La Gi.O.C.: una proposta per l'evangelizzazione dei giovani operai



    Gi.O.C. di Rimini

    (NPG 1972-11-57)

    In collegamento ideale con il numero monografico sulla evangelizzazione dei giovani operai» (1972/6-7), presentiamo una nuova esperienza di attività con i giovani operai.
    Il quadro di fondo è lo stesso: evangelizzare il mondo del lavoro significa vivere la propria testimonianza cristiana all'interno della fabbrica (anche qui c'è un chiarissimo rifiuto di una fede... per il tempo libero), gomito a gomito con tutti coloro che portano avanti un processo di coscientizzazione e di liberazione degli operai, per guidare, più con i fatti che con le parole, ad avvertire che Cristo è il significato ultimo di ogni sforzo di «liberazione» totale dell'uomo.
    La comprensione più piena delle linee portanti di questa esperienza passa perciò attraverso la rilettura di quelle pagine.
    Nel montare l'esperienza, utilizzando i documenti elaborati dalla GiOC di Rimini, abbiamo evitato di ripetere cose già sottolineate in quel contesto, per fare spazio soprattutto alle novità. E gli aspetti caratteristici sono molti.
    Come al solito, per favorire una più piena comprensione dell'esperienza e per renderla «universale (più ampia cioè dei termini con cui è stata maturata), tentiamo qualche proposta di «chiave di lettura»

    1. La GiOC di Rimini come modello della GiOC

    Non è un gioco di parole. L'esperienza di Rimini, i documenti che questi giovani
    hanno elaborato e le scelte maturate, ripropongono in termini emblematici lo «stile «caratteristico della GiOC (la traduzione italiana... della JOC belga).
    Sono, in altre parole, un metodo preciso di azione con i giovani operai, per una loro piena evangelizzazione.
    L'esperienza di Rimini non presenta quindi soltanto ciò che a Rimini è stato fatto, ma offre un modello di come la GiOC progetta un'attività pastorale nel mondo del lavoro.

    2. I documenti contengono una ecclesiologia

    L'elaborazione dell'esperienza dà abbondante spazio a documenti nati in seno alla GiOC di Rimini. Sono uno degli elementi di maggior pregio. Soprattutto la riflessione teologica e la sintesi del metodo GiOC presentano una visione operativa del rapporto Chiesa-mondo, che può fornire un interessante e stimolante supporto ai molti gruppi giovanili ecclesiali impegnati in un'attività a livello del sociale, coinvolgente la propria identità cristiana.
    I gruppi, nel loro impegno politico, sono debitori dell'ecclesiologia in cui sono stati socializzati: molte scelte, etichettate di spontaneismo o costruite con un fiume di motivazioni, dipendono da un previo modo di vedere la Chiesa nel suo rapportarsi con la storia.
    La GiOC di Rimini ha impostato un procedimento opposto: ha riflettuto a lungo sulle scelte da operare in contesto ecclesiologico e poi ha elaborato una strategia d'intervento.

    3. Il perno dell'esperienza: la RdV

    La revisione di vita (RdV) è nata nel cuore della JOC belga. La GiOC di Rimini l'ha assunta come perno della propria attività.
    La metodologia della RdV presentata qui ripropone fondamentalmente quella spinta avanti dalla rivista (la matrice è la stessa!).
    L'esperienza di Rimini serve da verifica. Un certo metodo pastorale (cfr. «Appunti di pastorale giovanile», 1971 passim) non è... totalmente utopico, se qualcuno riesce, con frutto, a tradurlo in pratica.
    Uno dei documenti più pregevoli tra quelli riprodotti è, a nostro avviso, il testo registrato di una RdV condotta in un gruppo. Una lettura attenta di quelle pagine guida a comprendere, con precisione singolare, molte proposte teoriche di cui la rivista si fa supporto.

    4. Gruppi e movimento

    Altro aspetto interessante dell'esperienza è il coordinamento tra località e movimento.
    Molti gruppi giovanili rifiutano, e a buon diritto, un collegamento di tipo verticistico: rifiutano di essere inglobati d'ufficio in un movimento organizzato dall'alto.
    La scelta ha innegabili vantaggi. Ma, al suo interno, ha la tentazione di autismo: di chiudersi nel cerchio ristretto delle proprie quattro mura, perdendo così presto di significanza e di incidenza.
    L'esperienza della GiOC di Rimini offre una proposta anche a chi si chiede come raccordare il rispetto dei gruppi locali, la base di ogni seria attività, con un collegamento più vasto, in un «movimento». Certo si deve accettare un minimo di strutture... anche se un discorso del genere può fare arricciare il naso a qualche patito dello spontaneismo ad oltranza o a qualche idolatra dell'antiistituzionalizzazione per principio.
    È stimolante, a questo proposito, il raccordo con gli adulti come collegamento con chi ha più le mani in pasta e come sbocco per il futuro.

    5. La scoperta del «gruppo di riferimento»

    Ciascun membro della GiOC agisce, a titolo personale, nelle strutture esistenti (partiti, sindacati, movimenti...). Anche se il livello di partecipazione è direttamente proporzionato all'età e maturità raggiunta, la tensione della GiOC è lì: si leggano le pagine relative all'attività dopo l'«inchiesta».
    Per conservare lo stile e il raccordo ecclesiale, si pone il problema del momento di riferimento, della partecipazione cioè a tempi dedicati ad approfondire e verificare la propria azione, per salvaguardare sempre l'identità cristiana condivisa.
    Il tema è scottante per molti gruppi.
    Le scelte della GiOC di Rimini, soprattutto le pagine che si riferiscono al movimento «adulti», sono da leggersi con attenzione. Ripropongono un ritornello già tante volte suonato:
    • nessuna azione senza una verifica condotta a livello di gruppo;
    • spinta a passare dall'appartenenza totale (gestendo attività in proprio) al semplice riferimento (momento di verifica e di ricarica), man mano che cresce l'età e la maturità personale (sbaraccare l'appartenenza troppo presto conduce alla morte dell'identità cristiana; attendere troppo a farlo, uccide il servizio che il cristiano è chiamato a fare nella storia).

    Gli aspetti da sottolineare potrebbero essere ancora molti.
    Ci fermiamo qui. Invitando, come sempre, l'operatore pastorale a fare oggetto di lettura queste pagine, con i giovani più sensibili ed impegnati, per ritrovare, nel sapore del quotidiano, le suggestioni in sintonia con le proprie attese.

    (La redazione dell'esperienza è stata curata da R. Tonelli, elaborando il materiale messo a disposizione dalla GiOC di Rimini: documenti, verbali, interviste condotte tra i responsabili del movimento).

    UN'ESPERIENZA CHE HA DIECI ANNI

    LA STORIA

    All'inizio degli anni 60 l'Azione Cattolica raccoglieva le punte più avanzate dell'impegno cristiano.
    A Rimini, all'interno del movimento «lavoratori», qualche giovane più sensibile avvertiva però l'urgenza di vivere con maggior integrazione il rapporto tra fede e impegno nella storia. Si aveva l'impressione che l'appartenenza al movimento chiudesse parzialmente al diretto contatto con la dura realtà del lavoro. Si temeva una fede per il tempo libero: una riflessione sull'impegno cristiano nella fabbrica che slittasse lontano dai problemi reali della fabbrica.
    L'esigenza, confermata dalla primavera di sensibilità portata dal Concilio, costringe a guardarsi attorno, per tentare contatti con chi poteva offrire proposte.
    E così si tesse la prima rete di raccordo con l'esperienza della JOC belga. Un primo contatto fortuito. Poi una lunga programmata permanenza a Bruxelles. Infine la partecipazione di alcuni responsabili della JOC ai campi-scuola organizzati dal «movimento».
    Lentamente, attraverso il contatto personale e lo studio dei documenti, il gruppo dei giovani lavoratori della GIAC di Rimini entra nel giro «spirituale» ed operativo della JOC.
    Ora il problema è diverso: chiarificare i rapporti con la GIAC e con le altre forze istituzionali operanti nel mondo del lavoro.
    Seguono anni di sperimentazioni e di tentativi. La chiarificazione non avviene. È difficile raggiungere un accordo, se non attraverso una reciproca rinuncia.
    In sintonia con il vescovo, le nuove scelte «ideologiche» sfociano nella costituzione di un organismo diverso, che ripropone, in Italia, i metodi sperimentati con successo dalla JOC: i giovani operai cristiani (GiOC). Il processo di approfondimento e di maturazione cammina ora in tre direzioni complementari:
    • il raccordo con gruppi simili già esistenti, almeno a livello embrionale, in Italia;
    • studio del materiale edito dalla JOC, per la creazione di una mentalità con cui mettersi al lavoro;
    • impianto del movimento nella diocesi di Rimini, attraverso il contatto con il clero (una larga sensibilizzazione di tutti gli operatori pastorali e la specializzazione di qualche giovane sacerdote), la costituzione dei primi responsabili operativi e del «permanente» (quella persona a tempo pieno nel movimento, che tiene i contatti con i vari gruppi: l'anima del movimento, colui che «rappresenta» coloro che lavorando otto ore al giorno non sono evidentemente disponibili per una serie di impegni tutt'altro che burocratici: contatti, animazione sistematica, organizzazione...).
    Lentamente il movimento inizia la faticosa strada dell'autonomia. Nascono i primi gruppi. Si lanciano le prime inchieste-campagne.
    Se l'appoggio all'istituzione ufficiale dell'Azione Cattolica favoriva l'ingresso negli ambienti parrocchiali, assicurava il sussidio organizzativo ed economico e, tutto sommato, aumentava le presenze di partecipazione, l'autonomia ha aperto le porte agli ambienti di lavoro e ha qualificato i membri dei gruppi, creando una coscienza di responsabilità ed una dimensione nuova nell'impatto chiesa-mondo.

    LO STILE GiOC

    Lo scorso anno, il movimento ha elaborato, come frutto del cammino di maturazione, un proprio documento di base che ripropone le linee portanti dello stile della JOC belga, ridimensionate sulla lunghezza d'onda della particolare situazione riminese.
    La comprensione di tutta l'esperienza passa perciò attraverso la lettura attenta delle linee portanti della GiOC.

    Che cosa è la GiOC

    Finalità

    – Un movimento d'azione. Azione ripensata e verificata.
    – Un movimento di giovani lavoratori, fatto da loro, fra loro, per loro, attraverso l'impegno nella vita di ogni giorno.
    – Un movimento che vuole far nascere e sviluppare la Chiesa nel mondo operaio, partendo dalle comunità naturali in cui i giovani vivono.
    – È contemporaneamente un movimento che è inserito in pieno nel cammino di promozione collettiva del mondo operaio.
    La Chiesa è un popolo in cammino; ma non potrà essere un vero popolo se non fa un cammino di liberazione. D'altra parte il mondo operaio non potrà fare un cammino completo di liberazione se non nella Chiesa.

    Linee metodologiche

    1) Partire dalla vita e assumerla totalmente.
    2) Trasformazione attraverso l'azione.
    3) Responsabilizzare le persone.

    1 - La GiOC parte sempre dalla vita
    È importante essere attenti alla vita dell'uomo, perché è nella realtà concreta dell'uomo e del mondo che Cristo si è incarnato per riportare tutto al disegno del Padre.
    È nella vita di ogni giorno che possiamo e dobbiamo incontrare Dio.
    La GiOC vuole assumere e valorizzare le aspirazioni e tutto ciò che di positivo vi è negli uomini. Ma bisogna fare attenzione e distinguere fra gli interessi immediati e le aspirazioni. È necessario capire quali sono i falsi problemi creati artificialmente dalla società e quali invece sono quelli che manifestano le vere e profonde aspirazioni dell'uomo.
    Nel cuore dell'uomo, nelle sue aspirazioni più profonde appaiono i segni della liberazione, i segni del Regno.
    Le aspirazioni sono le stesse presso tutti gli uomini, anche se si manifestano in modi diversi. Hanno tutte la stessa origine: vengono dal di fuori dell'uomo: sono appelli di Cristo che chiama tutti gli uomini alla figliolanza divina e alla costruzione del Regno.

