Quale unità per la chiesa?



    Luigi Bettazzi

    (NPG 1972-08/09-49)

    L'UNITÀ COME REALIZZAZIONE LEGATA ALLA STORIA

    Non è facile parlare dell'unità della Chiesa, non solo per il motivo teologico che l'unità della Chiesa deriva dall'unità di Dio (dunque dal mistero più alto), ma per il motivo storico che non possiamo non risentire dell'influsso dei vari modi con cui concretamente questa unità è stata vista e realizzata, inevitabilmente anche per sollecitazione di situazioni sociologiche delle varie epoche. Basti pensare all'unità delle Chiese dei primi secoli, forse particolarmente legata all'unità del Collegio apostolico, dai cui membri, ancor così vicini nel tempo, le singole Chiese sentivano di derivare direttamente il loro cristianesimo, e a quella dei secoli successivi, così fortemente suggestionata dal modello politico dell'Impero Romano.

    L'influsso dell'impero romano

    Questo modello di unità politica, confermato successivamente dalla analogia del Sacro Romano Impero, ha richiesto un forte potere centrale, responsabile e garante fin nei particolari delle formule di fede, dei riti sacri e degli organismi ecclesiali, ed ha poi avuto un nuovo motivo di approfondimento nei due grandi scismi che hanno staccato prima l'Oriente con l'Ortodossia, poi il Nord Europa con il Protestantesimo. Forse già questo particolare stile di unità può avere costituito un ulteriore pretesto per le dolorose separazioni: certo comunque s'è rinsaldato dopo di esse, quasi ricuperando poi nel proselitismo missionario quanto numericamente aveva perduto nell'allontanamento di intere nazioni, senza peraltro poter completamente ricuperare le ricchezze e i carismi di mentalità e sensibilità diverse, dato che l'acquisizione di nuovi popoli, anche lontani, avveniva - secondo i principi sociologici del tempo, così evidenti nei metodi della colonizzazione civile - inducendo i neofiti ad assumere gli schemi concettuali e le prassi operative dei popoli e dei missionari che portavano il Vangelo.
    Ne conseguiva una «occidentalizzazione» (se non una «latinizzazione») dell'intera Chiesa, che evidentemente facilitava e con immediatezza esprimeva la singolare unità della Chiesa, e più ancora l'uniformità di moduli teologici e di riti liturgici, oltreché la consistenza di strutture viste come una trama che aveva nell'autorità centrale il suo motore e in quelle periferiche gli strumenti di trasmissione e di controllo. Segno e pegno di tale visuale è la concezione - non ancora tramontata - che vede nei Vescovi dei luogotenenti del Papa, considerato come il Presidente di un grande popolo, unico responsabile di un governo, esercitato tramite il consiglio e la collaborazione di un organismo centrale, fortemente specializzato ma altresì fortemente autoritario (ho sentito perfino parlare della diocesi di Roma come di una specie di distretto federale che permetterebbe al Papa di essere Capo della Chiesa senza dover sottostare a un Vescovo: cosicché le funzioni episcopali sul territorio romano sarebbero proprie del vicario, non del Papa!).
    È chiaro che rimane acquisito alla fede della Chiesa non solo quanto è contenuto nella primitiva Rivelazione, ma anche quanto la maturazione della coscienza ecclesiale è venuta via via chiarendo, e soprattutto quanto è stato delineato dal magistero della Chiesa; ma occorre anche saper sceverare quello che appartiene alla sostanza della fede e quanto invece ne è stato derivato come conseguenza storica, valida pastoralmente come formula pratica per i tempi in cui è stata applicata, ma da superarsi secondo le sollecitazioni di una società che muta (e quindi di mentalità e sensibilità che evolvono) e gli approfondimenti teologici, realizzati forse a tavolino, ma di solito stimolati dalle stesse novità sociologiche.

