(NPG 1972-06/07-77)
GLI INIZI
PERCHÉ ABBIAMO COMINCIATO
Un anno e mezzo fa, chiacchierando con degli amici, molto francamente Tommaso affermava: «È inutile, non c'è niente da fare. Non vedi che tutti gli altri operai come noi se ne fregano? Le ragazze, i soldi, una posizione: questo sì che conta! Non vi è nessuno che la pensi diversamente». Uno sfogo che conteneva almeno tre cose molto importanti:
– oggi non è spontaneo fermarci a riflettere sulle cose che facciamo;
– questa riflessione è quasi impossibile farla da soli: è necessario l'aiuto di un gruppo;
– effettivamente a Torino la situazione dei giovani operai è come dice Tommaso.
Due incontri:
• A Lyon, Parigi, Bourg S. Maurice, Giampiero, Gianni e Claudio hanno conosciuto dei gruppetti di giovani operai che si trovano appunto per parlare della loro vita, dei loro problemi. Gruppi di giovani operai cristiani sono sparsi un po' in tutta la Francia.
Per noi: l'esperienza dell'ascolto: comprendere, vagliare e assimilare un tentativo già abbastanza collaudato.
• Da Altamura (prov. di Bari) arriva a Torino Pino, per un corso di addestramento pratico alla Fiat. Ci parla delle sue scoperte con altri giovani operai di Altamura, delle azioni condotte insieme. Ci porta i fascicoli di documentazione sul lavoro svolto tra le magliaie e gli edili. Scopriamo che in Italia si sta dando inizio seriamente a gruppi di giovani operai cristiani. È uno sprone per andare avanti.
I PRIMI TENTATIVI
All'inizio alcune domande che ci siamo poste e alle quali abbiamo tentato di dare subito una risposta.
– Con chi intendiamo incontrarci?
L'immediata risposta è: con giovani operai.
La risposta dunque delimita: l'età (giovani), la condizione (operai). Vediamo in seguito che nella stessa condizione rientrano senza sforzo alcuno anche gli impiegati di ufficio e gli studenti delle scuole professionali.
Stiamo addirittura scoprendo una certa omogeneità e analogia di condizione con alcuni studenti universitari.
Ma c'è una risposta più precisa e più personale: sono degli amici che abbiamo conosciuto vivendo insieme, o sul lavoro o al sindacato; sono ragazzi meridionali che vivono insieme nella stessa casa; sono gli amici degli amici, i compagni di lavoro, i vicini di quartiere.
– Come allargare la cerchia?
Proviamo due piste:
– le scuole professionali e quelle per apprendisti
– i giovani preti che conosciamo.
• Le scuole
La scuola diventa occasione di incontro con moltissimi ragazzi. Si pensa dapprima di lanciare una grande campagna-inchiesta sull'avvenire professionale. Si preparano dei ciclostilati. In realtà la marcia è più faticosa del previsto:
– per lavorare insieme su un obiettivo bisogna conoscersi meglio;
– l'obiettivo (campagna-inchiesta) deve essere preparato insieme e sentito come proprio problema, non come cosa imposta.
• I preti
Facciamo tre incontri. Una disponibilità di massima è verificabile in tutti, ma si è restii a partire davvero: «giovani operai non ne conosco...», «non ho il tempo...», «la parrocchia non permette questo lavoro...»,
«ci sono già troppe altre cose da fare...», «bisognerebbe che vivessi in un'altra condizione...».
Ci chiediamo a questo punto se stiamo percorrendo la via esatta, se è giusto partire o formare dei gruppi di giovani operai
– da chi è estraneo alla vita operaia;
– con delle proposte già bell'e fatte.
Ci pare che a formare e a guidare gruppi di giovani operai non possano essere che i giovani operai stessi.
QUALCHE REALIZZAZIONE
Con questi limiti e con queste prospettive, siamo partiti. Non abbiamo problemi di numero, nel senso che non siamo preoccupati di raggiungere tutti i giovani operai... che lavorano a Torino.
Ci muoviamo lentamente, nella cerchia degli amici: uno estende l'invito all'altro, quando si convince che le cose che si vanno facendo sono perlomeno serie e interessanti.
Le pagine che seguono tentano una documentazione delle «cose» che abbiamo fatto, in un paio di anni di attività.
una documentazione... strana. Invece di descrivere a parole la nostra attività, ci pare più concreto trascrivere alcuni dei ciclostilati che abbiamo l'abitudine di inviare «dopo» i vari incontri, come pro-memoria per coloro che hanno partecipato.
Leggendo queste pagine con calma e con attenzione è facile scoprire le linee con cui cerchiamo di muoverci. Ci sono parecchie ripetizioni, proprio perché ci pare importante girare sempre attorno ai problemi che incontriamo tutti i giorni nella fabbrica...
Praticamente la documentazione si riferisce:
– ad un tentativo di animazione di alcuni pensionati per giovani operai,
– alla sensibilizzazione di una scuola professionale per segretarie di azienda,
– ad incontri di riflessione, aperti a giovani operai,
– a campi estivi per approfondire con maggior calma alcuni temi,
– al contatto ricercato con altri gruppi simili al nostro.
I PENSIONATI
A Torino esistono molti «pensionati» per giovani operai: vi sono ospitati soprattutto giovani immigrati.
In tre di essi sta muovendosi qualcosa.
Abbiamo incominciato di lì, con metodi molto diversi, perché ogni pensionato vive una sua realtà propria.
Pensionato di Via Perrone
Un vecchio alloggio quasi nel centro di Torino, per 18 giovani operai. Dall'autunno scorso tutti insieme abbiamo deciso di gestire da noi stessi il nostro pensionato: ogni tre mesi si nominano due responsabili. Leo ha formato con Gino la prima coppia di responsabili.
Ecco la sua esperienza.
«Certamente la mia impressione nelle ultime settimane dell'ottobre '70 era molto deludente. Tra noi compagni non ci si guardava neppure in faccia e ci si teneva ognuno per conto suo, senza che nessuno, compreso me, si rendesse conto che ci si stava comportando in modo troppo freddo. Secondo me, il fatto di non comunicare tra noi ci portava anche a non saper comunicare verso l'esterno. Di qui provenivano conseguenze psicologiche abbastanza gravi: malinconia, mancanza di affetto, nostalgia della nostra casa, della nostra terra, dei nostri genitori. In questo stato, un giovane alle sue prime esperienze sul campo del lavoro si sente distrutto e il morale va a pezzi.
Passato qualche mese, mi accorgevo che qualcosa stava cambiando dentro di noi. Abbiamo cominciato ad impegnarci un pochino, le cose sono andate un po' meglio e già si cominciava a vederci tutti insieme e a discutere tra noi. Già questo, almeno in me, ha portato molta esperienza, sia nel campo comunicativo (comunicare con gli altri), che nel campo delle responsabilità personali. Anche nella religione di Cristo ho avuto esperienze del tutto nuove, cioè come è facile comunicare direttamente con il Vangelo, liberamente, senza aver paura se criticavo alcune pagine o non le capivo o le interpretavo male. Una volta invece non immaginavo neppure di poterlo fare. Anche perché ero abituato a un tipo di cattolicesimo del tutto autoritario e opprimente, cosicché ti veniva facile pensare male della chiesa e dei suoi errori sociali.
Ma quello che più mi ha colpito è stato quando don Michele ha voluto che ciascuno di noi si rendesse responsabile del pensionato. Certamente questo mi ha messo con le spalle al muro e penso che sia stato così anche per i miei compagni. Ma poi ci siamo fatti coraggio e messi nella realtà delle cose, si è deciso di eleggere un presidente e un vicepresidente tra noi compagni.
Da questa mia responsabilità ho avuto molte esperienze positive. Prima di tutto, come ci si senta più uomini facendo qualcosa per gli altri e come si impari a comportarsi umilmente con tutti, anche quando si hanno delle responsabilità. Altro fatto importante è che, impegnandomi in quel pensionato, mi è venuto più facile inserirmi nel campo operaio sindacale e impegnarmi con la stessa forza d'animo per i problemi della fabbrica, per cercare con i miei compagni di lavoro di migliorare le nostre condizioni, di farci sfruttare di meno. Tutta questa volontà penso mi sia venuta dal buon andamento che si era venuto a creare nel nostro pensionato; di questo debbo ringraziare tutti i compagni».
In queste ultime settimane, due novità:
• si sta riflettendo sul servizio del nostro pensionato per i ragazzi nuovi che arrivano a Torino e quindi sulla necessità di trovare altre soluzioni per i compagni che presto torneranno dal servizio militare;
• sulla opportunità di dividerci per la riflessione in gruppetti più piccoli e omogenei, per realizzare una presenza più costante e per poterci mettere in causa più personalmente.
Pensionato di Via Ambrosini
Ci si incontra ogni tanto la sera a riflettere. Carmelo e Pino hanno partecipato regolarmente al corso per militanti dai cappellani del lavoro. Ecco il resoconto di un incontro successivo ai due giorni di riflessione religiosa tenuti a S. Jacques.