    2 - Nella GiOC la formazione avviene sempre attraverso l'azione ripensata e verificata
    Non c'è prima una formazione intellettuale e poi l'azione. Ci si forma attraverso l'azione, dove per azione si intende:
    a) ogni atto, piccolo o grande, personale o collettivo, rivolto a trasformare la persona, le condizioni di vita, le strutture e a togliere tutto ciò che impedisce all'uomo di realizzare la sua vocazione;
    b) non un'azione evasiva, ma radicata nella situazione concreta in cui la persona vive, cioè nella sua «comunità naturale»;
    c) azione che è portata avanti assieme a tutti gli uomini di buona volontà che si impegnano per lo sviluppo integrale dell'uomo e del mondo, anche se hanno un'altra fede e un'altra ideologia;
    d) azione verificata e ripensata nel gruppo militanti per lasciarsi guidare e trasformare dal Cristo risorto presente nell'azione.
    La verifica, come ogni altro incontro di riflessione, si fa secondo il metodo del «vedere, giudicare, agire».
    e) Azione che non trasforma solo la propria persona; ma, perché fatta con fede, diviene testimonianza per gli altri.

    3 - La GiOC non vuole sostituirsi ma aiuta i giovani a prendere le proprie responsabilità nell'azione
    È nell'azione e attraverso la responsabilità che i giovani prendono coscienza di essere qualcuno. Di conseguenza il militante è soprattutto un suscitatore; non agisce da solo o per qualcuno, ma con gli altri.

    Cammino di conversione

    La GiOC aiuta i giovani lavoratori a:

    1 - Prendere coscienza delle loro aspirazioni
    Bisogna aiutare i giovani a riflettere sulla loro vita, ad andare a fondo nei loro problemi fino a scoprirne le aspirazioni più profonde.
    Ciò avviene nei contatti personali dei militanti con i loro amici, attraverso l'inchiesta, ecc.
    2 - Scoprire che ci sono altri che hanno le stesse aspirazioni
    Quando dei giovani, in un incontro, esprimono le loro attese, le loro aspirazioni, scoprono la solidarietà, prendono coscienza di non essere soli, ma di essere accanto agli altri.
    3 - Agire e lottare assieme
    Nell'azione le persone si trasformano personalmente e modificano le condizioni di vita e le strutture Nell'azione costantemente verificata avviene la formazione e la purificazione delle aspirazioni che spesso sono mescolate all'egoismo e alle alienazioni.
    4 - Attraverso l'azione fatta insieme ad altri, il giovane scopre che è possibile cambiare qualche cosa
    È questa l'esperienza della liberazione, che porta a superare i propri limiti, il senso di impotenza e di rassegnazione che la società, con i suoi condizionamenti, genera nei giovani.
    5 - In questo modo si prende coscienza di essere uniti in un unico cammino con tutti gli uomini che lottano per la liberazione. Si scopre di appartenere all'unico popolo, quello dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi di ogni nazione e di ogni tempo: concretamente questo popolo si identifica con il «Movimento operaio» di tutto il mondo [1].
    6 - La GiOC, attraverso la Revisione di vita e la testimonianza dei militanti, rivela il significato più profondo della lotta di liberazione. È la rivelazione di Gesù Cristo come Colui che ha dato inizio all'opera di liberazione e la porta al suo ultimo compimento.
    Si scopre così:
    a) Il piano di Dio: Dio vuole la liberazione di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. È Lui che prende l'iniziativa.
    b) La presenza di Cristo come persona viva e operante nella vita di ciascun uomo. Egli fa con noi il cammino di liberazione.
    È questo il momento della Pentecoste che fa capire: la rivelazione di Cristo e del suo mistero totale che abbraccia tutta la storia.
    7 - Celebrazione di Cristo che agisce nella nostra vita
    La Messa per il militante non è un semplice atto di devozione, ma è la celebrazione di Cristo che è protagonista e centro della Storia (Ef 1,10). È un riconoscere che è Cristo a ricondurre tutte le cose all'unità.
    E il cristiano, nella misura in cui opera con fede per la liberazione totale dell'uomo, si unisce a Cristo, partecipa della sua missione.
    In questo modo tutta la nostra vita diviene una continua celebrazione.
    8 - Missione
    Il militante scopre di essere chiamato da Cristo a collaborare con il suo piano di salvezza e di avere un posto e una missione da realizzare nelle situazioni concrete in cui Dio lo ha messo.
    In concreto il militante vive la missione nella misura in cui dà una testimonianza nella sua comunità naturale, vive la dimensione collettiva del mondo operaio, mette a disposizione la sua vita per la promozione dell'uomo e la crescita della Chiesa.

    LO STILE GiOC:
    UNA VISIONE TEOLOGICA DEL RAPPORTO CHIESA-MONDO 

    Uno dei pasticci più grossi per chi cerca di fare qualcosa di serio nella storia, coinvolgendo la propria fede, è il lasciarsi catturare dal sentimento, dall'emotività, dallo spontaneismo.
    Più i problemi sono seri, più vanno affrontati con un sicuro entroterra teologico e antropologico.
    Impegnarsi per animare cristianamente la propria esperienza quotidiana nel mondo del lavoro e con il movimento operaio, significa rispondere a molte domande assillanti:
    • come la salvezza di Cristo c'entra con il processo di liberazione in atto all'interno del movimento operaio?
    • come e a quali condizioni la chiesa è comunità di «questa» salvezza?
    • a quali titoli il cristiano coinvolge la propria identità?
    • quali strutture il cristiano mette in atto? si crea strutture alternative o offre la sua piena partecipazione nei movimenti esistenti?
    • come raccordare la maturazione di una propria identità cristiana con l'appartenenza quotidiana a movimenti non esplicitamente cristiani?
    Queste e simili domande sono rimbalzate frequentemente negli incontri formativi. Esigevano una risposta. Una parola sicura con cui confrontarsi ed uno stimolo ad una disponibile ulteriore ricerca.
    È stata perciò elaborata una sintesi programmatica.
    Forma la carta di base di una teologia del rapporto chiesa-mondo, per il militante della GiOC.

    Il piano di Dio nella creazione

    La Bibbia ci dice che Dio dopo aver creato l'uomo gli comanda di dominare la terra e di trasformarla. Sono tutti gli uomini che collettivamente hanno ricevuto questa missione di far progredire il mondo attraverso il dominio della natura e l'organizzazione sociale. La creazione infatti non è completata. Per questo Dio chiama l'uomo a collaborare con Lui, a continuare la creazione, a essere lui stesso creatore. L'uomo è fatto a immagine di Dio proprio perché, con la sua intelligenza e volontà, è simile a Dio creatore.
    Questa vocazione è inscritta nella coscienza di tutti gli uomini; fa parte del loro statuto di uomini. Lavorare e impegnarsi socialmente non è un fatto facoltativo, ma dovere essenziale di ogni uomo.
    Nella visione cristiana l'uomo è profondamente unito e solidale con l'universo e con la natura. La terra non è un supporto, un terreno di esercizio per l'uomo. Infatti il mondo attende assieme all'uomo la realizzazione piena. Tra l'uomo e il mondo vi è un interscambio continuo. Da una parte l'uomo si realizza trasformando il mondo, esprimendo con le sue opere il grado di umanità al quale è pervenuto, e il senso che dà alla sua vita. Dall'altra parte il mondo che costruisce, lo influenza: lo libera e lo sviluppa, oppure lo degrada e lo diminuisce. Questa solidarietà dell'uomo con la creazione, con la materia, costituisce, nella visione cristiana, un aspetto molto importante perché elimina ogni dualismo fra corpo e anima, fra «spirituale» e «materiale». È l'uomo intero, che è creato a immagine di Dio; nella risurrezione sarà glorificato anche il corpo dell'uomo; e in «cieli nuovi e mondi nuovi» l'universo stesso materiale, trasfigurato dalla potenza di Cristo, parteciperà alla gloria dei figli di Dio. Se invece non si supera la visione dualista fra corpo e anima, fra materiale e spirituale, si viene a squalificare la partecipazione dell'uomo alla creazione e alla organizzazione del mondo, quasi che queste cose siano senza importanza, non abbiano alcuna influenza sullo «spirituale», non servano all'incontro dell'uomo con Dio. Questo incontro non avviene in una «vita interiore e spirituale» staccata dal resto, ma dentro tutta la vita e l'anima creatrice dell'uomo.

    Il piano di Dio e ostacolato dal peccato

    La realizzazione del piano di Dio è rallentata dalla presenza del peccato nell'uomo. Dì fatto gli uomini sono peccatori e la storia è tormentata dal peccato nelle sue varie forme e manifestazioni. Non vi è solo il peccato individuale ma anche quello collettivo. È l'egoismo, l'orgoglio dei singoli che diventa sistema oppressivo, struttura ingiusta. Molti dei mali che affliggono l'umanità, in particolare il capitalismo di ogni tipo, le guerre, il razzismo, la povertà, sono nati dal male che è presente nell'uomo.
    Per questo l'uomo è impedito a portare a compimento la sua vocazione che è la comunione con Dio, e con i fratelli in un mondo fatto a misura d'uomo.

    La salvezza avviene in Gesù Cristo

    Gesù Cristo con la sua venuta, la sua opera, la sua passione, la morte e la risurrezione, porta a compimento il piano di salvezza liberando gli uomini dal peccato e comunicando la vita divina, il potere di diventare figli di Dio, uomini nuovi. Cristo è la riconciliazione: «Piacque infatti a Dio di far abitare in Lui tutta la pienezza e per mezzo di Lui riconciliare a sé tutte le cose, sia quelle che sono sulla terra come quelle che sono nel cielo, facendo pace per virtù del sangue della sua croce» (Col 1,20).
    La salvezza totale dell'uomo non è quindi il risultato di un processo di sviluppo e di liberazione attuato dagli uomini con le loro sole forze ricevute in virtù della creazione, ma è un dono che Dio fa in Gesù Cristo e che va ben oltre le aspettative e le possibilità umane.
    Agli uomini Cristo offre, come salvezza, il potere di diventare figli di Dio (Gv 1) e di esserlo veramente (1 Gv 3,1), la possibilità di creare fra gli uomini la comunione come fratelli e la conseguente liberazione dal male profondo che è il peccato. Questo è certamente dono di Dio, e non opera dell'uomo. Ma la salvezza operata da Cristo si riflette su tutta la vita dell'uomo, sul suo modo di pensare e di agire, e quindi impegna anche a cambiare tutte le situazioni di ingiustizia in cui i poveri sono le vittime. Questo impegno, da chiunque venga accolto, è una testimonianza visibile ed un segno che la salvezza di Dio è già operante.

    Gesù ristabilisce in tutta la sua validità il piano di Dio creatore

    Gesù non è venuto a togliere ma a compiere (Mt 5,17-19). Gesù assume tutto il piano di Dio creatore e si pone restauratore di esso. Questo piano, come abbiamo visto, affida agli uomini il compito di svilupparsi, di costruire la società, di dominare il mondo trasformandolo. Tutti gli uomini vi sono chiamati e portano il loro contributo nel corso della storia nella misura in cui la loro attività è impostata secondo giustizia e verità. Gesù non viene per sostituirli, né costruisce la Chiesa perché li sostituisca nell'ordine temporale della creazione. Rifiuta decisamente ogni messianismo terreno, non opera in proprio delle trasformazioni sociali. «Il mio Regno non è di questo mondo». È vero che l'ordine stesso della creazione è avvenuto in Lui e per Lui, cioè nel Verbo, e che il Cristo risorto è Signore di tutto; ma nella sua missione terrena, che è quella continuata dalla Chiesa, Cristo ha ricevuto dal Padre il compito di redimere l'uomo; cioè assumere, purificare ed elevare la sua vita.
    II piano di Dio è unico; Egli vuole radunare tutti gli uomini, per mezzo di Gesù Cristo, in una sola famiglia, facendoli partecipi della vita divina. Ci sono, è vero, due ordini distinti, quello della creazione e quello della redenzione, ma non ci sono due tempi: un primo momento, quello della creazione, che mette in piedi «l'umano», e un secondo momento, quello della redenzione di Cristo che si aggiunge per sostituzione o giustapposizione. Cristo non è venuto semplicemente a rimediare le cose. Egli è il Signore in cui tutto sussiste, in cui e per cui il mondo è stato creato ed è stato elevato. Cristo non cessa di attirare tutto a sé fino alla pienezza finale. La liberazione che Cristo ci porta non è una verniciatura morale, un rivestimento esterno; essa raggiunge l'uomo in profondità, per rinnovarlo dall'interno, e farne un essere nuovo, capace di mettere tutte le sue forze al servizio dei fratelli, e di divenire un migliore «creatore» nella costruzione del mondo.
    La creazione attualmente incompleta, provvisoria e in via di perfezionamento, raggiungerà la sua pienezza solo nell'aldilà della storia, nella perfezione della città celeste che è vero dono di Dio. La fede cristiana ci rivela, infatti, che la vocazione e la dignità dell'uomo è talmente grande che il solo mondo degno di lui è il mondo nuovo, quello della creazione completata. Questo non significa che dobbiamo attendere passivamente questo dono di Dio; fin da ora dobbiamo inscrivere, con il nostro impegno, in questa creazione i segni del Regno definitivo e cioè dobbiamo operare perché fin da oggi nel mondo ci sia più verità, più giustizia, più libertà, più amore (Pacem in terris, 40-41). Dice infatti il Concilio: «Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Dio, tuttavia tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio. Ed infatti i beni quali la dignità dell'uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati di ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Qui sulla terra il Regno è già presente in mistero; ma con la venuta del Signore giungerà a perfezione» (Gaudium et spes, 39).

