. Qualcosa è già emerso. Al prof. Boss, per la sua competenza specifica, chiediamo: Come i giovani sentono oggi il problema ecumenico? Lo vivono o se ne disinteressano? Secondo quali prospettive essi si stanno muovendo?

    Boss – Penso di conoscere abbastanza bene la situazione ecumenica dei giovani soprattutto tedeschi, da molte conferenze e incontri avuti. Più o meno il problema si imposta così. Un tempo i giovani cattolici e non cattolici si sentivano «separati» reciprocamente e quindi cercavano i campi in cui potersi unire. Oggi la prospettiva si è capovolta. Essi sentono, fondamentalmente, di appartenere gli uni agli altri, di essere «assieme». E si chiedono, criticamente: perché su questo o quel punto siamo separati?
    Questo è un capovolgimento radicale.
    In questo alveo confluiscono molti momenti diversi. Ne indico alcuni. L'avvertita solidarietà comune affonda le sue radici proprio qui.

    Il giovane di oggi non ha ancora uno spazio nella società; egli si trova come una pedina fuori posto nella società degli adulti. Per questo si pone con un atteggiamento critico nei confronti della stessa, mutuando dagli studiosi parole grosse che servono a descrivere questo disagio esistenziale: i giovani parlano di manipolazione, alienazione, repressione, frustrazione...

    Per arginare questo influsso alienante della società i giovani si uniscono, fanno corpo: nella scuola, nel lavoro, nel tempo libero. L'unione non passa attraverso le confessioni. Ma le attraversa, le supera. Ci si unisce in base al «che cosa fare», non alla propria fede o matrice religiosa.

     II giovane cristiano, oggi, non vive in «un luogo ristretto», al chiuso. Ha contatti continui con non-credenti. Il giovane cattolico con giovani non cattolici. I mass-media forniscono un'immagine della società unificata: non c'è una trasmissione per i cattolici e una per i non-cattolici. La diffusione dell'informazione porta a conoscere aspetti carenti della chiesa-istituzione, creando una mentalità critica (ben lontana da quell'atteggiamento di difesa in assoluto, comune tempo fa).

    Il decreto sull'Ecumenismo parla anche di collaborazione sul piano sociale. Ciò che il testo conciliare chiede, corrisponde esattamente a quanto i giovani di oggi sentono e fanno. Essi non sono tanto interessati alle differenze ideologiche o teologiche ma ad un impegno comune nella società.
    Si potrebbe definire questo movimento con una parola coniata in Francia: «ecumenismo secolare».
    Il termine può essere ambiguo. Ma se si intende l'impegno sociale di tutti i cristiani, in comune, per risolvere i conflitti che caratterizzano la nostra società... bisogna far voti che questo tipo di ecumenismo si sviluppi e si accresca. In esso si realizzano le beatitudini evangeliche e il massimo comandamento dell'amore.
    Questo impegno «umanistico», che ha al suo interno contenuti di fede e di pietà, fa da punto unificatore. Le divergenze dottrinali non giocano più un ruolo importante per la gioventù d'oggi. Ad essi interessa soprattutto la fede vissuta.
    Essi hanno un sospetto. Temono che continui a fare separazione soltanto la testardaggine di alcuni teologi, il peso proprio degli apparati ecclesiastici e delle istituzioni, la «burocrazia», in una parola.

    E i giovani... che cosa ne pensano?
    Finora abbiamo parlato «di voi». Siete d'accordo con le linee sottolineate dal prof. Boss? In che cosa concordate e in che cosa siete in disaccordo?

    HANS MARTIN – Penso che il problema dell'ecumenismo, tra i giovani, non sia tra i problemi fondamentali. Ci sono problemi più importanti. A mio parere fare qualcosa in concreto per l'unità significa eliminare i pregiudizi reciproci e riflettere sulle proprie posizioni per verificarne continuamente la serietà e la validità.

    WOLSINSKI – E molto importante lavorare assieme: tra cattolici e non cattolici. Ritrovarsi per discutere, confrontarsi, ma soprattutto per agire. Magari non si approderà a nulla di fatto. Ma la conoscenza e la stima reciproca sono un dato di fatto fondamentale.
    Un'altra cosa vorrei aggiungere. In molte comunità parrocchiali è difficile agire in senso ecumenico. Ci sono un sacco di ostacoli messi continuamente sul cammino. E spesso questi ostacoli vengono proprio da coloro che presiedono la parrocchia. Certe durezze, certo autoritarismo, una visione ristretta della nostra fede non permette di sicuro un approccio serio ed entusiasmante con i nostri fratelli.