– Carmelo: quello che abbiamo detto a S. Jacques è molto interessante. Però Benedetto voleva parlare della situazione del lavoro e non ha potuto. Bisognerebbe dedicare un po' più di tempo a queste cose.
Ad esempio, Benedetto lavora da due mesi ad una macchina che fa 100 pezzi l'ora. Il cottimo è a 100 e lui sarebbe a posto. I suoi compagni invece ora fanno 150-170 pezzi solo per farsi vedere, per farsi belli. Benedetto invece è nuovo e non ce la fa. Intanto il capo ha tagliato i tempi e rialzato il cottimo.
– Salvatore: Anche dove lavoro io è la stessa cosa. Sono solo 15 giorni che lavoro all'Indesit. Mi hanno messo a riparare televisori sulla catena di montaggio. Un ritmo che non si può seguire. Bisogna sempre andare di corsa. Venerdì poi una donna ha aumentato la produzione; invece di 10 ne fa 12 l'ora. Tutte le altre devono aumentare pure loro e ce la fanno a stento. lo, nuovo, sono nelle stesse condizioni. Non lo fa per i soldi, solo così per farsi vedere bene dal capo, per ruffianarsi, come diciamo noi.
– Di Marzo: Ascolta cosa mi è capitato dove lavoravo due anni fa. Ero in una fabbrica e dovevo saldare su di un tubo due palline di ferro. Bisognava farne 120 l'ora. lo mi sono informato quante ne faceva il mio compagno, un piemontese: ne faceva 120 giuste. lo pure ne feci 120, né più né meno. Quello sporco piemontese improvvisamente si è messo a farne 175 e io non ce la facevo più. È venuto il capo a dirmi di andare più in fretta; io gli ho risposto che non ce la facevo. Dopo qualche giorno sono arrivato in ritardo. Con questa scusa mi hanno licenziato; ma tutto a causa di quel piemontese balordo.
– Carmelo: Io poi un lavoro come quello che fa Benedetto non lo farei mai. Lui non fa altro che mettere e togliere i pezzi dalla macchina e basta. Non impara niente, capisci? Non ci trova nessuna soddisfazione. Un lavoro del genere non va bene per dei giovani come noi. Ho già litigato tre volte con il mio operatore e ho rischiato di farmi licenziare. Ho studiato due anni per prendermi una qualifica; adesso è più di un anno che lavoro alla stessa macchina, la conosco già tutta. Eppure quando si rompe un pezzo non posso aggiustarlo: devo stare lì con le mani in mano aspettando che arrivi l'operatore. Lui queste cose non me le lascia fare perché ha paura di perdere il posto. Questo non è giusto! lo ho diritto a imparare come funzionano le macchine.
– Salvatore: Anch'io sono un tecnico televisivo. Mi arriva il televisore e in 5 minuti, se è guasto, bisogna capire dove è il guasto e aggiustarlo. Ma come si fa a fare così in fretta? Per questi lavori bisogna avere il tempo di pensarci un poco, di ragionare. Invece non ne hai ancora preso uno che già arriva l'altro. L'altro giorno poi è stato bello. I televisori arrivavano tutti con un pezzo saldato male. Bisognava staccarlo e metterlo a posto. lo impiegavo solo per questa lavorazione almeno due minuti e mezzo, quindi non stavo nel ritmo. È arrivato il capo e mi ha detto: «È possibile che tu vada così piano? Non vedi che è una cosa da niente? Adesso ti faccio vedere io». Lavorava veloce come un pazzo, eppure ha impiegato più di tre minuti. Ha ancora farfugliato qualcosa, poi se ne è andato. Mentre lavorava poi volevo chiedergli se pretendeva che io andassi per otto ore a quel ritmo pazzesco.
Abbiamo cercato di valutare insieme queste situazioni:
– i ritmi di lavoro
– i compagni che accelerano il ritmo
– la solidarietà sulla catena.
Cercando di portare avanti una valutazione profonda di questi fatti ci siamo riferiti al Vangelo. Abbiamo insieme sottolineato il messaggio di fraternità che ne viene fuori chiaro e che ci impegna a cambiare molte cose e soprattutto l'esempio di Gesù Cristo: uno che non se ne è fregato degli altri per fare i comodi suoi.
L'impegno concreto è di aprire una discussione in fabbrica con i compagni di lavoro su tutte quelle cose di cui si è valutata l'importanza.
Pensionato di Via Asiago
Qui gli incontri sono un po' meno frequenti. Franco, Toni e BacchiAntoni partecipano quasi sempre al corso per militanti in zona Francia.
Ecco una delle prime conversazioni (la chiacchierata è un po' guidata da un ragazzo esterno al pensionato):
– G.: Come va la vita? e il lavoro...
– Bacchi-Antoni: Lavoro ce n'è sempre molto. Più ne fai, più ce n'è.
– Toni: Prima, per fare uno stampo intero, ci voleva un mese in tre operai. Adesso ne dobbiamo fare uno per Natale ed è solo una settimana che ci lavoriamo! (nota: l'incontro si è svolto il 20/12/70).
– Franco: Ieri però il padrone ci ha dato 5.000 lire a testa come premio (naturalmente fuori busta, ndr).
– Bacchi-Antoni: Sì, però la tredicesima non ce la dà fino al 24 sera, alle 18!
– G.: Vi vedo un po' stanchi stamattina; tu, Franco, sembri ancora addormentato... Toni: Eh, si lavora...; poi andiamo e veniamo a piedi (2 km) con la nebbia e con il freddo. Adesso, però, per Natale, ci arriva la macchina!
– G.: Una 500?
– Toni: Ci credi proprio gente da 500? Abbiamo comprato una 850 coupé in tre. Di soldi non ne spendiamo, perché li anticipa il padrone e poi ce li trattiene sulla busta paga. Così non ce ne accorgiamo neppure.
– G.: Ma non vi pare che in questo modo vi siete legati un po' troppo al padrone? Adesso siete costretti a lavorare quante più ore vi è possibile.
– Bacchi-Antoni: Macché legati! Noi siamo liberi. Solo che lui fa con tutti così. Cosa vuoi, da noi non ci sono sindacati, paga Io straordinario fuori busta, ci fa lavorare come matti. Almeno ci dia una mano per la macchina! Anzi domani il nostro capo va lui stesso a controllare la macchina che comperiamo e se non va bene diminuisce lui il prezzo, tanto la macchina è di un dipendente di Ceresa. Poi per le ferie possiamo tornare in Sardegna con la 850 coupé: ci pensi?
– G.: E mercoledì cosa avete fatto? (era stato indetto uno sciopero di 4 ore per le riforme sociali).
– Bacchi-Antoni: Il capo officina è venuto a dirci di andare a casa, per non fare tafferugli con quelli della Pininfarina. Avevano sentito che quelli della Pininfarina volevano venire a farci fare sciopero.
– G.: Voi come valutate un fatto simile?
Toni: Lì dentro nessuno si muove: sono tutti crumiri. Cosa vuoi che facciamo noi da soli?
– G.: Ma tra i vostri 700 compagni ce ne sarà ben qualcuno furbo! Bacchi-Antoni: Beh, qualcuno c'è: 40-50 ci saranno, basterebbe cercarli.
– Franco: Sì, difatti sulle porte dei gabinetti c'era scritto: «Vogliamo l'assemblea, i sindacati nella fabbrica, facciamo rispettare i nostri diritti».
– Bacchi-Antoni: E poi passa subito l'imbianchino a cancellare ogni volta che compaiono. Sì, bisogna che cerchiamo quelli che la pensano come noi. Ma come fare? (Dopo un po' di tempo a «ruota libera» si cerca un tema preciso). G.: Adesso ci conviene soffermarci un momento sugli effetti che ha su di voi il lavoro. Avete tutti l'aria stanca; Franco poi ha gli occhi a mezz'asta! Bacchi-Antoni: Eh, sì: noi lavoramo 10 ore e mezzo al giorno e lui (Toni) 12 o 13: sfido che poi non ce la facciamo! Franco il sabato lavora solo fino a mezzogiorno: beato lui!
– Toni: lo arrivo a casa la sera che non ho più voglia di fare niente. Mangio, sto un po' seduto, poi vado a letto. Intanto, cosa vuoi fare altro?
– Franco: Ma io sono venuto qui per lavorare: certo che mi stanco, però guadagno! Bacchi-Antoni: Qualche sera andiamo al cine, ma qualche volta ci addormentiamo in sala. La nostra vita si riduce proprio a lavorare, mangiare e dormire. G.: Mi pare che Bacchi-Antoni abbia detto una cosa molto importante. La nostra vita rischia di ridursi a «lavorare-mangiare-dormire». Non vi pare? Ma allora chiediamoci: che differenza c'è tra noi e le bestie?
– Bacchi-Antoni: E noi non siamo animali?
