Dalmazio Maggi
(NPG 1972-10-86)
Con questo terzo articolo concludiamo gli interventi sul «gruppo dei preadolescenti».
Aprendo la rassegna, eravamo preoccupati di evidenziare un fatto pastorale rilevante: l'impossibilità di trasportare di peso le annotazioni tecniche della dinamica di gruppo (anche quelle più spiccatamente pastorali degli articoli offerti nella rubrica STUDI) nel mondo del preadolescenti.
C'è un salto psicologico troppo specifico, per permettere un'adeguazione assoluta.
Ora, in chiusura, desideriamo sottolineare l'aspetto complementare: la necessaria continuità educativa, pur nella innegabile urgente discontinuità-specificità. Il gruppo dei giovani sarà «quello» maturato nell'arco preadolescenziale. Un gruppo chiuso, consumatore di gratificazione sociale e non proteso sui valori, un gruppo troppo direttivo o troppo spontaneista... induce a perpetuare anche nel tempo successivo gli stessi grossi difetti.
Ecco quindi una chiave di lettura, tra le altre, con cui confrontarsi con le proposte di questa rassegna.
PARTE TERZA
L'EDUCATORE, ANIMATORE DI UN'ESPERIENZA
DI GRUPPO
IL PREADOLESCENTE E L'ADULTO «SIMPATICO»
Nella ricerca sugli Adolescenti d'Europa [1] e i modelli di comportamento, balza evidente che nel periodo della pubertà – cioè dai 12 ai 15 anni - la percentuale delle scelte dei propri genitori come modelli è in fase discendente, poiché nel tentativo di emanciparsi, i ragazzi vanno cercando di stabilire con i genitori e gli insegnanti un nuovo tipo di rapporto.
Durante questo periodo altri adulti, che non sono quelli dell'ambiente familiare o strettamente scolastico, assumono importanza per il ragazzo. Dagli 11 ai 14 anni si nota un progressivo accentuarsi delle scelte da parte dei ragazzi di un adulto «simpatico» come ideale [2].
È opportuno soffermarci su alcune indicazioni, che emergono oggettivamente dalle risposte degli stessi ragazzi e che saranno la base per un approfondimento in prospettiva educativa.
Nella scelta dell'adulto come ideale, l'aspetto esteriore: forza, statura, bellezza ecc., soprattutto per i ragazzi, entra con scarso peso [3]. È il ritratto morale, la personalità della persona prescelta che acquista sempre più rilevanza. I ragazzi danno la priorità al senso del dovere-coscienziosità, pur indicando con una percentuale non troppo distante l'aspetto della socievolezza. Seguono poi l'altruismo e la sensibilità. Occorre riflettere sulle motivazioni che accompagnano queste caratteristiche e ne sono la base.
La scelta di un adulto viene caratterizzata da motivazioni che non riguardano tanto gli atteggiamenti che l'adulto può assumere verso il ragazzo (affetto, comprensione, proprie dei familiari e degli insegnanti) quanto piuttosto gli atteggiamenti che l'adulto assume verso gli altri, nelle manifestazioni più semplici e nell'esercizio della propria professione e nel compimento dei propri doveri [4].
Per individuare le persone «simpatiche» e per esserne attirati i ragazzi non hanno bisogno né di grandi gesti né di manifestazioni spettacolari. I ragazzi desiderano un'autentica disponibilità che si rivolga a tutti, che non faccia preferenze né discriminazioni.
È da rilevare che ciò che colpisce maggiormente il ragazzo non è la professione o il prestigio nel campo professionale.
«Il riferimento alla professione, nella descrizione dell'adulto "simpatico", non è mai determinato da una considerazione qualitativa sul tipo di professione o dal successo che può conferire prestigio o vantaggi economici» [5].
Ciò che si impone è l'insieme della personalità, anche nella sua semplicità.
È il fascino di una personalità autentica e completa che può essere tale che essa più che modello di comportamento «ideale» diventa già «esempio di vita» [6].
