I «gruppuscoli» extra-parlamentari



    Giampaolo Redigolo

    (NPG 1972-01-80)

    Queste note si riferiscono ai «piccoli gruppi di impegno politico», dalle denominazioni più varie che si richiamano a Kennedy, Papa Giovanni, Mounier, Marcuse, Marx, Gramsci, De Foucauld, Don Milani, Che Guevara, Luther King, ecc. Si tratta di una costante del nostro sistema sociale e politico che dagli anni sessanta ha assunto una certa importanza, giungendo agli onori delle cronache della grande stampa. Prevenzione di fondo, scarsa documentazione, manipolazioni e quadri critici non motivati ne hanno fatto un argomento da liquidarsi con una aggettivazione che è viscerale almeno nella misura in cui pretende di essere seria e onnicomprensiva (estremisti, esaltati, velleitari, parolai, privi del senso della realtà, ecc.).
    Questo lavoro vuole offrire qualche linea di controinformazione e presentare alcuni quadri critici che secondo noi sono più adeguati per comprendere il fenomeno, che nessun educatore serio e nessun operatore pastorale può liquidare col puro e semplice «buonsenso» dei così detti benpensanti, informati solo da una certa stampa.
    (Come è facile notare, la «valutazione critica» offerta dall'autore è più ottimistica di quella che appare tra le righe dell'articolo di Negri.
    Questo per indicare la reale complessità del fenomeno, complessità che ci proibisce, per serietà professionale, i facili entusiasmi e i facili allarmismi. L'autore, inoltre, riferisce soprattutto la «mentalità» giovanile nei giudizi sulla politica e sull'associazionismo.

    ORIGINE DEI «PICCOLI GRUPPI»

    Sono due i momenti culminanti del gruppismo politico giovanile in Italia e si verificano all'interno degli anni sessanta: il primo episodio si conclude attorno al 1963, il secondo ha il suo punto culminante nel biennio '67-'69. Conviene subito notare che questi momenti di accentuata prolificità del gruppismo politico coincidono con i momenti di maggior mobilitazione collettiva.
    Il background politico da cui prende risalto il pirotecnico nascere e morire di queste formazioni extra-partitiche è essenzialmente caratterizzato dall'egemonia esercitata di fatto sull'area governativa dalla DC e sull'opposizione dal PCI. Il monopolio DC-PCI della politica italiana, alla cui logica hanno dovuto piegarsi le altre formazioni partitiche (esemplare la pendolarità del socialismo italiano tra la vocazione all'opposizione e quella al governo) ha portato tra l'altro al distacco dei vertici politici dalla base, a quel vuoto di potere, a quello scollamento dei vari settori della società di cui tutti lamentano l'esistenza e di cui da anni – almeno dalla costituzione del centro-sinistra – si cerca, senza risultato, il superamento. La politica italiana è scaduta a mero giuoco di potere, sia nella sua versione governativa, sia nella sua versione di opposizione: ipertrofia della burocrazia, dilazionamento continuo delle «riforme» (di cui si è cominciato a parlare subito dopo la guerra), linguaggio da iniziati, poco rispetto per i risultati delle urne, clientelismo e mafia, partitocrazia e correntocrazia (nove correnti nella DC, almeno due nel PCI, ecc.).
    Un certo cambiamento inizia quando la DC si accorge che le sue scelte politiche ed economiche non possono più essere giustificate da motivazioni «cristiane» e che l'emarginazione dal potere di buona parte della classe operaia, provoca pericolose tensioni e fughe di voti. A questo punto, e siamo appena nel 1957, il PCI non fa mistero a nessuno che un discorso aperto con il partito dei cattolici non gli dispiace e comincia quella sua progressiva «conversione» all'area del governo, che da un anno a questa parte è ormai chiaramente teorizzata da Enrico Berlinguer.
    in questo scadimento della politica a compra-vendita di potere che prende consistenza e cresce il gruppismo extra-parlamentare, come tentativo di riempire questo vuoto, di ridare alla base il diritto e la possibilità di fare politica e come critica della gestione settoriale, clientelare, «sindacale» della cosa pubblica in Italia.
    Da un punto di vista culturale inoltre i piccoli gruppi di impegno politico, sono la risultanza di due fattori storici di notevole importanza:
    • lo sfaldamento ideologico della cultura cattolica e della cultura marxista in Italia, in quanto campi contrapposti e fino a qualche tempo fa in conflitto irriducibile;
    • il processo di rifacimento della classe, per il quale i connotati tradizionali delle masse studentesche e impiegatizie, per esempio, stanno mutando profondamente, alla ricerca tra l'altro di un collegamento con le masse operaie.
    L'associazionismo tradizionale «a tessera» (partiti, sindacati, ACLI, Azione Cattolica, Conferenze S. Vincenzo) non convince più nessuno e viene così negato in nome della libertà e della «partecipazione» di tutti alla vita pubblica, alle scelte, al dibattito. Muore l'istituto della delega, nasce la politica di base. Muore il gruppo strutturato, nasce il «gruppo spontaneo». I giovani scoprono la politica proprio come possibilità di intervenire in prima persona nella gestione della vita sociale. Ma non avendo «spazi decisionali», non potendo esercitare nessun potere si pongono automaticamente «extra», contestando anche chi (come il PCI) all'opposizione c'è ormai non più per vocazione quanto per interesse.