– G.: Ma perché abbiamo una testa per pensare e un cuore per voler bene? Ma se è così, bisogna dedicare un po' di tempo per pensare, per interessarsi... Toni: Ma a cosa vuoi pensare! Non c'è tempo!
– G.: Qui ti volevo! Pensa anzitutto alla tua situazione in fabbrica, se va bene o no; cerca di sapere quali sono i tuoi diritti, cosa puoi chiedere, ottenere, ecc... Informati di cosa succede nel mondo. Ad es.: sapete che i portuali polacchi sono scesi in sciopero e ne sono morti da 15 a 20; sapete di quello studente ucciso dai carabinieri a Milano?
(Scena muta).
– Bacchi-Antoni: Bisogna trovare del tempo. Lavorare un po' meno e informarsi, leggere... In tutti questi due mesi abbiamo comprato tre giornali: 3 Tuttosport. In conclusione: ci si impegna a comprare il quotidiano e a leggere un buon settimanale.
– G.: Ancora una domanda: Se Gesù Cristo fosse qui, cosa ne direbbe di tutto questo? Pensate al Vangelo. Pensate che ci sia qualcosa che si riferisce a quello che abbiamo detto stamattina?
La domanda viene accolta abbastanza bene, ma non si trovano risposte. Allora è Gianni che suggerisce alcuni spunti progressivi:
* «santificare le feste»: tempo libero per l'uomo e per Dio
* «l'uomo non vive di solo pane»
* «non c'è pace tra Dio e il denaro».
UN GRUPPO IN UNA SCUOLA PROFESSIONALE
Dopo gli scioperi e le assemblee di novembre, falliti a causa della nostra impreparazione e del quasi totale menefreghismo, il nostro professore di religione ci propose di incontrarci con lui per discutere alcuni problemi, specialmente quelli che riguardavano la nostra scuola e il significato di una scuola «professionale» (la nostra è una scuola per segretarie di azienda).
All'inizio siamo partiti dai problemi della nostra famiglia, dal lavoro che svolgono i nostri genitori. In seguito abbiamo trattato un problema che ci riguarda più direttamente: il problema della nostra scuola. Lo spunto ci fu dato dalle segretarie di una scuola braidese che erano nelle nostre stesse condizioni: ciò ci fece capire che si tratta di problemi che non riguardano solo noi, la nostra scuola, ma anche altri nello stesso nostro ramo.
L'importante adesso era prendere coscienza di questo problema; abbiamo cominciato allora a vedere come certe materie non ci servissero assolutamente a niente. Studiavamo testi di commercio in francese e in inglese: una serie di regole da sapere tutte a memoria. Queste erano le materie più banali. Poi, con uno sciopero e con l'assemblea fatta con i professori, siamo riusciti loro malgrado ad abolirle, sostituendole con la lettura di un quotidiano in lingua francese. Fu questa la prima azione valida in due anni di studio e servì a farci capire che potevamo fare ancora di più. Intanto, con il tempo, si riuscì a rendere omogeneo il gruppo che adesso conta circa 10 componenti.
– La prima campagna-inchiesta
Tutti insieme stendemmo una traccia per il questionario che doveva servire di base per la riflessione nostra e dei nostri compagni. Le domande erano 6. Da esse si poteva capire:
* da chi era frequentata la scuola (provenienza, famiglia, ecc...);
* perché avevano scelto quel tipo di scuola;
* se la scuola riesce a realizzare le aspettative.
Con le domande alla mano cominciammo a girare le aule e ad incontrarci con i compagni, con molti dei quali forse non ci si salutava neppure, spiegando loro questa campagna-inchiesta.
Sono stati distribuiti 120 questionari; abbiamo ricevuto 70 risposte. I questionari furono presi sul serio. Le risposte non erano affatto sbrigative, ma ragionate. Facendo lo spoglio abbiamo visto che:
* la nostra scuola è frequentata per lo più da figli di operai;
* si è scelto questa scuola perché offre la prospettiva di un posto di lavoro dopo poco tempo;
* la scuola non solo non prepara alla vita, ma addirittura a volte spinge ad agire con idee sbagliate.
– La seconda campagna-inchiesta
* il nostro futuro lavoro;
* se quello che facciamo a scuola servirà per il lavoro.
Dalle risposte abbiamo costatato:
* che la scuola, impostata così come è, purtroppo non serve né per il futuro lavoro, né per una cultura propria;
* il nostro futuro lavoro sarà per lo più meccanico: «batto a macchina, tengo la contabilità, rispondo al telefono...».
un lavoro per il quale tre anni di studio sono totalmente sprecati: basterebbe fare un corso accelerato di 6-8 mesi per imparare a scrivere a macchina...
GLI INCONTRI DI GRUPPI DI GIOVANI OPERAI
Da due anni abbiamo iniziato una nuova esperienza: il tentativo di trovarci assieme fuori dell'ambiente normale di vita.
Le occasioni che hanno dato origine agli incontri sono le più disparate:
– presso i cappellani del lavoro: i cappellani del lavoro hanno messo a disposizione la loro casa. Sono stati fatti inviti.
Come primo tentativo ha risentito di incertezze e scompensi. Comunque eravamo una quindicina di ragazzi e ragazze che convergevano in sede da vari punti di Torino e da ambienti abbastanza diversi;
– Chieri: Giampiero e Gianni hanno fatto alcune ore nelle scuole serali ENAIP. Ne è scaturita la proposta di continuare le conversazioni fuori dalla scuola. Con una decina di giovani ci si incontra una domenica mattina su due;
– zona Francia: qualcuno è stato invitato a venire da insegnanti delle scuole professionali; qualche altro dal viceparroco della sua parrocchia; altri da amici. Siamo apprendisti, operai, commesse, impiegati. C'è anche qualche studente. Ci si incontra ogni due domeniche.
La linea con cui si realizzano questi incontri è abbastanza simile. Abbiamo una abbondante documentazione a proposito del primo incontro. Trascriviamo qualche pagina.
LA VERIFICA DEI FATTI
Siamo partiti dalla comune costatazione della necessità che abbiamo di:
– prendere coscienza della situazione in cui viviamo,
– saper valutare criticamente i fatti,
– ricercare e intraprendere un'azione efficace.
Abbiamo quindi incominciato a considerare la situazione di ciascuno, nel suo ambiente di lavoro.
♦ L'organizzazione del lavoro riduce gli uomini a macchine e rende sempre più difficili le conversazioni.
– Salvatore: «Quando uno entra nuovo, anche da riparatore, lo mettono in linea. In linea non c'è tempo né per discutere né per parlare, neppure per andare al gabinetto. Nell'intervallo si parla un po' coi vicini. Ma non si arriva mai a qualcosa di serio: né io conosco gli altri, né gli altri conoscono me».
– Carmelo: «In fabbrica c'è il capo che ti controlla. Anche se fai la produzione non sei mai libero».
– PierLuigi: «Il rumore nel mio reparto è così assordante che non si capisce una parola; per poterci parlare dobbiamo andare nei gabinetti».
♦ Ma molte volte sono gli stessi compagni di lavoro che non accettano di mettersi in causa personalmente quando si parla.
– Renata, impiegata: «Con molte compagne di lavoro ci si conosce solo di vista. Con quelle del mio gruppo, si riesce a parlare di cose interne, se il discorso si sposta fuori diventano cose "politiche", e nessuno ne vuole più parlare».
– Michela, impiegata: «Nel mio ufficio siamo in sette. lo riesco a parlare solo con una collega. Le altre non mi rivolgono neppure la parola. Parlano tra di loro dei bambini, della casa e basta. I nuovi nessuno li aiuta: le colleghe fanno di tutto per mandarli via. L'ultima arrivata era appena uscita dalla scuola e non aveva esperienza: le altre erano subito pronte a denunciare i suoi errori».
♦ E la rottura, il giudizio, l'insensibilità, partono non di rado anche da noi.
Una di noi diceva: «lo dico che è inutile parlare con certe persone. Ad es.: ho troncato i miei rapporti con quella ragazza che vive solo per il 10 di condotta. A scuola di religione le mie compagne discutono sul problema di Dio: io non partecipo più perché l'ho già superato».
Questi fatti (tratti dalle nostre discussioni) ci dicono che:
1. La nostra società (la fabbrica, la scuola) è basata sui valori dell'arrivismo e del menefreghismo. Essa ostacola potentemente gli sforzi degli uomini a capirsi e a comprendersi.
2. Spesso però anche noi stiamo a questo gioco individualistico. E siamo portati a chiuderci nel nostro guscio. A pensarci superiori agli altri, a cercarci la nostra via privata, a trattare i compagni come delle cose.
Ne è seguita questa riflessione: anzitutto una denuncia radicale del tipo di società in cui viviamo e dell'organizzazione attuale del lavoro. Dalle nostre stesse esperienze viene fuori molto chiaramente come ciascuno di noi ha dovuto pagare più o meno duramente il suo prezzo alla società dei profitti.