L'ANIMATORE DEL GRUPPO
L'animatore e il gruppo
Il ragazzo ha bisogno di trovare accanto a sé l'adulto «simpatico», il modello che completi e integri la figura del genitore e dell'insegnante. Anche il gruppo dei ragazzi deve trovare un «adulto» come animatore, che stimoli le energie che affiorano spontaneamente all'interno del gruppo, che faccia emergere altre forze nascoste e più raramente utilizzate, che assecondi le attività proposte dai ragazzi, che prospetti altri interessi e attività che potenzino la creatività dei ragazzi.
Si presenta ora il problema: qual è la funzione dell'animatore nella genesi, nello sviluppo e nell'orientamento della esperienza di gruppo? Può comparire qui una delle antinomie tra le più profonde del fenomeno educativo.
L'educatore-animatore è portatore e rappresentante di un mondo di valori (socialità, amicizia, comunione, società, chiesa, ecc.) ai quali egli crede e per i quali vive, e perciò sente la responsabilità di guidare le esperienze dei ragazzi in modo che il ragazzo abbia la possibilità reale di assimilarli, vivendoli.
D'altra parte, però, l'esperienza di gruppo è qualcosa di strettamente personale ed una autentica educazione deve essere educazione alla responsabilità ed alla libertà di scelta.
È necessario quindi non solo rispettare ma favorire al massimo le scelte personali dei ragazzi e in nessun modo si può puntare sul condizionamento o sul ricatto di nessun genere.
Nella nascita e nello sviluppo di un gruppo l'animatore può occupare posti differenti. E così egli si situerà eventualmente «al di sopra» del gruppo, «a fianco del gruppo», «nel gruppo» come qualunque altro membro, «nel gruppo», ma con una funzione speciale.
È quest'ultima situazione che si dovrebbe ritrovare nei gruppi di ragazzi, dove l'animatore adempie delle funzioni e ricopre dei ruoli in relazione con il suo «stato» particolare di «adulto» e di «animatore». Nell'animatore si ritrovano riunite la persona (carattere, personalità, doti, attitudini, valori ecc.) e la funzione (animatore di settori particolari: sport, cultura, azione sociale; competente in catechesi, dinamica di gruppo, ecc.).
Si possono presentare varie situazioni: [7]
• L'animatore è «simpatico» tanto come persona che come funzione: ha un carattere accogliente e conosce bene il settore di cui si
interessa.
• L'animatore è «simpatico» come persona ma non come funzione: si interessa di un settore non ben conosciuto.
• L'animatore è preparato come funzione ma non è «simpatico» come persona: è un esperto nel settore che dirige ma ha un carattere «impossibile».
• L'animatore è «antipatico» come persona e come funzione: oltre al carattere difficile non è preparato nel settore di cui si interessa.
Certo la situazione più efficace è quella in cui alla «simpatia» come persona si aggiunge la preparazione specifica nel settore di cui ci si interessa.
Ma dato che i ragazzi sono colpiti e attirati dalle qualità della personalità, bisogna domandarsi quando una persona è giudicata «simpatica».
In genere quando risponde in modo soddisfacente ai bisogni fondamentali: realizzarsi e aprirsi al contatto con gli altri e alle esperienze connesse con tali bisogni.
L'animatore di un gruppo di ragazzi sarà «simpatico» se riuscirà a soddisfare i bisogni dei singoli e del gruppo.
Egli dovrà essere attento ai bisogni individuali come ai bisogni di gruppo.
Occorre ricordare qui i vantaggi delle attività individuali e di gruppo, che possono essere visti come esigenze di ciascuno e posti come mete da raggiungere.
Allora è accettato, è «simpatico» e ha una certa influenza.
Tre tipi di relazione animatore-ragazzo
I momenti di incontro animatore-ragazzo possono essere innumerevoli
e in situazioni varie [8].
Le situazioni possono essere condensate in tre tipi:
• le relazioni «correnti»
• le relazioni «a livello profondo»
• le relazioni «nel corso di attività».