    Valori umani e Cristo

    La fede cristiana ci insegna che tutti i valori e progetti umani sono relativi. Il solo vero assoluto è Dio. Gesù Cristo con la sua incarnazione è venuto a desacralizzare, demistificare ed abbattere tutti gli idoli, cioè tutto ciò che pretenderebbe imporsi come verità totale (es. autorità, poteri, ideologia, denaro...).
    Questo significa due cose:

    a) Cristo viene a relativizzare i valori e i progetti umani. Questo non vuol dire minimizzarli o sottovalutarli, ma significa che Cristo viene a metterli al loro posto nella realizzazione del progetto di Dio sull'umanità. I valori vissuti dagli uomini, come ad esempio le aspirazioni degli operai alla libertà, dignità, giustizia, sono in noi le tracce e i segni di quel tipo di uomo nuovo e del Regno definitivo che Dio va preparando per noi. Questi valori sono solo segni e indicazioni parziali. Non sono un assoluto. Valgono nella misura in cui esprimono qualche cosa della verità totale dell'uomo. Ma questa pienezza viene rivelata e portata solo da Cristo e supera di gran lunga ogni nostra attesa e ogni nostra possibilità. Per questo il cristiano che conosce nella fede il progetto di Dio sull'uomo, non può accontentarsi mai di alcuna realizzazione storica, non sarà mai una persona accomodata e soddisfatta.
    Il cristianesimo non è un umanesimo, non è riducibile a un sistema di valori, ad una ideologia, né può mai identificarsi totalmente con una determinata realizzazione sociale, politica, culturale. Dio è sempre più grande.

    b) Cristo viene a radicalizzare ogni valore autenticamente umano. Rimettere al loro posto i valori umani non significa disprezzarli, ma riconoscerli come realizzazioni provvisorie, imperfette ma valide. È Gesù Cristo che prende e valorizza i progetti umani rimettendoli al loro posto, come espressioni diverse e necessarie della riunione creatrice affidata all'uomo. La fede ci insegna da una parte che Dio non fa niente senza l'uomo, ma lo chiama alla collaborazione; dall'altra, che tutto ciò che di buono e di giusto avviene per gli uomini, non avviene senza la grazia di Dio (Creatore e Salvatore).
    È Dio la sorgente della nostra azione; di conseguenza il nostro impegno per la trasformazione del mondo e per la giustizia è fondato e radicalizzato in Cristo. Le realizzazioni imperfette degli uomini sono tappe intermedie di un cammino di cui noi nella fede conosciamo il termine, ma che nella realizzazione è imprevedibile e sempre soggetto alla libera iniziativa di Dio.

    La missione della chiesa nel mondo

    ♦ La salvezza portata da Cristo si attua nella Chiesa per opera dello Spirito Santo. L'amore salvatore di Cristo tocca tutti gli uomini senza eccezione alcuna e li chiama nella loro vita concreta a riunirsi in popolo di Dio. Lo Spirito di Cristo infatti è all'opera nel mondo per radunare gli uomini nell'unico popolo di Dio. Per questo intervento misterioso di Dio e attraverso la fedeltà alla loro coscienza tutti gli uomini possono partecipare al mistero pasquale e unirsi, anche senza saperlo e senza che noi lo sappiamo, con il popolo di Dio in marcia (Lumen Gentium, 3; 13; 16; Gaudium et spes, 22, 5).
    Ma tutti questi uomini, pur essendo toccati dall'azione di Cristo, non sono ancora Chiesa. Essa infatti raduna coloro che nella fede e nei sacramenti sanno e vogliono essere uniti al Cristo nella morte e nella risurrezione. Attorno a questa Chiesa vi sono come dei cerchi, sempre più grandi, di partecipazione. Questi cerchi vanno fino agli ultimi confini dell'umanità. Essi hanno tutti il Cristo per centro.
    In qualche modo appartengono già alla Chiesa: convergono verso essa e verso il Cristo. La volontà di Dio è che la partecipazione alla Chiesa diventi per tutti più consapevole e profonda.
    Non si può comunicare pienamente con Cristo se non si comunica con la Chiesa, la comunità visibile dei battezzati. Questa comunità testimonia visibilmente la sua fede e la sua carità. È nel mondo il segno e lo strumento dell'incontro con Cristo.
    Tutto questo concretamente significa che la Chiesa si deve porre di fronte al mondo con degli atteggiamenti precisi, che nascano dalla fede e dalla natura della sua missione:

    1. La Chiesa ha il dovere di mettersi in ascolto del mondo per discernere con gli occhi della fede ciò che viene da Dio nelle aspirazioni e nelle azioni degli uomini. È uno dei compiti più importanti della Chiesa, del suo ufficio profetico (Gaudium et spes, 11). Si tratta di riconoscere nella vita dei popoli i segni dello Spirito dí Dio (che agisce anche fuori delle frontiere visibili della Chiesa), di favorirne lo sviluppo e ricondurli al loro autore che è Cristo Signore. Questo, oggi, sembra particolarmente importante per la classe operaia. Infatti in tutto ciò che essa vive di autenticamente umano, è la Chiesa che si raduna e sí prepara. È il popolo di Dio in marcia quale il Signore lo crea nella vita e nell'azione degli uomini. Quando dei lavoratori cristiani fanno revisione di vita su ciò che vivono assieme ad altri nei loro ambienti di lavoro, essi imparano a vedere Dio presente e operante nella loro vita, ricercano i segni della sua volontà nelle trasformazioni delle persone, nelle prese di coscienza, nell'apertura alla responsabilità e scoprono soprattutto qual è la loro missione in quelle situazioni.

    2. La Chiesa ha la missione di rivelare a tutti gli uomini che la salvezza è Cristo. Non è sufficiente accontentarsi di far prendere coscienza agli uomini dei valori che sono già radicati nel loro cuore. Non è questo l'essenziale della nostra missione. È utile all'uomo prendere coscienza di ciò che egli è già, ma bisogna soprattutto farlo divenire ciò che non è ancora. Se la Chiesa non avesse altro ruolo che far conoscere una salvezza già realizzata, la Chiesa non sarebbe necessaria alla salvezza. Essa deve dire all'uomo che, pur avendo molto ricevuto, gli resta molto più da ricevere. Gli resta da accogliere consapevolmente Cristo, che è la totalità della salvezza.
    L'uomo è più grande quando sa. Non possiamo accontentarci di uomini che vivono già in qualche modo della grazia di Dio senza saperlo. La Chiesa è chiamata ad annunciare loro tutto il disegno della salvezza e farli partecipi della vita nuova in Cristo.

    3. Tutto ciò che nel mondo vi è di buono e di giusto viene assunto, purificato, ed elevato in Cristo e nella Chiesa (Lumen gentium, 13, 17; Ad gentes, 9; Gaudium et spes, 76).
    Compito della Chiesa è quello di ricondurre tutte le cose a Cristo, purificandole delle scorie del peccato.
    Per attuare questa sua riunione la Chiesa deve restare pienamente inserita e solidale con le aspirazioni, le ansie e le speranze degli uomini: «Voi siete nel mondo». Come Cristo ha salvato gli uomini incarnandosi, cioè prendendo la loro concreta condizione di uomini, condividendo la loro vita, assumendo la loro cultura, così oggi entra nella vita degli uomini, entra nel mondo operaio, nel loro movimento di emancipazione e porta la sua forza decisiva per contribuire alla liberazione e alla salvezza piena. Questo significa che la Chiesa e i singoli cristiani per evangelizzare i lavoratori devono scoprire e vivere i valori del lavoro, della cultura operaia, della solidarietà, della partecipazione al movimento operaio e alla lotta per la liberazione dall'ingiustizia.
    La partecipazione dei cristiani alla azione del movimento operaio a fianco degli altri lavoratori è di importanza capitale. Essa è il risultato di una sola e medesima fedeltà alla loro coscienza operaia e alla loro fede a Cristo. Condividendo i valori operai i militanti cristiani li assumono e li purificano nella Chiesa, e nello stesso tempo aprono la Chiesa all'ascolto di quella parola di Dio che viene pronunciata dalla bocca dei poveri e degli uomini di buona volontà di tutto il mondo.

     La Chiesa deve diventare sempre più segno visibile di Comunione, realizzando nel suo interno una vera comunione fra i suoi membri, operando per la loro liberazione: «Voi non siete del mondo». I cristiani vivono in una dimensione nuova: sono figli di Dio e si comportano come tali. Essi introducono nella vita terrena la fede, la speranza e la carità, e vivendo secondo queste categorie il loro impegno umano di creature, lo preservano dal fallimento, e lo orientano potentemente verso la meta finale.
    Nel far ciò la Chiesa e i cristiani devono rifiutare lo spirito del male che c'è nel mondo e quindi anche nel mondo operaio, nel suo movimento e nella sua cultura. La Chiesa deve svolgere la sua funzione di coscienza critica nel condannare le forme di economicismo, il culto del potere come sopraffazione, lo spirito della violenza. Deve annunciare il tipo d'uomo e di società da costruire, denunciando i falsi valori, e illuminando con il Vangelo le scelte degli uomini.

     La Chiesa rispetta l'autonomia delle realtà terrene.
    Come si è già visto, la nostra vocazione d'ordine umano è indicata nella Genesi, fa parte dello statuto dell'uomo, appartiene ad ogni uomo. È l'umanità come tale che, nella creazione, ha ricevuto l'abilitazione a fare politica, a trasformare scientificamente il mondo e a renderlo più giusto.
    Il «proprio» della Chiesa e del cristiano è nell'ordine della fede, è l'annuncio della redenzione, del Regno di Dio. Il cristiano come tale è abilitato a fare profezia (discernere ciò che porta al Regno di Dio) e a introdurre nei rapporti umani la carità (orientarsi in tutto verso la comunione con Dio).
    Ma la profezia e la carità investono e influenzano tutta la vita dell'uomo, quindi anche la politica, la cultura, le scienze, senza però identificarsi con esse. Infatti il disegno di Dio è unico e unitario. E anche la vocazione del cristiano è unica, quella divina. Non c'è separazione fra natura e grazia, perché l'una è nell'altra, la anima e la trasforma dall'interno, senza confusione o giustapposizione.
    Per questo la Chiesa, nel suo rapporto col mondo:

    1. Riconosce e rispetta l'autonomia della realtà terrena, rifiuta ogni integrismo, accetta la distinzione fra fede e ragione. La Grazia non assorbe la natura fino ad annullarla e vanificarla (cfr. docetismo). Dice infatti il Concilio: «Benché Dio Salvatore e Dio Creatore siano sempre lo stesso Dio, e così pure si identifichino il Signore della storia umana e il Signore della storia della salvezza, tuttavia in questo stesso ordine divino la giusta autonomia della creatura, specialmente dell'uomo, nonché tolta, viene piuttosto restituita nella sua dignità e in essa consolidata» (Gaudium et spes, 41; cfr. n. 36). Questo concretamente significa che i cristiani non devono pretendere dalla gerarchia e dalla Chiesa delle soluzioni tecniche ai problemi di ordine tipicamente temporale. Non è questo il compito della Chiesa. «Il mio Regno non è di questo mondo»; «Chi mi ha costituito giudice per voi?».