    LA MATRICE IDEOLOGICA

    Collocato nel suo contesto «globale» il fenomeno dei piccoli gruppi di impegno politico può essere analizzato da vari angoli di visuale: dinamica di gruppo, ruolo della contestazione giovanile, evoluzione della stessa contestazione, teorizzazioni e analisi politiche, rapporti con le istituzioni, ruolo nella società attuale.
    Un'angolatura sufficientemente adeguata per giungere ad una comprensione meno «istintiva» del fatto è quella della matrice ideologica da cui questi piccoli gruppi prendono vita.
    Statisticamente, dei 312 gruppi esistenti in Italia nel 1968 – ricerche serie più recenti per ora non ne conosciamo – il 44,5% proviene dal mondo cattolico, il 17% è di matrice marxista-comunista e il 2,6% è di matrice marxista-socialista. Di estrazione mista (cattolico-marxista) sarebbe il 15,1 % mentre il restante 17,3% ha origini imprecise dal punto di vista ideologico. Il che dimostra che sono essenzialmente due le anime del gruppismo extra-partitico italiano: cattolica e marxista.
    Questi gruppi per il 37,5% dei casi si definiscono di estrema sinistra o di nuova sinistra (propriamente extraparlamentare e extraistituzionale). Altri si definiscono su posizioni di sinistra cristiana e un piccolo resto orbita su traiettorie più o meno ravvicinate al PCI e alla DC. Ci serviamo, per stendere queste note, del volume La politica dei gruppi (ediz. di Comunità) opera di un gruppo di ricercatori vicini alla rivista Questitalia (morta da poco, diretta da Wladimiro Dorigo che ha tentato per primo una forma di collegamento dei «gruppi spontanei» che a suo tempo – dal gennaio al settembre del 1968 – ha ottenuto un certo successo). I dati si fermano al 1969, ma ci sembrano ugualmente significativi delle linee di tendenza lungo le quali si muovono oggi i giovani politicamente impegnati in Italia.
    In base ai risultati dell'indagine, la prevalenza numerica dei gruppi a matrice cattolica pare direttamente collegarsi alla grande articolazione dell'associazionismo cattolico tradizionale, entrata in crisi con la scoperta della dimensione politica della fede. Per questo i leaders dei gruppi a matrice cattolica hanno alle loro spalle maggiori esperienze associative di quante non ne abbiano i leaders dei gruppi di ispirazione marxista. E questo ha permesso ai gruppi di matrice cattolica maggiori progressi sul terreno della partecipazione di base e della «democrazia reale» di quanti non ne abbiano fatti i gruppi marxisti.
    Le forme associative, proliferate sul terreno ideologico cattolico, rivelano però una più acuta predisposizione al frazionismo, all'autoisolamento, con forme che a volte rasentano l'isterismo nella loro maniera di collocarsi nei confronti della DC e della Chiesa. Sul terreno marxista invece c'è maggior coesione, maggior uniformità: pare infatti che l'ideologia marxista abbia una maggior capacità di coagulare, di aggregare o quanto meno riesca meglio a contenere le dispersioni nell'universo dei piccoli gruppi di impegno politico, mentre a livello delle formazioni cosiddette partitiche o dei movimenti di massa (ci si riferisce qui a formazioni come Potere Operaio, Unione marxisti-leninisti, Partito Comunista d'Italia, ecc.), che si pongono a sinistra del PCI, il frazionismo, espresso dalla manìa delle scomuniche reciproche, è più accentuato.