Le relazioni «correnti»
Sono quelle che avvengono nella vita di tutti i giorni: tempi liberi, ascolto di un disco, ai bordi di un campo sportivo, in una piccola festa... In questi momenti l'animatore è un membro del gruppo come gli altri. Ogni animatore deve cercare di essere ammesso nel gruppo anche in questa maniera «usuale», in cui possa essere messo a parte delle mille piccole cose che interessano i ragazzi.
Altrimenti si può assistere alla reazione molto comune in tanti ambienti educativi: «Attenzione, arriva...» e si cambia argomento. In questo tipo di relazione si può essere veramente come i ragazzi? È un'illusione pensare di mimetizzarsi e far scomparire «completamente» le differenze di età, cultura, posizione. Quando un animatore è tentato di assumere uno stile democratico «qualunquistico», che potrebbe risultare strumentalizzante più degli altri perché condotto subdolamente, occorre riflettere che sono gli stessi ragazzi che desiderano che l'animatore resti sempre e autenticamente se stesso. In questi momenti occasionali l'animatore continua la sua azione di contatto che richiede:
• mettersi al livello del ragazzo e comprendere il suo quadro di riferimento;
• mostrare esplicitamente o implicitamente che comprende o che afferra il mondo che il ragazzo vuole esprimere;
• impegnarsi nella conversazione per quello che interessa «in quel momento» il ragazzo;
• tentare di coprire nella conversazione il ruolo che gli domanda implicitamente il ragazzo (compagno di interessi, ascoltatore dei suoi pensieri...);
• tentare di divenire disponibile e aperto a tutti gli interessi di tutti i ragazzi senza discriminazioni.
Nel corso di tale relazione occasionale occorre evitare gli atteggiamenti seguenti:
• orientare la conversazione verso soggetti che servono ai propri interessi;
• prendere un ruolo troppo attivo nella conversazione o nella situazione (per es. diventare «tifoso più accanito» del ragazzo);
• valutare e giudicare ciò che dice il ragazzo, salvo che questi lo domandi espressamente;
• essere coinvolto nel giudizio positivo o negativo nei riguardi di terzi;
• attirare i ragazzi più simpatici e non curarsi di quelli che lo sono meno.
Le relazioni «a livello profondo»
Capita frequentemente che l'animatore sia condotto ad allacciare un contatto più profondo con un ragazzo.
In questo caso la conversazione si situa a un livello molto importante per il ragazzo.
Nel corso di tali incontri il ragazzo tratta soggetti intimi, che egli non osa rivelare a nessuno, per timore di constatare che il suo problema è preso alla leggera.
Oppure si tratta di una rivelazione in rapporto a un aspetto della sua personalità, che egli rifiuta di ammettere o davanti al quale è stato posto in maniera «brutale».
Quando un animatore è messo in relazione a un livello profondo da un ragazzo, adotterà un atteggiamento che si può considerare «facilitante» nei riguardi del ragazzo:
• aiutare il ragazzo a trovare lui stesso una soluzione al problema che esprime e che lo preoccupa.
L'animatore potrà eventualmente chiarire, aiutare a scoprire certi aspetti oscuri, mostrare certi limiti o contrasti;
• raccogliere le confidenze del ragazzo con rispetto, qualunque sia la natura di queste confidenze;
• approfondire certi elementi del problema in una maniera serena, senza colorazioni negative.
Ogni reazione, che avesse per risultato di diminuire il ragazzo davanti ai propri occhi, sembra controindicata e genera una perdita di confidenza;
• risolvere i problemi, che hanno ripercussione sul gruppo, in collaborazione con il ragazzo.
Talvolta si trovano delle difficoltà nel corso di questo tipo di relazione profonda:
• l'animatore sviluppa il suo punto di vista senza entrare per nulla nel punto di vista del ragazzo;
• l'animatore decide, lui solo, ciò che conviene fare in risposta al problema e detta la sua soluzione prefabbricata;
• l'animatore critica il punto di vista del ragazzo, ironizza la sua posizione;
• l'animatore risponde in maniera traumatizzante, rinfacciando al ragazzo determinati suoi atteggiamenti, umiliandolo per qualche suo comportamento.