    2. Si pone come fermento, sale e luce del mondo. Il cristiano deve evitare il dualismo, cioè la separazione fra fede e vita, e il secolarismo, cioè la riduzione della vita alla sola dimensione orizzontale. Dice a questo proposito il Concilio: «la Chiesa riconosce e apprezza molto il dinamismo con cui ai giorni nostri i diritti umani vengono promossi ovunque. Ma questo movimento deve essere impregnato dallo spirito del Vangelo, e deve essere protetto contro ogni specie di falsa autonomia. Siamo tentati infatti di pensare che allora soltanto i nostri diritti personali sono pienamente salvi, quando veniamo sciolti da ogni norma di legge divina. Ma per questa strada la dignità della persona umana, nonché salvarsi, piuttosto va perduta». Il cristiano sa che la fede deve animare tutta la sua vita, e che per la salvezza totale non sono sufficienti i mezzi umani: «la forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea, consiste nella fede e carità portate ad efficacia di vita, e non nell'esercitare con mezzi puramente umani un qualche dominio esteriore» (Gaudium et spes, 42).

    ♦ La Chiesa, come tale, rifiuta di creare in proprio strutture sociali e politiche; non promuove iniziative direttamente politiche perché riconosce che non è compito suo. Il farle spetta a tutti gli uomini secondo il piano di Dio creatore. La Chiesa si pone all'interno dei sistemi economici e sociali, e delle culture che gli uomini creano, attenta a non integrarsi in essi e a non lasciarsi strumentalizzare, ma richiamando sempre, senza compromessi, i valori fondamentali, e stimolando gli uomini verso traguardi sempre più grandi di giustizia e di pace. Il cristianesimo non è un umanesimo. Il Vangelo non ci fa essere migliori politici degli altri; non dispensa criteri di analisi sociologica, ma è un fermento che rinnova tutto.

    ♦ Non fare in proprio scelte sociali e politiche non significa, per la Chiesa, neutralismo di fronte ai valori da affermare, di fronte alle ingiustizie, e ai conflitti sociali in corso. Il Vangelo non è neutrale. La Chiesa non può rimanere al di sopra della mischia come spettatrice imparziale, senza diventare corresponsabile delle gravi ingiustizie presenti nel mondo. Gesù ha insegnato che la Chiesa deve essere con i più poveri, contro ogni oppressione e ingiustizia, con chi si batte per la liberazione dell'uomo.

    ♦ Per essere fedele alla sua missione nel mondo la Chiesa deve purificarsi.
    A questo riguardo sembrano particolarmente fondamentali alcuni rilievi fatti dai militanti operai cristiani della J.O.C. e dell'A.C.O. francese, che riportiamo integralmente.

    «I cristiani sono spesso assenti nelle trasformazioni del mondo. Essi considerano ancora l'azione temporale come impura; non ci si vuole sporcare le mani, non ci si vuole compromettere in una lotta che non è mai completamente pura: "lo non faccio politica; la politica è sporca".
    Spesso la fede non li aiuta a capire che essi devono assumere le proprie responsabilità in questo mondo; non hanno coscienza che la fede deve animare tutta la loro vita; tutt'al più estrapolano dal Vangelo una certa morale per la vita individuale e uno spirito assistenziale per attenuare la miseria più vistosa. In questa prospettiva, non si tratta di combattere l'imperialismo del danaro e di costruire una società più umana e più fraterna; ci si contenta al massimo di umanizzare un po' il sistema attuale.
    Molto spesso i cristiani si sono messi assieme fra loro per rispondere a certe necessità: così sono nate le istituzioni sociali cristiane, le scuole cristiane, le organizzazioni cristiane di beneficienza. Occorre evidentemente risituare queste cose nella storia: l'epoca in cui sono nate, il clima nel quale si sono sviluppate, l'utilità che hanno potuto avere.
    Oggi però questo provoca molte ambiguità e deformazioni:

    a) L'operaio cristiano reagirà contro l'ingiustizia perché è cristiano e non perché fa parte di una classe sfruttata. Gli appelli gli vengono dal mondo, ma è la Chiesa, le organizzazioni cristiane che danno la risposta. Si rischia allora dì cadere nel clericalismo o di confondere la tale istituzione, il tale movimento temporale con la Chiesa: anche se quella organizzazione si dice di ispirazione cristiana, anche se è composta in maggioranza di cristiani, non è la Chiesa!

    b) Nelle istituzioni temporali cristiane si agisce a lato del movimento operaio. Non lo si riconosce per quello che è: "portatore d'un progetto sull'uomo e sulla società, portatore di una cultura e di aspirazioni universali". Anziché accogliere ciò che viene dal movimento operaio, le organizzazioni della Chiesa si sostituiscono ad esso.

    c) Si rischia di fare un ghetto che esclude gli uomini di buona volontà che ricercano la giustizia, la fratellanza, una società a servizio dell'uomo, e che non vogliono, per il momento, entrare nella Chiesa.

    d) Si rischia di fare una unità "qualsiasi" fra i cristiani ignorando una società divisa tra sfruttatori e sfruttati, e di essere incapaci di farci contestare dal Vangelo di Cristo.
    La conseguenza di tutte queste cose è il rifiuto, in nome dell'unità dei cristiani, di confrontarsi sulle cause di una situazione di sfruttamento della classe operaia e sulle prospettive sociali, economiche e politiche che permettono un mondo più giusto e umano.
    L'impegno è spesso considerato come una "specializzazione" riservata a qualcuno e non come necessità vitale per ogni uomo cosciente delle sue responsabilità e per ogni cristiano cosciente delle esigenze del Vangelo. Pochi cristiani agiscono negli organismi o istituzioni che costituiscono un mondo più giusto. Questa assenza è una controtestimonianza per tutti coloro che aspirano a questo mondo nuovo e in primo luogo per la classe operaia» (Documento A.C.O. n. 62).

    GRUPPI IN COLLEGAMENTO: IL MOVIMENTO 

    L'esperienza della GiOC di Rimini risponde ad uno degli interrogativi più assillanti nella vita dei gruppi ecclesiali: autonomia assoluta o collegamento verticistico?
    Propone un modello intermedio, un'alternativa altamente funzionale alla vita dei singoli gruppi ed al loro reciproco sostegno, in un movimento a più largo respiro.

    IL GRUPPO

    La base, la cellula della GiOC sono i gruppi locali.
    Attualmente ne esistono una trentina, composti da un minimo di 5 militanti ad un massimo di una ventina.
    Il numero è importante, per una vita matura di gruppo. Senza un minimo di base, la vita è strascicata. Con una partecipazione troppo alta, si perde in spontaneità e vivacità. Per questo, quando un gruppo diventa pesante e numeroso, spontaneamente sciama: se ne fonda un altro.
    Altro elemento caratteristico è lo spazio di appoggio. Una volta i gruppi erano legati alle parrocchie.
    Si è lentamente maturata l'istanza di spostare l'angolo di presa: dal privilegiare la parrocchia al privilegiare l'ambiente naturale, per esprimere meglio la presenza della «chiesa» in quel determinato luogo quotidiano di vita.
    Oggi esistono gruppi legati al quartiere, gruppi legati all'ambiente di lavoro (aziende, piccole industrie), gruppi legati all'ambiente di vita. Le caratteristiche sono diverse. L'esperienza le fa avvertire complementari e reciprocamente funzionali.
    Nel gruppo direttamente coinvolto in un ambiente di lavoro, il centro di attenzione è il proprio lavoro. Negli altri è la vita, letta però con quel preciso taglio che viene dal lavoro. Nei partecipanti si è maturata una precisa coscienza di essere «movimento operaio». Quel problema sul tappeto, anche se apparentemente coinvolge la conoscenza diretta solo di alcuni, tocca sulla pelle tutti, proprio perché problema di un operaio e quindi di tutto il movimento. Lo sforzo è condotto sulla ricerca dei «perché» di questo più vasto coinvolgimento e soprattutto sui possibili interventi, per risolvere «quella» situazione, attraverso una politica più globale, più da «movimento operaio».
    Sempre, la preoccupazione più forte è di non operare uno stacco tra il militante e la sua comunità naturale di vita (gruppo, bar, ambiente di lavoro, scuola...): egli avverte che è sul filo di questo quotidiano che si verifica la sua esperienza cristiana, lì egli si sente in stato di missione, per realizzare la chiesa, come comunità di salvezza.

    IL MOVIMENTO

    Ogni gruppo ha la tentazione incombente di privatizzare la propria esperienza, tagliando i ponti con il resto della vita: si riduce, con le proprie mani, ad un piccolo ghetto staccato dal contesto.
    Per superare questa tendenza, i trenta gruppi che costituiscono la GiOC di Rimini sono collegati profondamente, in un più vasto movimento. Ciascuno di loro e tutti assieme sono la GiOC. Nessuno può arrogare a sé il distintivo, se non in sintonia operativa con gli altri. L'unione non è però dall'alto, ma dalla base.
    Il raccordo con la vita elimina il pericolo del verticismo, del collegamento forzato e discendente; mentre il continuo contatto tra i gruppi spunta gli eventuali polloni di autismo.
    Il collegamento è realizzato attraverso strutture: le minime indispensabili, per lasciare briglia sciolta alla vita, ma tutte quelle necessarie per realizzare l'obiettivo.
    Il movimento si regge su questi «pilastri»:
    • Ogni gruppo esprime un suo responsabile: esso partecipa, abitualmente una volta alla settimana, all'incontro responsabili. Sono presenti tutti i responsabili dei vari gruppi e i responsabili di movimento. Gli incontri vertono su problemi formativi e sui temi fondamentali della spiritualità GiOC. Non mancano gli aspetti strettamente tecnici.
    Ogni responsabile porta all'incontro le attese del suo gruppo e, con gli altri, ne matura una possibile risposta.
    • La figura del permanente crea un trait-d'union vivo e personale. La sua presenza alla vita dei gruppi è frequentissima. La sua persona e il suo ruolo sono finalizzati proprio a questo.
    • Sono programmati ogni anno frequenti incontri dei militanti dei diversi gruppi, a livello di assemblea generale. Hanno come oggetto i problemi che possono aver interessato i diversi gruppi, la comunicazione delle esperienze, la elaborazione di strategie di intervento comuni, lo studio su problemi che riguardano il movimento operaio, la strutturazione e la conoscenza delle varie inchieste che la GiOC promuove.
    • Momento forte di questo interscambio di persone e di esperienze è il campeggio estivo.
    • Mezzi tecnici ordinari di interscambio sono il ciclostile e i suoi prodotti (giornale della GiOC, comunicati, resoconti di attività).

    LE FINANZE

    Un elemento molto importante per creare la piattaforma del movimento è la conduzione economica: il problema delle finanze.
    La GiOC ha bisogno di un permanente che, a tempo pieno, gestisce varie attività. Quindi esiste l'esigenza di una base finanziaria.
    Si rifiutano a priori appoggi esterni, per evitare ogni condizionamento. I gruppi sentono che il «vertice» (permanente e attività) è totale loro espressione. Quindi, attraverso un processo di autofinanziamento, si accollano queste spese.
    Generalmente il bilancio annuale si chiude in pareggio, proprio grazie a questa coscienza di partecipazione.
    I documenti che ogni anno comunicano il bilancio fanno centro su questa coscienza.
    La GiOC è un movimento:
    • di azione che scaturisce dall'amicizia e dalla riflessione,
    • di azione collettiva, cioè portata avanti con altri,
    • organizzato, poiché niente è possibile senza un minimo di organizzazione. e per questo motivo che sorge la necessità di avere un minimo di struttura e di mezzi. Essendo la GiOC un movimento di formazione, ha necessità di avere anche dei mezzi validi e concreti: persone e strumenti.
    Nell'esporre l'importanza ed il significato che ha la parte finanziaria nella vita del nostro movimento, è stato precisato che» la GiOC è un movimento di giovani lavoratori, diretto dai giovani lavoratori, con i giovani lavoratori»; si è quindi riaffermata, da parte di tutti i responsabili presenti, la grande importanza della nostra autonomia, perché soltanto con essa abbiamo la garanzia di poter sviluppare e realizzare ogni nostra attività senza essere influenzati o strumentalizzati da altri.
    Se non vogliamo che la GiOC sia un movimento paternalistico, cioè fatto da altri per noi, bisogna che ricordiamo che la nostra partecipazione a sostenere le finanze, non è cosa facoltativa, ma indispensabile.
    Cardjin, il fondatore della GiOC, diceva: «Pretendere di volere la liberazione della gioventù operaia senza domandare ai giovani lavoratori di pagare le loro quote significa prendersi beffa di loro, perché il movimento che essi si costruiranno non sarà il loro movimento; fino a quando essi non metteranno mano al portafoglio, essi non si sentiranno impegnati fino in fondo».
    La quota mensile diventa così il segno di adesione totale alla GiOC. Dando ogni mese una parte del nostro salario noi affermiamo di credere alla GiOC e alla possibilità della classe operaia di organizzarsi.
    Perché la GiOC sia veramente un movimento di giovani lavoratori e diretto dai giovani lavoratori, deve anche essere finanziato dai giovani lavoratori.

