Antonio Revelli
(NPG 1972-06/07-07)
L'attività pastorale impegna l'operatore a «conoscere» i soggetti cui si rivolge. Si tratta di una conoscenza che deve raggiungere diversi gradi:
• conoscenza dell'individuo fatta personalmente: non è ovviamente raggiungibile in poco tempo, né si può estendere a tutte le persone cui ci si vuol riferire. Nello stesso tempo resterebbe una conoscenza limitata;
• conoscenza dell'individuo in rapporto al suo ambiente e alle esperienze di vita che contribuiscono alla formazione della sua personalità. È un tipo di conoscenza che nel passato era abbastanza agevole. La vita stessa, al contatto sia con i singoli che con il loro «mondo», portava a questa conoscenza.
La situazione che è venuta a crearsi con lo sviluppo industriale è ben diversa. Anche nel paese più «tradizionale» sorgono grosse differenze rispetto al passato. A una mentalità contadina fortemente centrata sui valori del gruppo di appartenenza «naturale» (famiglia - paese) succedono altre mentalità, che si formano in collegamento ad altri elementi. Un fattore che viene a prendere grande importanza è il «lavoro». Ciò che in passato poteva essere secondario, oggi assume valore di fondo, per definire una persona.
Per esemplificare: si pensi alle lunghe disquisizioni che ancora oggi si fanno nelle zone più rurali per definire una persona: sono messi particolarmente in luce la parentela e il luogo di origine. Una certa diffidenza verso il forestiero viene proprio dal fatto che si sa nulla di lui: le sue origini, a che tipo di famiglia appartiene, le usanze dei suoi paesi.
Criteri di questo genere vanno però scomparendo: meridionale o settentrionale, nato nel luogo o immigrato, l'uomo viene definito sempre di più in base ad un altro elemento: «cosa fa». Operaio o impiegato, libero professionista o dirigente, padrone...
Le «classi sociali» sono una realtà concreta, hanno una loro storia, una loro vita. L'appartenenza alla classe sociale marca, in modo più o meno cosciente, la persona umana. In gradi diversi, cautamente, ma in modo reale.
Per conoscere l'operaio è quindi necessario conoscere il suo «mondo», nei diversi elementi che lo costituiscono:
• la fabbrica: orari di lavoro, ritmi, ambiente fisico e morale...
• la casa: assenza prolungata dalla famiglia e mancanza di rapporti coi figli e la moglie, spazio spesso insufficiente, situazione di crescente anonimato nella grande città o nei comuni periferici...
• i rapporti sociali: costante situazione di dipendenza personale e collettiva e conseguente impressione di «non valere», perché le proprie opinioni e le opinioni di chi si trova nelle stesse condizioni non vengono ascoltate, precarietà ancora presente a riguardo del posto di lavoro, essere dei programmati in quasi tutti gli aspetti della vita, oltre che per la maggior parte della propria giornata...
• la storia della classe operaia che rende sempre più evidente un fatto: la solidarietà nell'azione collettiva è stata la molla che ha favorito il miglioramento delle condizioni di vita dell'operaio, determinando anche un orientamento della società globale a situazioni di maggior giustizia sia nel distribuire i frutti del lavoro, sia nell'operare le scelte del suo sviluppo generale.
• certe linee fondamentali di «mentalità» che derivano da queste esperienze personali e collettive e che con diversa intensità influiscono su tutti gli operai e altri lavoratori in condizioni di dipendenza.
COME L'OPERAIO VEDE IL PROPRIO MONDO
UN MONDO DI POVERI
Riferendosi al motivo essenziale del suo lavoro l'operaio ripete facilmente espressioni come queste: «qui dentro ci siamo, perché siamo poveri!». Anche quando le paghe sono abbastanza elevate e ci si permette qualche spesa voluttuaria in più, o un miglior arredamento della casa, permane questo senso di povertà. Come tutti i sentimenti umani, è complesso e difficile da descrivere. Tuttavia potrebbe essere riducibile fondamentalmente ad un senso di «precarietà», di mancanza di sicurezza. Si ha bisogno di lavorare, ma non sempre c'è sicurezza di poter continuare il lavoro. Una congiuntura economica sfavorevole, una speculazione errata, una concorrenza sleale possono mettere in difficoltà l'azienda: è per tutti il timore della fame a più o meno breve scadenza. Ciò è aggravato dal sentimento di non poterci fare nulla: il proprio lavoro è nelle mani di altri; da loro dipende se si potrà continuare a lavorare. Oltre a questa insicurezza collettiva, un senso di insicurezza individuale: è sempre possibile una malattia prolungata, un infortunio: tutti fatti che possono mettere in grave difficoltà la famiglia. Difficilmente i risparmi sono sufficientemente elevati per far fronte in modo adeguato. Alti salari e costo elevato della vita: sono due caratteristiche della condizione operaia nelle società industrialmente avanzate. Due caratteristiche che si controbilanciano.
UN MONDO DI «ALIENATI»
Può sembrare una parola alla moda, un comodo slogan per gente superficiale e sbrigativa. Eppure esprime una realtà: il senso della dipendenza, della precarietà, della mancanza di solidarietà e di coesione tra persone che sono in una comune condizione: quella di chi deve «vendere» (alienare) il proprio lavoro (la propria creatività, in fondo una parte di se stesso) per poter vivere.
Per comprendere meglio cosa si intende con questa espressione, sarà utile rileggere la seguente pagina di G. Girardi:
«Il termine "alienazione" si definisce in rapporto all'uomo ideale, integrale, quale deve essere, cioè all'uomo libero. "L'uomo è alienato" significa più precisamente: a) Egli non è quale deve essere, gli manca qualcosa di ciò che deve essere: l'alienazione è un impoverimento, una privazione. b) Gli manca qualcosa di se stesso, della sua essenza ideale: l'alienazione è una "mutilazione". c) La parte di lui della quale è privato si trova in qualche modo fuori di lui, requisita da altri; la sua essenza ideale si è scissa da quella reale, egli ne è stato espropriato, è diventato estraneo a se stesso. Questa proiezione dell'uomo fuori di sé è irreale, immaginaria. Per essa cioè l'uomo si estranea sia da se stesso sia dalla realtà. Sotto questo duplice aspetto l'alienazione è un"'estraniazione". d) L'esistenza immaginaria che l'uomo ha proiettato fuori di sé genera in lui l'illusione di possedere realmente ciò che possiede solo idealmente. Egli si identifica psicologicamente con questa esistenza immaginaria, che diviene così surrogato della realtà. L'alienazione è una "identificazione". e) Questa parte dell'uomo che si trova fuori di lui si ritorce contro di lui: l'uomo è quindi lacerato, vi è un conflitto tra la sua essenza reale e la sua essenza ideale. L'alienazione è una "contraddizione". f) L'essenza ideale dell'uomo è definita dalla libertà, ossia dal suo carattere di fine. Di conseguenza l'alienazione consiste nell'essere ridotto a mezzo, a servo. L'alienazione è un "asservimento".
