La rivolta dei giovani operai



    Everardo Minardi

    (NPG 1972-06/07-45)

    Quali sono i legami tra la situazione dei giovani operai e l'attuale configurazione della condizione giovanile, in relazione al rapporto tra scuola e occupazione, tra scuola, fabbrica e società?
    Quali contenuti esprime il loro non uniforme comportamento sociale e politico? Avanzano essi rivendicazioni per la loro equiparazione alla società degli adulti, oppure è possibile cogliere i segni di una trasformazione dei contenuti e degli oggetti della loro protesta? E se ciò fosse, in quale senso?
    Potremmo rispondere a tali interrogativi osservando che, mentre l'emancipazione giovanile fortemente accelerata e la formazione di aggregazioni subculturali spontanee tra i giovani studenti ha favorito l'uscita dall'indeterminatezza dello «status adolescenziale» e dalla situazione di netta dipendenza dall'autorità familiare, i giovani operai invece si trovano sottoposti nell'ambiente di lavoro (officina, fabbrica) ad una subordinazione ancora più accentuata, che perpetua lo stato di dipendenza familiare, blocca l'ascesa dallo status adolescenziale allo «status adulto»; il controllo degli adulti sui giovani pone le premesse per lo scoppio di un «conflitto generazionale» ancor prima che un conflitto sociale, isolando ancor di più la vita dei giovani operai da quei circuiti di dinamica sociale di cui gli studenti sono diventati i più attivi protagonisti.
    In definitiva siamo dell'avviso, che pur nel quadro di una chiara tendenza al superamento della componente generazionale nel conflitto sociale, la condizione sociale dei giovani operai nella fabbrica (una situazione «di minorità», come afferma la sociologa francese De Maupeau) si rifletta direttamente sul piano della azione sociale, chiarendo per lo meno in prima istanza, il differenziato grado di qualificazione politica della loro presenza nelle lotte.

    CHIAVI D'INTERPRETAZIONE DEL FENOMENO

    Non ci pare tuttavia sufficiente il limitare la nostra indagine esplorativa a questa prima puntualizzazione, che sembra contrastare con le tesi di altri autorevoli osservatori dei più recenti movimenti collettivi operanti nell'universo giovanile.
    L'analisi del Mallet [1] introduce a nostro parere alcuni elementi nuovi per un'interpretazione adeguata dei fenomeni emergenti nella classe operaia, in modo particolare nella fascia di età giovanile.
    Secondo l'autore francese vi sarebbe infatti un insieme di nuovi fattori sociali, strettamente connessi alla attuale fase di sviluppo industriale, che renderebbe conto della nascita di una rivolta giovanile operaia, dotata di altrettanta efficacia ed intensità di quella studentesca; in altri termini, l'incontro con la realtà industriale nella fabbrica e nella società globale, provoca nei giovani non più un ripiegamento su comportamenti conformistici e carrieristici, che denotano una situazione di «minorità», ma un atteggiamento di rivolta.
    Le cause genetiche di questa ribellione, tanto imprevista quanto impossibile da controllare se non con gli usuali apparati repressivi, trovano il proprio terreno per alimentarsi e crescere nella base più propriamente strutturale dei rapporti tra sviluppo capitalistico ed espansione quantitativa e qualitativa della forza-lavoro.
    Infatti:

    1. L'assenza di una qualificazione professionale in fabbrica corrispondente alla formazione ricevuta nelle scuole professionali è un indicatore del processo di dequalificazione crescente cui è sottoposta la forza-lavoro giovanile.
    2. I giovani operai si trovano, in secondo luogo, precluse le possibilità di avanzamento e di promozione socio-professionale all'interno dell'impresa.
    3. I giovani operai si sanno «minacciati dalla perdita del posto prima di tutti gli altri operai in caso di disoccupazione» [2], a causa della posizione marginale che ricoprono all'interno del processo produttivo con una conseguente precarietà del reddito percepito.
    4. L'atteggiamento anti-autoritario contro la «disciplina aziendale», contro i «sistemi da guardiaciurma» sono una costante del comportamento giovanile, che il Mallet aveva già rilevato con interesse nella introduzione alla prima edizione del suo volume [3].
    5. C'è nei giovani operai un sentimento di essere «fuori giuoco», «un sentimento di alienazione in rapporto all'universo tecnologico e tecnico» [4], dal quale essi hanno derivato la possibilità di poter sconvolgere le regole stabilite dalla contestazione sindacale.
    6. «La gioventù operaia del 1968 non contesta la società industriale, ma è tutta nel cuore della sua contraddizione: come afferma Marcuse, sono in atto «una tendenza alla piena realizzazione della razionalità tecnologica, e sforzi intesi a contenere tale tendenza entro le istituzioni stabilite» (5).
    7. All'interno di questa fondamentale ambivalenza si esprime «la rabbia di dover subire il progresso tecnologico invece di dominarlo»: essa differenzia il comportamento combattivo dei giovani operai, da quello rassegnato degli adulti.
    8. Ma osserva il Mallet, «non è l'assenza di sapere che impedisce di intervenire nel processo tecnologico come soggetti. Si tratta invece di assenza di potere, che è identico per l'ingegnere della ricerca, il quale deve applicarsi alla realizzazione parcellizzata di un prodotto estraneo alla sua funzione creatrice» [6].
    9. La rivendicazione del controllo sulla struttura del comando, sul sistema delle decisioni, come espressione della aspirazione naturale dell'uomo a conoscere e dominare, ha affermato una volontà di autogestione come «sbocco positivo» della «rabbia di non aver trovato nel lavoro una integrazione reale ed oggettiva» [7].
    La richiesta di ristrutturazione delle unità produttive era volta a «ricreare l'impresa, nel senso più profondo del termine che implica azione e iniziativa, attraverso l'autogestione, e non distruggerla» [8].
    10. La rivolta dei giovani è stata rafforzata e dilatata dalla crescita del ruolo sociale di nuovi strati operai, disponibili al processo rivoluzionario (tecnici ed operai professionali moderni), che hanno assunto la guida della lotta accesa dagli «scioperi selvaggi» dei giovani operai, portandola ad un grado più elevato di mobilitazione sociale e di incisività politica.
    La rivolta giovanile operaia del «maggio '68» francese presenta un volto nuovo ed un significato di emancipazione sociale, anche nei confronti degli altri gruppi sociali subalterni; in definitiva, nei confronti della classe operaia stessa, che indebolita dal processo della sua ristrutturazione interna e nella sua coscienza di identità collettiva, risulta impotente di fronte alla necessità della ridefinizione di una strategia di attacco e di un progetto politico-sociale alternativo.
    La tesi del Mallet è confortata da una valutazione parallela del Touraine, che assegna un ruolo importante ai giovani operai come gruppo capace di elaborare e condurre una opposizione efficace anche se non più esclusiva, all'«influenza degli apparati, dei loro dirigenti e dei loro organizzatori» [9].

    FONTI DI UN CONFLITTO SOCIO-POLITICO

    Alla luce del contributo del Mallet, ci sembra opportuno perciò ridiscutere criticamente l'ipotesi iniziale da noi formulata in prima istanza circa il comportamento sociale e politico dei giovani lavoratori in una situazione di conflitto sociale, modificando la univocità della formulazione teorica, per giungere ad elaborare un sistema articolato di ipotesi, che tenga in considerazione primaria le linee tendenziali evolutive degli atteggiamenti e comportamenti dei giovani operai compresenti nelle loro diverse manifestazioni.
    È nostra ipotesi generale, perciò, che la natura generazionale del conflitto sociale, in cui ancora oggi sono coinvolti la maggior parte dei giovani lavoratori, venga progressivamente annullata e sostituita da contenuti sociali e politici elaborati autonomamente in base a:

    1. Una modificazione degli atteggiamenti verso il lavoro e la sua organizzazione, che si origina da un lato nella comprensione della dipendenza storica tra organizzazione capitalistica del lavoro e stato di subordinazione sociale collettiva [10], dall'altro nella richiesta di un controllo operaio sul ventaglio delle qualifiche, sullo svolgimento delle carriere, sulla organizzazione tecnica del lavoro, verso il superamento del lavoro «diviso» [11].