Ragazzi e ragazze
– che non hanno potuto studiare
– che hanno dovuto lasciare i loro paesi e le loro case
– che non hanno un lavoro secondo le loro aspirazioni e le loro qualifiche
– che praticamente sono impediti di imparare veramente un mestiere, dovendosi limitare a fare ciò che immediatamente serve per produrre di più.
Questa denuncia non la facciamo
– da pazzi visionari che sognano la luna
– da rivoluzionari spacca-tutto
– per il solo gusto di cambiare.
Ma la facciamo in nome della libertà e della dignità di ogni uomo.
questa la nostra scoperta: ciascuno di noi deve poter essere libero di realizzare tutte le proprie doti e quindi di portare il proprio contributo alla costruzione di un mondo dove non sia più il denaro al di sopra di tutto, ma l'amicizia, il rispetto, la crescita comune di tutti gli uomini.
Negli incontri successivi abbiamo visto che è possibile realizzare dei rapporti diversi.
– Carmelo: «Un giorno ho litigato a lungo con un compagno di lavoro che produceva 70 pezzi in più rispetto a quelli che gli erano richiesti. Quell'operaio, grande e grosso, voleva regolare i conti a botte. Qualche giorno dopo gli ho spiegato di nuovo con calma tutte le cose. Mi ha chiesto scusa e mi ha voluto a tutti i costi pagare il caffè».
– Salvatore: «Pochi giorni fa, sulla catena vicino a me, sono arrivate delle donne che non ce la facevano a mantenere il ritmo. Erano in prova. Sapevo che potevano essere licenziate. Ogni giorno do loro ogni tanto una mano perché ce la facciano».
– Pino: «C'è un operaio che non ha mai fatto sciopero. Gli ho passato la delega sindacale: l'ha buttata nel cestino. Comunque, anche se adesso non mi parla, tra un mese inizierò di nuovo a salutarlo».
Capire che la nostra società porta ad un comportamento individualistico, vuol dire comprendere di più i nostri compagni di lavoro e giudicarli o condannarli di meno. Ogni persona ha una storia; è una storia, tessuta di tanti fatti, condizionamenti (ambiente, famiglia, paese, compagni), oppressioni (emigrazione, lavoro). Prima di giudicare dobbiamo comprendere.
Chi «non mi va», ha qualche cosa che lo blocca, che lo rovina, ma non dipende solo da lui ciò che lo blocca.
Gli uomini non si dividono in buoni e cattivi.
Dentro ciascuno di noi si gioca questo dramma. ll bene e il male li trovo dentro di me.
Per un atteggiamento più vero:
Simpatia verso l'uomo, verso ogni nostro compagno. Comprensione che va ai problemi più cruciali di ognuno:
– gli uomini sono più vittime che colpevoli
– gli uomini non sono colpevoli da soli
– gli uomini sono più umiliati che prepotenti.
Fiducia nelle possibilità nostre e degli altri:
– se si risveglia la nostra dignità di uomo e di Figlio di Dio
– se contiamo sulla solidarietà
– se siamo capaci di vedere dentro alle cose e agli uomini, senza lasciarci affascinare dalle apparenze.
Queste riflessioni ci portano quindi a rivedere il nostro atteggiamento verso Nomo.
Se non c'è un rinnovamento interiore, si ricreano le divisioni di classe all'interno della stessa classe operaia.
Se un significato ha la lotta operaia, è nel ritrovare nell'operaio l'uomo.
LA SCOPERTA DEL VALORE DELLA SOLIDARIETÀ
Lentamente ci siamo accorti che attraverso questi nuovi rapporti all'interno della fabbrica, gli operai contribuiscono alla crescita di un popolo solidale.
All'inizio della nostra riflessione molti di noi hanno osservato come, nel loro ambiente di fabbrica o di ufficio, sia molto difficile scoprire una solidarietà tra compagni. Tutti noi abbiamo individuato nell'egoismo, nell'individualismo, nei soldi, le cause che più ci dividono e ci mettono gli uni contro gli altri.
Esistono, spesso, dei problemi comuni (orario, qualifiche, straordinari...) e tutti in genere siamo coscienti di essi, ma di fatto molti cercano soluzioni individuali ad essi, soluzioni che evidentemente non possono tener conto degli altri, di un comune legame.
Abbiamo poi scoperto, poco per volta, alcune esperienze molto valide che dimostrano come si abbiano degli esempi di solidarietà e di unione nel mondo operaio.
Il caso di operai che scioperano per la difesa del posto di lavoro di «altri operai. o la presa di posizione di un reparto intero contro la sospensione di tre operai di un «altro reparto» sono evidenti segni di tale unione. Qualcuno ha ancora osservato come spesso dietro questa apparente unione non si riescano ancora a superare le tradizionali barriere tra Nord e Sud, tra giovani e vecchi, tra qualificati e manovali.
Nonostante ciò per tutti è risultato che lo sciopero e la lotta nelle nostre fabbriche sono i momenti fondamentali in cui si esprime la solidarietà tra compagni: in questi momenti di lotta ci si trova uniti contro gli interessi del padrone per affermare il nostro diritto ad essere trattati da» uomini» e non come mezzi di produzione.
Può accadere che questi momenti siano limitati ad una ricerca di un livello di benessere più alto e non invece per arrivare ad un maggior potere di decisione in fabbrica, ad una maggiore possibilità di espressione. Non è quindi solo la ricerca di avere qualche cosa in più che ci unisce, ma una stessa situazione, siamo tutti eguali», la comune sofferenza all'interno delle fabbriche dove tutti siamo sottoposti all'identico sfruttamento: i problemi e le lotte di una fabbrica sono i problemi e le lotte di tutte le altre.
Nella nostra ricerca abbiamo infine ascoltato l'esperienza di alcuni di noi, ancora studenti, e di altri che da poco hanno lasciato la scuola: è apparsa chiara a tutti la funzione di divisione e di discriminazione che l'istruzione ha all'interno della classe operaia anziché essere uno strumento per una elevazione comune. Diplomi e qualifiche sono sempre ciò che ci mettono l'uno contro l'altro, e la mentalità individualistica, «ognuno pensi a sé», che all'inizio molti hanno accusato, ha una origine nelle strutture e nelle persone che agiscono nella scuola.
L'ESEMPIO DI CRISTO
Abbiamo riflettuto a lungo sull'esempio di Cristo: uno che è attento agli altri; uno che prende gli uomini sul serio; che viene incontro ai bisogni degli altri; che offre a tutti l'amicizia e la salvezza.
Domenica mattina abbiamo smesso di osservare e di valutare il mondo in cui siamo inseriti con i nostri soli occhi e con la sola nostra capacità critica. Abbiamo voluto vedere con altri occhi: quelli di Cristo.
Abbiamo voluto trovare un criterio, un metro per verificare se i nostri giudizi erano esatti, se le nostre misure non erano fallite: abbiamo usato per criterio e metro la persona di Gesù.
♦ Gesù è attento agli altri.
Gesù ha incontrato tanti uomini, sulle strade o nelle città, si è fermato con loro dove essi vivevano. Nel capitolo 5 del Vangelo scritto da Luca abbiamo letto la descrizione di alcuni incontri di Gesù: i pescatori intenti a lavare le reti, il lebbroso, il paralizzato, Levi l'esattore delle imposte...
Gesù sa essere attento a tutta la vita di ciascun uomo, ai suoi bisogni spirituali e materiali. II suo sguardo è attento:
– alle loro sofferenze fisiche: le malattie (lebbra, paralisi...)
– ai loro desideri umani: non fare più delle nottate di pesca senza risultati
– ai loro peccati: dice al paralitico: «I tuoi peccati ti sono rimessi
– ai loro pregi: Gesù riconosce la fede di quelli che gli portavano il paralitico. Gesù vede gli uomini in tutti i loro legami naturali: parentela (i pescatori), vicinato (i portatori del paralitico), lavoro (pescatori, Levi...).
Ogni persona ha la sua storia, i suoi legami, le sue conoscenze, le sue amicizie, la sua parentela. Ebbene, Gesù è attento a tutto ciò, e da tutto ciò parte per farne delle storie diverse, dei legami, delle solidarietà più forti. È l'episodio di Natanaele (Giov 1,43-49) che ce lo ha confermato.
♦ Gesù prende gli altri sul serio.
Gesù non si accontenta di una conoscenza superficiale delle persone che incontra, non parla con loro di cose banali, del più e del meno. Non è venuto a raccontare barzellette. Va a fondo, scava nel cuore, legge dentro, pone le domande fondamentali.
Abbiamo letto insieme l'incontro con la Samaritana (si trova nel Vangelo di Giov 4,5-42; e poi anche nel disco di Celentano!).
♦ Gesù ascolta e viene incontro ai bisogni degli altri.