Il superamento dell'alienazione è il processo per il quale l'uomo diventa ciò che deve essere, realizza la sua essenza ideale, ricerca e ritrova se stesso, si riappropria la parte di sé che gli era stata confiscata, risolve la sua contraddizione e approda alla libertà».
Non che gli operai abbiano una conoscenza così analitica della alienazione, ma percepiscono bene questa situazione, percepiscono bene che «non è giusto» che sia così.
UN MONDO DI «SFRUTTATI»
È una parola che noi usiamo poco volentieri; anzi tendiamo a negare che vi sia sfruttamento nel mondo operaio. Lo stesso operaio non descrive sempre bene e in modo soddisfacente cosa intende con questa espressione. Spesso ci pare piuttosto che si tratti di un termine da demagogo, ad uso di sobillatori e di esagitati.
Eppure anche qui vi è una realtà avvertita, anche se mal espressa: c'è la sensazione di essere i produttori principali della ricchezza, dei beni necessari allo sviluppo dell'umanità. Si avverte «sperimentalmente», dal vivo, la verità di quanto afferma il Concilio: «Il lavoro umano che viene svolto per produrre e scambiare beni e per mettere a disposizione servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, perché questi hanno solo natura di mezzo» (Gaudium et Spes, n. 67).
Ma si vede come, di fatto, nella nostra economia si dia più importanza ad un altro fattore: il capitale.
Si vede inoltre come sia inegualmente e ingiustamente distribuito il frutto del lavoro, sia sul piano nazionale che su quello mondiale.
L'operaio, quando parla di sfruttamento, è in piena consonanza con quanto è affermato da:
• Mater et Magistra: «Il Nostro animo è preso da profonda amarezza dinanzi allo spettacolo smisuratamente triste di numerosissimi lavoratori di molti paesi e di interi continenti ai quali viene corrisposto un salario che costringe essi stessi e le loro famiglie a condizioni di vita infraumane. Ciò, senza dubbio, si deve pure al fatto che in quei paesi e in quei continenti il processo di industrializzazione o è agli inizi o è ancora in fase non sufficientemente avanzata.
In alcuni tra quei paesi però alle condizioni di estremo disagio di moltissimi fa stridente, offensivo contrasto l'abbondanza e il lusso sfrenato di pochissimi privilegiati, in altri ancora si costringe la presente generazione a soggiacere a privazioni disumane per aumentare l'efficienza dell'economia nazionale secondo ritmi di accelerazione che oltrepassano i limiti consentiti dalla giustizia e dall'umanità; mentre in altri paesi una percentuale cospicua di reddito viene assorbita per far valere o alimentare un malinteso prestigio nazionale o si spendono somme altissime per armamenti.
Inoltre, nei paesi economicamente sviluppati, non è raro costatare che mentre vengono assegnati compensi alti o altissimi per prestazioni di poco impegno o di valore discutibile, all'opera assidua e proficua di intere categorie di onesti e operosi cittadini vengono corrisposte retribuzioni troppo ridotte, insufficienti o comunque non proporzionate al loro contributo al bene della comunità o al reddito delle rispettive imprese o a quello complessivo dell'economia nazionale» (nn. 55-57).
• Populorum Progressio: «Necessaria all'accrescimento economico e al progresso umano, l'introduzione dell'industria è insieme segno e fattore di sviluppo. Mediante l'applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l'uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell'invenzione, l'accettazione del rischio calcolato, l'audacia nell'intraprendere, l'iniziativa generosa, il senso della responsabilità.
Ma su queste condizioni nuove della società si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell'economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. Tale liberalismo senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dello "imperialismo internazionale del denaro". Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l'economia è al servizio dell'uomo. Ma se è vero che un certo capitalismo è stato la fonte di tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui perdurano gli effetti, errato sarebbe attribuire alla industrializzazione stessa dei mali che sono dovuti al nefasto sistema che l'accompagnava. Bisogna al contrario e per debito di giustizia riconoscere l'apporto insostituibile dell'organizzazione del lavoro e del progresso industriale all'opera dello sviluppo» (nn. 25-26).
Lo stesso progresso tecnologico ha portato ad accrescere sempre più questa sensazione di sfruttamento: l'alta produttività raggiunta rende consapevoli di quanto si contribuisce alla moltiplicazione dei beni. I ritmi e i metodi di lavorazione contribuiscono a far sorgere sempre più insistentemente il problema: dove e a chi vanno i guadagni che derivano da tutto questo prodotto?
UN MONDO DI «DOMINATI»
Sia all'interno della fabbrica, sia nei confronti dello sviluppo della società esiste l'impressione che l'opinione e le proposte del mondo operaio non siano tenute in considerazione. Le scelte appaiono determinate da parte di chi possiede un certo tipo di «cultura» che non recepisce i valori del mondo operaio: la cultura individualistica di colui che è «ricco» di denaro, di potere, di conoscenze tecnico-scientifiche e ne usa prevalentemente in vista dell'ampliamento ulteriore delle sue ricchezze.
• In fabbrica ci si sente considerati come passivi e silenziosi esecutori: anche il lavoro viene predeterminato, per ragioni di efficienza, da uffici appositi. La conduzione dell'azienda, la determinazione dei beni da produrre, la loro destinazione... sono totalmente sottratti al mondo operaio, che invece avverte l'aspirazione a una presenza attiva nel prendere decisioni che lo toccano così intimamente e toccano così profondamente lo sviluppo di tutta l'umanità.
• Nella società prevalgono praticamente i gruppi più forti: l'orientamento della politica economica deve tener conto delle grandi concentrazioni finanziarie e produttive. La voce del mondo operaio rischia di restare in secondo piano; le sue proposte di rinnovamento e di umanizzazione che toccano tutti i campi (dai rapporti di lavoro ai processi produttivi; dalla distribuzione della ricchezza prodotta allo sviluppo sociale ed economico...) rischiano di restare inascoltate.