    REINHOLD – A me pare che la stragrande maggioranza dei giovani non si interessi di problemi ecumenici. Vivono all'interno della confessione in cui sono nati e non si preoccupano affatto di incontrarsi con l'altra. C'è un baratro. E nessuno si preoccupa di colmarlo. Se la domanda rivolta a noi fosse stata presentata a molti giovani... non ci sarebbe stata alcuna risposta. Non hanno mai pensato, tanti miei amici, a queste cose...

    VERSO UN ECUMENISMO «SECOLARE»?

    Si è parlato di «ecumenismo secolare». I giovani hanno sottolineato soprattutto la istanza operativa. Le due indicazioni combaciano.
    Anche in Italia si verifica la situazione descritta. I giovani preferiscono incontrarsi sul piano dell'azione comune piuttosto che su quello della discussione teoretica. Chiediamo una parola di approfondimento. Che significato e che valore ha questo fatto? Quali sono i pericoli avvertibili, soprattutto in ordine ai problemi dell'ecumenismo?

    Boss – Dicevo che ci può essere un rischio, un equivoco in questo «ecumenismo secolare».
    La domanda mi invita a sottolinearlo.
    Il confronto sul piano delle idee non può essere sottaciuto. L'unità delle chiese non può essere ricostruita a scapito della verità.
    Oggi, questa insicurezza nei confronti delle differenze dottrinali viene sfortunatamente accresciuta da una insicurezza diffusa tra i teologi di tutte e due le chiese.
    Un problema li tormenta: come è possibile tradurre i contenuti della fede e della tradizione in un linguaggio che sia comprensibile agli uomini d'oggi? E che possa sostenere una critica scientifica oggi necessariamente richiesta?
    In tutte e due le chiese c'è una ricerca di nuove formulazioni. In ambedue le chiese esiste una linea di demarcazione che separa coloro che scrupolosamente si aggrappano a quelle parole che venivano usate secoli fa come risposta alle obiezioni che venivano fatte a quei tempi, da coloro che per obbedire alla fede di Dio vogliono presentare questa fede in nuove formulazioni.
    Dentro questa diatriba si situa, anche senza accorgersi, la gioventù d'oggi. I giovani d'oggi sono aperti all'ecumenismo. Ma se non ci si sposta da un cristianesimo ristretto e conservatore ad un atteggiamento più aperto, più biblico e cattolico... le loro aspirazioni saranno frustrate. E in nome dell'ecumenismo sarà rifiutata da loro la riflessione teologica. L'impegno, condotto assieme da cattolici e non cattolici, di umanizzazione della nostra società, sconfesserà e rifiuterà l'incontro sul piano dello studio teologico.

    REINHOLD – Non è facile, secondo me, lavorare sul piano pratico, senza aver fatto una precisa scelta ideologica. Non è possibile trovare un punto d'incontro serio, che «unisca», se non cercandolo anche nella riflessione teoretica e teologica.
    Un lavoro senza ideologia è un lavoro vuoto. Si potrebbe fare un paragone. I bambini, quando fanno qualcosa, lo fanno spontaneamente, senza alcuna ideologia. L'adulto ci pensa. Sa perché lo fa. Ma l'uomo «maturo» è l'adulto, non il bambino. Così è per l'ecumenismo.
    Quando parlo di teologia non intendo le elucubrazioni vuote e inutili... Ma agire solo sul piano pratico, senza una comune «teoria» alle spalle, per me è come giocare con argomenti teorici senza problemi... o giocare a spostare i problemi senza mai cercare di risolverli...

    HELLA – Anch'io penso che una riflessione teorica sia assolutamente importante. Un lavoro ecumenico senza teoria è impossibile e inutile. Però è vero. Forse è meglio incominciare a lavorare assieme, senza porsi i problemi. Lavorando assieme ci si stima, ci si conosce, ci si ama. Quando due persone si vogliono bene è molto più facile trovare una piattaforma ideologica su cui incontrarsi.
    Io sono quindi d'accordo sulla necessità della «teoria», nel lavoro ecumenico. Ma non la metterei come il punto di partenza. Prima il lavoro, l'incontro, la collaborazione. Da qui, lo studio e la riflessione.

    Il testo dell'intervista rimbalza sulla situazione italiana, sui problemi che ciascuno di noi vive nel proprio ambiente con indici di attenzione certo molto diversi. E facile relegare il tutto nel fascio delle informazioni tanto interessanti quanto prive di incidenza pratica.
    Per evitare questo slittamento di insignificanza, abbiamo preferito «guidare» il lettore al confronto con la propria situazione quotidiana. Abbiamo riflettuto sui quadri dell'esperienza, per cogliere gli aspetti più «dentro» la realtà giovanile italiana.
    Le indicazioni che seguono possono fornire una traccia di massima.