Sovente diciamo o ci sentiamo dire: «Tu non hai nulla da dire – Lo sappiamo già quello che pensi – Ma sta' zitto! – Vatti a nascondere!». Non vogliamo o non ci vogliamo ascoltare. Gesù no. Egli aiuta a dire quello che uno ha dentro di sé, aiuta ad esprimersi. «Che cosa vuoi che io faccia per te? «chiede al cieco; è un brano di Marco, 10,46-51.
Ai discepoli, senza che lo esprimessero, dice: «Calate le reti per la pesca...». Gesù viene incontro ai bisogni degli uomini:
– ai bisogni espressi (il cieco)
– e non espressi (i pescatori)
– ai bisogni individuali (per esempio il lebbroso)
– e ai bisogni sociali (come quando saziò la fame di un popolo Mc 6,30-44).
♦ Gesù ha fiducia in ciascuno.
Gesù non ha diviso gli uomini in buoni e cattivi: buoni con cui stare, con cui fare amicizia; e cattivi da evitare, da non prendere in considerazione. Non risparmiava la denuncia (sarebbe da leggere il tremendo capitolo 23 di Matteo!), ma la sua denuncia non era una condanna definitiva, anzi era un invito alla conversione.
Lo stesso atteggiamento richiede da noi, nel discorso che fece sulla montagna (Mt 7,1-5).
Egli ha voluto avere fiducia persino in casi disperati, anche quando tutti dicevano: con quello non c'è più niente da fare... Abbiamo visto come sí comporta con quella donna sorpresa a tradire suo marito (Giov 8,3-11).
♦ Gesù offre amicizia.
Gesù volle avere dei compagni, che condividessero la sua esistenza. Ad essi offrì la sua amicizia.
• Tra amici ci si comunica ogni segreto.
- Vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi... «(Giov 15,15).
• Tra amici si parla insieme della propria vita e delle proprie preoccupazioni. - Essendo venuto il momento, Gesù si mette a tavola con i suoi, e dice: Ho tanto desiderato di mangiare con voi questo pasto di Pasqua, prima di soffrire...» (Lc 22,14-15).
• Tra amici si è solidali sino alla morte.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici» (Giov 15,12). Gesù l'ha fatto.
• Tra amici si condivide la stessa tavola. A Emmaus Gesù, già risorto, si ferma a cenare con due amici. In questo episodio (Lc 24,13-35) abbiamo notato, come poi don Michele ci ha aiutato a capire, che c'è una presenza, un pane, un pane spezzato in amicizia. Gesù continua a volersi incontrare, a offrire la sua amicizia. L'Eucaristia, la messa celebrata insieme, è uno di questi momenti.
PASSARE ALL'AZIONE
Negli ultimi incontri si è vista l'importanza di continuare queste riflessioni ciascuno nel proprio ambiente di vita e soprattutto di passare all'azione.
Finora abbiamo cercato di essere attenti alla vita:
– alla nostra vita
– alle persone con cui viviamo a fianco
– alle strutture in cui siamo inseriti.
Ci siamo chiesti allora se fosse giusto tutto ciò che andavamo scoprendo o verificando, e ci siamo accorti insieme che molte cose non vanno. Allora ci siamo chiesti il perché.
Ma non basta: non ci siamo accontentati di brontolare che al giorno d'oggi ci sono tante situazioni che non vanno.
La vita ci ha posto una domanda: cosa possiamo fare? cosa dobbiamo fare? La nostra azione sarà una risposta alla vita. La nostra azione è già una risposta alla vita.
* Pino: «Sono venuto su dal Sud per lavorare. Ho iniziato come manovale, poi ho fatto il muratore, in seguito ho lavorato come ferraiolo. Dopo un po' mi sono accorto che sulla busta le trattenute non quadravano. Non mi pagavano i contributi. Commissioni interne non c'erano. Quando mi licenziai non volevano pagarmi ciò che mi spettava; allora sono ricorso ai sindacati. È stato il mio primo contatto con le Organizzazioni operaie. Dopo tutte queste esperienze (feci anche due mesi alla Fiat) ho visto che tutti mi sfruttavano. Quando alla Elfi, dove lavoro attualmente, si sono fatte le votazioni per la commissione interna c'era nessuno che volesse mettersi in lista. Chiesero anche a me. Ero l'ultimo in lista, ma ottenni metà dei voti».
La nostra azione va condotta assieme. La nostra azione è la nostra testimonianza.
* Mi trovo sola
Mina: Ho grosse difficoltà cogli altri. A volte esplodo. Ho cercato rapporti nuovi; poi magari sono stata fraintesa. Quando non dai ragione non sei più un'amica.
Il mio ufficio è un ambiente difficile: nessuno si interessa, nessuno ti dà una mano. Col capo-ufficio non cerco neppure di parlare: sto avvicinandomi all'odio, forse per un po' di paura.
* Anche loro sono soli
Giovanni: Rompo sempre le tasche ai miei compagni, ma non entra niente: se ne fregano. Ma non è colpa loro: sono andato a trovarli a casa loro: gente sola, senza veri amici.
* Sono andato a trovarlo
Pino: Vicino a me lavora Enrico. Enrico vive in pensione. Si parla a battute ma si sfuggono certi argomenti interessanti. È un ragazzo molto chiuso, che ha bisogno di aiuto. Quando ha dei soldi, si mette in mutua; non crede a nulla; si ubriaca; gioca a biliardo. Un giorno che non l'ho visto, sono andato a trovarlo. Aveva la febbre. Era solo. Mi ha fatto pena. È stato molto contento. Ieri sera sono andato a trovarlo al bar: abbiamo fatto una partita insieme. Sul lavoro ci si conosce poco, ci si parla poco: gli amici bisogna andare a cercarli.
Un po' di dialogo in fabbrica
Giorgio: Ho tentato di fare un po' di dialogo in fabbrica, ma ci sono degli ostacoli: il rumore, la presenza continua di controllo, l'indifferenza di alcuni... Non importa però se si può fare poco: l'importante è farlo bene.
* I nostri incontri della domenica mattina
Rosella: Questi incontri hanno avuto un valore personale: è molto incoraggiante incontrarsi con ragazzi che non pensano solo a divertirsi, ma affrontano problemi vivi e vogliono risolverli.
Agostino: Gli incontri aiutano ad aprirsi. Non che spariscano le difficoltà, direi anzi che certe volte aumentano... Dobbiamo incontrarci ancora.
Enzo: Incontrarci per me è stato uscire dalla solitudine. È nata subito l'amicizia grazie alla vita e alla discussione insieme.
* Riflettiamo insieme anche in fabbrica
Carmelo: Mi hanno fatto molto pensare i nostri incontri sui compagni di lavoro. Se prima me ne fregavo, adesso cerco invece di capire e di aiutare a capire. Dopo mangiato, con degli amici della mia stessa età, abbiamo parlato insieme: abbiamo anche letto le relazioni dei nostri incontri.
* È difficile agire insieme
Beppe: Ho vissuto le lotte per il rinnovo del contratto. È stata la mia prima grande esperienza di solidarietà operaia. Purtroppo oggi viviamo invece un periodo molto critico. Lo stabilimento deve essere spostato, e allora si rimandano tutti i problemi a dopo. Poi, alcuni hanno ricevuto degli aumenti di merito, e con questo gli hanno tappato la bocca: se parlano hanno paura di perdere le maggiorazioni, hanno paura di dover spartire la torta anche con altri... Presto si farà l'elezione dei delegati di reparto. Hanno proposto anche me. Non vorrei però che queste elezioni servissero a scaricare le responsabilità sulle spalle di alcuni, o che i delegati finissero per bloccare tutti gli altri. Bisognerà che ci si avvicendi molto spesso. Bisogna che tutti crescano in maturazione, in responsabilità.
* Un'esperienza di azione insieme
Paolo: Nella nostra scuola abbiamo preparato e svolto una piccola inchiesta sul nostro avvenire professionale in relazione alla preparazione che la scuola è capace di darci. Vorremmo continuare l'inchiesta con chi già lavora per conoscere le difficoltà incontrate. Abbiamo raccolto poi ie risposte in un giornalino. Ancora faremo oggetto di riflessione in gruppo i problemi che ne sono usciti fuori.
* Come posso agire insieme?
Enzo: Lavoro con altri tre in trasferta. Ho la specializzazione di meccanico generico, ma non svolgo questa mansione. Mi pare venuto il momento di chiedere un aumento, tanto più che faccio dei lavori molto più specializzati di quello che richiederebbe la mia categoria. Mercoledì ci sarà lo sciopero generale. I miei compagni senza dubbio lavoreranno. Se io solo sciopero mi resterà più difficile chiedere l'aumento.
Pierluigi: Se nella tua fabbrica ci sono altri ragazzi nella tua stessa condizione, potresti incontrarti con loro, parlare dei problemi comuni, e fare le richieste insieme. Sarebbe un'occasione per crescere insieme.
I CAMPI ESTIVI
Come frutto concreto degli incontri a gruppi, è sorta l'esigenza dei «campi-estivi».
