Leandro Rossi
(NPG 1972-10-02)
Questo studio si situa all'interno del progetto «educazione dei giovani all'amore», prospettato come uno dei centri di interesse di questa annata editoriale.
Rappresenta il punto di confluenza di due articoli precedenti:
* «Sesso e amore» (1972/1) affrontava l'entroterra teologico e biblico per fondare una visione cristiana della sessualità. L'articolo delineava, con molta efficacia, il progetto di Dio a proposito della dimensione «sessuata» dell'uomo.
* «Perché la droga?» (1971/12) analizzava il fenomeno preoccupante della droga tra i giovani, a partire da una chiave di lettura psicanalitica. L'articolo approdava ad una visione ottimale di sessualità, suggestiva anche se non priva di incertezze e aspetti problematici.
Questo studio riprende le linee portanti dei due precedenti, per fondare un discorso concreto, «realistico»: quindi educativo e pastorale.
Il giovane, al prisma della valutazione di L. Rossi, e quello di tutti i giorni, con i suoi limiti oggettivi, le sue deviazioni possibili ed effettive, i suoi entusiasmanti valori; all'interno dell'attuale contesto sociale; suggestionato dalle mille fascinose proposte che fanno il pane quotidiano della sua giornata.
La valutazione dei due «fatti» (sesso e droga) è costruita a partire da questi dati empirici: sono le proposte oggi sul mercato «liberanti o alienanti»? O, meglio, a quali condizioni e quando, esse attingono alla prima o alla seconda categoria?
L'educatore, confrontato dal martellare degli interrogativi giovanili, troverà, in queste pagine, suggerimenti molto stimolanti per una prassi pastorale «liberante».
Il progetto editoriale «educazione dei giovani all'amore» avanza lentamente. Altri interventi sono in cantiere. La rivista raccoglie le fila di un discorso impegnativo, per maturare, a livello di redazione e di lettori, una proposta più esaustiva, attraverso un prossimo studio monografico.
L'articolo riprende il tema di una relazione tenuta dall'autore ad un convegno promosso dagli uffici catechistici della Lombardia.
La circostanza ci invita a raccomandare i testi che raccolgono gli atti del convegno citato e degli altri simili, perché ricchi di indicazioni pastorali suggestive:
- Problemi teologici d'oggi (anno 1967)
- Problemi dei giovani d'oggi (anno 1968)
- La scuola di religione, oggi (anno 1969)
- Cristianesimo e liberazione, oggi (anno 1970)
- L'annuncio della fede ai giovani d'oggi (anno 1971)
(presso Ufficio Catechistico Diocesano - P.za Fontana 2 - 20122 Milano).
IL SESSO
La sessualità credo sia sempre stata vissuta nella sua dimensione integrativa oltre che procreativa. Per tanti secoli, però, la riflessione teorica su di essa la vincolò inscindibilmente e quasi unicamente alla procreazione, lasciando nell'ombra l'amore. La sessualità, inoltre, fu sempre legata troppo strettamente alla vita adulta e matrimoniale, quasi che nella vita infantile e adolescenziale non avesse rilevanza e lo sviluppo avvenisse in maniera asessuato o identico per i ragazzi dei due sessi. Il giorno delle nozze segnava il grande passaggio nel mondo delle persone sessuate, ma anche allora su questa forma di dialogo umano bisognava mettere il silenziatore. Era una forma di alienazione del giovane, considerato come angelicamente formato di sola anima o, al massimo, come formato di un corpo neutro o privo di libido.
Non si può negare che le idee di Sigmund Freud apparvero come una liberazione. Anche i suoi nemici acerrimi debbono riconoscere che egli diede al mondo la libertà di parlare di sesso, liberando effettivamente da un tabù sociale che soggiogò l'umanità per troppo tempo. Egli svelò anche al mondo del suo tempo e di tutti i tempi che esisteva una sessualità infantile, come esisteva una sessualità adulta repressa. Con la psicanalisi cercò di trovare la strada per giungere alla liberazione dei complessi. Le varie scuole tenteranno giustamente di perfezionare il metodo psicanalitico, ma a Freud la storia riconoscerà il merito di aver imboccata una via nuova, destinata a portare a liberazioni sia al livello psicologico del singolo che al livello sociologico delle masse. È comprensibile, ma non giustificabile la opposizione iniziale del mondo cattolico. Questo tardivo riconoscimento assume il significato di una doverosa riparazione.[1]
Sennonché, questa indubbia liberazione finì col diventare alienante, quando ci si trovò imbrigliati nel tabù dell'antitabù, a causa di un mondo talmente erotizzato che non consentiva più all'uomo di risolvere i suoi problemi umani e sessuali. La pornografia è l'espressione più vistosa di questo nuovo tipo di alienazione, che ingigantì a causa dei mezzi di comunicazione sociale. L'umanità ricadde così in una nuova schiavitù, non certo minore della precedente, a causa dell'erotismo dilagante e alienante. Puritanesimo e pornografia, per quanto diametralmente opposti, coincidono nel mutilare l'uomo, che è ad un tempo formato di anima e corpo, di sesso e di amore.
È tanto schiavo chi non sa parlare di sesso, quanto è schiavo chi non sa parlare che di sesso. Tra i due estremismi, ugualmente alienanti, dovrà aprirsi il varco, magari faticosamente, la posizione equilibrata di chi sa che il sesso è molto ma non è tutto, è un valore prezioso ma che dovrà essere attuato bene perché non diventi un disvalore.