COME L'OPERAIO VEDE IL MONDO IMPRENDITORIALE
UN MONDO «RICCO» E POTENTE
La prima forma di ricchezza che viene messa in rilievo è quella economica. Non si vuole ridurre tutto a questa dimensione, ma si fa notare come essa sia alla base di altre forme di ricchezza: i ricchi hanno potuto studiare e istruirsi di più, ad esempio. Ciò consente a loro di risolvere a proprio favore tante situazioni. Essi «sanno» e sono in grado di usare la loro istruzione in modo da difendere i propri interessi.
«Sanno sempre girarti la frittata in modo che vada bene a loro». Così, in queste due ricchezze che si sostengono a vicenda, si innesta una terza: la ricchezza di potere. Spesso l'operaio dimostra scarsa fiducia in quegli stessi uomini che ha scelto a rappresentarlo. Li accusa talora di essersi venduti. Tanto più diffida di coloro che tengono il potere. Per lo più non appartengono alla sua classe sociale. Se anche una volta erano operai o dirigenti sindacali, oggi gli appaiono così lontani: sembra che vivano una vita troppo diversa dalla sua... Saranno anche persone oneste e valide, ma staccate dall'esperienza viva, «non possono capire» e poi devono accettare compromessi con i punti di vista e gli obbiettivi della «classe padronale». La vita politica, secondo l'operaio, è ancora totalmente nelle mani di chi può.
UN MONDO DIVERSO
Un mondo diverso dal mondo operaio, per interessi contrastanti.
Non si tratta di rapporti tra singolo e singolo. Essi riconoscono volentieri la bontà o il senso di giustizia delle persone. Quando lo costatano sono disposti ad apprezzarlo vivamente. Ma pensano che in certe condizioni, «non si può essere giusti». Così come è organizzato, il mondo capitalista non permette al singolo imprenditore di comportarsi diversamente. (Di sfuggita si noti come la stessa impressione si possa ricavare da colloqui con imprenditori, dirigenti, operatori economici: per giustificare certi ritardi nel modificare situazioni poco umane fanno spesso ricorso alla impossibilità per motivi di «mercato», di concorrenza).
Il mondo operaio che cerca faticosamente di realizzare al suo interno gradi sempre più elevati di solidarietà, attribuisce spesso al mondo imprenditoriale e capitalista più coesione di quanta ne abbia nei fatti.
Lo vede unito nella difesa dei suoi interessi di parte e del suo potere; in contrasto non solo con gli interessi della classe operaia, ma con interessi reali dell'umanità stessa.
Vede nella ricchezza e nella difesa degli interessi di questo mondo la causa principale della povertà di tanti. Per questo parla di sfruttamento. Vede nel fatto che il lavoro è prevalentemente nelle mani di operatori privati la prima fonte della precarietà della propria situazione (si ha lavoro finché interessa a chi lo procura) e una causa di certi squilibri. Ad esempio: si produce non ciò che servirebbe di più, ma ciò che rende di più.
Sono particolarmente confermati in questo loro giudizio quando vengono informati di certi fatti, come ad esempio il problema del mancato arrivo sul mercato di tanti prodotti agricoli destinati a marcire e il loro alto costo al consumo. Il pensiero corre facilmente a manovre interessate. Certo si può ampliare il discorso alla disorganizzazione dei settori distributivi; ma è facile sentirsi rispondere che «c'è qualcuno che ha interesse a che sia così» e gli esempi di remore poste a tentativi di mettere più ordine, non mancano.
UN MONDO NON SOLIDALE
In conseguenza di questo suo modo di vedere, ha scarsa fiducia nelle singole iniziative, anche interessanti.
Di fronte a un mondo massicciamente schierato su posizioni diverse gli appaiono, nella migliore delle ipotesi, come atti di buona volontà destinati al fallimento. Ma non di rado pensa che «sotto» possa esserci qualche intenzione ben diversa.
Non per una natura sospettosa, ma perché gli pare di dover diffidare di azioni isolate che non cambiano la situazione generale.
Non accetta l'iniziativa singola anche da parte operaia.
Non gli pare valida né giusta. Per due motivi principali:
• la disparità culturale: di fronte a lui sta una persona abile nel manovrare la discussione, ricca di argomenti e di informazioni: uno che ha studiato ed ora sa metterlo in difficoltà. Se per caso deve parlare a tu per tu, diventa estremamente remissivo, non sa difendersi. Pare persuaso, ma non lo è affatto. Sente di non aver potuto esprimere ciò che voleva;
• la convinzione della necessità di risolvere i problemi insieme e per tutti raggiungendo le vere cause della situazione. Cause che molto spesso superano l'ambito della buona volontà delle persone. È in questo senso che va inteso il rifiuto del paternalismo e del compromesso. In questo senso si parla di «lotta»: un confronto non solo tra due mondi dagli interessi contrastanti, ma tra diversi ordini di valori. Sono due progetti di sviluppo dell'umanità che si fronteggiano, che coinvolgono tutti. La neutralità non è possibile.
Il confronto si realizza nel comportamento quotidiano e richiede l'uso di una forza compatta e solidale, in grado di vincere la resistenza. Non è una apologia della violenza. È sotto il profilo di questa solidarietà che devono essere rivisti molti nostri giudizi tradizionali. Ad esempio, «la libertà di lavoro» in momenti di rivendicazioni collettive (tutti affrontano la stessa difficoltà). Chi rompe la solidarietà rende più debole l'azione degli altri; la stessa azione che, se riuscirà, otterrà dei vantaggi anche per chi ha mancato.
Per questo chi non vive la solidarietà viene bollato con termini piuttosto forti e viene sottoposto anche a pressioni nei momenti decisivi. Per fare un esempio, il picchettaggio durante uno sciopero è uno strumento per sollecitare la solidarietà e per impedire che l'azione comune sia danneggiata da gente che appare doppiamente profittatrice, perché accetterà dei miglioramenti senza aver sofferto nulla per raggiungerli, anzi dopo aver posto un'azione che avrebbe potuto compromettere un buon risultato per tutti e avrebbe potuto rendere inutili le difficoltà e le privazioni dei compagni.
Di fattori di questo genere aveva tenuto ben conto il Cardinale Pellegrino nella sua omelia in occasione del giubileo dei lavoratori (30 aprile 1966): «Sarebbe egoismo riprovevole mancare di solidarietà con i propri compagni di lavoro solo allo scopo di evitare noie, nell'attesa di sfruttare i vantaggi derivanti dai sacrifici degli altri».