    LA POLITICA DEI NUOVI

    Ogni gruppo sente urgente il problema del ricambio: una certa continuità e la partecipazione di nuovi membri, per occupare il posto degli «anziani».
    Le soluzioni che la GiOC di Rimini pone in cantiere sono due, collegate fino a determinare quello spirito che permette al movimento una crescita continua.

    • La continuità non sta nelle struttura ma nell'impegno.
    In ogni gruppo c'è qualcuno che tira. E che tiene duro, quasi a testimone dello spirito del gruppo.
    Soprattutto c'è però un tono di vita: l'impegno. Chi entra nel gruppo e ne accetta lo stile, ne rimane conquistato. Sente che è in gioco non una parte di sé, ma tutto se stesso.
    Non ha bisogno di supporti esterni. La revisione di vita, le inchieste-campagne, le varie attività sono il suo miglior supporto.
    Qualche gruppo ha visto ormai tre generazioni di giovani. Maturati e cresciuti, i giovani escono dal gruppo, per assumersi responsabilità più mature e proporzionate: il gruppo non è un assoluto.
    Ma la gradualità del ricambio e la continuità assicurano quel minimo di permanenza (due o tre anni) funzionale alla maturazione.

    • I nuovi sono «conquistati» attraverso il contatto personale. Il movimento si espande sulla testimonianza dei militanti. Chi vive accanto a gente impegnata è costretto ad arrovesciare la propria vita, a chiedersi il «perché» di questo modo diverso di essere.
    I «principi della missione» sono i seguenti:
    – condivisione delle situazioni: essere presenti nelle comunità naturali e sentirsene corresponsabili;
    – fare qualcosa con gli altri: le iniziative mirano a coinvolgere gli altri, anche se con una certa gradualità (mai «noi per gli altri», ma sempre «con»);
    – far riflettere, attraverso la testimonianza personale di impegno. Il militante, con la sua vita, guida gli altri a capire il significato delle proprie attività, fino a rivelare il volto cristiano «ultimo» delle proprie esperienze.
    Per consentire la gradualità di inserimento e l'impegno di vita nel gruppo, è abitudine costante di non introdurre subito il nuovo nel gruppo. Si preferisce un approccio personale con il militante. Così è più facile quella sintonia che permette in seguito un sicuro inserimento nel gruppo.

    IL MILITANTE E LA RDV: I PERNI DELLA GIOC 

    Ogni movimento ha bisogno di qualcosa su cui far perno, se non vuol girare a vuoto.
    La GiOC è un movimento di azione: azione verificata e ripensata. La GiOC tende a far nascere e sviluppare la chiesa nel mondo operaio e contemporaneamente vuole essere un movimento inserito nel pieno del cammino di promozione collettiva del mondo operaio.
    Le due azioni sono contemporanee: non ci potrà essere mai una vera esperienza di chiesa se non si fa anche un cammino di promozione collettiva del mondo operaio, se cioè non c'è ricerca e lotta per la giustizia,
    per la dignità del lavoratore, in quella situazione precisa in cui egli vive. D'altra parte non si potrà mai fare un cammino completo di promozione umana del mondo operaio, senza Cristo.
    Queste esigenze comportano l'urgenza di un metodo di azione-riflessione che partendo dalla vita rilanci sulla vita, dopo aver letto le esperienze in quella profondità più vera ove si rifrange il volto di Cristo Liberatore. E l'urgenza di qualche persona che creda profondamente a questo innesto e lo viva tanto radicalmente da trasformare gli altri, più con i fatti che con le parole.
    Senza revisione di vita (RdV) l'innesto tra liberazione e fede diventa problematico. Senza militanti, senza gente che viva in prima persona l'impegno, la RdV sfocia nella retorica.
    Da qui i due perni del movimento:
    • il militante come colui che «testimonia» lo stile del movimento;
    • la RdV come espressione di questo stile di azione-riflessione.

    IL MILITANTE

    La GiOC ha elaborato un documento che definisce operativamente il militante «colui che agisce partendo dalle aspirazioni vere dei giovani operai».

    Chi è il militante?

    1) È uno che ha la fede, che confronta la sua vita e la sua azione e quella dei giovani operai con la parola di Dio.
    La RdV è il momento in cui lo sguardo di fede sulla realtà è più intenso: Janot (22 anni – lavora alla TIMO): «Quando vengo disponibile alla RdV, mi accorgo di contemplare il disegno di Dio nella storia concreta dei giovani operai».

    2) È uno che ha scoperto Cristo come persona viva e operante nella sua vita e in quella dei giovani che gli stanno accanto: questa scoperta di Cristo come persona ha il suo punto più elevato nella celebrazione della Eucaristia.
    Domenico (23 anni) di fronte al fatto di un gruppo di ragazze che trova il coraggio di andare assieme dal capo a parlare per avere un orario di lavoro più giusto, dice: «Lì veramente è avvenuta la Risurrezione di Cristo: quelle ragazze hanno vinto la loro paura, perché Cristo ha vinto la morte».

    3) È uno che agisce: perché la formazione passa attraverso l'azione verificata, ripensata.
    Non fa la buona azione quotidiana, ma agisce partendo dalla vita, cioè dalle situazioni e dalle aspirazioni vere dei giovani del mondo operaio. Ma è uno che non agisce da solo o per qualcuno, ma con gli altri, con i giovani operai.
    Quindi assolutamente neppur il minimo dubbio di paternalismo. Non si fa mai qualcosa al posto di qualcuno (per far prima) ma con lui, si agisce assieme! È uno che agisce con gli strumenti adatti ai giovani operai e possibilmente portati avanti da loro.

    Dove agisce, qual è il suo campo di azione?

    ♦ Il campo principale di azione non è il gruppo dei militanti, ma la comunità naturale; cioè quelle persone con le quali il militante si incontra spesso, con cui condivide una parte di vita: nella fabbrica, nella famiglia, nella scuola, nella officina, nel quartiere, nell'ufficio. È con loro e in mezzo a loro che agisce ed è militante. È lì che fa esperienza di Chiesa e porta avanti concretamente (anche se con molte difficoltà) un cammino di liberazione, una promozione collettiva.
    – Il movimento aiuta gli altri giovani a riflettere, a liberarsi dai condizionamenti, a sentirsi uniti e solidali con tutto il mondo operaio di cui fanno parte profondamente.
    – Un po' alla volta li aiuta a scoprire il Cristo presente e operante nella loro vita di operai.
    – Sottolinea ciò che vi è di positivo, il cammino che è stato fatto e quello che si sta facendo.
    – Aiuta gli altri a crescere attraverso l'azione.
    E lui cresce come militante nella misura in cui prende responsabilità dei giovani operai e agisce con loro.
    Cìò che costituisce la GiOC non sono i gruppi dei militanti, ma queste comunità naturali in cui il militante si impegna e porta avanti una azione ripensata e verificata.

    ♦ Oltre alle comunità naturali, e proprio perché vive in esse e con esse, il militante agisce nel gruppo militanti.
    In questo gruppo la preoccupazione fondamentale non è quella di portare i propri problemi mentali, non è quella di portare i propri problemi personali, e di risolvere questi... Si porta tutta la vita che scorre nelle comunità naturali, ciò che fanno e dicono i suoi amici del bar, della scuola, dell'officina, dell'ufficio.
    – Riflette con gli altri militanti
    – Confronta con la parola di Dio
    – Guarda il cammino che è stato fatto sottolineando il positivo
    – Programma nuovamente l'azione da fare
    – Fa la revisione di vita.
    È evidente che militanti non si nasce ma si diventa gradatamente e lentamente.

    Tappe di formazione

    Essere militanti vuol dire avere fatto già un certo cammino: in questo cammino noi possiamo notare alcune tappe ben precise e indispensabili.

    1) Prendi coscienza che non si può vivere per conto proprio, da solo; ci sono altre persone che hanno gli stessi tuoi problemi, le tue aspirazioni, le tue difficoltà. Cí sono altre persone che come te vogliono vivere pienamente.
    Walter, Mario, Sandro, Loretta, Paola (un gruppetto di giovani di Villa Verucchio) stanno scoprendo che un po' tutti i loro amici di lavoro e del tempo libero hanno come loro dei condizionamenti di cui non si accorgono.

    2) Allora ti metti a fare qualcosa con loro, agisci, discuti. Ed è in questa lotta, in questo agire che ti trasformi, che purifichi le aspirazioni, che cambi te stesso e l'ambiente (le strutture).
    Paolo: 23 anni, lavora in una falegnameria, ha sentito la necessità di invitare dei suoi amici di fabbrica a riflettere sui loro condizionamenti; si è dato da fare e ha organizzato un incontro.

    3) Riflettendo sulla tua azione in mezzo agli altri, ti accorgi che è possibile cambiare qualcosa in te e nelle strutture.
    È questa l'esperienza della liberazione.
    Trasformazione che avviene attraverso l'azione ripensata e verificata.
    !vette, 18 anni, lavora in un laboratorio tessile, in una revisione di vita dice: «Se si agisce assieme, si ottiene qualcosa: siamo andate dal capo a chiedere la riduzione dell'orario di lavoro. Abbiamo ottenuto la riduzione. Ora fra noi ci sentiamo più unite, più amiche».

    4) Agendo con gli altri prendi coscienza di essere inserito nella storia che abbraccia tutti i giovani operai, tutto il mondo operaio. Quindi acquisti una dimensione collettiva, una dimensione di popolo. Fai parte dell'unico popolo che cammina verso la liberazione.
    Fin qui puoi camminare allo stesso passo con l'ateo, col maoista... con chiunque crede profondamente nell'uomo.

    Per arrivare ad essere militanti bisogna:

    • avere una fede viva e operante: cioè riconoscere che il cammino che stai facendo con gli altri, la tua lotta per la giustizia e la dignità, sono volute da Dio.
    Elisabetta riconosce un momento della storia di salvezza nel fatto che molti giovani di tutto il mondo stanno protestando e manifestando contro le ingiustizie in Brasile.
    • Scoperta di Gesù Cristo come persona che si è impegnata con te e per te; è vicino a te, nelle tue stesse azioni, in quello che fai.
    Celebrazione del cammino di liberazione che giunge fino all'Eucaristia, ai Sacramenti.
    Domenico, 22 anni, impegnato in un sindacato dice: «Ogni lotta e ogni azione per la giustizia è già una celebrazione perché si rende presente in maniera più visibile il disegno di Dio».
    • Missione: quello che hai capito non lo puoi tenere nascosto in te, ma lo comunichi agli altri, con la coscienza che non puoi raggiungere nulla di veramente valido e duraturo se non con gli altri.
    Queste sono le tappe del cammino che un giovane lavoratore deve fare per diventare militante.
    È un cammino lento, graduale, impegnativo.