Caratteristiche dell'attuale vita sessuale dei giovani
- Oggi si parla con disinvoltura e spregiudicatezza di sessualità. È questa, già implicitamente ricordata, la prima caratteristica che vogliamo richiamare qui. Se la disinvoltura è un valore, la spregiudicatezza non può non presentarsi come un limite. Il sesso, che ormai non è più un tabù, viene percepito come qualcosa da vivere, subito, realizzandolo appieno anche nell'età giovanile e spesso persino in quella secolare.
- La promiscuità rende l'incontro dei sessi più precoce e meno misterioso. Questo confronto con la realtà aiuta a evitare fantasticherie e proiezioni immaginarie. Normalmente però non fa scomparire del tutto l'angoscia o la crucialità dell'incontro con l'altro sesso, benché i giovani cerchino spesso di negarlo col tentativo di annullare le differenze sessuali (nel vestito e nel comportamento) e con l'aggressività verbale tra ragazzi e ragazze.
- Il riconoscimento della donna come persona e soprattutto come un essere che ha desideri. La donna non appare più solo come la madre o la vergine priva di desideri sessuali. L'aver smascherato il desiderio sessuale della donna se, da un lato, è liberante, dall'altro, preoccupa l'uomo, che incomincia a fare i conti con le richieste dell'altra parte e può perdere la sicurezza precedente.
- La contraccezione, sopprimendo la gravidanza come conseguenza ineluttabile dell'attività sessuale, riduce le inibizioni nei confronti del desiderio sessuale. Se oggi percentuali importanti di frigidità, di masturbazioni residue, di ricorso alla prostituzione, conseguenze di un'immaturità sessuale, sembrano diminuite rispetto al tempo del controllo sessuale dettato solo dalla paura, non è detto però ancora che si abbia una maggior educazione e una maggior maturità sessuale.
- La differenza, infine, tra l'età della maturità sessuale e della maturità sociale aumenta sempre di più, almeno per certe categorie di giovani.[2] C'è persino chi sostiene che, a differenza delle altre età della vita, l'adolescenza è un prodotto dell'attuale civiltà. «L'adolescenza come periodo della vita che si estende tra la pubertà fisiologica e il riconoscimento dello status adulto, è un fatto culturale, un'invenzione della civiltà, che deriva e a sua volta condiziona il progresso storico dell'umanità. Nelle tribù primitive un simile stadio di transizione non esiste. Appena raggiunta la maturità sessuale, il ragazzo viene introdotto nella condizione adulta, con tutti i diritti e doveri dell'adulto; cerimonie e riti d'iniziazione esprimono questa raggiunta pienezza. Man mano però che una civiltà diventa più complessa e progredisce, il passaggio allo status adulto viene protraendosi nel tempo; tra la maturità fisiologica e la maturità sociale si struttura così una fase nuova dello sviluppo umano, l'adolescenza».[3] Comunque, si dovrà almeno ammettere che, ad esempio gli studenti, oggi sono nella possibilità di sposarsi troppo tardi, per cui il problema della continenza giovanile resta acuito, anche solo per questo fatto.[4]
Campi d'impegno morale dell'educatore
L'educazione sessuale nella scuola
In tema di educazione sessuale ci possono essere due atteggiamenti equivoci e pericolosi: uno che tende a perpetuare un tipo di ragionamento moralistico, secondo cui il sesso è procreazione e qualsiasi ricerca erotica appartiene al campo delle macchinazioni diaboliche; l'altro che punta a ridurre l'educazione sessuale a una semplice informazione anatomo-fisiologica con appendici farmacologiche sulle tecniche contraccettive.[5] Sono due forme alienanti di oggi, con le quali si cerca di dare risposta al problema dell'educazione sessuale. Analoghe le due forme alienanti di ieri, consistenti, da una parte, nel silenzio che favoriva l'ignoranza o spingeva il ragazzo verso le fonti inquinate e, dall'altra, nel discorso informatore considerato per se stesso puramente liberante in tutto, quasi che l'uomo si potesse ridurre a cervello pensante. Una sottile tentazione odierna, che si riscontra in ambienti educativi i quali amano definirsi aperti, è che l'istruzione sessuale vale poco, sottintendendo che allora tanto vale non farla, perché noi siamo veri educatori e non semplici informatori. È verissimo che l'istruzione sessuale è insufficiente, per questo il ruolo dei genitori, fossero pure ignoranti, è insostituibile e sarà sempre quello primario (i figli leggeranno nel loro comportamento il modo di concepire l'amore). Ciò non toglie, però, che l'istruzione non sia necessaria come premessa ad un'autentica educazione sessuale. A questo punto si colloca la scuola.
Ci pare di dover cogliere nell'educazione sessuale scolastica un autentico segno dei tempi. Giungeremo ancora una volta tardi, magari recriminando poi perché gli altri non fanno come noi vorremmo? Non avrà diritto di lamentarsi domani chi non s'impegna oggi a compiere tutto quanto è in proprio potere. Certo, il problema teorico non si sa come impostarlo. Lasceremo che il discorso riguardi solo nozioni anatomo-fisiologiche, come si dovesse allevare un cucciolo umano? Chiederemo che si trasmettano pure nozioni psico-pedagogiche, mettendoci d'accordo su di un minimo comune denominatore accettabile da tutti? Chiederemo corsi ideologicamente più impegnati, con pluralità d'impostazione, affinché genitori ed alunni abbiano effettiva libertà di scelta? Chi poi svolgerà questa scuola: una équipe di docenti oppure uno solo, e quale? Il corso dovrà essere obbligatorio o facoltativo?