    Un cambio di mentalità

    Tra i moventi di carattere sociologico possiamo certamente mettere lo spirito e la prassi della democrazia, che hanno indotto i cristiani a chiedersi quanto vi possa essere di partecipazione e corresponsabilità anche nella Chiesa, anzi tanto più in essa, permeata com'è di Spirito Santo, che è forza di verità e di amore, che «spira dove vuole» (Gv 3,8). E possiamo aggiungervi l'acquisita consapevolezza delle caratteristiche proprie e originali dei singoli popoli, esaltata dalle conquistate autonomie delle antiche colonie. Se queste sono sollecitazioni sociologiche e psicologiche, la motivazione autentica del rinnovamento però dev'essere ritrovata nella volontà di Cristo resa evidente dalla Rivelazione, dalla Scrittura in primo luogo, e da quanto, nel maturare della Chiesa, appare come autentico necessario sviluppo teologico del dato rivelato.
    È quanto ha fatto il Concilio Vaticano II: e il ricupero di aspetti ecclesiali - come la collegialità episcopale, la Chiesa popolo di Dio o comunione, la Chiesa locale, l'Eucaristia come momento costruttivo della Chiesa - va visto non più come espediente per un «rilancio» della Chiesa attraverso temi particolarmente affini alla sensibilità dell'opinione pubblica, tanto meno come contestazione o superamento di verità acquisite, quanto piuttosto come il felice ritrovamento di tratti fondamentali e originari della struttura della Chiesa, via via affermatisi per motivi contingenti, per lo più di polemica.
    In questo contesto va ricercato il senso più pieno dell'unità ecclesiale; dando per scontato che come tutta la teologia del Vaticano II sta ricercando la linea di uno sviluppo equilibrato, così anche questa nozione - meglio, questa realtà - è in via di una più piena ed autentica delineazione, e domanda quindi, insieme alla fedeltà alla Rivelazione, una generosa disponibilità al rinnovamento o, come si suol dire oggi, all'aggiornamento.
    Possiamo rilevare che l'attenzione della teologia conciliare - anche questo in sintonia coll'orientamento delle ideologie moderne - tende a passare dalle strutture all'uomo. Non che venga sminuito il valore della Chiesa come strumento di salvezza: ma essa viene chiaramente vista come strumento di salvezza appunto per l'uomo, per i singoli uomini;
    e si manifesta allora in tutta la sua evidenza l'affermazione di Gesù, che il sabato (dunque la legge, la struttura) è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato (cf Mc 2,27).

    LA CHIESA DEL DOPO-CONCILIO

    Ecco allora l'emergere di una Chiesa non più pensata e realizzata partendo dalle strutture universali, quasi sulle analogie di grandi imperi o di grosse industrie, entro cui i singoli uomini sono atomi o numeri di un meccanismo di efficienza, o quantomeno usufruttuari di un sistema che porta automaticamente a salvezza, quanto piuttosto di una Chiesa che si costituisce e cresce ogniqualvolta gli uomini si raccolgono per ascoltare la parola di Dio e unirsi all'offerta di Cristo, come lode e propiziazione al Padre. L'effettivo riunirsi dei cristiani intorno alla mensa della Parola e a quella della Vita è il concreto farsi della Chiesa, e la Messa diventa così, oltreché momento di una continuata edificazione, anche un parametro ispiratore per ogni atteggiamento e ogni struttura della Chiesa.

    Parola di Dio e risposta dell'uomo

    È vero che nella Messa il popolo di Dio appare già strutturato, perché v'è chi garantisce la continuità con Cristo attraverso una responsabilità specifica: ma la presenza del presbitero (e attraverso di lui del vescovo, come garanzia ed espressione del presbiterio, e poi del papa, ultimo punto di riferimento del collegio episcopale, quindi ultima garanzia di unità nella Chiesa) appare chiaramente finalizzata all'incontro dell'uomo con Cristo, con la Sua parola e la Sua vita. Ciò che conta nella Messa (e quindi nella Chiesa) è sì che si proclami la parola di Dio nella sua autenticità e nella sua aderenza alle situazioni concrete, ma soprattutto che questa provochi la risposta dell'uomo, della sua fede e della sua vita: e questa sarà inevitabilmente contrassegnata dalle caratteristiche personali, del temperamento, dell'educazione, delle situazioni ambientali; così come contrassegnate risulteranno la preghiera e l'offerta, pure unite all'unica preghiera, all'unica offerta di Cristo. Tanto più poi ciascuno porterà la sua indole nella costruzione della comunità, che nel suo insieme assumerà allora la fisionomia e l'impegno della media dei suoi componenti o subirà l'influsso dei più interessati e dei più attivi.