    LA REVISIONE DI VITA

    Il metodo di RdV è quello classico della JOC belga. Le linee di marcia sono state tracciate nel primo capitolo di questa rassegna, descrivendo le finalità della GiOC.
    Abbiamo registrato una RdV. Ne riproduciamo il testo. Dalla viva voce dei partecipanti si illumina il metodo.
    Sulla falsariga di questa esperienza sono condotti generalmente tutti gli incontri a livello di gruppo. Non è però uno schema rigido: un assoluto che uccide la vita.
    Si rispetta il grado di maturità del gruppo. Qualche volta la RdV termina con l'analisi approfondita del fatto. L'aggancio con il mistero di Cristo è prematuro, sulla linea di cammino del gruppo. Toccherà al militante rivelare l'esigenza di Cristo, attraverso la sua testimonianza personale. Qualche altra volta, il tema è tanto affascinante che la RdV occupa due o tre incontri.
    Una parola merita anche lo sbocco cui la RdV approda.
    Sempre apre ad un impegno a livello personale. Qualche volta finisce lì, quando il fatto esaminato ha rilevanze soprattutto personali.
    Altre volte il gruppo in quanto gruppo assume un impegno. Altre volte, per i casi più urgenti o più impegnativi, si coinvolge tutto il movimento. Nel «caso» fatto oggetto nella RdV che segue, si è giunti alla stesura di un documento di denuncia degli appalti. Il documento, redatto a firma del movimento, è stato distribuito a tutti gli interessati e ai canali dell'opinione pubblica, costringendo le autorità in causa ad intervenire sollecitamente.

    Revisione di vita del gruppo interaziendale

    Presenti: Luigi (metalmeccanico) responsabile
    Walter (operaio S.C.M. metalmeccanico)
    Sandro (operaio S.C.M. metalmeccanico)
    Paolo (metalmeccanico)
    Carlo (lavoratore stagionale)
    Patrizia (insegnante scuola materna)
    Don Alvaro: assistente

    * Luigi: Cominciamo la RdV mettendoci alla presenza del Signore perché la nostra riflessione avvenga in un clima di fede e di conversione. Preghiamo esprimendo delle intenzioni particolari.

    * Paolo: Vorrei pregare per tutti i giovani lavoratori stagionali con i quali sono in contatto perché nel loro lavoro sappiano crescere nella solidarietà e nella corresponsabilità.
    * Luigi: Per tutti quei giovani;rnpegnati socialmente e coi quali collaboriamo perché possano un giorno scoprire la luce di Cristo.
    * Patrizia: Per i bambini della scuola materna perché io sia in grado di capirli e di mettermi al servizio della loro crescita.
    * Alvaro: Perché i sacerdoti della nostra diocesi si mostrino più sensibili e aperti verso i lavoratori, perché la Chiesa sia più credibile e più presente nella classe operaia.
    * Walter: Perché siano rimossi gli ostacoli che rallentano il cammino dell'unità sindacale.
    Luigi: Padre nostro che sei nei cieli...

    * Luigi: Ora ognuno di noi è invitato a comunicare in modo conciso il fatto o la situazione che più l'ha colpito in questo periodo.

    * Carlo: Mia madre non è d'accordo con il lavoro che faccio. Dice infatti che, essendo diplomato (perito), dovevo darmi da fare, e trovare un lavoro migliore.
    Lavo i pulman della SITA. Il lavoro avviene di notte. Il fatto è che mia madre dice che mi interesso troppo al movimento, vuole che pensi al mio avvenire, alla mia carriera.
    * Paolo: Sono da poco entrato in un nuovo ambiente di lavoro, non vado d'accordo con il mio collega di lavoro più anziano. Mi fa sentire un senso d'inferiorità.
    Luigi: Anch'io lavoro da poco tempo in officina. Il lavoro ci viene dato a cottimo. Il mio compagno di nome Luciano, invece, l'ha rifiutato perché dice che il lavoro a cottimo è disumano ed ingiusto. Anch'io sono d'accordo, ma cosa possiamo fare? La fabbrica è tutta basata su questo sistema di lavoro.
    * Walter: La mia fabbrica, la SCM, si trasferisce gradualmente da Rimini a Villa Verucchio. Poco alla volta tutti gli operai dovranno trasferirsi. Ma ognuno cerca, con delle scuse, di ritardare la propria trasferta a discapito degli altri. C'è un clima di individualismo e di diffidenza reciproca.
    * Patrizia: Non riesco ad essere coerente con le mie idee nell'ambito della scuola. Scendo a dei compromessi senza accorgermene.

    * Luigi: Abbiamo presentato dei fatti e delle situazioni concrete della nostra vita che ci interpellano profondamente. Sono in gioco per ciascuno di noi delle scelte che toccano la nostra fede e la promozione della classe operaia nei suoi vari aspetti. Perché la RdV sia una riflessione seria e profonda è necessario scegliere, comunitariamente, il fatto che ci sembra più urgente e che ci coinvolge tutti.

    Walter, Sandro, Carlo, propongono di scegliere la situazione presentata da Luigi perché lo stesso fenomeno è presente in altre fabbriche e li tocca da vicino. Anche gli altri sono d'accordo.

    Vedere

    * Luigi: Poiché avete scelto di riflettere sulla mia situazione ora io ve la esporrò più dettagliatamente. Potete aiutarmi con delle domande.

    * Carlo: Perché il tuo padrone ti fa lavorare a cottimo?
    * Luigi: Il mio padrone ha lavorato per molti anni come operaio della SCM. Poi si è messo in proprio; ha comprato dei torni, delle frese, e ha preso degli operai. Ma praticamente è ancora dipendente della SCM che gli passa in appalto il lavoro e lo paga in ragione di un tanto al pezzo lavorato. Per determinare il compenso la SCM valuta il tempo di produzione in base ai ritmi di lavoro degli operai della SCM che sono già tirati. A sua volta il nostro padrone, per garantire il suo guadagno, taglia ulteriormente i tempi nella determinazione del nostro compenso. Così noi ci troviamo a dover lavorare a cottimo, con un ritmo di lavoro superiore a quello degli operai della SCM. lo non ho niente contro il mio padrone, che in fondo è comprensivo; ce l'ho con questo sistema di lavoro che crea delle differenze e ci divide.
    * Paolo: Come sono i vostri rapporti con Luciano che non ha accettato di fare il cottimista? A fine mese lui quanto prende rispetto a voi che avete accettato di fare cottimo?
    * Luigi: Chi lavora a cottimo ci dà la pelle per fare di più, nel minor tempo possibile e guadagnare di più. Non ci si ferma un minuto, nemmeno per mangiare un panino. Non si parla fra noi per non perdere tempo. Un mio compagno addirittura ha chiesto al padrone di venire a lavorare in officina un'ora prima al mattino e di andare via un'ora dopo: è tutto preso dalla sete di guadagno; noi non ci degna di uno sguardo, non si ferma mai a fare la chiaccherata fuori officina. Anch'io mi sono lasciato prendere da questo ritmo forsennato di lavoro. Riuscivo a fare molti più pezzi del preventivo. Poi ho capito che ci avrei rimesso la salute oltre agli altri valori come l'amicizia, la mia dignità. Ad un certo punto fermo la macchina e vado a prendere un po' d'aria, anche se questo significa che a fine mese prenderò qualcosa in meno. lo in fondo ammiro Luciano che ha avuto il coraggio di rifiutare, da solo, il cottimo e parlo spesso con lui. Ma i miei amici lo prendono in giro e gli dicono: «Cosa ci guadagni a fare l'eroe? lavori praticamente come noi e guadagni molto di meno». Infatti anche Luciano è costretto praticamente a mantenere il nostro ritmo perché abbiamo bisogno dei pezzi lavorati da lui.
    * Walter: lo che lavoro alla SCM, so che la mia fabbrica dà il lavoro in appalto a tante altre aziende artigianali della zona con questo sistema. Infatti abbiamo tanto lavoro che noi operai non riusciamo a svolgere; e la direzione anziché aumentare il personale preferisce darlo in appalto, anche perché questo gli viene a costare molto meno: non ha il problema di mettere in regola gli operai, e quando il lavoro diminuisce non deve far altro che abolire le concessioni in appalto.
    * Alvaro: Ma voi operai della SCM come vedete questo problema delle ditte appaltatrici? Ve lo siete mai posto?
    * Sandro: Purtroppo nelle nostre assemblee di fabbrica non ci siamo mai soffermati su questo problema. E questo perché, egoisticamente, gli operai della SCM considerano le ditte appaltatrici come una valvola di sicurezza per loro; in caso di crisi sono quelle a saltare e non noi che lavoriamo dentro la fabbrica. Inoltre per noi che lavoriamo dentro, l'appalto è un grande vantaggio sempre dal punto di vista individualistico, perché in pratica il lavoro più duro è quello che viene appaltato, lavoro che pochi vorrebbero fare. Ora ci rendiamo conto che questo nostro atteggiamento non è giusto. Ma non avevamo mai pensato alle conseguenze per gli altri lavoratori esterni.

    * Luigi: Le considerazioni di Walter e Sandro ci spingono a fare un passo avanti. Si tratta ora di vedere più profondamente, al di là e dentro la situazione, quali sono le cause, e soprattutto le conseguenze per le persone, del lavoro a cottimo.

    * Luigi: Nella mia fabbrica il sistema del cottimo è dovuto al fatto che il mio padrone riceve il lavoro in appalto dalla SCM. È quindi l'appalto che crea, quasi inevitabilmente, il cottimo.
    Inoltre il mio padrone ha messo su un'altra fabbrica con un altro tipo di lavoro sempre appaltatrice della SCM, e quindi non può avere il tempo di controllarci. Con il lavoro a cottimo il principale viene solo a contare i pezzi e a darci lavoro nuovo. Il cottimo, praticamente, elimina il controllo perché sono gli operai stessi interessati a lavorare molto.
    * Carlo: La concessione in appalto dà luogo ad un fenomeno parassitario. Il padrone appaltatore in fondo vuole fare un guadagno sul lavoro dei suoi operai. Gli operai cottimisti quindi hanno due padroni che speculano sul loro lavoro, il padrone grosso (SCM) e quello piccolo.
    * Patrizia: Un'altra causa dell'esistenza del cottimo è che vi sono degli operai che accettano di fare questo tipo di lavoro perché altrimenti restano disoccupati.
    * Paolo: Una causa profonda mi sembra essere il fatto che il piano economico e di sviluppo della zona è dominato da poche persone. Mi pare evidente, da quanto si è detto, che pochi industriali, magari in buona fede, condizionano l'economia della zona.
    * Walter: Secondo me la vera radice di questo male è l'egoismo dell'uomo, è l'individualismo di tutti, padroni e operai, che contribuiscono a creare un sistema e delle condizioni ingiuste e disumane.
    * Luigi: Il lavoro a cottimo mi mette in uno stato di oppressione e di ansietà. Ho sempre la paura di non stare nei tempi, di non fare un numero sufficiente di pezzi che mi garantisca la paga. Diventa una ossessione. Per questo motivo viene stimolato l'egoismo personale, la sete di guadagno. Si finisce per pensare solo ai soldi.
    * Walter: Il lavoro a cottimo non favorisce la solidarietà fra gli operai, anzi li divide perché ognuno pensa a se stesso, non aiuta gli altri, non dialoga con loro per non perder tempo e quindi danaro.
    Paolo: Il sistema dell'appalto e del cottimo divide la classe operaia e la frantuma in tante piccole aziende, impedendole di prendere coscienza e di costituire una forza.
    * Alvaro: Il cottimo aumenta la disoccupazione, perché il cottimista, sottoponendosi ad un super lavoro, impedisce ad un altro operaio disoccupato di essere assunto.
    * Patrizia: Il sistema dell'appalto-cottimo mette gli operai delle ditte appaltatrici in una situazione di insicurezza del lavoro. Infatti, come si è visto, in caso di crisi nella grande fabbrica, le ditte minori restano senza lavoro e gli operai disoccupati.
    * Sandro: Un'altra conseguenza di questo sistema è che vengono ulteriormente rafforzate le condizioni di privilegio degli operai delle grandi ditte. Per esempio, noi operai della SCM in occasione del rinnovo del contratto aziendale ci battiamo solo per i nostri interessi. Nessuno ha pensato di introdurre nella piattaforma rivendicativa i problemi di questi lavoratori esterni.

    * Luigi: Credo che ormai la situazione ci si mostri molto più chiaramente: cerchiamo ora di vedere come gli operai reagiscono di fronte a questa situazione. Che cosa stanno già facendo per cambiarla? Finora abbiamo visto solo indifferenza e atteggiamenti egoistici. Sforziamoci ora di individuare che cosa c'è di positivo anche a livello iniziale; soprattutto mettiamoci in ascolto delle aspirazioni di questi operai.