La problematica è nutrita. Una cosa mi preme affermare: il dovere che siamo presenti come educatori oggi e domani. Per il domani, qualora di educazione sessuale ci fosse un insegnante unico, ci pare tanto errato demandare il compito a quello di religione perché prete, quanto escluderlo per lo stesso motivo; il criterio selettivo dovrà essere quello dell'onestà e della competenza, sicché dovremo prepararci, anche sostenendo esami, se questo sarà necessario per qualificarci. Nel frattempo chi vieta agli attuali insegnanti, e in particolar modo a quello di religione, di rispondere alle richieste degli alunni anche in forma organica? Che scuola ideale sarebbe quella ove s'insegna tutto fuorché ciò che serve veramente al ragazzo per la vita? Non sarebbe questo - oltre tutto - un modo per convincerci dell'utilità del nostro compito d'insegnanti, che possono predire profeticamente un domani senza scuola di religione, ma che cadrebbero in una nuova forma d'alienazione se non s'impegnassero a vivere oggi conducendo un dialogo reale e educativo con gli alunni?[6]
La coeducazione scolastica
Il discorso sulla coeducazione deve pure evitare due scogli, che la rendono ugualmente alienante, affinché possa imboccare la strada della vera liberazione. Alcuni si battono tuttora con forza contro la coeducazione, dalla quale non sperano alcun frutto ed alla quale addebitano quasi tutti i mali dell'età giovanile. Basterebbe ricordare D. Von Hildebrand o Heinz Luduchowschi.[7] Ma c'è pericolo di passare da Silla a Cariddi quando si accoglie la promiscuità giovanile, definendola coeducativa, senza che l'educatore si veda impegnato a guidare l'esperienza o almeno a discuterne coi giovani stessi.
Il sentiero veramente liberante è forse stretto e tortuoso, ma esiste, per cui gli educatori non saranno paghi finché l'avranno saputo scorgere con volontà di batterlo fino in fondo. La libertà di vivere tra ragazzi e ragazze (entro e fuori il mondo della scuola) deve diventare responsabilità reciproca. Gli adulti non dovranno squalificare pregiudizialmente i giovani, né pretendere di portarli sempre sulle loro posizioni aprioristicamente determinate; dovranno invece mettersi sempre più in grado di condurre un dialogo autenticamente umano, che consenta di crescere assieme. Se i giovani sembrano respingerci, è perché prima ancora e per tanto tempo abbiamo respinto loro, almeno ritenendoci sempre depositari delle soluzioni illuminate. Dobbiamo accettare il giovane come essere sessuato, avente una libido di cui cerca di conoscere il significato, e non temerlo eludendo i suoi reali problemi, o aggredirlo spingendolo solo alla repressione immotivata dei suoi desideri. Il risultato sarebbe altrimenti la radicale disistima verso di noi, la ribellione a quanto andiamo insegnando, o la fissazione in un determinato stadio dell'evoluzione giovanile con i conseguenti complessi.
Le deviazioni giovanili
Ed eccoci dunque a parlare degli sbagli che i giovani compiono e di fronte ai quali gli educatori restano tanto perplessi. Alienante, oltre a questa perplessità dalla quale non si riuscisse ad uscire, sarebbe pure tanto la drammatizzazione di questi sbagli, quanto la rinuncia ad aiutare i giovani nel cammino verso l'eterosessualità interpersonale e oblativa. Le deviazioni più frequenti si chiamano: masturbazione e prostituzione, fornicazione e a volte omosessualità. Diciamo una parola per ciascuna di esse: sono altrettante forme di alienazioni pseudoliberatrici.
- La masturbazione
Non è poco significativo il fatto che i giovani non la propongano mai come tema scolastico, malgrado la loro schiettezza e la sincerità con la quale propongono un qualunque altro problema. Ritengo che gli adolescenti ne colgano rapidamente l'aspetto immaturo ed autarchico, che si manifesta spesso nella tendenza a superarla con esperienze più complete implicanti un partner. Ciò sembra legato non solo alla facilitazione dell'approccio sessuale, in ragione dell'allentamento dei criteri sociali di regolazione della sessualità. Tant'è vero che la facilitazione dell'esperienza sessuale precoce non è di per sé l'occasione per liberarsi da un costume masturbatorio. Se infatti l'ingranaggio di una relazione sessuale con un partner s'inceppa, non realizzandosi questa in maniera soddisfacente, il giovane ritorna alla masturbazione compulsivamente, pur ricavandone una reazione di vuoto, d'insoddisfazione e di sfiducia. Questo dovrebbe condizionare l'atteggiamento dell'educatore. Se la masturbazione è già sentita dal giovane come uno stato fallimentare dal quale vuole più presto uscire, non varrà la pena di spendere parole per convincere che si tratta di un comportamento sessuale sbagliato (l'insistenza su questo, anzi, potrebbe aggravarne l'angoscia e ritardarne la soluzione). Se corteggiare la ragazza, inoltre, può significare per lui volontà di sfuggire alla schiavitù della masturbazione stessa, non si dovrà dimenticare nel dialogo educativo la bontà di questa opzione iniziale.[8]
- La prostituzione
Quand'anche i giovani non chiedessero formalmente che se ne abbia a trattare, l'educatore avrà facilmente l'occasione offerta da un'allusione, da una parola a mezza bocca, da un frizzo qualunque, per entrare in argomento Stranamente, la nostra difficoltà a trattare l'argomento è direttamente proporzionale alla facilità con la quale su questo tema si può condurre un discorso costruttivo. L'assenza dell'amore è il vizio d'origine non solo della masturbazione, ma anche della prostituzione, la quale dunque non è che una masturbazione a due. Al termine del dialogo educativo ci si accorgerà, quasi sempre, come si è riusciti davvero a rovesciare le posizioni: la prostituzione apparirà come caricatura dell'amore e il suo triste fascino, che la rendeva liberante agli occhi dell'adolescente inesperto, la farà apparire in tutto il suo autentico potere alienante, per una persona che voglia raggiungere una sessualità dalla dimensione umana. L'educatore saggio porterà alla condanna della prostituzione, pur aiutando a prendere un atteggiamento umano, comprensibile e non ipocrita, nei confronti della prostituta, vittima più che causa di questo male.