COME L'OPERAIO VEDE LA CHIESA
UNA ISTITUZIONE LONTANA
Sono molti i fattori che concorrono a dare questo senso di distanza. La Chiesa appare anzitutto come un'istituzione fine a se stessa, che impiega al proprio servizio un numero ingente di persone e una grande quantità di denaro. Non se ne comprendono bene le finalità e gli scopi.
Le spiegazioni di ordine teologico sono date con un linguaggio che non tocca l'operaio: per forma e contenuti è troppo lontano dal suo modo di pensare e di parlare.
I riti e le tradizioni che vengono proposti appaiono incapaci di incidere realmente sulla vita; i cristiani stessi non hanno dimostrato di saperne trarre ispirazione e forza per una maggiore partecipazione alla vita del mondo operaio.
Ne è prova l'incomprensione che molti cristiani «praticanti» manifestano spesso nei riguardi del movimento operaio e della sua azione. Non comprendono e non partecipano: ben sovente tendono ad isolarsi e a fare «dell'apostolato» con azioni che restano marginali; spesso, proprio nella partecipazione alla parrocchia o a movimenti cristiani trovano una compensazione alla marginalità nei riguardi del loro mondo. Forse faranno anche grandi cose (opere caritative, animazione di attività oratoriane o sportive...), ma il loro cristianesimo sarà prevalentemente un cristianesimo del «tempo libero», che non incide sulla vita quotidiana. Nei riguardi del mondo industriale, della vita operaia in particolare, si penserà facilmente che «non c'è nulla da fare»; forse, a livello più o meno conscio, risorgerà l'antica prevenzione secondo cui occuparsi di certe questioni rende sospetti di «comunismo»...
Di fatto ne deriva una presenza quasi insignificante dei cristiani nel mondo operaio. Il lievito resta accanto alla pasta. Ne deriva inoltre la situazione di vera e propria crisi (che non di rado giunge ad investire la fede stessa) cui vanno incontro quei cristiani che, più sensibili, cercano una reale partecipazione al mondo operaio. Ne viene ancora una motivazione in più per sostenere una certa diffidenza del mondo operaio in genere e di molti tra i suoi più attivi «militanti» verso la Chiesa.
UNA ISTITUZIONE CHE FA OPERE DI SUPPLENZA
Generalmente, nel mondo operaio, si riconosce la validità di certe attività della chiesa: catechismi, oratori, scuole dei religiosi... «servono», perché «qualcosa di buono lo insegnano sempre». Quanto poi all'educazione alla Fede, è un'altra questione: deciderà poi il ragazzo, quando avrà l'età adatta: si sa già che interverranno molti altri fattori a neutralizzarla. Quanto alle scuole, poi, esiste una certa garanzia: sono scuole in cui si insegna bene, il ragazzo viene stimolato allo studio... Allora si troveranno negli istituti religiosi anche i figli dell'ateo più convinto, cui interessa che il figlio studi e si faccia un domani. Per quanto riguarda l'educazione alla pratica religiosa non c'è pericolo: gli si insegnerà ad accettarla come si accetta un conformismo sociale utile, verrà il momento opportuno per sbarazzarsene.
Sono naturalmente gradite le opere assistenziali, di supplenza. Ma nello stesso tempo si fa sempre più strada la convinzione che ai vecchi, ai malati, ai minorati, debba e possa provvedere la comunità civile attraverso provvedimenti presi dai poteri pubblici, che destinano a questo scopo una parte del reddito globale e provvedono alla preparazione di personale specializzato. Un ulteriore passo per l'emarginazione progressiva di un'istituzione che in definitiva appare estranea ai problemi più vivi e ancorata a una realtà ormai superata.
UNA ISTITUZIONE «COMPROMESSA»
Una istituzione che, nel concreto, si trova dalla parte del potere costituito quindi dei dominanti, perché:
• ha bisogno di ordine: si àncora all'ordine esistente, senza analizzare se si tratta di un vero «ordine», nel giusto senso della parola: non di rado potrebbe invece essere un vero e proprio «disordine costituito»;
• ha bisogno di denaro: si riconosce anche volentieri che quel denaro viene usato per gli altri, per «opere di bene», ma si nota come molto spesso i benefattori «impegnano» e come non di rado la preoccupazione di non perdere utili aiuti o una legittima riconoscenza, possano far passare sopra a problemi piuttosto vivi;
• ha bisogno di potere: tende quindi a schierarsi con chi glielo può garantire (si noti come un giudizio analogo lo si possa riscontrare anche nel mondo imprenditoriale, quando si tende a giudicare come «tradimento» o «cedimento al socialismo» certe ricerche innovatrici in seno alla Chiesa);
• vuole essere neutrale nei conflitti che il mondo operaio deve affrontare per la propria elevazione e per promuovere quei valori in cui crede; ma di fatto questa neutralità non è possibile: assume il volto di una accettazione, se non proprio l'aspetto di una corresponsabilità più o meno diretta, di situazioni che invece il cristiano dovrebbe cooperare a far cambiare.
UNA ISTITUZIONE NON «COMPRENSIBILE»
Il mondo operaio vede i fermenti di rinnovamento, ma non ne ha sempre una percezione chiara: le informazioni che ne riceve sono poco chiare o distorte. I giornali ne trattano sotto angolature particolari, informando come sanno e possono, o anche deformando secondo interessi di ordine ideologico ed economico.
La distanza di linguaggio cui si è già accennato vale anche per molta parte degli stessi «innovatori» che, se non riescono convincenti nei riguardi di un mondo di cristiani praticanti tradizionali, non sempre riescono a stabilire un vero dialogo anche con coloro cui vorrebbero rivolgersi più direttamente. D'altra parte il mondo operaio guarda ai fatti piuttosto che alle parole; ma anche i fatti che possono apparire più significativi sono letti in chiave diversa. Non di rado si tende a vedervi:
• o delle espressioni isolate, di qualche sacerdote o qualche vescovo, che però lascia il contesto così come era;
• o come adeguamenti tattici, espedienti per «non perdere il treno» (si noti come la stessa accusa viene anche da parte di certi esponenti del mondo capitalista o dirigenziale...). La chiesa, in sostanza, tenderebbe ora a ricuperare l'amicizia del mondo operaio, perché vede che il mondo operaio diventa sempre più forte e significativo: la chiesa è sempre stata dalla parte dei più forti...