Occorre riflettere su una situazione che si può verificare nei rapporti a livello profondo.
L'animatore tratta con il ragazzo di problemi personali che questi non desidera affatto confidare e con domande, più o meno imbarazzanti, tenta di entrare nell'intimo della vita del ragazzo. Nessuno si deve credere investito del dovere di sondare e di risolvere tutti i problemi, di forzare e invadere la coscienza degli altri, anche sotto i pretesti in apparenza più giustificati.
Non si può esigere confidenza né entrare per forza nell'intimità di un altro.
Quando si avverte che c'è qualche problema o qualche situazione «difficile», che angustia il ragazzo, conviene raddoppiare l'atteggiamento di ascolto e di disponibilità.
Le relazioni «nel corso delle attività»
In questo tipo di relazione l'animatore entra in funzione per il suo ruolo tecnico, portando al gruppo un aiuto «specializzato» in ciò che concerne la realizzazione di determinate attività.
Occorre tener sempre presente, in ogni attività, che l'interesse primo e fondamentale resta il ragazzo, non la riuscita dell'iniziativa. L'animatore mostra interesse al ragazzo, perché persona degna di considerazione, e non in ragione della sua riuscita nelle attività proposte.
Ma bisogna essere preoccupati anche dei risultati «tecnici»?
È una scelta da fare continuamente e la relazione tra questi due interessi, il ragazzo e il risultato, che talvolta si presentano antitetici, dovrà essere oggetto di un adattamento continuo, mai di un compromesso.
Tre stili di animazione
Di fronte al gruppo impegnato in qualche iniziativa, l'animatore adotta uno stile di animazione [9], che è determinato da molteplici fattori: dalla sua personalità profonda, dalla sua formazione e da certe circostanze, come il tipo di attività, l'età dei ragazzi, il tempo disponibile, il numero dei ragazzi, gli obiettivi da raggiungere, i mezzi a disposizione, lo stato d'animo suo e dei ragazzi...
È perfettamente comprensibile che la stessa persona prenda stili diversi di animazione in diversi momenti, adattandosi alle circostanze e tenendo presente sempre che si tratta di ragazzi.
Osservando gli animatori «al lavoro» possiamo trovare più accentuato o meno uno di questi stili, anche se più spesso si alternano l'uno all'altro:
– stile «autoritario»
– stile «lasciar-fare»
– stile «democratico».
Stile «autoritario»
Questo stile deriva da un atteggiamento di fondo che consiste nel «voler-portare» il gruppo o l'individuo al proprio punto di vista. L'animatore di questo stile è persuaso di possedere l'unica soluzione buona e crede sinceramente che è bene che i ragazzi si pieghino alle sue decisioni, perché queste costituiscono «sempre» la migliore soluzione.
Generalmente è uno stile che si basa sull'esigenza di rendimento, di efficienza.
Si può presentare in forme diverse:
♦ Forma «autocratica»
È la forma più accentuata e più marcata di autoritarismo.
E il gruppo deve assolutamente fare ciò che l'animatore desidera, senza che si presentino alternative possibili, che non siano o la sottomissione o l'esclusione dal gruppo.
La meta è il risultato e soltanto il risultato.
L'animatore è isolato dai suoi ragazzi, che lo accettano «solamente» per situazioni contingenti, ma non appena è possibile, si staccano da lui senza rimpianti.
♦ Forma «paternalista»
È una forma molto diffusa nei gruppi animati da persone più anziane dei membri.
L'animatore «paternalista» riesce a far passare il suo punto di vista facendo in maniera che sia visto come il più logico e il più utile. Generalmente si appella alla sua «esperienza» per spiegare e giustificare le proprie indicazioni.
È l'animatore alla ricerca di gratitudine e riconoscenza per la sua attività «paternamente» messa a servizio dei ragazzi.