Abbiamo pensato di utilizzare le ferie e i periodi liberi per intensificare le nostre riflessioni.
Questi campi prevedono mezza giornata di riflessione e mezza di svago (quando ci sono studenti, la mezza giornata di svago è sostituita da mezza giornata di lavoro!).
Al termine del campo consegniamo ai partecipanti un «pro-memoria», quasi un resoconto del lavoro svolto assieme.
Ne trascriviamo qualche pagina: il resoconto mostra il nostro modo di riflettere assieme e documenta le conclusioni cui siamo giunti.
LA NOSTRA SITUAZIONE IN FABBRICA
Traccia per la riflessione a gruppi
♦ vedere
1. Ci sono molti operai in fabbrica con te? nella tua officina, reparto, ufficio...
2. Presentane alcuni: nome, età, interessi...
3. Che cosa conosci di loro? carattere, problemi familiari, esigenze, preoccupazioni?
4. Di che cosa parli con loro?
5. Come sono accolti gli ultimi arrivati in fabbrica? perché? come sono trattati quelli che fanno i lavori più umili?
♦ valutare
1. La nostra conoscenza delle persone che ci vivono accanto è buona oppure è piuttosto superficiale?
2. Come mai si parla così spesso di cose banali e così raramente di cose serie?
3. è giusto dividere i nostri compagni in simpatici e antipatici, buoni e cattivi?
4. Valutiamo questi fatti (o uno solo dei due):
a) una ragazza madre uccide il suo bimbo:
quale la responsabilità della ragazza?
quale la responsabilità del ragazzo, della famiglia, ufficio, fabbrica, società?
b) un operaio va sistematicamente a lavorare quando c'è sciopero: quale la sua responsabilità?
quali le pressioni ricevute dalla direzione, dalla moglie o dai genitori, dalla situazione finanziaria, da un'educazione sbagliata?
5. Subisci e sopporti i tuoi compagni di lavoro, o sei convinto di avere un compito da realizzare con tutti loro?
6. Quale atteggiamento assumere verso i nuovi arrivati?
La libertà personale di fronte al lavoro
Nel nostro gruppo abbiamo visto che:
• Tre su cinque hanno dovuto cominciare il lavoro presto perché in famiglia era necessario il contributo. Avrebbero desiderato studiare di più, ma le condizioni familiari toglievano le possibilità di maggiori spese ed in più rendevano necessario trovare una occupazione che permettesse di portare a casa qualcosa.
• Altri due hanno potuto studiare, grazie al fatto che in casa i genitori e altri fratelli portavano quanto era necessario. Una libertà pagata da altri.
• Per quelli che hanno cominciato presto il lavoro, abbiamo ancora trovato che non di rado hanno dovuto prendere il lavoro che capitava, anche se non era quello che sarebbe piaciuto di più o, peggio, quello per cui ci si era preparati.
• Sul lavoro si avverte che manca il rispetto per la persona: si giudica un uomo da punti di vista troppo limitati. Si dà più importanza a quello che «si fa», invece di guardare al valore vero dell'uomo.
Quali sono le cause di questa situazione?
• Un'educazione insufficiente che non ha aiutato a diventare persone veramente capaci di affrontare le situazioni. Si finisce così con l'accettare situazioni non giuste, per paura, per faciloneria. Allora ci si rifugia nelle banalità: il divertimento, il piacere, il consumo (macchine, abiti...).
• La difficoltà di essere veramente liberi: «dentro» si sente un desiderio, una volontà che non si è capaci di realizzare in concreto. Proprio perché, forse, non si è ancora imparato cosa sia davvero la libertà.
• Si manca spesso di coraggio, personalmente; e, molto spesso, certe reazioni sembrano dettate più da egoismo che da coraggio. Più che guardare al bene di tutti si cerca il proprio tornaconto.
• La società in generale e i gruppi di cui facciamo parte dovrebbero aiutarci a trovare la reale libertà: mettersi a servizio gli uni verso gli altri. È proprio sempre così? Quante volte invece sentiamo di essere strumenti del gruppo cui apparteniamo. Soprattutto in fabbrica: l'uomo finisce col sentirsi sempre di più al servizio della macchina, di una potente struttura produttiva, del capitale... Servi di cose! Mentre vogliamo che il nostro lavoro sia un servizio al bene di tutti gli uomini: ci serva per vivere e per dare da vivere!
E ancora:
• La mancanza di rispetto e di stima, ci toglie qualcosa, ci rende pessimisti e sfiduciati.
• L'assenza di qualsiasi interesse sul lavoro, la ripetizione costante di gesti e di operazioni, ci opprime talmente che non di rado veniamo a dubitare delle nostre stesse capacità.
• II completo disinteresse per le esigenze umane dell'operaio: per il padrone l'unica cosa importante è «produrre».
• L'impossibilità di scegliere il tipo di lavoro, ci impedisce una giusta utilizzazione delle nostre capacità.
• L'assenza di fabbriche e di impieghi nel Sud, ha costretto Carmelo ad abbandonare il suo paese, gli amici, per venire a Torino, all'avventura, a mendicare lavoro.
Una proposta
Ecco quale è la nostra proposta di revisione:
Da una società dove tutto è finalizzato al profitto e dove il guadagno è la cosa più importante (dove cioè uomini, macchine, linee, prodotti, sono visti in funzione del profitto), ad una società dove l'uomo (ciascuna persona: Carmelo, Mina, Carla, Natalino... e tutti gli uomini insieme) sia al vertice di tutto (è la crescita dell'uomo che vale più di tutto) e tutti gli altri fattori produttivi e tutta l'organizzazione del lavoro siano pensati in vista della piena espansione dell'uomo.
Da una società dove l'uomo non è rispettato, a un mondo dove tutto sia al servizio dell'uomo.
DALLA CONDANNA DELLO SFRUTTAMENTO ALLA SCOPERTA DEL PECCATO
Di fronte alla situazione esaminata gli uomini reagiscono in modi molto diversi. Eccone alcuni:
• Rabbia che porta all'odio e alla violenza: si vuole spaccare tutto, si vuole la rivolta. Qualcuno giunge anche a parlare di uccidere...
• Rassegnazione dei deboli, che pensano e dicono: «II coltello per il manico l'hanno loro»...
• Ricorso a mezzi ingiusti, come raccomandazioni verso i potenti, servilismo, ecc... Si striscia ai piedi di chi ha il potere per averne la benevolenza e la protezione; per risolvere per proprio conto il problema di tirarsi fuori da una situazione dura.
Cosa potremmo dire di queste reazioni? Anzitutto noteremo una cosa: tutte queste reazioni finiscono per piacere ai potenti:
• La rabbia e l'odio gli servono perché possono così squalificare ancora di più i poveri; possono chiamarli teppisti... e possono anche trovare delle «prove»: un operaio picchiato, una macchina bollata, una vetrina rotta, dei sassi scagliati... Questo atteggiamento è uno dei migliori per squalificare l'azione operaia.
• La rassegnazione dei deboli è il trampolino dei potenti: permette loro di andare avanti per la loro strada. Non per nulla sono sempre pronti a dare i loro elogi e anche qualche piccolo premio a chi sa rassegnarsi.
• Il servilismo e la raccomandazione servono ancora meglio: creano degli alleati. I potenti trovano il modo di comprare preziose alleanze con cui potranno rompere la solidarietà dei deboli, confondere le idee, impedire il cambiamento delle situazioni... Così resteranno le condizioni di prima.
Ma c'è ancora qualcosa di più. Tutte queste reazioni non sono reazioni di vera libertà. Chi le cerca non libera né se stesso né gli altri.
Esistono altri modi di reagire che sono certamente migliori. Su tutti i piani. Tentiamo di vederne alcuni:
• Solidarietà e amore verso chi soffre e si trova privo di libertà.
• Impegno deciso per togliere le cause dell'ingiustizia, affrontando i gravi rischi che non mancano mai, accettando di guadagnare di meno personalmente, convinti che i problemi sono risolti bene solo se sono risolti insieme e per tutti.
Ma dobbiamo andare ancora più avanti. Gesù Cristo ci ha detto che tutte queste cose (togliere la libertà, sfruttare, perseguitare...) sono contro Dio. Quando vediamo uomini senza libertà, noi dobbiamo ricordare: Dio gli uomini li voleva liberi!
Quando vediamo sfruttatori e sfruttati dobbiamo ricordare: Dio gli uomini li voleva diversi.
Quando vediamo degli uomini nemici tra di loro, dobbiamo ricordare: Dio ci ha voluti amici, uniti...
Tutto ciò che va contro questa volontà di Dio è peccato.
Creando l'uomo, Dio l'ha pensato e voluto in un certo modo. Preferendo il proprio interesse ed il proprio egoismo, l'uomo ha rifiutato il piano di Dio: è questo il peccato.