    GIOVANI ITALIANI ED ECUMENISMO

    Gli intervistati sono tutti tedeschi. Nasce immediatamente una serie di domande. Le cose sottolineate hanno senso anche in Italia?
    La non-convivenza, gomito a gomito quotidianamente, dei giovani cattolici italiani con giovani di altre confessioni religiose, non rende per loro il problema ecumenico astratto e lontano?
    C quindi possibile (o utile) farlo sentire loro?
    Realisticamente il problema ecumenico è «fuori»: tra i dati religiosi che contano meno. Per una buona fetta dei giovani cattolici italiani. Ci sono, per loro, problemi più importanti.
    Di fronte a questo fatto, l'operatore pastorale può accettare passivamente i dati e depennare l'ecumenismo dall'ordine del giorno del suo programma di attività. Questa soluzione non sembra pastoralmente qualificata. Guidare un giovane verso la maturità significa, tra l'altro, aiutarlo a decentrarsi. Ad uscire cioè dalla propria pelle. A rompere il cerchio funzionalistico delle valutazioni: quello che per me, qui-ora, non è importante, non è importante in assoluto. Se questo vale in generale, ha un peso tutto particolare all'interno della maturazione della fede. La chiesa è per definizione «cattolica», quindi trascendente i limiti e le situazioni particolari. Uno è cattolico quando i problemi della chiesa universale sono i suoi problemi.
    L'ecumenismo è respiro ecclesiale.
    Lo scandalo delle divisioni fra cristiani è uno dei drammi più gravi del cristianesimo nel mondo attuale.
    Dunque, l'operatore pastorale dovrà inventare modi concreti per far avvertire la significatività del problema e far crescere il desiderio di collaborare per la sua soluzione.

    COSA DICONO AI GIOVANI ITALIANI I DATI DELL'INTERVISTA

    La lettura attenta dell'intervista conduce a rilevare che molti dei problemi emersi sono analoghi ai problemi che agitano i giovani italiani. Là sono letti in chiave ecumenica; qui hanno un'altra risonanza. Ma i contenuti sono gli stessi. Sottolineiamo alcune delle analogie più immediate.

    In Germania la differenza passa all'interno delle chiese: ci sono dei protestanti che si trovano più in consonanza con i cattolici che con i loro correligionari. Lo stesso vale per i cattolici. In Italia si riscontra un fatto analogo: ci sono cattolici (soprattutto giovani) che si trovano più «vicini» nella sensibilità, nell'analisi e negli interventi, ai loro coetanei marxisti che a loro coetanei cattolici.

    È la «provocazione «proveniente dalla realtà che unifica i giovani, al di là delle fedi: l'unità sta nell'azione comune.
    Molti gruppi giovanili ne hanno fatto una precisa esperienza. Tant'è vero che... hanno paura delle riflessioni, per timore di perdere di coesione e di unità. Ma non tutto finisce qui. I giovani tedeschi hanno rilevato, dal punto di vista ecumenico, l'esigenza di una riflessione teorica, per giustificare l'azione comune e concreta. Così, anche nei gruppi giovanili italiani di collaborazione attiva, ad un certo punto, si è imposto il bisogno di «riflessione», con conseguente crisi. Si tratta di crisi benefiche, perché conducono a chiarire la propria identità profonda, quell'identità che tende a svanire nell'evasione dell'azione.

    Gli intervistati hanno sottolineato unanimemente che l'ecumenismo sta diventando «ecumenismo secolare». La dimensione orizzontale della fede unifica le varie confessioni, con il conseguente pericolo di svuotarle in quanto «fede».
    È il dramma di molti gruppi e giovani. L'urgenza dei problemi da risolvere può far sottacere il senso della propria identità.
    Il pericolo non è meno grave sull'altro versante: una fede non coinvolta nella storia è alienante.
    Si ripropone lo spinoso problema dell'equilibrio.

    Due fatti correlati sono presenti anche nel contesto italiano. E possono indurre ad un certo irenismo pratico, che rimuove i problemi invece di risolverli. Alcune esperienze molto interessanti (vedi per esempio Taizé) e un livellamento di valori caratteristico della nostra società, che fa sfuocare il senso di appartenenza religiosa e le caratteristiche confessionali, possono portare alla percezione che tra cattolici e non-cattolici ormai non c'è nessuna distinzione pratica. Si può di fatto vivere assieme totalmente.
    Gli intervistati hanno sottolineato i grossi vantaggi di questa nuova mentalità: ci si sente «assieme», alla ricerca di ciò che fa contrasto, stando all'interno della stessa chiesa. Ma hanno ricordato anche il rischio dell'evasione. La chiarezza è elemento essenziale nell'educazione. L'identità può degenerare in opposizione; come la mancanza di identità porta alla perdita della verità personale e quindi non conduce alla vera unione.