    2. La ricerca di una corrispondenza reale tra qualifica e livello retributivo come risposta collettiva al crescente processo di dequalificazione del lavoro operaio provocato dall'incalzare del progresso tecnico e dal mutamento tecnologico, che tendono a modificare la composizione stessa della classe operaia.

    3. Gli effetti sociali provocati dal restringimento delle opportunità occupazionali per i giovani in cerca di prima occupazione e dall'aumento della instabilità occupazionale, dell'insicurezza del posto di lavoro per i giovani già occupati; effetti connessi alle difficoltà insorgenti nell'equilibrio dello sviluppo capitalistico, conseguentemente nel suo sistema di reclutamento della forza-lavoro (mercato del lavoro).

    4. Il contemporaneo avanzamento di un «diritto alla scuola» e di un «diritto al lavoro», tendente a superare la separazione istituzionale tra scuola e fabbrica, come origine della istituzionalizzazione nella società capitalistica della divisione tra cultura e produzione, tra scienza e tecnica, tra lavoro manuale ed intellettuale, tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo.
    possibile riconoscere questa contraddizione operante alla base del fenomeno di «crisi» della scuola, che manifesta le sue più profonde implicazioni a motivo della sua separazione dal mondo della produzione, proprio nell'aria dei giovani operai e della classe operaia. Intendiamo cioè affermare la significativa rilevanza assunta dai processi educativi, perciò dalle strutture che sono preposte al funzionamento dei meccanismi di diffusione dei dati culturali; queste sono finalizzate ad influenzare e determinare la configurazione sociale della classe operaia e le tendenze della propria riproduzione. Possiamo in altri termini affermare che «la scuola di oggi è classista non soltanto perché discrimina ancora i figli degli operai, ma in primo luogo perché discrimina gli operai» [12].
    La rottura di una tale discriminazione, coesistente con la separazione tra scuola e lavoro, è probabilmente attuabile secondo alcuni, attraverso la modificazione dell'orario di lavoro; infatti «l'attuale durata media del lavoro ha due conseguenze negative che si cumulano. Da un lato essa separa i lavoratori dalla scuola; dall'altra separa gli studenti dalla produzione» [13].
    Sempre secondo questa tesi [14] «la scelta della giornata corta» nel quadro di un orario di lavoro settimanale progressivamente ridotto, in rapporto anche allo sviluppo scientifico e tecnologico, è in effetti la condizione per reintegrare il lavoro pratico con quello intellettuale, la produzione con la scuola, non più come istituzione separata per preadulti, ma come strumento permanente di formazione» [15].

    5. L'intensificazione del processo di emarginazione sociale che assume sempre più la connotazione di fenomeno strutturale, legato cioè alla trasformazione della struttura economica-sociale della società capitalistica; questa manifesta da un lato una accentuata tendenza alla richiesta di un'elevata qualificazione tecnico-professionale, provocando un prolungamento sproporzionato della fase della socializzazione attraverso la scuola, prima dell'ingresso nel processo produttivo, dall'altro una tendenza ormai decisa alla espulsione anticipata degli «anziani» dal processo produttivo; questi ultimi costituiscono un gruppo in espansione non più costituito dai soli lavoratori in età pensionabile, ma da «lavoratori invecchiati», le cui capacità professionali non sono più dotate di quell'alto grado di adattabilità e intercambiabilità di ruoli professionali, richiesto dal rapido mutamento tecnologico.
    La formazione di due «eserciti di riserva» di forza-lavoro genera dei poli conflittuali, che diventano centri di azione sociale collettiva orientata alla messa in discussione teorica e pratica del sistema sociale e produttivo che li comprende.
    Partecipano di questa azione sociale collettiva, anzi ne sono un efficace fattore di coagulazione, a nostro avviso, le giovani generazioni della classe operaia, che in seguito alla prolungata permanenza nei processi formativi ed addestrativi, cui sono sottoposte, condividono in maniera sempre più evidente la condizione di isolamento e marginalità dei giovani studenti, con cui congiuntamente vanno elaborando ed esprimendo comuni contenuti di protesta sociale e politica.