    * Luigi: A me sembra positivo l'atteggiamento del mio compagno Luciano che non ha accettato il lavoro a cottimo. Egli dice «lavoro per vivere, non voglio scoppiare per stare dietro ad una macchina». Credo che se tutti avessero il coraggio e il senso della dignità umana che ha lui, il cottimo non esisterebbe più.
    * Paolo: lo so che in altre grandi aziende gli operai si sono battuti e si stanno battendo per l'abolizione degli appalti e per l'assunzione di tutti i dipendenti esterni. Anzi mi sembra che sia uno dei punti principali portati avanti in occasione del rinnovo dei contratti nella SIP e nell'ENEL. A me questo sembra molto bello, è un segno di solidarietà. Praticamente i dipendenti di queste due ditte, mettendo a disposizione la loro forza sindacale per tirare dentro, alle loro stesse condizioni, gli operai degli appalti, sanno di rinunciare a certi loro privilegi e di impedirsi di portare avanti altre richieste.

    Capire

    * Luigi: Lo sforzo che abbiamo fatto per capire in modo approfondito la situazione ci permette ora di confrontarci con il disegno di Dio, disegno che ci è stato trasmesso attraverso la sua parola, e di capire qual è la volontà di Dio in questa situazione, che cosa egli chiede a noi militanti operai cristiani, che cosa chiede a tutti i dipendenti, ai padroni, ai sindacati.
    Per far questo confronto è necessario conoscere bene la situazione, ma anche la Parola di Dio. Per questo chiediamo al sacerdote che è con noi che ci aiuti dove noi non arriviamo da soli.

    * Walter: La Bibbia ci rivela che Dio vuole la liberazione dell'uomo. Questa liberazione arriva fino a togliere il peccato, l'egoismo. Ora secondo me la mancanza di coscienza operaia e di solidarietà degli operai della SCM, frena questo cammino di liberazione, non solo perché essi impediscono l'instaurazione di una maggior giustizia sociale, ma perché non si liberano dal loro egoismo, non diventano uomini nuovi e solidali con i loro fratelli.
    * Paolo: Gesù prediligeva i poveri, stava dalla loro parte, era attento alle loro aspirazioni perché esprimevano un bisogno di liberazione. Perciò ha detto: «Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli». «Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli l'avrete fatta a me». lo credo che oggi questi poveri, questi piccoli sono anche i lavoratori cottimisti, i dipendenti delle ditte appaltatrici, perché sono i più emarginati e indifesi. Gesù perciò è con loro e noi dobbiamo stare attenti alle loro aspirazioni, al bisogno che hanno di solidarietà, dì promozione, di dignità.
    * Luigi: lo credo che Dio è presente nella nostra vita e ci chiama attraverso gli avvenimenti e le persone. lo credo che Dio mi abbia parlato attraverso Luciano. È stato infatti il suo atteggiamento che mi ha posto questo problema. lo da solo non c'ero arrivato. E adesso, vedendo Luciano che è preso in giro dai compagni e ci rimette di tasca propria, capisco meglio la parola di Gesù «Beati quelli che soffrono a causa della Giustizia».
    Questo mi fa capire che Dio è presente e agisce in mezzo a noi; e che io ho il dovere di riconoscere i segni della sua presenza, e di essere solidale con chi paga di persona per la giustizia.
    * Alvaro: Quando nella Bibbia si parla di «Giustizia» e di «Giusti» non si intende solo la giustizia in senso sociale. La «Giustizia» del Regno di Dio consiste in un retto rapporto degli uomini fra loro e con Dio. In altre parole è la Comunione.
    La giustizia sociale è però un segno, è già un inizio di questa «giustizia» di Dio e del Regno. Perciò è un valore che viene da Dio e va assunto, sostenuto e purificato perché serve al Regno. Il Regno di Dio aumenta fra di noi non secondo i criteri di efficienza umana, non in base alla quantità di azioni che facciamo, ma in base al grado di crescita degli uomini nella comunione, nella solidarietà e nell'amore.
    Noi vogliamo incrementare questo amore e questa solidarietà fra gli uomini dei nostri ambienti. Questo ci permetterà di rivelare, in modo credibile, che è Cristo la fonte di questa nostra nuova vita aperta e solidale. Testimoniare Cristo è, infatti, rendere ragione della nostra fede e della nostra vita.

    Collaborare

    * Luigi: La parola di Dio ci interpella profondamente nella nostra vita, ci spinge a prendere delle decisioni, a convertirci. Chiediamoci ora: quali atteggiamenti devono cambiare in noi? Che cosa possiamo fare personalmente con i nostri compagni di lavoro? Cosa possiamo fare come gruppo?

    * Alvaro: Questa revisione mi ha fatto capire che per molti aspetti sono un privilegiato, e che i privilegi sono sempre uno sfruttamento degli altri. Perciò mi impegno di cambiare alcune cose nella mia vita, soprattutto in casa dove mi faccio servire troppo da mia mamma.
    * Walter: Anch'io che lavoro alla SCM sono un privilegiato rispetto ad altre categorie di lavoratori. Voglio impegnarmi, attraverso i contatti, a far maturare una coscienza di solidarietà con i cottimisti, fra i miei compagni di lavoro.
    * Carlo e Luigi: Ci impegniamo a prendere contatti con altri lavoratori di ditte appaltatrici.
    * Sandro: Voglio sollevare il problema nel sindacato.
    * Luigi: Come impegno di gruppo propongo di fare un volantino da diffondere fra gli operai della SCM per sensibilizzarli e spingerli a trattare questo problema nella assemblea di fabbrica.
    (La proposta viene accettata e il volantino diffuso una settimana dopo).

    L'INCHIESTA: UNO SGUARDO SULLA REALTÀ VERSO L'AZIONE 

    La GiOC ha scelto l'inchiesta come metodo di impatto con la dura realtà del mondo del lavoro. È l'attività a cui sono convogliati, ogni anno, tutti i gruppi.
    La scelta non è casuale. Tutt'altro. È significativa sia a livello di presa di coscienza dei fatti che come tipo di attività concreta sulla realtà.

    PERCHÉ L'INCHIESTA

    Tante sono le strade possibili, per sbattere la testa contro la realtà. Perché l'inchiesta?
    Le motivazioni sono varie, maturate lentamente nel corso dell'esperienza. Dalla loro sintesi nasce l'attuale preferenza.
    • L'inchiesta non è mai condotta in forma burocratica. Il modulo si compila assieme, militante e intervistato, attraverso un contatto interpersonale. Il militante dialoga con l'intervistato, per entrare, con tutta la sua persona, nel vivo dei suoi problemi. Per comparteciparli, prima di tradurli in dati statistici.
    • L'inchiesta è generalmente stilata in modo tale da costringere anche l'intervistato ad approfondire la propria esperienza. I molti «perché» cui deve dare una risposta, lo costringono a scendere in profondo. A capirsi, lui per primo, prima di far capire la propria situazione agli altri. Colui che ne guadagna... è soprattutto lo stesso intervistato: scopre una dimensione nuova della sua vita. Il militante gliel'ha rivelata, magari con lo strumento delle fredde battute di un questionario.
    • I dati raggiunti vengono immediatamente divulgati. Il problema che è stato studiato attraverso il contatto con le persone interessate viene portato a conoscenza dell'opinione pubblica. Con la stessa carica di dimensione personale e umana con cui i dati sono stati catalogati.
    • Il documento conclusivo è sempre fatto giungere, in prima istanza, agli organi competenti: sindacato, partiti, amministrazione comunale... L'inchiesta guida i responsabili a prendere atto di problemi vivi.

    INTERVENTI DOPO L'INCHIESTA

    La conoscenza dei dati fa esplodere l'impegno.
    L'impatto con la realtà mobilita. I giovani sono molto lontani dai parametri del freddo calcolatore che elabora dati, senza fare una grinza. In quali termini la GiOC in quanto movimento interviene per modificare la realtà? Il problema è serio.
    È stato posto più di una volta. E risolto con chiarezza e decisione. In linea teorica, la GiOC rifiuta di creare strutture alternative. Non vuole assumersi in proprio una responsabilità diretta nell'azione. Si ha l'impressione di rompere così la compattezza del movimento operaio, la cui forza di propulsione sta proprio nell'unità di ricerca e di azione. La GiOC non vuole risolvere nessun problema come movimento. Forse non ne avrebbe neppure le forze. Soprattutto non reputa queste soluzioni vere soluzioni.
    A che cosa invece mira?
    La conoscenza dei fatti impegna tutti i responsabili ad intervenire, crea una coscienza di classe in coloro che soggiaciono allo sfruttamento di pochi. Il cristiano è chiamato ad inserirsi in questa spinta di liberazione, portando il suo contributo e la sua carica. La GiOC tende quindi prima di tutto a coinvolgere l'opinione pubblica per approfondire la coscienza di «movimento operaio». In secondo luogo, i singoli membri dei gruppi sono invitati a fare qualcosa, inserendosi personalmente nei movimenti esistenti, per risolvere la situazione. I membri adulti con piena responsabilità operativa. I giovani soprattutto creando una sensibilità alla responsabilità in chi può e deve intervenire.
    Non esistono preclusioni di partecipazione. A partire dalla coscienza maturata nel movimento (coltivata in una dimensione di «fede impegnata», attraverso la RdV) ogni membro fa le sue scelte. Non ci sono rifiuti a priori, né tabù preconcetti. Di fatto però l'esperienza conferma che la sensibilità di fede conduce i giovani e gli adulti della GiOC a scelte che qualificano la propria identità cristiana, nello spazio di impegno sociale.
    In linea pratica, qualche volta il movimento sente il bisogno di progettare in proprio azioni di supplenza. Quando le strutture sono poche, deboli o asservite... allora la GiOC interviene, con il peso di tutti i gruppi. L'attività è chiaramente legata allo stile di supplenza: viene motivata su queste
    basi. E immediatamente si smantella ogni azione diretta, appena qualcosa si muove, a livello di strutture «tecniche» (sindacati, partiti, movimento operaio...).
    Queste le basi teoriche dello stile d'intervento. Normalmente le inchieste terminano con un documento, fatto conoscere alla più larga fetta possibile di opinione pubblica, per mobilitare una coscienza di classe.
    Così è stato fatto per gli appalti, per il lavoro dei minori, per il lavoro stagionale, ecc.
    Lo stesso ritmo si riproduce dopo le RdV, all'interno dei singoli gruppi per i casi più quotidiani. Talvolta, nei casi più urgenti, il gruppo mette in moto tutta la GiOC. E così, anche attraverso l'azione comune, matura una chiara coscienza di movimento.
    È chiaro, comunque, un fatto: la GiOC non vuole diventare un nuovo sindacato o un nuovo partito. Tradirebbe la sua scelta ecclesiale. Non vuole proporre neppure delle soluzioni. Ma costringere gli organi tecnici a trovare continuamente quelle più valide.
    Nello stesso tempo crea una coscienza di impegno e responsabilità nei propri membri: essi, come persone, saranno presenti nelle quotidiane situazioni che chiedono di essere liberate, a partire dalla capacità e maturità raggiunta.
    La GiOC ama definirsi «un movimento disimpegnato di persone impegnate».

    IL PROBLEMA DELLO SBOCCO: IL MOVIMENTO ADULTI 

    Tutti i gruppi vivi avvertono, presto o tardi, il dramma dello sbocco: dove confluire? che cosa fare? dove impegnarsi con maggior serietà e incidenza?
    Parlare di sbocco significa prima di tutto avere la coscienza che non si può impiantare un'esperienza di gruppo che duri in eterno. Uno stile che è significativo per giovani diventa regressivo per degli adulti. E poi significa che si deve passare dalle parole ai fatti, incidendo nella vita reale, con la professione, la qualificazione, le scelte. Tutto questo, però, conservando un continuo raccordo con un momento di ricarica in cui confrontare i gesti e ritrovare la forza di continuare, senza lasciarsi ingoiare. Questa tensione, la GiOC di Rimini l'ha avvertita da alcuni anni: dove confluire, una volta maturati e cresciuti in età?
    Se lo sono chiesti con frequenza.
    Sono state tentate tutte le strade sul mercato. Risultati insoddisfacenti. Si cercava una continuazione al movimento, sullo stile proprio, che permettesse un inserimento pieno nelle realtà già operanti (partiti, sindacati, altri movimenti) a favore della liberazione del mondo operaio ed un contemporaneo momento di riferimento esplicitamente cristiano, per vivere la propria fede.