    Unità nella diversità

    Nasce così il caratterizzarsi dei gruppi e delle comunità, dalle prospettive più vaste (basti pensare alla differenziazione delle Chiese orientale e latina e alla loro complementarietà, sul piano dell'ispirazione teologica come su quello dell'operosità) a quelle minori; emerge la vocazione delle Chiese particolari nell'ambito dell'unica Chiesa, e la funzione dei raggruppamenti minori come momento di ricchezza dell'unità ecclesiale. Tali particolarità peraltro, anche se fondate su diversità naturali e culturali, avranno senso nella Chiesa nella misura in cui verranno elevate al livello ecclesiale, come risposta e adesione personali alla chiamata di Cristo. Si accentua così il compito proprio della gerarchia, che è quello di assicurare l'unità della Chiesa, appunto nel garantire il contatto con Cristo, mica sorgente di salvezza, ma salvaguardando nello stesso tempo l'autenticità dei singoli e delle comunità che devono darsi a Dio con la concretezza della loro personalità e della loro storia e devono mantenersi collegati ai fratelli in una comunione che costituisca quella Chiesa cui Cristo la affidato la continuità della sua missione di salvezza.
    Potremmo indugiare a considerare questa funzione gerarchica, che è insieme di alimentare l'unità e la diversità (forse con la comprensibile tendenza a sottolineare la prima a scapito della seconda, portando così al livellamento dell'uniformità), ma preferiamo invece soffermarci all'analisi dell'unità, anche perché è poi questa nozione di unità che determinerà il compito proprio della gerarchia.
    È facile affermare che l'unità va basata sulle cose veramente essenziali, o è meno stabilire quali cose siano veramente essenziali e quali no. Sul piano della fede, ad esempio, tutte le verità definite dal Magistero sono la ritenersi essenziali, ma non tutte hanno lo stesso grado di importanza: e, pur richiedendo una sincera adesione a tutte le verità di fede, non credo sia così indispensabile ricercare se v'è un esplicito, identico assenso a tutti indistintamente gli enunciati, ammettendo la possibilità di una sincera ricerca a livello di verità marginali nel complesso del deposito della fede; così come la sostanza dei riti liturgici, azioni della Chiesa che incanalano il contatto con Cristo, potranno forse rivestirsi di una diversità di manifestazioni atte a esprimere la diversa fisionomia dei credenti.

    Gruppi e unità

    Una cosa vorrei aggiungere. La diversità di mentalità e di cultura va vista non solo sul piano dei popoli e delle nazioni: oggi più che mai avvertiamo che nell'interno stesso dei singoli popoli, anzi, delle singole comunità, si trova una pluralità di sensibilità e di atteggiamenti (si pensi alla mentalità operaia o a quella giovanile nei confronti di altre classi o di altre età). È questo pluralismo che va salvaguardato, sia per rispetto alla caratteristica peculiare dell'incontro personale con Dio, sia per una più piena realizzazione della comunione ecclesiale, arricchita dalla convergenza di molteplici esperienze.
    Il pluralismo però deve saper confluire nell'unità di fede e di amore. E allora, in concreto, quanto si potrà concedere al pluralismo e quanto invece esigere di uniformità? Come cioè si può configurare l'unità della Chiesa?
    Non so prevedere come si configurerà domani, quando forse una maggiore duttilità nella comprensione degli elementi indispensabili di unità e delle divergenze tollerabili potrà portare a una nozione di unità meno giuridica e formale, quale quella che oggi ci fa definire «separati», ad esempio, i fratelli di Taizè solo perché inseriti in confessioni evangeliche, anche se vivono in tanta intensità di fede, e non invece altri che, pur avendo ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica e dichiarandosi cattolici romani, ne fanno magari soltanto un pretesto opportunistico per finalità immediate, senza alcuna adesione intima o coerenza pratica. Vogliamo fermarci all'oggi; e, nell'oggi, non vogliamo incoraggiare iniziative arbitrarie, che oltretutto rischierebbero di frazionare la Chiesa in tante «chiesuole», ognuna con un suo «credo» e un suo rituale liturgico.
    Oggi, in concreto cosa si può fare? Credo che si debba rispondere che ciascun individuo e ciascun gruppo debba cercare di riconoscere la propria particolare vocazione, nell'approfondimento di quegli aspetti della verità rivelata che sembrano particolarmente rispondenti alle attese della società o alle esigenze del proprio spirito, senza peraltro rifiutare l'insieme della Rivelazione; che ciascuno deve cercare di vivere a fondo, in comprensione e in intensità, il momento liturgico, pur entro gli ancor rigidi schemi delle attuali rubriche, ma cercando comunque di valorizzare gli spazi della espressione personale che essi offrono all'ascolto e alla partecipazione dei fedeli. Così come, nello strutturarsi delle comunità e nell'articolarsi degli impegni, i gruppi - soprattutto giovanili - sapranno trovare quanto li avvicina alle esigenze dei fratelli, incarnando dunque la loro fede nelle situazioni di sofferenza e di ingiustizia del mondo per farla lievitare come strumento di liberazione e di solidarietà, verso Dio innanzitutto e verso i fratelli, nel superamento del peccato, che è fondamentalmente ripiegamento su di sé, quindi chiusura, insieme, a Dio e ai fratelli, dunque orgoglio ed egoismo. Lo sforzo di una certa disciplina, di accettazione cioè di visuali teoretiche o pratiche non condivise pienamente, anche se può apparire rinuncia a spontaneità e vitalità, risulta in realtà un segno e un impegno di comunione con i fratelli, in ultima analisi diviene una più larga apertura a quella permeazione di Spirito Santo che, pur giungendo a ciascuno secondo la libertà di ogni dono che viene dall'Alto, è peraltro maggiormente garantita dalla comunione ecclesiale, che è quasi il corpo direttamente animato dallo Spirito.