È una generalizzazione che rifiutiamo; la definiamo e la sentiamo come ingiusta; ma dobbiamo tener conto che esiste. E forse non è sempre del tutto priva di fondamento... C'è una lunga storia del mondo operaio in cui la chiesa come tale è stata assente; c'è la serie numerosa di casi di cristiani che non comprendono il mondo operaio e non vi partecipano; c'è quello che Pio XI aveva definito lo scandalo più grave del nostro secolo: il distacco tra le masse operaie e la chiesa. Sono tutte situazioni su cui dovremmo riflettere più profondamente per portarvi rimedio al più presto. Per fedeltà alla nostra missione di evangelizzatori, prima ancora che per «ricuperare» un mondo lontano.
Tenendo conto di queste realtà comprenderemo meglio anche certi atteggiamenti che mediamente l'operaio tiene nei confronti dei sacerdoti. Spesso tra i preti si dice che gli operai, presi uno a uno, sono più ragionevoli, più facili da trattare, mentre invece, quando sono in massa, si «montano» l'uno con l'altro, sono più facilmente preda di elementi esasperati che li aizzano.
Un giudizio del genere è frutto di un equivoco. In realtà l'operaio medio tende ad assumere, nel rapporto individuale con il prete, un atteggiamento analogo a quello descritto sopra: l'atteggiamento che ha di fronte al «ricco» di conoscenze, di capacità espressive, di potere.
L'eventuale nostra maggior facilità di rapporti con l'operaio singolo corrisponde a una maggiore difficoltà da parte sua. Non si stabilisce un vero dialogo. Nel gruppo invece l'operaio trova il sostegno psicologico che gli permette di superare le «differenze» che avverte: l'apporto degli altri gli permette di raggiungere quella completezza di espressione cui non sempre arriva da solo. Quelli che noi tendiamo ad accusare come agitatori il più delle volte non sono altro che l'elemento catalizzatore che permette e promuove la formazione del gruppo e mette determinate sue doti al servizio degli altri.
LA CULTURA E IL LINGUAGGIO OPERAIO
LA CULTURA DEL MONDO OPERAIO
È necessario intendersi subito sul significato del termine «cultura». Molto spesso lo usiamo per indicare un aspetto particolare e limitato: le conoscenze acquisite nella scuola o in letture private.
Ma la cultura non consiste nell'erudizione. Essenzialmente è un modo di vedere la vita, una indicazione di valori da realizzare; una proposta e un progetto di sviluppo dell'uomo come singolo e come collettività. Il mondo operaio è ancora, nella massima parte, un mondo di gente che non ha studiato. Cominciano ad arrivare le leve giovanili, di quelli che hanno frequentato le medie o si sono anche procurati un diploma di perito. Ma non è infrequente trovare, anche tra i giovani operai, dei ragazzi mandati al lavoro perché ritenuti «non adatti» allo studio, per carenza di doti o di volontà. Ne è sorto un cliché di operaio errato che opera ancora, a livello inconscio; siamo molto più facilmente portati ad accettare come validi i giudizi di chi ha studiato: lo riteniamo più informato, gli facciamo più credito. Un equivoco del genere ci impedisce di cogliere la realtà di una «cultura operaia», tipica e genuina, capace di proporre un reale rinnovamento dell'umanità nel suo insieme.
I valori di fondo proposti da questa cultura possono essere sintetizzati così:
• Superiorità della persona umana nei confronti di qualsiasi altro valore terreno o elemento della vita economica. L'esperienza quotidiana lo porta a mettere in forte rilievo questa priorità. E una reazione profonda al senso di spersonalizzazione sperimentato sul lavoro e nei rapporti con le strutture gerarchiche dell'azienda. È la reazione ad un'economia che appare organizzata a servizio delle «cose» (capitali, produzione, ecc...) invece che ordinata allo sviluppo della società: si produce ciò che rende meglio... Si produce per il «mercato», cioè per chi può pagare; si distribuisce male il frutto del lavoro comune...
• Rivalutazione del lavoro come espressione creativa dell'uomo e come contributo personale al benessere collettivo, una realtà quindi che non può essere ridotta a «merce» da vendere per poter vivere. Il lavoro è espressione profonda e genuina dell'uomo: non ha prezzo; non è pagabile.
l'attività attraverso cui l'umanità si libera dalle condizioni di bisogno e crea le basi per il suo ulteriore sviluppo. Non può essere lasciato al gioco di «leggi» meccanicistiche o all'arbitrio di una minoranza che possiede i mezzi per dare o togliere il lavoro. Il lavoro è un diritto-dovere di tutti: come tale deve essere effettivamente garantito.
• Solidarietà operante espressa in gesti concreti. Solo la coscienza delle proprie responsabilità nei riguardi degli altri rende la persona veramente libera. Chi non è solidale non è libero: è vittima di molti mali: del suo egoismo, delle sue paure, di concezioni errate della vita, di idee false a riguardo dei rapporti tra persone, gruppi... Liberandosi da questi errori diventa capace di solidarietà.
• La famiglia è al centro dell'attenzione dell'operaio. Ne è lontano la maggior parte della sua giornata. Ma tutta la sua attività è ordinata primariamente al mantenimento della famiglia. In vista dello stesso scopo accetta anche condizioni di disagio e di durezza sul lavoro. La famiglia può quindi assumere una doppia caratteristica: di stimolo o di freno. Non di rado ci si ripara dietro le «necessità della famiglia» per giustificare le defezioni alla solidarietà nei riguardi dei compagni di lavoro.
ancora un equivoco, che deriva dall'incapacità di vedere come i problemi della propria famigla siano i problemi di tutte le famiglie operaie: problemi da risolversi insieme e per tutti. Certe «soluzioni» individuali sono una fuga dal proprio mondo e dalle proprie responsabilità.
• L'amicizia facilmente riscontrabile nelle disponibilità che caratterizzano le famiglie operaie nell'aiutarsi reciprocamente: non è esclusiva di questo mondo, ma vi è certamente più presente che in altre categorie sociali. Pur nella durezza e nell'anonimato della vita di officina, il lavoro a fianco a fianco è capace di aprire la via all'amicizia; soprattutto apre la via all'amicizia personale l'azione solidale per la promozione del mondo operaio. Numericamente, le amicizie che un operaio può intrecciare sul lavoro o nell'impegno a favore degli altri saranno forse poche, ma saranno certamente profonde e durature.