    CONCLUSIONE

    In conclusione, abbiamo finora enucleato in forma positiva, alcuni fattori strutturali, capaci di determinare la trasformazione qualitativa dei contenuti della protesta giovanile operaia.
    Tale operazione, tuttavia, non va esente dalla considerazione complementare di fattori di natura socio-culturale, non ultimi quelli riferibili alla peculiarità del periodo adolescenziale sotto cui sono classificabili la quasi totalità dei fenomeni giovanili di gruppo. Esiste, infatti, una interazione reciproca, soprattutto nella multiforme fase adolescenziale, tra questi due ordini di fattori che danno vita a formazioni sociali originali ed autonome nel loro contenuto, che è difficile, se non arbitrario, poter classificare con ogni cautela e precisione.
    Crediamo comunque di poter giustificare la particolare rilevanza attribuita ai fattori schematicamente sopra esposti, per le implicazioni pratico-politiche che essi offrono alla analisi del ricercatore, in quanto si tratta di dati non statisticamente definitivi, ma caratterizzati da una dinamica evolutiva intrinseca, che si identifica, in conclusione, con il tipo di sviluppo economico-sociale della società industriale avanzata.

    NOTE

    [1] MALLET S., La nuova classe operaia (con un saggio sugli avvenimenti francesi del 1968), Einaudi, Torino, 1970. La precedente edizione era del 1963.
    [2] MALLET S., op. cit., p. 19.
    [3] Nella «introduzione» alla prima edizione de «La nuova classe operaia», Torino, 1967, Mallet osservava come lo sviluppo di processi automatizzati determi-nasse modalità diverse nel reclutamento della manodopera, spostando le richieste di occupazione sui giovani lavoratori tecnicamente preparati: «e ciò provoca la nascita di un conflitto aperto tra gli operai e i capi intermedi. Una recente inchiesta (...) ha dimostrato che mentre i vecchi operai accettano abbastanza facilmente le prerogative dei capi intermedi, i giovani, venuti fuori dalle scuole professionali ed abituati alle moderne tecniche di produzione, sopportano sempre meno la loro autorità e rimproverano loro sia l'incompetenza che le abitudini, come ad es. i sistemi da guardiaciurma».
    [4] MALLET S., op. cit., p. 23.
    [5] MALLET S., op. cit., p. 23; MARCUSE H., L'uomo ad una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, p. 37.
    [6] MALLET S., op. cit., pp. 23-24.
    [7] MALLET S., op. cit., p. 21.
    [8] MALLET S., op. cit., p. 21.
    [9] TOURAINE A., La società post-industriale, Il Mulino, Bologna, 1971, p. 75. «Gli operai qualificati sempre più sottomessi alle costrizioni esercitate dall'industria, e in particolare i giovani operai la cui preparazione viene male impiegata dalle industrie, continuano a giocare un ruolo importante. Ma, mentre queste categorie erano un tempo al centro delle lotte sociali, ora non ne sono più che un elemento, allo stesso modo in cui un direttore di fabbrica non gioca più un ruolo subordinato nell'insieme dei dirigenti economici e politici».
    [10] MANGHI B., CELLA G.P., Analisi del sistema delle qualifiche, in «Dibattito sindacale», n. 3, maggio-agosto 1970; «Il sistema delle qualifiche è un fatto storico tra classi dominanti e lavoratori dipendenti (...); ci troviamo di fronte ad una serie di compromessi storici tra principi egualitari e difesa di privilegi acquisiti» (p. 13).
    [11] MANGHI B., CELLA G.P., op. cit., p. 23; «occorre dunque iniziare a mettere in discussione la mansione lavorativa, la sua "oggettività", il suo legame "necessario" con un determinato livello tecnologico. Occorre ricomporre ciò che la divisione del lavoro ha frantumato» (p. 23).
    [12] LETTIERI A., Note su qualifiche, scuola e orario di lavoro, in «Problemi del Socialismo», n. 49, 1970, p. 810.
    [13] LETTIERI A., op. cit., p. 813.
    [14] In questo senso si è espresso anche GARAVINI S., Le nuove strutture democratiche in fabbrica e la politica rivendicativa, in «Problemi del Socialismo», n. 44, 1970, pp. 36-52.
    [15] LETTIERI A., op. cit., p. 813.