- L'omosessualità
Anche qui bisognerà educare a distinguere il peccato dal peccatore, l'errore dall'errante. Qui anzi la comprensione è tanto più giustificata, perché spesso ci si trova davanti a malati più che a peccatori. La condanna per l'omosessualità è tuttora fin troppo facile, anche coi giovani, e normalmente dunque non richiesta. Sarà la comprensione verso questi poveretti che richiederà di solito che si spendano alcune parole. Si dovrà evitare tanto che il giovane davvero omosessuale si chiuda alle confidenze e si rinchiuda in se stesso ancor più timoroso, quanto che il giovane normale si creda omosessuale solo perché non è ancora uscito definitivamente dall'adolescenza che è un po' sempre una fase bisessuale della vita. È educazione alienante sia quella del professore che spingesse verso una eterosessualità precoce, che quella opposta dell'insegnante che si opponesse alla coeducazione, fissando inconsciamente il giovane nella fase omosessuale del suo sviluppo. Analogamente sarebbe educazione sessuale a rovescio sia quella del padre che facesse intender al figlio che ogni uomo deve unirsi a donne, se non vuole che gli capiti di andare contro natura, sia quella della madre che non volesse assolutamente vedere la figlia adolescente parlare con alcun ragazzo, fosse pure il più serio e meglio intenzionato. Tra questi estremi ci sarà spazio per l'autentica educazione dei figli e degli alunni, che genitori e insegnanti dovranno scoprire discutendo assieme a loro e facendo tesoro di tutto. Se normalmente non è traumatizzante un contatto omosessuale tra alunni, lo diventerebbe però realmente se in causa ci fosse un docente. La vera educazione dovrà assolutamente insegnare come fare a difendersi, pur senza ledere il rispetto dovuto alle persone.[9]
- I rapporti prematrimoniali
Non sarà l'omosessualità, bensì saranno i rapporti giovanili a sollecitare i nostri alunni. Per quanto ci chiedano di discutere dei rapporti prematrimoniali, alla loro età difficilmente si potrà parlare veramente di fidanzamento e di preparazione al matrimonio. In ogni caso il problema della continenza giovanile di fronte all'altro sesso è certo già presente, oggi più di ieri. È giusto, quindi, che non eludiamo il problema, né che ci limitiamo ad esporre sino alla noia che tali rapporti non sono leciti, senza indugiarci a mostrare perché: tale discorso, infatti, sarebbe di ben scarsa efficacia. È più facile l'elusione del problema o la ripetizione meccanica del divieto della morale cattolica, ma ciò è insufficiente, è segno d'immaturità, non educa alla ricerca dei valori connessi con la sessualità.
Si cercherà di far capire ai ragazzi che, come le relazioni sessuali nella prostituzione, le relazioni sessuali non impegnate sono segno d'immaturità (la differenza con la prostituzione è solo che l'altro non è da «comperare», ma da «conquistare» con la seduzione): non esiste ancora un vero rapporto interpersonale arricchente. Così le relazioni di «prova» prima dell'impegno, oltre ad essere un fatto artificiale e di per sé inibente, sono un modo per sfuggire all'esperienza dell'amore che, giustamente, è rischio d'impegnare la propria vita per un altro, nell'accettazione dell'insicurezza di un avvenire e senza garanzie per ciò che concerne le gratificazioni desiderate di tenerezza, di sicurezza e di piacere. Quando invece due fidanzati si amano profondamente e sinceramente, si potrà ricorrere solo all'aspetto sociale dell'esercizio della sessualità. «In ogni caso non utilizziamo mai il sacramento del matrimonio come mezzo utilitario di pressione morale. Ciò sarebbe alienare la giovane coppia. Ciò rischierebbe anche d'impedire l'accesso al vero significato del sacramento, che è dichiarazione di adesione della coppia a Cristo nella comunità ecclesiale».[10]
La mèta non è l'assenza di rapporti prematrimoniali, ma il raggiungimento del vero amore oblativo della coppia, anche se ci sono stati incidenti lungo il percorso.
LA DROGA
La scoperta degli stupefacenti segnò una tappa liberativa nella storia dell'umanità. I meravigliosi progressi della farmacologia, basati su quelli della chimica e della fisiologia, mettono a disposizione del medico farmaci sempre più efficaci nella lotta contro il dolore. Non vi è dubbio che bisogna rallegrarsene e protestare contro la colpevole farmacofobia di quegli incolti che, in nome di un errato rispetto della natura, preferiscono lasciare che l'umanità soffra e muoia.
Sennonché, tale scoperta per sé liberante divenne per alcuni pure alienante. Non si tratta qui dell'evasione della realtà da parte della persona che prende uno stupefacente per lenire un dolore lancinante, quanto piuttosto della mente poco lucida di quanti prendono sostanze tossiche senza sufficienti motivi. Mai come oggi il problema della droga divenne proccupante, soprattutto per il mondo giovanile.