È vero che i singoli operai non sono così coscienti di questi valori e della loro portata. Ciò deriva da molti fattori: il tipo di educazione ricevuta, l'individualismo egoista insito in ogni persona, una scarsa comprensione della realtà della classe operaia soprattutto da parte del grande numero di persone che in pochi anni sono passati dalla condizione rurale-contadina alla condizione urbana-industriale: pur lavorando in fabbrica, sono spesso più contadini che operai.
Ciò non toglie però il loro valore alle cose dette; non toglie realtà alle proposte umanizzanti che il mondo operaio porta avanti. Costituisce piuttosto un impegno per chi vuol essere evangelizzatore: aiutare il mondo operaio a liberarsi da ciò che ha di negativo. Costituisce soprattutto un impegno a verificare alla luce della fede queste proposte.
L'ESPRESSIONE DEL MONDO OPERAIO
Il linguaggio operaio è generalmente povero di parole, privo di termini astratti, con significati di immediatezza che rendono difficile il riferimento a valori «lontani»: conta il valore vivo e immediato dei fatti di cui è protagonista o succube. La stessa domanda: «è giusto?» che l'operaio ripete spesso non richiede lunghe risposte o elevati principi cui riferirsi, ma un giudizio esplicito, sulla situazione concreta, in termini vitali e operativi.
Tale linguaggio è frutto di un pensare concreto, che parte dai fatti (e talora rischia di esaurirsi in essi): il pensiero è orientato all'azione fatta o da farsi. L'azione stessa concorre a modellare il pensiero. Ogni azione richiama un interesse particolare che la muove.
Questo collegamento stretto pensiero-azione-interesse può costituire un ostacolo a certi valori: non è facile credere al disinteresse, alle cose fatte per liberalità, senza cercarne un guadagno. Ma forse proprio questa difficoltà che il mondo operaio trova, lo può portare, quando scopre qualche caso di vero disinteresse, ad apprezzarlo ancora di più.
Il ragionamento è di tipo intuitivo, nella maggior parte dei casi: cerca soluzioni immediate; si può dire che mancano generalmente i «termini medi» di quello che potrebbe essere definito un «sillogismo» tradizionale. Si punta velocemente alle conclusioni, facendo entrare, più che premesse teoriche, dati di esperienza personale e collettiva.
Per fare un semplice esempio, si può portare quello indicato da Mons. Alfred Ancel nel suo libro «Cinque anni con gli operai», edito da Vallecchi: l'analisi cronometrica dei tempi di lavorazione.
L'operaio sa che è una tecnica diffusa, ne comprende entro certi limiti la necessità, ma ne vede (perché li vive concretamente) tutti gli aspetti negativi. Tende quindi a stabilire diverse equazioni:
• è un mezzo efficace per aumentare la produttività = un aggravamento dello sfruttamento capitalistico;
• è deciso dalla direzione e attuato da specialisti = un nuovo attentato alla dignità del lavoratore: non ci si fida di lui, non gli si dà credito e responsabilità; lo si vuole controllare per timore che non esegua coscientemente il suo lavoro;
• rende il lavoro snervante e umiliante = è un nuovo attentato al senso di dignità operaia: il sentirsi «creatore» di qualcosa con la propria attività;
• creerà competizione tra gli operai, in vista di una produzione maggiore, che consenta di aumentare il guadagno = un mezzo per rendere meno efficace la solidarietà e per dividere;
• l'analisi cronometrica si riduce il più delle volte a un «taglio» dei tempi di lavorazione = un lavoro più affannoso che abbrutirà di più, un lavoro sempre meno umano.
Da un ragionamento di questo tipo deriva un modo di esprimersi fatto di frasi brevi, di affermazioni assolute, con larghe citazioni di fatti e con forte accentuazione della propria testimonianza, che si sa ancorata ai fatti: «te lo dico io...».
Un linguaggio del genere potrà suonare a volte sgarbato e presuntuoso: faremmo male a giudicarlo solo per questo suo tono. Non è affatto un linguaggio superficiale, grossolano o da «ignoranti»; neppure è frutto di animosità o di odio. È un vero errore quello di volervi vedere il frutto di «sobillazioni» interessate e organizzate. È semplicemente un linguaggio spontaneo, vivo e ricco di esperienza vissuta. In certe sue espressioni esasperate riflette e testimonia l'abbrutimento cui è soggetta la persona e la scarsa considerazione in cui l'operaio si sente tenuto. Il suo usare parole forti viene dalla coscienza di non poter esprimere adeguatamente, con qualsiasi termine, certe esperienze interiori.
LA PRESENZA DEL MALE NEL MONDO OPERAIO
IL MALE PRESENTE
Dobbiamo prendere atto della realtà: anche il mondo operaio è toccato dal male, come ogni altro gruppo umano.
Le principali tra le forme di manifestazione di questo male possono essere:
• Visione materializzata della vita, con prevalente interesse agli aspetti del benessere temporale. Ciò conduce a una visione egoistica del lavoro stesso, visto prevalentemente in funzione del guadagno individuale e implica grandi difficoltà all'avvio di qualsiasi discorso che si riferisca:
– a realtà superiori: Vita Eterna, Dio...
– a realtà terrene che non comportino un guadagno più o meno immediato: impegno disinteressato per i più bisognosi, scarsa volontà di impegno nel movimento operaio...
– a realtà terrene, viste non nel loro aspetto di utilità, ma nel loro significato più profondo, nei loro aspetti più autenticamente umani: ad esempio il lavoro, che dovrebbe essere visto soprattutto nel suo valore di solidarietà universale: un contributo libero e personale allo sviluppo dell'umanità.
• Individualismo che può portare anche alla rottura della solidarietà con i compagni, e spinge spesso a cercare la soluzione di certe situazioni attraverso l'uso di mezzi ingiusti, come, ad esempio, le raccomandazioni, i compromessi, il servilismo o il doppio gioco.
In ogni caso costituisce una fonte di divisione e di tensione tra gli operai stessi; è una fuga dalla propria responsabilità e concorre a mantenere condizioni di ingiustizia e di disagio.
• Invidia e sentimenti di ostilità verso i «ricchi».
• Tentazione di violenza, sia verso i ricchi che verso i compagni che eventualmente non aderiscono alle azioni collettive.
Sono reazioni che possono portare il movimento operaio stesso a compiere grossi errori, riducendo a «colpe personali» ciò che spesso può essere frutto di una impostazione errata, sia dell'economia che di altre componenti della vita sociale. È una reazione collegata anche a una visione parziale della realtà economica e sociale.