♦ Forma «manipolatrice»
L'animatore pensa che il gruppo o l'individuo non debba essere affrontato direttamente «faccia-a-faccia».
Preferisce raggiungere lo scopo non direttamente, ma manovrando i singoli il più delle volte, con ricatti di tipo affettivo.
♦ Forma «dispotica»
È appannaggio dell'animatore che concentra tutti i poteri nella sua persona.
È l'individuo che tenta di imporre a tutti il suo sistema di valori, la sua maniera di concepire le cose e le persone.
Egli regna non solamente sui ragazzi per un determinato risultato (stile autocratico), ma anche sulle persone, sui modi di pensare. Desidera occuparsi di tutto e si perde nei dettagli a detrimento di quello che costituisce l'essenziale.
♦ Forma da «caporale»
Si trova nelle istituzioni dal carattere molto disciplinato e che hanno quasi esclusivamente un risultato da raggiungere.
L'animatore di tale stile giustifica il suo atteggiamento appellandosi ad ordini che vengono dall'alto, nascondendosi frequentemente dietro un regolamento.
Egli esige un'obbedienza incondizionata e non permette mai un dialogo chiarificatore, perché non saprebbe in realtà come chiarire ciò che fa o fa fare. Si eseguono gli ordini senza sapere il perché.
Qualunque forma prenda Io stile autoritario, il risultato è che l'animatore si sostituisce alla personalità del ragazzo, non lo educa minimamente a una visione chiara e critica di sé, delle proprie capacità e delle proprie responsabilità nei confronti degli altri.
Stile «lasciar-fare»
L'atteggiamento fondamentale dell'animatore di tale stile si riduce a lasciare agire il gruppo secondo la fantasia e il capriccio dei ragazzi.
È uno pseudo-animatore.
Si trovano tre varianti di questo stile:
♦ Forma «demagogica»
È caratterizzata da un abbandono dell'autorità ai ragazzi, al gruppo nel tentativo di farsi benvolere.
È il capo che cerca la popolarità e che è disposto a fare tutte le concessioni per arrivarci.
L'animatore «demagogico» promette molto, lusinga il gruppo, tenta di ottenere i suoi favori.
♦ Forma «da bonaccione»
È una forma che si manifesta negli animatori che non hanno personalità né autorità.
I ragazzi sono in genere molto critici nei confronti dei loro animatori e non tollerano debolezze da parte loro. Poi sono spesso alla ricerca delle «fessure» della personalità dell'animatore allo scopo di fare la prova della propria forza e indipendenza di fronte all'autorità.
In questa situazione l'animatore è squalificato, non può dirigere il gruppo, perde il controllo degli avvenimenti ed è l'anarchia completa.
♦ Forma «disarmata»
Riguarda specialmente quegli educatori che sono stati posti di fronte a situazioni che li superano, sia perché incompetenti dell'attività del gruppo da animare, sia perché il compito è al di sopra delle loro possibilità.
Si scoraggiano rapidamente perché sentono che non arriveranno mai a raggiungere gli obiettivi che sono stati imposti loro.
Lo stile «lasciar-fare» lascia il ragazzo al suo capriccio, all'impulso del momento e non lo pone mai di fronte all'esito del proprio modo di comportarsi, di fronte alle proprie responsabilità.
Il ragazzo non fa l'esperienza dell'incontro con l'altro, che ha le sue esigenze, da tener presenti e rispettare.
Stile «democratico»
È lo stile che si basa sull'atteggiamento fondamentale dell'animatore «centrato» sul gruppo e su ciascuno dei membri che lo compongono. Anche questo stile si può vivere con alcune sfumature, che occorre tener presenti, per accentuarle a seconda della situazione in cui si trova.
♦ Forma di «cooperazione»
È la forma che collega la soluzione del problema, o la scelta dei mezzi per raggiungere gli obiettivi, a ciò che i membri del gruppo trovano «insieme».
Esige un vicendevole e continuo aiuto.