Non ci attarderemo nel riportare dati statistici, che rischiano, in un tema come il nostro, di essere sempre insufficienti e poco sinceri. Non esporremo neppure notizie mediche, limitandoci a ricordare che quanto diremo vale non solo degli stupefacenti, ma anche delle droghe in senso meno proprio, cioè degli psicofarmaci (anfetamine, barbiturici, stimolanti, tranquillanti), anzi vale persino dei piccoli tossici come l'alcool, il tabacco e il caffè, benché questi non siano all'origine dell'attuale allarme. Del problema oggi preoccupante, relativo alla droga giovanile, cercheremo di rintracciare brevemente le cause e di accennare ai rimedi.
Causa profonda della tossicomania giovanile
Il disadattamento e la disperazione
Vorremmo partire dalle strumentalizzazioni politiche almeno a titolo di cronaca. I proletari chiamano drogati i giovani borghesi, mentre questi ritorcono l'accusa. La società-bene, preoccupata della contestazione giovanile, trova nel fenomeno della droga un mezzo facile (ma immorale) per squalificare i rivali politici, i sovvertitori delle strutture. Le cose, però, sono più complesse di quanto appare a prima vista: quegli stessi che godono di poter squalificare il mondo giovanile contestatario che definiscono sovversivo, temono anche perché i drogati non riusciranno mai più ad integrarli nel sistema e diverranno un'accusa permanente; così gli adolescenti, che drogandosi sfidano la società, in realtà mostrano pure di temerla e di volerla sfuggire. La strumentalizzazione, quando pure porta alla vittoria, lascia con una vittoria di Pirro! Disadattamento e disperazione giovanile non indicano le cause, ma le suppongono: perché mai i giovani diventano disadattati e disperati fino a drogarsi?
Curiosità, moda, esibizionismo
Possono essere cause reali di alcune tossicomanie giovanili, ma certo insufficienti per spiegare un fenomeno così vasto. È vero, il giovane è naturalmente curioso e influenzabile dagli altri; soprattutto è influenzato dall'ambiente giovanile, con il quale sente di dover solidarizzare per la salvezza propria e del mondo. Gli si dovrà far capire che è assurdo vantarsi delle esperienze di drogato, poiché si tratta di esperienze immature e alienanti, e non positive e liberanti. Ma si dovrà ancora spiegare perché, in un determinato tempo, nasce questa curiosità e si afferma questa moda.
Liberazione del meglio represso nella persona
La droga viene considerata liberatrice da quanti le chiedono di sostituire la fantasia creatrice, di dare ispirazione alla loro vita, di evidenziare il meglio che c'è in loro, di portarli a dire tutta la verità, fino a raggiungere magari le verità eterne, mediante un indescrivibile contatto mistico... Si dovrebbe spiegare perché questa illusione, allucinazione e alienazione possa attecchire. Ma attecchisce poi in molti?
Evasione da una società opprimente e vuota
È questa, forse, la causa più profonda e più vera. Non a caso il fenomeno della droga scoppiò dopo quello della contestazione. Il disadattamento giovanile, che covava da tempo e non era riducibile al normale conflitto fra generazioni, divenne contestazione globale verso una società incomprensibile, opprimente e alienante. La contestazione respingeva la società, ma conservava la speranza di migliorarla. Quando il giovane divenne, da disadattato, disperato, credette di poter confidare solo nell'evasione che gli consentisse di dimenticare tutto, e arrivò a drogarsi. Quella contestazione globale e questa fuga nel paradiso artificiale sono forme ugualmente estremiste, ma profondamente diverse: i contestatori erano fin troppo presenti nella vita sociale, mentre i drogati ne restano eccessivamente lontani, senza alcuna speranza né possibilità di migliorare le strutture, perché sono rinunciatari. In ogni caso, la società condannando i giovani, condanna se stessa, cioè i frutti delle proprie strutture. Solo una volontà di rinnovamento profondo farà evitare la contraddizione di chi biasima un effetto e ne perpetua la causa.
Bisogno di una comunione gioiosa
Eppure, persino il giovane tossicomane mostra di sperare ancora in qualcosa. Il suo gesto, alienante e disperato, racchiude un'anima di verità e mostra d'intuire una forma di liberazione. Non a caso gli adolescenti si drogano collettivamente, in un clima euforico e festante. Mentre, dunque, cercano la fuga da un mondo giudicato ostile e opprimente, essi conservano la nostalgia dell'unione agli altri, perché scelgono mezzi atti a stabilire un nuovo legame di comunione. I ragazzi hanno un bisogno estremo di comunicare. Prima di tutto esiste una paura forte nei confronti della società (paura di non essere all'altezza di quello che si esigerà da loro, paura del tipo d'uomo che questa società modella e presenta, paura di dover soccombere davanti alle strutture). Poi l'esigenza di comunicare porta a veri «riti» festanti in chi partecipa alla droga. Solo la comunicazione gioiosa sarà la via da percorrere per la soluzione dell'angosciante problema.[11]
Assenza di carica religiosa
La religione è l'oppio dei popoli per Marx, nel senso che somministra sonniferi destinati a distogliere dall'urgenza dei problemi terreni. Non entriamo in questa vecchia discussione... Penso che oggi la religione è purtroppo «poco» droga per i popoli, essa che può caricare spiritualmente l'uomo, mediante la fede e la carità, così che non senta più il bisogno di ricorrere agli stupefacenti umani, ma trovi nel messaggio rivelato motivi di vita e di donazione. I giovani, che dovrebbero vivere in uno stato di connaturale euforia, sembrano talora quasi spenti e privi d'entusiasmo, sì da chiedere alla droga quanto la religiosità non sa più offrire. Perché dovremmo continuare a mutilare il messaggio cristiano, non parlando più di eroismo, di misticismo e di altruismo, come di altrettante forme della liberazione umana?