• Disinteresse e apatia verso il lavoro, di cui non si vede l'utilità comune, ma che appare sfruttato a favore di pochi privilegiati. Ne sono espressione certi fenomeni di «assenteismo» largamente denunciati in questi tempi da parte dei datori di lavoro e una ricerca del massimo guadagno con il minimo sforzo. La negatività di queste reazioni non va giudicata soltanto in rapporto al «contratto» di lavoro, ma assume aspetti di vera e propria ingiustizia tra compagni: l'organizzazione attuale delle grandi imprese consente di riassorbire abbastanza bene la maggior parte degli inconvenienti derivanti da questi tipi di comportamento; ma proprio questo riassorbimento implica il secondo aspetto: spesso si traduce in aggravio di lavoro per i compagni.
LE CAUSE
Riconoscere la presenza di questo male è necessario per impostare un'adeguata azione pastorale. Ma è solo un primo passo: è necessario andare alle cause:
• La natura peccatrice dell'uomo è naturalmente la prima da ricordare: è la radice di tutti i mali sociali. Ma nello stesso tempo è bene non dimenticare come questa natura peccatrice può essere influenzata da molti fattori della convivenza sociale. Idee e comportamenti non sono frutto soltanto di scelta dei singoli, ma sono oggetto di una elaborazione collettiva. Questo ci porta a considerare un secondo ordine di cause.
• Il «sistema sociale» inteso come realmente è: una realtà viva che consiste in:
– un insieme di idee riguardanti la natura e il valore dell'uomo e della realtà in cui l'uomo agisce;
– un insieme di comportamenti diffusi e accettati come «validi». Una persona si forma a contatto con queste idee e questi comportamenti. La società esercita un continuo influsso sull'uomo. Ora, nel nostro caso, l'operaio stesso viene influenzato dai comportamenti e dalle idee di tipo individualistico che il sistema capitalista ritiene valide. Non di rado anche noi sacerdoti siamo portati a giudicare come «naturali» e inevitabili modi di pensare e di agire di questo tipo.
• La situazione di sradicamento da cui è toccata la gran parte del nostro mondo operaio. Immigrati dalle campagne del nord o del sud, al di là di certe differenze dovute a temperamenti diversi, si trovano in una condizione identica: perdita di tradizioni e di costumi; difficoltà ad assimilare le nuove culture; corsa individualistica a superare situazioni di disagio e ad affermarsi socialmente attraverso l'ostentazione di una ricchezza molto spesso fittizia. Cambiali, spese superflue ed eccessive... sono certamente frutto di una carenza di educazione. Ma l'azione diseducatrice viene in gran parte proprio dallo stesso sistema sociale, che spinge con diversi mezzi (pubblicità, diffusione di mode...) ad assumere comportamenti del genere.
Tutti questi fattori fanno sì che l'egoismo e la ricerca del guadagno inducano spesso a passare sopra a tutti i valori: famiglia, solidarietà, amicizia... La stessa preoccupazione di guadagnare per procurare ai figli un avvenire «migliore» può diventare un sottile tradimento dei figli stessi, se distoglie da un impegno di trasformazione delle condizioni di vita e di lavoro in cui i figli si dovranno trovare. Un reale amore per i figli si esprime molto meglio attraverso l'impegno a lasciar loro un mondo e una fabbrica in cui la loro persona sia veramente rispettata.
MONDO OPERAIO E MOVIMENTO OPERAIO
PROBLEMI DI ORDINE COLLETTIVO
La condizione operaia, la realtà del mondo industriale e l'esigenza di proposte rinnovanti la convivenza, i rapporti di lavoro e la distribuzione dei frutti del lavoro comune, per essere conosciute sufficientemente bene, esigono l'attenzione a un fattore essenziale: l'aspetto collettivo dei problemi. C'è da chiedersi se quest'aspetto sia stato sempre sufficientemente presente. Abbiamo la preoccupazione di affermare il primato della persona: è giusto. Ma non possiamo dimenticare le situazioni con cui l'affermazione di questo primato deve fare i conti. Dovremo vedere meglio come i problemi dell'operaio X sono i problemi della classe operaia nel suo insieme.
Infatti, pur nei margini dovuti all'influsso di altri fattori personali (abilità, inventiva, dedizione più forte al lavoro...), il fatto di appartenere a una famiglia operaia, predetermina in qualche modo diversi aspetti dell'esistenza.
• Un determinato tenore di vita (casa, nutrimento, spese varie) collegato strettamente alla possibilità di lavorare: una malattia, un infortunio grave, una crisi di lavoro... possono compromettere in poco tempo il frutto di molti anni di sforzi.
• Una determinata possibilità di cura della famiglia, collegata allo spazio vitale di cui può godere, all'assenza prolungata da casa del padre o anche di ambedue i genitori per il lavoro...
L'assenza prolungata aumenta le cause di distacco tra genitori e figli e crea spesso situazioni di quasi estraneità reciproca di cui i figli risentiranno soprattutto nel passaggio dall'adolescenza alla giovinezza.
• Prospettive determinate di istruzione per i figli. Nella maggior parte dei casi si ricerca ancora un tipo di scuola finalizzato al raggiungimento sollecito di un «diploma» che apra certe prospettive di impiego. La formazione della persona resta in secondo piano. Inoltre è ancora piuttosto diffuso il lavoro minorile, anche se «fuori legge». Casi accertati di ragazzi al lavoro sono ancora frequenti. Spesso il lavoro sostituisce la scuola; altre volte si accompagna ad essa, nelle «ore libere», sottoponendo il ragazzo ad una sfibrante «doppia giornata» che gli viene pagata avaramente, mentre il suo lavoro, in certi casi di maggior semplicità (ad esempio, uso di macchine automatiche), rende quanto quello di un operaio.
UNA «CLASSE» OPERAIA
Certamente alcuni aspetti di questa condizione sono da collegarsi a fattori particolari. Ma resta il fatto che, nelle sue linee di fondo, si tratta di una situazione che tocca i singoli perché tocca tutti. È in base a questa situazione fondamentalmente identica che si può parlare di «classe operaia», di un «mondo operaio».