L'animatore che opera in tale modo «cooperativo» si sente realmente a servizio delle persone dei ragazzi e del gruppo.
Cerca di scoprire insieme ai ragazzi, i bisogni e le attese del gruppo e dei membri per soddisfarle.
Questo animatore è convinto che ci sono più idee e «originalità» in più cervelli che in uno solo e che le decisioni che sono prese dal gruppo sono probabilmente le più convenienti.
Questo stile sembra convenire particolarmente nei momenti di tipo organizzativo e operativo; affinché ogni ragazzo trovi una sua funzione «personale» nel lavoro di gruppo.
♦ Forma «facilitante» [10]
Tenendo presente che l'esperienza di gruppo implica cambiamenti continui nel concetto di sé (relatività agli altri, nuovi valori...) e può essere percepita come una minaccia alla propria individualità e personalità (a favore di un certo anonimato e conformismo di gruppo), può provocare delle resistenze.
La «facilitazione» consisterà nel:
• creare un clima di accoglienza per ciascun ragazzo indistintamente
• ridurre al minimo la minaccia esterna (critica degli altri, valutazione nel contesto del gruppo ecc.) all'io;
• aumentare nei ragazzi l'accettazione di se stessi e la fiducia nelle proprie capacità (ogni ragazzo è qualcuno, ha un ruolo da coprire, i suoi interventi apportano un contributo...).
Ciò avverrà, per i ragazzi soprattutto, attraverso l'esperienza della fiducia da parte dell'animatore, che si manifesterà nello stimolare la ricerca attiva, la spontaneità, la creatività, la responsabilità di ciascun ragazzo.
Si può riassumere così l'effetto di questa situazione di «facilitazione»: «Quanto maggiore è il sentimento di accettazione di sé, tanto maggiore è la probabilità che il ragazzo si senta e voglia essere se stesso ed accetti tutta la propria realtà (compresi sentimenti, valori ecc.) e nello stesso tempo permetta agli altri di agire nello stesso modo. Se questo si verifica, aumenta la probabilità che egli sia aperto a prendere in considerazione nuovi valori, nuove idee, nuovi sentimenti, che saranno anche quelli che l'educatore gli propone.
Ciò lo porterà ad essere capace di prendere iniziative, di accettare il rischio di nuove idee, valori ed esperienze e di ammettere che gli altri agiscano nello stesso modo». [11]
Questo stile sviluppa in una maniera molto profonda e molto efficace l'attitudine di comprensione da parte dei membri del gruppo, che tentano di mettersi al posto l'uno dell'altro e si abituano a tener conto del punto di vista dei propri compagni.
Per concludere queste riflessioni sugli stili di animazione possiamo ammettere che sono concepibili e realizzabili differenti stili. L'importante resta senza dubbio sapere quando e perché adottarli e prenderne coscienza «continuamente».
La preferenza va allo stile «democratico» ricordando però realisticamente che nessuno nasce «democratico» e che i ragazzi vanno educati alla «democrazia», che resta un obiettivo importante, potenziando l'attitudine a cercare relazioni sociali positive con gli altri, conservando un'autonomia e libertà personale.
NOTE
[1) AA.VV., Adolescenti d'Europa, SEI Torino 1970, p. 38.
[2] Idem, p. 69.
[3] Idem, p. 71.
[4] Idem, p. 71.
[5] AA.VV., o. c., p. 72.
[6] G. Lutte, Il fanciullo e l'adulto, in Educare vol. 2, PAS Verlag, pp. 289-299, e Ideali nell'adolescente, in Educare vol. 2, PAS Verlag, pp. 339-341.
[7] E. Limbos, L'animation des groupes des jeunes dans les activitées des loisirs, Editions Fleurus, Paris, pp. 128-130.
[8] E. Limbos, o. c., pp. 130-143.
[9] E. Limbos, o. c., pp. 115-128.
[10] G. Dho, Schemi di lavoro per il corso di metodologia pedagogica, dispense PAS 1970-1971, p. 87.
[11] G. Dho, o. c., pp. 87-88.

