La struttura ufficiale in raccordo con chi vive ai margini



    Valentino Castellani

    (NPG 1972-08/09-86)

    Vorremmo offrire, con questa breve riflessione, delle suggestioni molto concrete e quindi eviteremo di proposito ogni tentativo di essere esaurienti e sistematici. Si tratta soltanto dell'inizio di un discorso che ciascuno dovrebbe continuare, ponendosi concretamente di fronte alla «sua» realtà di Chiesa locale. Per «struttura ufficiale» intendiamo qui, in senso lato, un qualunque organismo che operi nella Chiesa locale con metodi e strumenti che hanno il consenso, almeno implicito, dell'«autorità»: associazioni varie, consigli parrocchiali o zonali, gruppi di catechisti, anche particolari gruppi spontanei...
    Identifichiamo poi «chi vive ai margini» non tanto nella grande massa degli indifferenti, quanto soprattutto in quei gruppi spontanei – di consistenza numerica la più varia – che si pongono in atteggiamento fortemente critico nei confronti della struttura o per i contenuti che essa vuoi «far passare» o per i «modi» con cui agisce oppure, non di rado, per il semplice fatto di essere una struttura.
    Queste persone o gruppi vivono spesso anche «ai margini» della Chiesa, oltre che delle sue strutture (si pensi solo a tutta la problematica posta alle parrocchie urbane dalla presenza dei comitati di quartiere).
    Infine, e non a caso, i giovani sono quasi sempre i protagonisti di questo tipo di «presenza» nella Chiesa locale.
    Questa riflessione si propone di alimentare il dubbio che sia errato e controproducente sia rifiutare che sopportare come un inconveniente inevitabile quanti «vivono ai margini». Perché allora è necessario questo faticoso confronto con chi vuole starsene fuori? Quale servizio, in fondo, possono offrire alla Chiesa locale coloro che, per scelta, ne vivono ai margini?

    PERCHÉ È NECESSARIO IL CONFRONTO

    La validità e la vitalità di una struttura dipendono in gran parte anche dalla capacità di quanti la gestiscono a tenere dei rapporti con chi vive ai margini. Intendiamo parlare di rapporti di «attenzione» e di «rispetto», non di tentativi di integrare i dissidenti creando loro uno spazio fittizio dentro la istituzione («lasciamoli parlare, che si sfoghino, tanto poi a decidere non sono loro!»). Ecco allora alcuni spunti di riflessione a sostegno di questa tesi.
     La struttura tende spontaneamente a conservarsi e quindi ad ostacolare ogni istanza troppo avanzata di rinnovamento (cfr. lo studio di M. Pollo in 1972 /2). Le strutture, infatti, creano dei circuiti di potere che degenerano facilmente in autoritarismo. L'autocritica non è facile per chi gestisce le strutture.
    Nelle strutture ecclesiali c'è un rischio ulteriore, che deriva dalla continua autogiustificazione di un lavoro disinteressato: la raffinata suggestione del potere si nasconde inconsciamente dietro lo «slancio apostolico»!
     Ogni decisione operativa implica delle scelte ed ogni scelta, di per sé opinabile, costituisce anche la rinuncia a sottolineare certi contenuti od a perseguire determinati obiettivi. Chi vive ai margini gestisce quasi sempre l'oggetto di queste rinunce ed è quindi un'occasione insostituibile di autocritica.
     Una struttura che non accetta di essere messa in discussione è certamente inquinata da motivazioni di potere e risulta quindi alienante. Si vuole qui sottolineare la centralità dell'uomo, di ogni singola persona, che è sempre portatrice potenziale di istanze originali, nei confronti delle quali la struttura dovrebbe essere un servizio, un'occasione di scambio e non una mortificazione più o meno palese.

    IL SERVIZIO RESO DA CHI VIVE AI MARGINI

    Alla luce dei pochi spunti di riflessione appena esposti, ci sembra emerga chiaramente il servizio insostituibile che, nel reciproco rispetto, può essere offerto alle strutture ufficiali da quanti ne vivono ai margini.
     Innanzitutto essi costituiscono una occasione costante di autocritica sia in rapporto ai contenuti sia in rapporto agli obiettivi che la struttura particolare si pone nell'ambito della Chiesa locale. E ciò è tanto più vero quanto più le scelte in questione sono opinabili e quindi soggette al rischio dell'errore.
     In secondo luogo possono contribuire ad arricchire e relativizzare le «cose» che si fanno: arricchirle nel senso di presentarle sempre in un contesto problematico di ricerca e di progettazione; relativizzarle perché, sia pure nella serenità che deriva da una riflessione leale ed approfondita, ogni scelta sia presentata con l'umiltà di chi rispetta la fondamentale libertà degli altri.
    ♦ Infine chi vive ai margini costituisce uno stimolo, per quanti operano nelle strutture, a lavorare con distacco, con vero spirito di povertà, con quell'atteggiamento vigile di servizio che teme costantemente di rimanere sedotto dal potere che la struttura sempre gratifica a chi la rappresenta.

    IL PROBLEMA DI FONDO: RAPPORTO TRA REALTÀ ED UTOPIA

    Le riflessioni fatte finora hanno sottolineato diversi aspetti di un unico problema ci fondo che vale la pena di richiamare per concludere. La necessità che la rottura ufficiale si confronti con chi vive ai margini si iscrive nella problematica pii ampia del rapporto dialettico tra realtà ed utopia.
    La chiesa, nel Concilio, si è definita «popolo di Dio che cammina con l'umanità che cammina». Si è riscoperta così tutta la ricchezza della spiritualità dell'Esodo: ad una coscienza trionfalistica di troppe certezze si antepone la certezza del Cristo risorto (1 Cor. 15,14).
    Anche la realtà delle Chiese locali dovrebbe inserirsi in questa dinamica che si proietta nel futuro perché l'evento significante del passato è la risurrezione di Cristo. La dimensione – anche psicologica – dell'uomo diventa così il futuro ed il suo atteggiamento di fondo è una inquietudine piena di speranza. È così che la ragion d'essere del tempo presente non si trova in un meccanico sviluppo del passato, ma nella progettazione del futuro. Il futuro, però, si arricchisce di possibilità qualitative soltanto se le esigenze della «realtà» si confrontano costantemente con quelle dell' «utopia».
    Il confronto con chi vive ai margini non è facile ed è comunque sempre faticoso: richiede doti psicologiche di equilibrio, disposizione all'ascolto ed al dialogo, atteggiamento di povertà e di distacco. È pur vero però che il polo dell'utopia si trova quasi sempre ai margini dell'istituzione: evitarne il confronto è un sintomo patologico di attaccamento alla «realtà» ed è quindi una prospettiva senza speranza.