    LA POLITICIZZAZIONE

    I gruppi di estrazione marxista sono maggiormente politicizzati di quelli di estrazione cattolica. Questi ultimi infatti nascono, nella maggior parte dei casi, più che da un disegno politico correttamente elaborato, da una reazione emotiva alle strettezze delle strutture cattoliche. Si tratta di sforzi per eliminare le inibizioni provocate da un'etica rigorista e da una concezione religiosa troppo legalista.
    Questo «vizio di origine» fa sì che i gruppi cattolici si formino all'inizio attorno a delle motivazioni di carattere comunitario, con degli obiettivi di crescita «personale» (si parla di vocazione, di scoperta morale e intellettuale, di capacità di servizio e di sacrificio, di pagare di persona, ecc...) assunta come elemento espressivo dei valori che il gruppo vuole realizzare. Le motivazioni politiche vengono scoperte solo in un secondo momento e provocano in genere scissioni ed emorragie. Una volta sbarcati su terreno politico si passa da forme espressive (ricerche, analisi, proteste verbali, prese di posizione sui giornali) a forme operative vere e proprie (azione di quartiere, sindacale).
    I piccoli gruppi di estrazione marxista invece tendono a porre subito l'accento sugli strumenti di azione politica, fanno immediatamente riferimento ad un quadro operativo e ideologico già preciso, sono meno isolati dalle forme della cultura corrente,.

    LA STRUTTURA INTERNA

    Le differenze ideologiche agiscono anche a livello della dinamica interna degli stessi gruppi. Fermo restando il rifiuto di ogni forma di delega e l'orrore per ogni struttura organizzativa rigida (cariche, regolamenti, tessere, ecc.), i gruppi di origine cattolica difendono più gelosamente la loro informalità, rifiutano più drasticamente cariche e statuti e sono più avanti sul terreno della partecipazione effettiva di tutti i membri alla gestione del gruppo. I gruppi di origine marxista invece tendono a formalizzarsi più facilmente: tra loro sono più diffusi statuti e cariche, si rivelano forme di accentramento decisionale e divisione a strati del lavoro. Sul piano operativo i gruppi tendono a somigliarsi a mano a mano che la loro vita procede e il dinamismo del gruppo si arricchisce. Si tratta sempre di iniziative a carattere sperimentale. Tutti vogliono dare una netta preferenza a forme operative (lavoro di base, di quartiere, animazione politica delle lotte sociali, interventi nella scuola e nella fabbrica, ecc.) ma alla fin fine è sempre l'elemento culturale la forma espressiva che prevale: volantinaggio, tavole rotonde, discussioni, ricerche, ecc. In tutti questi gruppi è presente una grande tensione interna determinata appunto dal fatto che si crea sempre e si accentua un gap considerevole tra intenzioni politiche e possibilità pratiche di attuazione.
    Nonostante le grandi difficoltà interne ed esterne i gruppi continuano a sopravvivere, con forme alterne di flusso e di riflusso, soprattutto grazie alla loro estrema disponibilità alla sperimentazione. I gruppi cattolici operano prevalentemente a livello locale e di base. I gruppi di matrice marxista invece tendono ad azioni politiche legate agli schemi consueti di carattere globale.
    La precarietà oggettiva della collocazione politica di questi piccoli gruppi fa sì che essi debbano prima o poi fare i conti con le organizzazioni tradizionali di origine. C'è anche da notare che queste, soprattutto il PCI, hanno tentato per un certo periodo di incanalare a proprio vantaggio le potenzialità di queste piccole formazioni giovanili. Anche su questo terreno, mentre i gruppi di estrazione marxista cadono più facilmente nella zona di influenza del PCI, quelli di estrazione cattolica sono più restii ad avvicinarsi alle dimore della DC o della Chiesa, salvo magari poi a dimostrarsi possibilisti nei confronti del PCI o dello PSIUP.

    INTEGRISMO

    La metà poi dei piccoli gruppi di matrice cattolica – rivela l'indagine –rimane ancorata nella propria azione politica a forme di marca religiosa e si muove su un terreno riformista: si sono sì rotti i ponti con le tradizionali associazioni cattoliche, ma non si è superata la concezione «integrista» della «politica cattolica» che identifica le scelte politiche con quelle religiose, facendo dipendere le une dalle altre. Questo integrismo poi ha una valenza particolare in alcuni di questi gruppi cattolici che avendo scoperto una continuità omogenea tra professione di fede e milizia politica assumono degli atteggiamenti rivoluzionari-eversivi radicali, di tipo settario, con esasperazioni che arrivano a volte all'abbandono della stessa fede iniziale.
    In campo marxista la questione dell'integrismo, oltre ad avere delle colorazioni psicologiche e culturali, resta all'ordine del giorno né più né meno di quanto non avvenga sul terreno cattolico: sono infatti parecchi i gruppi che vivono il marxismo in chiave etico-religiosa.