Terapia morale e sociale
Le tossicomanie sono anzitutto un problema medico, ma sono soprattutto un problema sociale o, meglio, sono un problema morale della società Per guarire non basterà disintossicarsi, bisognerà curare le cause che hanno condotto all'intossicazione: l'ignoranza giovanile, il traffico della droga, la situazione psicologica del soggetto, la condizione alienante della società scolastica, familiare, civile e persino forse ecclesiastica. Potremmo riassumere i mali così:
- la medicina informa senza formare,
- là legge condanna senza redimere,
- la famiglia protegge senza diventare comunione d'amore,
- la scuola insegna senza divenire maestra di vita,
- la società pretende aiutare senza responsabilizzare,
- la chiesa ammaestra senza dialogo fraterno.
Contraria contrariis curantur. Porremo dunque i seguenti punti, ove i rimedio non fa che capovolgere il male.
L'informazione medico-sociale è necessaria, ma insufficiente
L'informazione è necessaria. Oggi, almeno, tanti ragazzi non si rendono conto di quanto rischiano. La propaganda scolastica ci vuole e deve riguardare le droghe dure come quelle dolci, gli psicofarmaci come i piccoli tossici (alcool, nicotina, caffeina): tutto insomma. Da questo punto di vista le strutture sono già insufficienti: non basta la lezione medico-scolastica, ci vogliono veri consultori per la prevenzione e la terapia, ove sia possibile ricorrere senza incappare nelle maglie della legge. È assurdo che i genitori debbano continuare a tacere, quando scoprono che il figlio è tossicomane, perché altrimenti la legge li farebbe diventare i delatori dei propri figli.
L'informazione però è insufficiente. Non pochi giovani sanno, ma continuano a drogarsi. L'informazione potrebbe servire persino a svelare i male, permettendo così di compierlo più facilmente (come avvenne per le classifiche cinematografiche), benché non dovrà essere quest'eventualità a t rattenere dall'offrire ai giovani la necessaria conoscenza. Proprio come per la sessualità, l'informazione non è che il primo passo del lungo percorso formativo.
La repressione giuridico-penale è producente e controproducente?
La repressione dei criminali speculatori non è certo fuori luogo, ma è assurdo perseguire la vittima come il carnefice. Se le soluzioni d'autorità il mondo repressivo stanno all'origine del male, non ne possono offrire il rimedio. Il giovane non è un somarello che conosce solo la frusta e il mangime, ma una persona che va educata in maniera umana. Se eccezionalmente la maniera forte può servire ad esprimere l'amore, normalmente servirà solo a mortificarlo e a negarlo. L'adolescente impazzisce perché oggetto di troppe pressioni sociali: è inammissibile che si pensi di guarirlo moltiplicando le pressioni, anche solo quelle morali, che minacciassero, e non il carcere, il riformatorio o il manicomio. I giovani non sono che a valvola di sicurezza della società, cioè il punto più debole, che scatta ;otto la pressione di una corrente sociale troppo alta. Non è aumentando la corrente, ma diminuendo la tensione che si risolverà il problema. Nelle forme repressive c'è una malcelata vendetta della società nei confronti di chi respinge le proprie strutture: costoro, paradossalmente, se vogliamo, sono vittime di queste stesse strutture fatiscenti e anacronistiche della società.
La protezione della famiglia deve diventare comunione d'amore
Gli adolescenti, anche quando sembrano respingerlo, sono estremamente bisognosi d'affetto. Solo l'amore realizza l'ambiente necessario alla loro giusta crescita. Il loro bisogno di sicurezza dovrebbe trovare soddisfacimento in seno alla famiglia. Purtroppo oggi, di solito, non è così. I genitori autoritari ripetono all'interno della famiglia l'errore repressivo condannato poco fa come soluzione invalida all'interno della società. Ma anche i genitori ipoprotettivi non adempiono al loro compito di creare sicurezza, affinché il ragazzo cresca in libertà responsabile. La definizione conciliare della famiglia: «comunione d'amore», dovrebbe esprimere il luogo ove avviene assieme, nel dialogo, la crescita umana, senza che la protezione diventi autoritaria, né la libertà degeneri in arbitrio. Liberante e non alienante è solo una famiglia che sia autentica comunione d'amore tra tutti i suoi membri.
L'insegnamento scolastico deve diventare scuola di vita
La scuola si sforza di non essere più nozionistica, ma è ancora ben lontana dal preparare alla vita. L'autoritarismo delle sue strutture non serve a richiedere dal ragazzo il massimo delle sue prestazioni, serve invece a crescerne il disadattamento e ad aumentarne i complessi. L'insegnante di religione è nell'invidiabile situazione di chi non dà voto, non può bocciare, non è strettamente legato a programmi, sa di trovarsi nella scuola per pochi anni ancora (e quindi con un piede già fuori), per cui - come nessun altro - può rendere la sua ora un vero addestramento alla vita. Magari chiedendo agli alunni quali sono i problemi che li riguardano maggiormente (e contemporaneamente contribuendo ad allargare i loro interessi), potrà risolvere ad un tempo il problema della disciplina scolastica (si sta attenti quando qualcosa interessa) e di una scuola più esistenziale e un po' alla volta liberante.