    I GRUPPI ADULTI

    È nato il movimento adulti della GiOC.
    Le sue finalità sono precise e ben catalogate; un lungo documento, da cui stralciamo qualche battuta, le presenta con chiarezza.

    I gruppi adulti si situano nel dinamismo del movimento operaio

    Questa scelta corrisponde alla missione dei gruppi Adulti che è di vivere Gesù Cristo e di rivelarlo nella classe operaia?
    L'azione del movimento operaio è un'azione per l'uomo; per questo motivo il movimento operaio è un cammino privilegiato per rivelare la liberazione dell'uomo in Gesù Cristo.

    L'azione del movimento operaio è un'azione per l'uomo.
    Essa dà la priorità ai valori umani; infatti è un'azione:
    – per la dignità dell'uomo;
    – per la giustizia nelle relazioni fra gli uomini;
    – per la libertà di tutti, fonte di liberazione dell'uomo;
    – per la solidarietà fra tutti gli uomini, soprattutto con i più bisognosi;
    – per una organizzazione economica, sociale e politica al servizio dell'uomo;
    – per una maggior partecipazione alle responsabilità;
    – per lo sviluppo culturale di tutti.
    Attraverso questa azione ciascuno è invitato ad uscire da se stesso ed a vivere la solidarietà. Con quest'azione gli uomini si trasformano: è la creazione che continua a livello personale e collettivo.

    ♦ L'azione del movimento operaio è un cammino privilegiato per rivelare la liberazione dell'uomo in Gesù Cristo.
    La classe operaia è nata, si è sviluppata e si è formata una coscienza collettiva, nell'ignoranza della liberazione alla quale Gesù Cristo invita tutti gli uomini senza distinzioni di classi o di razze.
    La volontà di Dio fin dall'origine è stata che l'uomo partecipi alla creazione con la costruzione del mondo. È essenzialmente attraverso il movimento operaio che nella classe operaia gli uomini scoprono il cammino di questa vocazione e possono rispondervi concretamente.
    Ridando all'uomo la propria dignità, l'azione del movimento operaio rende l'uomo più rassomigliante al Dio di cui è l'immagine.
    L'annuncio del Vangelo non può realizzarsi nel mondo operaio che in mezzo alle sue solidarietà, alla sua realtà collettiva, al suo dinamismo di cui il movimento operaio è la manifestazione più importante. Perciò l'annuncio del Vangelo deve rivolgersi alla persona del lavoratore situata nel suo ambiente e nelle sue condizioni di vita. Il lavoratore, per farsi cristiano, non deve isolarsi dal suo movimento, dalla sua cultura o dalle sue aspirazioni.
    Evangelizzare i lavoratori significa aiutarli ad incontrarsi con Cristo nel cuore della loro vita e della loro azione.

    Missione dei gruppi adulti

    ♦ Vivere Gesù Cristo riconosciuto nella classe operaia e nella Chiesa.
    Cosa significa vivere Gesù Cristo?

    • Partecipare all'azione della classe operaia per la sua liberazione.
    La nostra partecipazione all'azione della classe operaia è collaborazione all'azione creatrice e redentrice di Dio.
    Collaborazione che è lotta contro il peccato dell'uomo, contro l'ingiustizia, contro lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi: fare ciò è un'esigenza dell'amore fraterno al quale Dio chiama tutti gli uomini.
    Partecipare all'azione della classe operaia è la nostra risposta quotidiana alla chiamata di Dio.

    • Riconoscere Dio presente e che agisce nella vita degli uomini.
    Dio, attraverso il suo Figlio, ci rivela che Egli vive o agisce con il suo Spirito d'amore in ogni uomo e nel cuore dell'umanità.
    La RdV permette ai militanti di riconoscere Dio presente nella vita di ciascuno attraverso esperienze di vita e non a livello teorico, e permette di prendere coscienza degli aspetti positivi presenti nella vita operaia o di famiglia come delle situazioni di peccato ivi presenti.

    • Alimentare in ciascun militante dei gruppi adulti la luce di Cristo.
    Alimentare la luce di Cristo nella totalità della nostra vita attraverso la RdV, gli incontri, giornate di studio, celebrazione dell'Eucaristia,...
    La ricerca di Dio è una ricerca che richiede le si dia del tempo per l'approfondimento.
    Un posto importante deve essere attribuito alla Parola di Dio e ai sacramenti come fonte di vita, ma bisogna fare in modo che essi non siano situati al di fuori della vita e dell'azione operaia.

    • Partecipare ed esprimere la luce di Cristo nella Chiesa.
    Noi sentiamo il bisogno di ritrovarci nei gruppi adulti per condividere con gli altri l'incontro con Cristo nel nostro linguaggio, nella nostra mentalità, nella nostra cultura operaia.
    Nei gruppi adulti i militanti operai mettono assieme tutta la loro vita, comprese le diversità o le divergenze a livello politico e sindacale.
    – Fare incontri separati (uomini, donne, giovani, anziani, manovali, impiegati, tecnici ecc...) non permetterebbe di mettere insieme la ricchezza di solidarietà o di dinamismo del movimento operaio, sarebbe uno sfigurare ciò che determina l'unità della storia operaia.
    – Fare incontri separati per i militanti che partecipano alle diverse organizzazioni operaie significa non tenere conto che il dono di Dio può essere ricevuto in modo diverso dalle singole persone. In questo modo si confonderebbe l'ideologia di una organizzazione operaia con la fede in Cristo, ed una presa di posizione sindacale con il Vangelo.
    – Noi non scopriamo da soli il vero volto di Cristo, ma abbiamo bisogno di farlo assieme, nella Chiesa, nella classe operaia. Vivere Cristo nelle diverse correnti della classe operaia è un'esigenza dell'universalità della Chiesa.

    ♦ Rivelare Gesù Cristo nella Chiesa dentro la classe operaia. Rivelare Gesù Cristo nella classe operaia significa:

    • Riconoscere che Gesù Cristo ci precede in mezzo agli uomini.
    Tutti gli uomini sono associati al mistero di Cristo.
    Noi conosciamo degli amici, dei colleghi di lavoro, dei militanti operai che attraverso la loro vita e la loro azione, manifestano la presenza di Dio fra gli uomini. È così che lo Spirito Santo offre a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale (G.S. 25).

    • Togliere ciò che impedisce agli operai di riconoscere Gesù Cristo.
    Il primo ostacolo è dato dalle nostre debolezze e dalle nostre vigliaccherie personali.
    Altro ostacolo è dato da una società che coltiva l'individualismo e cerca di spezzare la solidarietà.
    La compromissione con i ricchi, i potenti ed il sistema capitalista da parte di numerosi cristiani, vescovi e preti non facilita certo l'incontro con Cristo.
    La separazione fra la vita degli uomini, ed in particolare della classe operaia, e le preoccupazioni della maggior parte delle strutture della Chiesa sono un ostacolo alle rivelazioni di Gesù Cristo: nonostante il Concilio, la Chiesa resta spesso più preoccupata dei propri affari interni che della salvezza del mondo. Il linguaggio, la mentalità, la cultura nella quale la fede è ancora oggi essenzialmente espressa nella Chiesa, sono estranee al linguaggio, alla mentalità ed alla cultura della classe operaia.
    Ancora oggi la classe operaia vive collettivamente certe ricchezze vicine al Vangelo senza legame o anche in opposizione con la Chiesa, che considera come un altro mondo.

    • Condividere ciò che noi sappiamo di Cristo con coloro coi quali noi viviamo e agiamo nella classe operaia.
    È nella vita fianco a fianco, giorno dopo giorno durante anni, che s'impara a conoscere e dialogare. È nella vita condivisa nel quartiere, nel lavoro, nell'azione operaia che si creano dei legami con gli altri: a costoro noi esprimiamo giorno dopo giorno, in atti e parole, ciò che Gesù Cristo ci ha rivelato di Lui.
    Condividere la luce di Cristo non è un'impresa di potenza o di prestigio: non sappiamo che farne dei notabili, siano essi vescovi, preti o militanti operai. Condividere la luce di Cristo è un cammino che necessita di un amore disinteressato, fedele, umile, paziente, rispettoso.
    La luce di Dio che noi cerchiamo di rivelare nella classe operaia, tocca tutta la vita degli uomini non solamente le loro relazioni personali: ma anche la vita sociale, politica, economica. Cristo è incarnato nel mezzo della storia dell'umanità.
    II Vangelo fa delle scelte: dà il primato all'uomo sulla macchina, sul profitto. Ci sono delle situazioni degradanti per l'uomo, come la repressione, lo sfruttamento che il Vangelo d'amore di Cristo non può accettare.
    La Chiesa nasce in piena vita operaia attraverso l'impegno, a tutti i livelli, degli operai cristiani che vivono la fede concreta nella classe operaia.

    GIOVANI E ADULTI NELLO STESSO MOVIMENTO

    In altre parole, mentre i gruppi giovanili tendono a dare una educazione all'impegno, i gruppi adulti sono finalizzati a revisionare quell'impegno che ciascuno vive personalmente nel proprio ambiente naturale.
    Il rapporto tra giovani e adulti è molto stretto. Per i reciproci vantaggi e per creare, anche fisicamente, quell'unico movimento che apra ai giovani uno sbocco condiviso e «continuo» rispetto alla loro esperienza. Qualche attività è gestita totalmente assieme. Per altre, il contributo degli adulti è a livello di «esperti» e di modelli.
    Alcuni adulti costituiscono i responsabili primi di vari gruppi di giovani. Giovani e adulti, nella GiOC di Rimini, da qualche anno stanno facendo strada assieme.
    I frutti sono ormai maturi.
    I giovani della GiOC avvertono l'aiuto concreto che ricevono dagli adulti:
    • L'adulto rappresenta colui che è arrivato all'impegno che il giovane sogna e progetta. Dà fiducia, nella sua persona. Corregge i facili entusiasmi e gli innegabili sconforti. Porta una dose di realismo in ogni azione e riflessione.
    • La vicinanza con adulti che vivono a fondo un impegno, spinge ad impegnarsi. Essi sono i modelli viventi dei gruppi giovanili.
    • Gli adulti rappresentano anche una miniera di... consulenze. E più facile progettare uno studio quando si collabora con qualcuno che già vive in prima persona quanto si sta progettando ed è «vicino», per scelte di azione e di vita, allo stile del movimento.
    • Il movimento «adulti» rappresenta infine il naturale sbocco per i gruppi giovanili. Man mano che i giovani maturano sanno come poter continuare il loro servizio, in forma proporzionata alla maturità raggiunta, senza per altro perdere il raccordo con la matrice originale che dà il tono
    e lo spirito di fede alla propria attività nel mondo del lavoro.
    L'esperienza della GiOC di Rimini conferma l'urgenza di instaurare un rapporto di reciproco servizio tra giovani e adulti, all'interno della stessa esperienza di impegno e di fede. Nella chiesa tutti si è corresponsabili solidarmente. Ciascuno ha un contributo specifico da portare. Ma ciascuno ha qualcosa da imparare dagli altri: da chi vede le cose dall'angolo prospettico dell'entusiasmo e da chi le vede con le lenti opache del duro realismo quotidiano.
    Giovani e adulti: assieme. Per un servizio qualificato.

     

    [1] Queste cinque tappe possono essere comuni a tutte le organizzazioni che agiscono in seno al movimento operaio. Da questo deriva la possibilità, per un cristiano militante di collaborare con chiunque lotta per la promozione dell'uomo. Infatti tutto ciò che di buono e di liberante appare fra gli uomini si realizza all'interno del piano di Dio.
    È importante che noi sappiamo scoprire e leggere, nella vita di tutti gli uomini, i segni del Regno di Dio in azione.
    Ma attenti! Questi segni possono esistere in coloro che li vivono, senza la chiara coscienza che essi sono segni del Regno di Dio, cioè senza la fede. La tentazione sarebbe quella di battezzare questi valori e dire: «Questo è già fare la Chiesa». «Questo è già fare la GiOC». «Voi siete cristiani senza saperlo». Facendo così non si rispetta né gli uomini a cui lo si dice, né la Chiesa di Cristo. Infatti questi valori possono essere vissuti come valori naturali e perciò incapaci di una liberazione totale anche se ne sono un inizio.
    Le tappe successive, invece, sono tipiche ed essenziali per ogni comunità cristiana.