    DENTRO O FUORI LE ISTITUZIONI, PER L'UNITÀ?

    Un grosso problema può derivare al cristiano o al gruppo - in particolare al gruppo giovanile - dall'alternativa che talora sembra quasi proporsi tra l'adesione piena alla comunione ecclesiale, in una totale accettazione delle strutture e degli orientamenti determinati dalla gerarchia, e l'inserimento pieno tra gli uomini, i loro problemi e le loro ansie: può in realtà apparire che già l'accettazione piena delle direttive ecclesiali possa isolare dal contesto reale del mondo, così come l'accettazione delle problematiche e delle prassi operative storiche risulterebbe rinuncia o rifiuto della realtà ecclesiale.

    Difficoltà e problemi

    Vi possono essere in realtà contraddizioni e incompatibilità tra coscienza cristiana e prassi mondana: quelle che fanno i martiri, a cominciare da Cristo stesso. Ma non di rado si tratta di incomprensioni da ambo le parti, con una contraddittorietà che è solo apparente o putativa. E forse la sofferenza maggiore - e l'impegno più costante - del cristiano e del gruppo (anche qui in particolare di quello giovanile) è proprio la fedeltà insieme agli altri uomini che sono nel mondo (più vicini come mentalità, come problematica, come ricerca di valori personali e sociali, anche se lontani sul piano della prospettiva ideologica e religiosa) e ai fratelli che sono nella Chiesa (collegati dalle medesime prospettive ultime, ma così lontani forse nel modo di valutarne l'incidenza concreta nella storia del mondo e nell'impegno effettivo per un suo miglioramento).
    Nella realtà, dunque, per quanto riguarda i gruppi, di solito a carattere spontaneo, il problema dell'unità e della pluralità si configura nell'inserimento di tali gruppi nel tessuto delle strutture attuali ecclesiali, quindi nelle diocesi e soprattutto nelle parrocchie.
    Comprendo la difficoltà di questo inserimento per una certa diffidenza che questi gruppi possono incontrare nelle nostre comunità tradizionali, diffidenza alimentata forse dalla tendenza che si suol vedere in essi di contestare per principio quanto viene loro proposto come elaborato da altri. Questa contrapposizione di mentalità che forse c'è sempre stata, è tanto più avvertita oggi quando, per la più rapida evoluzione sociale, la divergenza tra le generazioni è effettivamente più marcata che in altri tempi. Nella Chiesa poi, soprattutto dopo il Concilio, può apparire come manifestazione di orientamenti teologici ed ecclesiali che tendono a esasperarsi e a costituire quasi due Chiese, quella del progresso e quella della conservazione: un po' come avviene già sul piano della società civile, ma con la differenza in più che chi opta per la conservazione ama appellarsi a un elemento - quello della tradizione - che ha sul piano ecclesiale una particolare importanza e che in qualche misura dev'essere sempre salvaguardato perché è la garanzia del collegamento con Cristo e quindi dell'autenticità della Chiesa. Vorrei anche aggiungere che viene in qualche modo a crearsi un circolo vizioso: perché quanto più i gruppi, soprattutto i giovanili, avvertiranno divergenze di mentalità e di impostazioni nella comunità ecclesiale nativa (diocesi, parrocchia), tanto meno vi si inseriranno privandola del loro apporto, contribuendo così ad «invecchiarla» e quindi ad allontanarla ancor più da loro. E allo stesso modo una comunità che emargini i giovani e che quindi si privi della loro sensibilità e della spinta al rinnovamento, finirà col sentirli sempre più lontani ed estranei. Senza dire che tale processo può venire aggravato dalla tendenza così umana, anche se spesso inconscia, che porta a mettere in evidenza gli aspetti negativi della controparte, dimenticandone i valori positivi e i possibili effettivi contributi per una crescita comune.