L'aiuto sociale dev'essere più proposto che imposto, più offerto che attuato
La società di oggi, i genitori, gli educatori, gli adulti, insomma, sono tentati di domandarsi: «Cosa vogliono i giovani del nostro tempo? Cosa pretendono ancora? Abbiamo dato tutto loro! Noi avevamo molto meno ed eravamo più contenti. Cosa potremmo dare di nuovo?».
Ma così il problema è impostato male. La società dei consumi, nella sua logica interna, suppone che la felicità sia nel possedere, nell'avere sempre di più, e quindi s'impegna maggiormente a produrre e a dare. In realtà quel termometro sociale che è l'adolescente ci dice che tale società è malata e malata profondamente. L'aiuto sociale deve essere offerto non a persone che consumano, ma a persone che conquistano. Cristo, non meno che la psicologia contemporanea, c'insegna che c'è più felicità nel dare che nel ricevere (Atti 20,35). Il giovane ha più bisogno di oblatività che di possesso. Fatto per orizzonti sconfinati e per rendere contenti gli altri, impazzisce se gli si prospetta la vita asfissiante di chi pensa solo a godere e a consumare. Il disadattamento giovanile è la riprova sperimentale che l'uomo è fatto non per pretendere, ma per donare e conquistare, con una libertà che diventa responsabilità e impegno, quando vuol essere veramente liberante.
Il mondo ecclesiale deve farsi luogo di dialogo fraterno
La chiesa conciliare non si presenta più come società perfetta, ma come comunione fraterna e dialogo d'amore. Ci riesce oggi persino impossibile comprendere un tempo nel quale le distinzioni e le discriminazioni erano presenti ed accentuate persino nella chiesa di Dio. E tuttavia ancora molto si dovrà fare affinché la chiesa diventi effettivamente il luogo della libertà, della spontaneità e dell'unione fraterna. Lo stesso magistero ecclesiastico dovrà educare dialogando. Una madre che insegna (e la chiesa lo è) non potrà che farlo con infinita discrezione ed amore. Il giovane non dovrà considerare più la chiesa come colei che sa tutto, che pretende sempre e che non gli lascia spazio per la ricerca libera delle soluzioni che attende. La liturgia non sarà che alienante, se non consente al giovane di portare davanti all'altare i problemi del suo piccolo mondo, come quelli del grande mondo nel quale vive.
SESSO E DROGA
Qualcuno potrebbe pensare che «sesso e droga» sono temi i quali «toto coelo differunt»: il sesso è problema di sempre e riguarda tutti, mentre la droga è problema di oggi e interessa fortunatamente pochi. In realtà non mancano parecchi punti d'incontro. L'erotismo è la prima droga della società contemporanea e la droga diventa spesso uno stimolo sessuale.
Sesso e droga, concepiti come disvalori, nascono spesso dalla comune matrice edonistica, si affermano con menzognere promesse di liberazione e conducono alla medesima squallida alienazione, senza dire che caratterizzano in modo particolare il mondo giovanile e studentesco. Li considereremo «per modum unius» in queste riflessioni finali di ordine teologico e morale.
Presupposto teologico
Ci si potrà chiedere anzitutto che significato abbia occuparci del nostro tema. È indubbio l'interesse umano, specie per chi vuol restare a contatto coi giovani, e offrire loro un aiuto pedagogico. Il problema è se esista anche un interesse teologico, che ci porti ad occuparci del tema dal punto di vista tipicamente cristiano. Si tratta solo, di considerare, in sostanza, in presenza di una tematica tanto concreta, una questione generale oggi molto sentita, cioè la ricerca di ciò che caratterizza il cristianesimo: «proprium teologiae moralis», come dicono i moralisti, o «teologia delle realtà terrene», come si preferisce dire quando si considera il problema sul versante temporale.
Avremmo potuto attingere alla Bibbia non solo per il tema della sessualità, ma anche forse per quello della droga. Se infatti la scrittura non accenna logicamente a stupefacenti o a droghe morbide (hashish e marijuana), né a minidroghe (barbiturici e psicofarmaci), si occupa però dell'alcool che è pure un tossico. Potevamo citare i passi dove c'è una moderata esaltazione del vino e del suo effetto benefico («rallegra il cuore dell'uomo»: Sal 104, 15), oppure potevamo riportare i passi in cui si dice che l'ubriachezza dà occasione a contrasti, a violenze, a bestemmie e a dissolutezze sessuali (Ef 5,18). Abbiamo rinunciato a fare sfoggio di cultura biblica, perché la Bibbia non è favorevole o contraria al vino, né favorevole o contraria al sesso, come non è favorevole o contraria alla droga o a mille altre strutture temporali. La Bibbia è per la liberazione spirituale dell'uomo.
Per il cristiano il valore assoluto è la vita in Cristo, è la vita di fede e d'amore, è - insomma - la vita di grazia: per salvare la quale è meglio perdere tutto il resto. Per quanto incresciosa possa essere la situazione nella quale viviamo, sarà sempre possibile rispondere al messaggio di liberazione spirituale portatoci da Cristo.
E tuttavia la risposta umana a questa divina vocazione viene data mediante la libertà. Sicché ogni cosa che renda più libero l'uomo non può lasciare indifferente il cristiano. L'impegno di operare perché nel mondo si estenda la grazia, comanda allora l'impegno di operare perché nel mondo ci sia sempre più libertà. Il discorso riguarda ad un tempo le strutture sociali e i condizionamenti psicologici. Non è poco significativo che la droga si diffonda più facilmente ove c'è estrema miseria e ove c'è massima ricchezza, le stesse situazioni che rendono più difficile la diffusione del messaggio cristiano. La lotta per una liberazione completa dell'uomo comporta che si agisca previamente per potenziarne la libertà temporale e susseguentemente per offrirgli un messaggio di liberazione spirituale.