    UNA VALUTAZIONE CRITICA

    Fino a qui l'inchiesta. Ci sia permessa qualche considerazione. La stampa borghese e il perbenismo cattolico, assieme a tutti i difensori dello status quo, adoperano da tempo una aggettivazione a senso unico nella valutazione di questa realtà politica giovanile di tipo extraistituzionale: estremismo, velleitarismo, inefficienza pratica, marxismo, verbalismo. L'incomprensione si accentua nella misura in cui la reazione di questi piccoli gruppi si esaspera e i tentativi di sopravvivenza – in una situazione sociale che ruba loro il minimo di ossigeno e si meraviglia che soffochino – diventano confusi.
    I primi a riconoscere i limiti oggettivi della loro condizione sono questi gruppi, seriamente preoccupati di dare un contenuto concreto alle loro analisi e alle loro strategie di azione, salvo poi a dover ritornare su se stessi in chiave puramente espressiva per la mancanza di spazio cui la società li condanna. Non è logico dire che i giovani politicamente impegnati non sanno costruire la casa della «nuova società» quando si è fatto di tutto per sottrarre loro i mattoni e la calce.
    Parlare poi di «velleitarismo» a proposito della costruzione di una realtà sociale completamente diversa in nome del fatto che, da che mondo è mondo, le cose sono sempre andate così, rivela arteriosclerosi culturale (una simile lettura della storia ai fini di giustificare la realtà presente di sfruttamento e di repressione è per lo meno assurda) e soprattutto manifesta palese connivenza con tutto ciò che oggi viene costruito contro l'uomo. Vuol dire razionalizzare a fatti – con le proprie scelte e la propria costituzionale mancanza di speranza – quello che magari a parole si condanna: la capacità di piangere sui mali presenti è intatta sulle pupille cattoliche italiane.
    L'accusa di «estremismo» poi cala dall'alto di una strana fede dogmatica di essere nel «giusto mezzo», che i fatti di ogni giorno sia a livello sociale che a livello ecclesiale sconfessano. La disinformazione della grande stampa che in occasione di episodi sanguinosi (bombe di Milano) fa di ogni erba un fascio e accusa tutti o quasi i cosiddetti gruppuscoli di eversione teppistica (o quantomeno insinua un simile giudizio) è palesemente contraria alle azioni e alle affermazioni della maggior parte di questi piccoli gruppi di impegno politico. Essi infatti, se sostengono la necessità di un cambiamento radicale della realtà sociale moderna, non intendono affatto distruggere tutto in modo nichilista, non intendono mettere la gente al muro o fucilarla. È troppo comodo assumere a regola generale del comportamento di questi gruppi le azioni e le parole di pochissimi che si ispirano a ideologie ben diverse da quelle di cui qui abbiamo trattato.
    Giovanni Bianchi nel suo Italia del dissenso afferma che l'associazionismo politico spontaneo soffre di presbitismo: ci vede bene da lontano ma poco da vicino. Il che significa appunto che sui tempi corti la loro azione non è chiara. Non può infatti esserlo. Ma da un punto di vista anche pastorale (oltre che politico) la pazienza con cui questi giovani lavorano e si impegnano come possono per la maturazione delle coscienze, punto obbligato di passaggio per la costruzione di una nuova società, è una lezione che non deve essere lasciata cadere e che non deve essere misconosciuta.
    C'è chi ha visto nella esperienza politica di questi piccoli gruppi una componente essenzialmente religiosa. Parlando infatti di uomo e di società due sono i concetti su cui si fonda il loro discorso: dinamismo e «relativismo». Vivere significa avanzare senza fermarsi alle conquiste fatte come su dei punti definitivi. Vivere significa elaborare un uomo completamente plastico che non finisce di crescere con il finire della giovinezza. Vuol dire costruire un uomo nuovo, caratterizzato da una capacità di donazione e da una disponibilità totale all'impegno nella storia.
    Parte da qui la prassi della rivoluzione permanente. Non è la baraonda permanente, l'arbitrarietà gratuita eretta a sistema, il piacere della tabula rasa, ma è la risposta concreta alle continue esigenze di evoluzione e di progresso da cui è travagliato l'uomo e che esigono da lui una continua capacità di inventare e una forza costante di autocritica. È la prassi di un uomo in continua conversione.
    Per questo motivo l'esperienza dei gruppi spontanei diventa una qualificata esperienza politica. Per questo la loro è anche una notevole testimonianza di ricerca autentica di valori morali, per il loro tentativo di uscire dalle strettoie dell'individualismo borghese e di realizzare una più che giusta fusione della morale nella politica.