    Giovani e strutture ecclesiali

    Forse l'impegno di comprensione e di collaborazione che deve unire i giovani e le strutture tradizionali della Chiesa, nel riconoscimento delle differenze ma nella coscienza della medesima fede e nello spirito di amore fraterno, dev'essere qualcosa da ritrovare costantemente, come elemento di costruzione della Chiesa, ed altresì come «tipo» per una collaborazione sociale anche in altri settori della vita. Credo cioè che da una parte le istituzioni (diocesi, parrocchie) debbano far credito ai giovani di una loro originale sensibilità, di una loro particolare esperienza di fede e di vita cristiana (ma già questo è significativo, perché in tanto le istituzioni sono invitate a dar fiducia ai giovani in quanto li sentono da esse distinti, se non addirittura lontani). E quindi sono altresì invitate a cercare di dar posto alla loro vita e alle loro iniziative, e non già come una benevola concessione che si fa a un estraneo, anche se amico, o a una minoranza, ma come riconoscimento di un diritto di cittadinanza di membri a pieno titolo e di portatori di sensibilità e carismi necessari all'intera comunità ecclesiale.
    D'altra parte è anche doveroso richiamare la necessità che i giovani, soprattutto i gruppi giovanili, sappiano accettare un collegamento con le istituzioni. Sarà difficile, richiederà fatica, sforzo di adattamento, ma mi sembra necessario: e non solo per salvare la ricchezza derivante dalla convergenza dei valori molteplici, ma per garantire nel contatto con le istituzioni ecclesiali l'autenticità piena del collegamento con Cristo. Se la comunità senza giovani è una comunità monca, tanto più i giovani, anche se in gruppo ma staccati dalla più vasta comunità, possono finire col divenire essi stessi «chiesuola». In fondo, una comunità o un gruppo basato sull'età rischia di sostituire il fondamento della fede con quello assai più labile (e diciamolo pure, un po' equivoco) della psicologia o del sentimento. La comunità ecclesiale più chiaramente apparirà come tale, quanto più saprà unire nella fede e nell'amore età, mentalità, culture diverse. Ecco perché, pur riconoscendo la validità dei gruppi giovanili, che permettono ai giovani di scoprire più chiaramente l'incidenza del cristianesimo nella loro vita di uomini, ritengo sia altrettanto necessario che questi non si isolino, ma sappiano aprirsi alle comunità locali (diocesi, parrocchie), accettando la fatica e le difficoltà che questo inserimento comporta, e impegnandosi a offrire con lealtà il loro contributo, offrendo insomma quello stesso spirito di comprensione e di collaborazione che a queste comunità domandano.

    L'unità di fede verificata sull'unità di speranza

    Non credo si possa programmare a tavolino una misura di adattamento uguale per tutti: credo si debba tendere al massimo di armonia possibile, e nello stesso tempo sia da accettare in partenza una certa dialettica, non solo inevitabile psicologicamente e sociologicamente, ma addirittura ecclesialmente necessaria e utile.
    Indispensabile è che tutto si svolga in spirito di fede e di carità. Per questo forse vale la pena di fare un'ultima osservazione, che ripete le osservazioni iniziali: l'unità di fede cioè non è tanto da valutarsi sulla base di una identità di formule e di atteggiamenti che abbracci in partenza tutti i particolari e le sfumature, quanto piuttosto sulla tensione nella ricerca dello stesso punto d'arrivo. Starei per dire che l'unità di fede è verificabile sull'unità di speranza, e che è proprio questo sentirsi uniti nella sincerità della medesima ricerca che può facilitare l'unità di carità, legame soprannaturale tra coloro che, forse per vie diverse, sanno di cercare lo stesso Cristo, mentre si sforzano di continuarne l'incarnazione, portandolo a liberare se stessi e i fratelli non solo dalle conseguenze dell'egoismo ma dalla radice stessa del peccato.
    La sincerità di questa ricerca porterà allora anche a riconoscere il valore dei mezzi che Cristo stesso ha lasciato come strumenti ordinari per il contatto con Lui e che costituiscono nel loro insieme la Chiesa istituzionale: e farà sentire come entro le strutture di questa Chiesa l'unità deve nascere non da un livellamento che soffochi le singole vocazioni, ma da un incontro e una collaborazione che richiederanno ancora umiltà e sacrificio ma che metteranno a vantaggio di tutti l'apporto dei singoli e dei gruppi. Mi si lasci finire con un semplice paragone: come nell'antico esperimento di fisica il colore bianco veniva ricercato non nell'uniforme vernice che coprisse le caratteristiche dei singoli colori dell'iride, ma risultava dal loro integrarsi nella rapidità del movimento circolare, così la vitalità della Chiesa e della sua testimonianza dovrà non tanto risultare dall'uniformità di un modello imposto dal di fuori, quanto dalla autenticità e dalla vivacità delle singole vocazioni, insieme collegate da una fattiva collaborazione e soprattutto dall'intensità di una sincera, appassionata ricerca di Cristo.