Troppe volte abbiamo collegato il pensiero del peccato a cose secondarie, quasi delle banalità.
Questi esempi ci devono insegnare una cosa importante: il peccato è una realtà molto seria.
Per questo il peccato deve essere tolto via. Dobbiamo toglierlo via da noi stessi. Dobbiamo toglierlo via dal nostro mondo. Per ritornare a Dio. Per ritornare ad essere con tutti gli uomini compagni fedeli, amici sicuri, fratelli per davvero.
... E DI FRONTE AL SIGNORE COSA POSSIAMO PENSARNE?
QUALI INVITI CI RIVOLGE ATTRAVERSO TUTTE QUESTE COSE?
«La riflessione religiosa è stata troppo affrettata.., è passata un po' sopra le teste... è stata poco seguita... è stata poco preparata... ecc...»: sono alcuni tra i giudizi che abbiamo dato nella nostra revisione finale del campo.
È vero tutto; ma forse sotto c'è un'altra verità: siamo troppo abituati a considerare la «vita religiosa» staccata dalla vita di ogni giorno; la religione come una serie di cose da «imparare», «ricordare» e «credere», invece che una «vita nuova» da realizzare. Allora non siamo capaci a parlare della nostra vita in senso religioso... Forse non siamo neppure capaci di riflettere seriamente sulla nostra vita: ci «lasciamo vivere»...
Però alcuni spunti sono saltati fuori: scorrendo gli appunti si trovano elementi interessanti: qui di seguito li troveremo riuniti e ampliati: serviranno per approfondire ancora la nostra riflessione in futuro.
Uno sforzo per conoscerci meglio
È stata la prima cosa che abbiamo tentato di fare: corrisponde a un bisogno di tutti, ma soprattutto corrisponde a una grande verità troppo dimenticata nelle nostre fabbriche solo preoccupate di produrre e vendere: l'amicizia vale più della produzione; la solidarietà vale più della concorrenza. Perché l'uomo vale più di ogni cosa.
Ci siamo allora raccontati aspetti importanti e meno importanti della nostra vita. E non era curiosità, ma:
♦ la base di un rapporto di amicizia e di solidarietà: conoscersi meglio per vivere meglio insieme.
L'amicizia è un grande valore dell'uomo. Gesù lo sapeva bene e ha valorizzato molto l'amicizia. Quelli che hanno accolto la sua parola egli li chiama «amici»: è un grandissimo passo avanti rispetto a certi modi di intendere il rapporto con Dio: non siamo dei «servi», ma siamo degli «amici». Dio è un Padre, ci dice Gesù; ma non un padre autoritario e dispotico; è un Padre che vive a fondo l'amicizia.
Leggiamo insieme una pagina del Vangelo di Giovanni:
«Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi: rimanete nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Nessuno ha maggior amore di questo: che dia la vita per i suoi amici. Voi siete miei amici se fate ciò che vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo ignora ciò che fa il suo padrone; invece io vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché il Padre vi dia ciò che chiederete nel mio nome. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (cap. 15).
♦ conoscerci bene e essere amici: questo dà valore alla nostra vita. Ogni momento della vita può essere un momento di amicizia e di salvezza. Ma potrebbe anche essere un momento di divisione, di egoismo, di odio, di sfruttamento...
Il Vangelo ci dice che Gesù ci «salva»: in che modo e da che cosa? Lo vedremo meglio man mano che procede la nostra riflessione. Per ora ricordiamo una verità essenziale: Gesù ci salva nella nostra vita concreta, la vita di ogni giorno. È nella vita di ogni giorno che siamo «salvati» dal male, quando realizziamo questa amicizia con gli uomini, soprattutto con i poveri, i disprezzati.
Gesù ha fatto così:
– ha scelto i più poveri, si è messo dalla loro parte;
– ha cercato di conoscere a fondo le persone con cui ha parlato;
– ha ascoltato quello che essi gli dicevano; ha risposto alle loro domande, anche a quelle che potevano essere più fuori posto.
Vediamo un solo concreto esempio, ancora dal Vangelo di S. Giovanni: il racconto di un dialogo vivo e serrato (cfr. Giov 4).
L'uomo vale più di ogni altra cosa
Abbiamo visto insieme la realtà di una vita in cui più che le persone contano le cose (la produzione), il denaro, l'interesse: è una realtà di vita che produce dei poveri e degli sfruttati. Una vita in cui pochissimi guadagnano sul lavoro degli altri. Poi magari parlano di «collaborazione «; ma è una collaborazione come quella descritta in questa battuta dello scrittore Brecht: «Andiamo a pescare, disse il pescatore al verme...». Una vita in cui i più poveri debbono accettare condizioni molto dure. Tutto ciò che abbiamo detto il secondo giorno è solo un aspetto: il poco che sperimentiamo noi.
C'è anche nella Sacra Scrittura una pagina in cui queste cose vengono dette con molta chiarezza. Perché sono le cose un po' di tutti i tempi: il frutto di un comportamento egoista dell'uomo (cfr. Eccl 13).
Di fronte a questa divisione Gesù ha fatto una scelta: non poteva restare «neutrale». Non possiamo essere «neutrali». La scelta di Gesù è stata per i poveri, cioè per quelli che non credono al denaro, che non cercano di accaparrare. Ha scelto così la parte di chi è sacrificato, dimenticato, calpestato:
«Gesù venne a Nazareth, dove era stato allevato e di sabato, come era solito fare, entrò nella sinagoga e si alzò in piedi a leggere. Gli fu dato il libro del profeta Isaia e svoltolo, trovò il passo dove stava scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha unto,
mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella,
ad annunciare ai prigionieri la liberazione,
ai ciechi il ricupero della vista,
a mettere in libertà gli oppressi,
a promulgare un anno di grazia del Signore.
Arrotolò il volume, lo rese all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti, nella sinagoga, erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è adempiuta questa Scrittura davanti a voi «(Lc 4).
Per questo motivo anche a Gesù toccò la sorte del povero: le sue parole di giustizia venivano derise. Chi era attaccato alle ricchezze:
• o non aveva il coraggio di mettersi con lui. «Mentre Gesù stava mettendosi in cammino, si avvicinò un tale e, gettatosi alle ginocchia di lui, lo interrogava: "Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere in sorte la vita eterna?". Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono. Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dir falsa testimonianza, non frodare, onora tuo padre e tua madre!". Quello rispose: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza!". Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Ti manca una cosa: va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi, portando la croce!". Ma quello si fece triste a queste parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni «(Mc 10).
• o lo derideva: «I farisei, che erano amanti del denaro, ascoltavano tutto questo e si facevano beffe di Gesù. Ed Egli disse loro: "Voi siete quelli che si fanno passare per giusti al cospetto degli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori, perché ciò che è eccelso per gli uomini è abominio dinanzi a Dio"» (Lc 16).
L'AMICIZIA VALE PIÙ DI OGNI GUADAGNO
Quando si mette il guadagno al di sopra dell'uomo non esiste più posto per la vera amicizia. Rileggiamo ancora il capitolo dell'Ecclesiastico citato nella pagina precedente.
Ma è la nostra esperienza di ogni giorno: lo vediamo bene, sia nei rapporti tra persona e persona, sia nell'organizzazione della società e del lavoro. Ogni giorno sperimentiamo i bei risultati della caccia al denaro... sulla nostra stessa pelle. C'è una linea costante che divide gli uomini: quelli che dominano e quelli che dipendono; quelli che accaparrano la maggior parte dei beni e quelli che soffrono la fame.
In tutti e due i casi esiste ingiustizia. Dio l'uomo non lo vuole così. Dio vuole l'uomo libero, non dominato. Dio vuole l'uomo che lavora per il bene di tutti, anche di chi (malato, vecchio, bambino, invalido, ecc...) non può lavorare, non lo sfruttato che paga con la sua fatica il benessere di altri o lo sfruttatore che accaparra e ruba.
Prendiamo ancora alcune parole dalla Scrittura:
• Gesù condanna il dominio dell'uomo sull'uomo: «I re delle genti le signoreggiano e coloro i quali dominano su di esse si fanno chiamare benefattori. Ma non così voi...» (Lc 22).
• l'apostolo S. Giacomo in una sua lettera condanna chiaramente le distinzioni tra ricco e povero nella comunità cristiana: «Fratelli miei, non vogliate avere una fede nel Signore nostro Gesù Cristo glorificato mista a indebite discriminazioni nei riguardi del vostro prossimo. Difatti, se per esempio entra nella vostra assemblea, da una parte un signore con un anello d'oro al dito, in uno splendido abbigliamento e dall'altra un povero con l'abito sporco, e voi guardate con compiacenza quello dalla veste splendida e dite: "Siedi qui comodamente!", mentre al povero dite: "Tu sta lì in piedi!", oppure: "Siedi sotto lo sgabello dei miei piedi", non ammettete forse ingiuste distinzioni e diventate giudici dai giudizi iniqui?