Appartenere alla classe operaia significa condividere queste condizioni indipendentemente da qualsiasi scelta personale. In certa misura è una situazione che si impone, frutto del tipo di rapporti accettati e attuati nella nostra società:
• divisione ineguale e spesso sproporzionata dei frutti del lavoro comune;
• distribuzione del potere, che verifica le stesse sproporzioni lasciando di fatto oggi troppo potere decisionale a chi possiede i capitali e le conoscenze tecnico-scientifiche: un allargamento di queste conoscenze comporta inoltre la possibilità di giustificare «razionalmente» il potere, giustificandolo in base a criteri di efficienza e di competenza;
• possibilità limitata offerta di fatto a figli di famiglie operaie di raggiungere determinati livelli di istruzione. Di fatto le scuole medie superiori e ancora di più l'università sono frequentate da una maggioranza di appartenenti a classi sociali più agiate. Sono pochissimi i figli di operai iscritti all'università.
Ne derivano diverse conseguenze; tra le principali potremo ricordare:
• la tendenza a mantenere sotto il dominio di determinate categorie sociali le conoscenze che potrebbero servire a orientare in senso diverso la tecnica, l'economia, la politica... In definitiva questo costituisce anche un alibi: giustamente si dirà che sono necessarie delle competenze, ma con questo sistema scolastico si continua a formare dei competenti prevalentemente in seno a certe categorie sociali: le classi dominanti, che rafforzano la base del loro potere;
• una cultura classicheggiante, o impregnata ancora di concezioni collegate all'etica borghese, che, pur valida in certi suoi aspetti, è oggi decisamente arretrata e da superare. In conseguenza di questa educazione ricevuta nella scuola e in conseguenza dell'individualismo che spesso i genitori instillano nel ragazzo per invogliarlo a studiare, i pochi figli di operai che studiano usciranno dalla scuola completamente sradicati dal proprio mondo. Lo studio, ricercato per sfuggire a una certa condizione di vita e inteso come trampolino di lancio per farsi un «domani migliore», non sarà utilizzato nella prospettiva solidaristica. Sarà inteso come un merito personale da ricompensare, invece che come un dono ricevuto «per l'utilità comune». Ciò costituisce un grave danno per il mondo operaio: quelle che potrebbero essere le sue forze più vive passano «dall'altra sponda», portatevi da una cultura incapace di recepire i valori più profondi della cultura operaia. Ma è un danno per lo sviluppo dell'umanità stessa, per la sua liberazione dall'individualismo egoista, in quanto contribuisce a consolidare concezioni contrarie alla ricerca di una vera unità di intenti per il bene comunitario.
Sono questi i motivi per cui il mondo operaio è profondamente interessato alla riforma della scuola: ha bisogno di una scuola che faccia crescere uomini capaci di solidarietà, non arrivisti, che tendono il più possibile a consolidare le proprie carriere e i propri guadagni. Ma di una scuola simile non ha bisogno soltanto il mondo operaio: ne ha bisogno tutta la società di oggi.
Di fronte a questo problema della scuola sono profondamente da rivedere molti atteggiamenti individualistici che caratterizzano anche l'impostazione di una parte almeno delle scuole professionali tenute da religiosi. Sono da rivedere anche le motivazioni con cui noi stessi, nella nostra azione educativa sui giovani che contattiamo ogni giorno, cerchiamo di incentivarli allo studio. Quante volte i richiami sono prevalentemente rivolti alla «posizione» che ci si potrà fare, invece che alla coscienza di una crescita interiore che aumenterà le proprie capacità di contribuire all'elevazione morale e materiale del mondo, particolarmente dei più poveri?
VERSO SOLUZIONI COLLETTIVE
Il fatto che la condizione operaia sia una condizione «collettiva», implica, come conseguenza che ogni «soluzione» individualistica dei problemi che vi sono connessi, sarà sempre una falsa soluzione. Uscire da soli da una situazione del genere significa fuggire e in qualche misura significa tradire le aspettative altrui. Qui, come in ogni aspetto della vita è vero che «a ciascuno la manifestazione dello Spirito è data in vista dell'utilità comune»: dai doni più materiali (denaro, potere...) a quelli intellettuali (genio, intelligenza, conoscenze...) a quelli spirituali (i carismi cui si riferisce più in particolare S. Paolo con l'espressione citata da 1 Cor 12,7).
È il significato stesso di ogni attività umana che deve diventare oggetto di una più approfondita riflessione di fede, per riscoprire la solidarietà fondamentale che lega gli uomini tra loro e comprenderne le implicanze pratiche sulla vita quotidiana. L'umanità è «una», pur nella pluralità delle persone: non è un concetto astratto, ma una complessa e ricca realtà vitale.
In questa prospettiva la solidarietà operaia può porsi come proposta e fermento. Nella solidarietà il mondo operaio cresce e si costituisce in un vero e proprio «movimento operaio», che possiamo definire come l'insieme organizzato di tutti i contributi che nelle diverse situazioni i componenti del mondo operaio portano all'elevazione dell'umanità, alla liberazione dell'uomo, alla trasformazione e umanizzazione delle condizioni collettive di vita e di lavoro.
L'organizzazione concreta attraverso cui passa la maggior parte di questi contributi è nella maggior parte dei casi il «sindacato». Ma non si deve confondere sindacato e movimento operaio come fossero la stessa identica cosa: il sindacato è una delle espressioni del movimento operaio.
A proposito del «movimento operaio» sarà utile chiarire alcuni possibili equivoci:
• Movimento operaio non è sinonimo di comunismo: di fatto il comunismo ha contribuito non poco alla causa del mondo operaio e lo ha influenzato profondamente. Tuttavia le due cose non coincidono affatto.
• Movimento operaio non è sinonimo di odio o di lotta di classe. La lotta di classe è già nella situazione: il capitalismo storicamente è il primo responsabile della lotta di classe. Con il suo individualismo che contrappone gli individui e i gruppi; con il suo modo di organizzare la vita sociale e la vita economica, orientandole alla difesa di interessi particolari; con le repressioni messe in atto nei confronti del movimento operaio fin dal suo nascere.
• Movimento operaio significa, in positivo, unione di forze tra appartenenti alla stessa condizione sociale di povertà e di assoggettamento per proporre un mondo rinnovato, liberato da condizioni di lavoro non rispettose della dignità della persona, liberato da rapporti ingiusti di potere e da distribuzioni del frutto del lavoro comune incapaci di provvedere alle necessità di tutti gli uomini perché attuate in modo da favorire quelli che già possiedono. Il movimento operaio è, in definitiva, «la partecipazione della classe operaia al progresso generale dell'umanità» (Mons. A. Ancel, Il movimento operaio, Alzani, Pinerolo, 1951, p. 9).