Ascoltate, fratelli miei carissimi, Dio non scelse forse quelli che per il mondo sono poveri, per farli ricchi nella fede ed eredi del Regno promesso a quanti lo amano? Ma voi disonoraste il povero! Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono, che vi trascinano nei tribunali, che bestemmiano il bel nome che fu invocato su di voi?» (lettera di S. Giacomo 2).
• ancora l'apostolo S. Giacomo, nella stessa lettera, condanna lo sfruttamento del lavoro: «A voi, ora, o ricchi! Sfogatevi in pianto, ululando per le miserie che vi sovrastano. La vostra ricchezza è imputridita e i vostri vestiti sono stati rosi dalle tarme. L'oro vostro e l'argento hanno preso la ruggine, ruggine che sarà per testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come fuoco. Bei tesori ammassate per gli ultimi giorni!
Ecco, il salario degli operai, mietitori dei vostri campi, quello che è stato da voi defraudato, grida e le proteste dei mietitori sono entrate nelle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e nuotato nei piaceri, vi siete ingrassati per il giorno del macello. Avete condannato, assassinato il giusto: egli non vi fa resistenza» (cap. 5).
Opprimere l'uomo, cercare il guadagno e il piacere al di sopra di ogni altra cosa, accumulare e creare la miseria e lo sfruttamento: tutte queste cose sono contro l'uomo e contro Dio.
Questo è il peccato: una seria realtà che tutti ci portiamo dentro. Il peccato non è nelle cose, ma in noi: ce lo ricorda con chiarezza Gesù: «Diceva ancora: ciò che esce dall'uomo, quello contamina l'uomo. E dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini che escono pensieri cattivi, fornicazione, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frodi, lascivie, invidia, maldicenza, orgoglio, stoltezza. Sono tutte queste cose cattive che escono dal di dentro e contaminano l'uomo» (Mc 7).
La celebrazione dell'eucaristia
Durante il nostro campo abbiamo celebrato insieme l'Eucaristia. Perché l'abbiamo fatto? Non vi sono state domeniche o feste di «precetto»: non avevamo «leggi da osservare».
Ma abbiamo visto che la celebrazione dell'Eucaristia era una logica conseguenza della nostra ricerca:
♦ un segno della nostra fede: non si celebra l'Eucaristia in qualsiasi modo o per qualsiasi motivo. L'Eucaristia ha senso soltanto se si crede in Gesù Cristo. La Messa è celebrata «in ricordo» di lui. Dal momento che il nostro scopo è quello di imparare a «ricordarci di lui» in tutti gli aspetti della nostra vita, la celebrazione dell'Eucaristia ha un posto della massima importanza in quello che facciamo.
♦ un segno della nostra amicizia: stare insieme una settimana per riflettere e pregare diventa realmente possibile soltanto se esiste una amicizia sincera, tanto più quando questa vita è costruita insieme momento per momento: è esattamente quello che abbiamo tentato di fare, dividendoci anche i lavori materiali. Gesù per darci la possibilità di incontrarlo ha preso questo grande segno di amicizia: un pasto fatto insieme. Così il gesto che abbiamo fatto tante volte, invitando in casa qualche amico o accettando il suo invito, diventa il centro della vita cristiana. «Vieni a mangiare un boccone a casa mia...»: e il boccone di pane che Gesù ci offre con questo invito è il Suo Corpo.
♦ un impegno per la vita:
• nell'Eucaristia offriamo a Dio il pane: che cosa facciamo di concreto perché il pane venga veramente offerto ogni giorno ad ogni uomo? Se non lottiamo perché ogni uomo possa avere il suo pane nel rispetto della sua libertà e dignità, avrebbe senso offrire quel pane a Dio?
• il pane che riceviamo è un pane «trasformato»: Cristo lo ha trasformato e ne ha fatto il Suo Corpo: anche la nostra vita deve essere trasformata da Cristo. Possiamo dire con sincerità qualcosa di simile a quello che diceva Paolo Apostolo: «Non più io vivo, ma Cristo vive in me. La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede al Figlio di Dio, che mi amò e diede se stesso per me» (lettera ai Galati, cap. 2).
• l'amicizia che si realizza nella celebrazione dell'Eucaristia non sarebbe autentica se non continuasse ogni giorno della vita. Ritrovarsi amici alla medesima tavola di Cristo esige che ci si ritrovi ogni giorno in amicizia e solidarietà a condividere le lotte e le difficoltà che la realizzazione di una maggiore giustizia e di un maggiore amore per l'uomo ci fanno affrontare.
Leggiamo insieme una pagina di S. Paolo sull'Eucaristia (cfr. 1 Cor 11).
È questo impegno di vita, che manifesterà la nostra fede. Ce lo ricorda ancora l'apostolo S. Giacomo, nella stessa lettera più volte ricordata: «Mostrami la tua fede senza le opere, mentre io dalle mie opere ti mostrerò la mia fede! «(cap. 2). È accettando fino in fondo le difficoltà che accompagnano questo impegno, che seguiremo Gesù, portando la nostra croce: rileggiamo insieme questa interessante pagina da un libro scritto per aiutare coloro che si impegnano a fondo nella lotta di liberazione dell'uomo a comprendere tutto il valore di quello che fanno:
Lasciandoci il suo ritratto, l'apostolo Paolo ci ha descritto la forma che la croce potrebbe assumere in ogni apostolo che si dedica alla vita militante e dalla quale si riconosce il vero discepolo di Cristo. «Spesso, egli dice, sono stato tra pericoli di morte. Cinque volte ricevetti dai Giudei i quaranta colpi meno uno; tre volte fui battuto con le verghe; una volta fui lapidato; tre volte feci naufragio; ho passato un giorno e una notte in alto mare. Spesso fui in viaggi, in pericoli di fiumi, in pericoli dovuti ai briganti, in pericoli da parte di quei della mia stirpe, in pericoli da parte dei pagani, in pericoli nelle città, in pericoli nel deserto, in pericoli sul mare, in pericoli tra i falsi fratelli. Mi trovai in travagli e dure fatiche, in frequenti veglie, nella fame e nella sete; sovente in digiuni, al freddo e in nudità.
Fino al momento presente, noi patiamo la fame e soffriamo la sete e siamo nudi e veniamo schiaffeggiati e andiamo randagi e fatichiamo lavorando con le nostre proprie mani» (2 Cor 11 e 1 Cor 4).
Qual è quel militante cristiano che stenterebbe a riconoscersi sotto questi tratti? Oggigiorno, tuttavia, si direbbe piuttosto: «Un lavoro professionale sfibrante, orari impossibili, un salario insufficiente, una moglie malaticcia, adunanze ad ore tardive, difficoltà di trasporto, persone che tutto pretendono da voi, ma non fanno nulla per aiutarvi; persone che credono di aiutarvi e che non combinano invece che pasticci; persone che vi si dicono amiche, ma che vi pugnalano alla schiena; liste nere, licenziamenti ingiusti, scatti di avanzamento sospesi, la polizia alle calcagna solo per aver fatto rispettare la giustizia». Ecco in breve quanto effettivamente costituisce oggi la croce del militante: tutte sofferenze accettate per amore del Signore (Th. Suavet, Spiritualità dell'impegno, pag. 200).
COLLEGAMENTO CON ALTRI GRUPPI ITALIANI
Sentiamo vivamente la necessità di mantenerci a contatto con altri gruppi italiani di giovani lavoratori.
Ne abbiamo bisogno per maturare la nostra esperienza e per non chiuderci nell'isolamento.
In questi ultimi mesi abbiamo perciò preso contatti molto stretti con gli altri gruppi di giovani operai cristiani esistenti in Italia (i giovani di Rimini, di Altamura, di Roma ed alcuni del Veneto). Qualcuno di noi ha partecipato all'incontro nazionale dei responsabili di gruppo (Rimini, 20-23 maggio 1971). «Partecipare all'incontro di Rimini per me è servito moltissimo, sia come scambio di idee con persone impegnate in diversi campi sociali, sia come metodo di revisione e di riflessione nel valutare alcune situazioni del mondo del lavoro. Ma essenzialmente mi è servito per capire quanto sia importante conoscere le persone con le quali vivo e anche per ritrovare quelle forze interiori necessarie per continuare, con maggior impegno, a lottare per la liberazione dell'uomo» (Remo).
Queste pagine riportano l'esperienza dei gruppi GIOC (giovani operai cristiani) di Torino, attraverso un collage operato in sede redazionale. Responsabili del movimento GIOC:
– a Torino: Gianni Fornero (Via Perrone 3 - 10122 Torino)
– a Altamura: Bartolomeo Ragone (Via Candiota 24 - 70022 Altamura)
– a Rimini: Renzo Gradara (Azione catt. - Via Dante - 47037 Rimini)
– a Pordenone: Lidia Miani (Via Villotta 40 - 33080 S. Quirino)
– a Roma: Sonia Svab (Via dei Campani 83 - 00185 Roma).