La libertà cristiana è - negativamente - liberazione dalla schiavitù del peccato, dal dominio della morte, dal potere di Satana, dai vincoli della «carne» e dalla legge dell'A.T., come da qualsiasi regime legale. Positivamente: la liberazione cristiana è in vista di un servizio, da rendere nello Spirito Santo, in maniera filiale, mediante la carità e ad imitazione della libertà di Cristo. È dunque evidente che questa «libertà dei figli di Dio» (Gal 4,4) non è affatto licenza o amoralismo. «Voi certo siete stati chiamati alla libertà, o fratelli; soltanto non invocate la libertà quale pretesto per una condotta carnale» (Gal 5,13). Libertà vera non è dunque arbitrio. Ciò il giovane sincero lo potrà capire facilmente.
Si dovrà insistere di più, invece, perché comprenda che la libertà non è semplice capacità di scelta. La libertà come valore suppone la scelta del bene. Essa è disponibilità per Dio e per i fratelli, coraggio dell'iniziativa personale, forza invitta della volontà messa a servizio del bene. È certo frutto di una lenta conquista umana (nessuno, forse, più di chi è schiavo della sessuomania o della tossicomania potrà rendersene conto); ma per noi cristiani non cessa di essere anzitutto e soprattutto dono divino, portatoci da Cristo Liberatore. Dettata dallo Spirito, la libertà cristiana non ha nessun limite, se non quello della carità («Tutto è permesso, ma non tutto edifica», 1 Cor 10,23).
Conclusioni morali
- L'ambiguità delle realtà considerate (sesso e droga) ci ricorda l'ambivalenza del progresso scientifico, dei valori terreni e dei comportamenti umani impegnandoci nella ricerca del «supplemento d'anima». Sesso e droga furono scoperti nella nostra epoca come valori. Che siano valori rispettivamente interni o esterni all'uomo, per la persona normale o per quella ammalata, per sviluppo naturale o per manipolazione umana, ecc., non toglie che si tratti di realtà che possano veramente servire l'uomo e quindi liberarlo. Ma le stesse realtà diventano spesso alienanti, come appare dall'esistenza di tossicomani e di sessuomani. Il valore era quindi ambivalente, come del resto avviene di ogni realtà umana. Non dovremo perciò subire il complesso d'inferiorità di fronte al progresso, compreso quello tecnico-scientifico, perché si richiede anche l'apporto di chi possiede un metodo pedagogico e di chi porta un messaggio spirituale. L'umanità odierna, per restare veramente umana, ha più che mai bisogno di un «supplemento d'anima» o d'umanità. L'uomo diventerà più uomo a condizione che impari a scegliere. È dunque importante il discorso sulla libertà.
- La libertà vera, più trascendentale che categoriale, non consiste nel liberare l'animalità dell'uomo, ma nel portare al raggiungimento dell'interiorità evangelica e della libertà dei figli di Dio. I giovani senza tabù sessuali e in possesso di droghe reagiscono contro le inibizioni borghesi: e fanno bene. Ma credono che l'istintività che liberano sia un autentico valore: ed è qui che sbagliano. L'antifarisaica morale evangelica (che è, ad un tempo, morale di libertà contro il rigorismo e morale di generosità contro il minimismo, morale d'interiorità contro l'esteriorismo e morale di operosità contro il ritualismo), salva i valori d'autenticità, che giustamente preoccupano i giovani, senza portare alle degenerazioni sessuali e tossicomaniali. La schiavitù alla quale sono condannati i maniaci del sesso e della droga può confermare (contemporaneamente) che ciò che più conta è l'opzione fondamentale della vita, ma che le piccole scelte dei singoli atti possono essere veramente pericolose e portare impensatamente molto lontano. Chi comincia a drogarsi non diventa un mostro e può conservare persino la sua libertà trascendentale, ma effettivamente compie un gesto molto pericoloso, dalle imprevedibili risultanze. Sono l'aspetto morale l'atto cattivo non preoccupa quando lo si compie inconsapevolmente, ma quando s'inizia a compierlo con piena lucidità.
- L'educazione moderna non dovrà far affidamento sull'autoritarismo e sul moralismo, bensì sulla presentazione di motivi di speranza e sulla ricerca di valori, condotta assieme ai giovani, resi sempre più responsabili. Discorso moraleggiante e divieto autoritario, oltre a non riuscire più a metterci in sintonia con l'animo giovanile, stanno alle origini dei mali denunciati dall'attuale disadattamento giovanile. Non si potrà sperare allora di risolvere il problema perpetuandone le cause. La condanna indiscriminata o l'imposizione severa non porteranno il giovane a libertà, ma viceversa lo inaspriranno e gli impediranno di raggiungere presto il senso critico necessario alla vita. Ai giovani bisogna presentare i motivi, che soli li porteranno al libero discernimento. Se i valori tradizionali sono in crisi, l'unica cosa che resta da fare è cercare assieme, magari faticosamente, valori nuovi e motivi di speranza.
- La soluzione del nostro problema non sta nell'edonismo, ma neppure nel manicheismo, bensì in una comunione interpersonale che diventi costruttiva e gioiosa. I giovani, quando sono edonisti e egoisti, hanno la loro parte di colpa, che ereditarono però dalla società adulta. Comunque non si combatte l'edonismo negando valore al piacere e rifugiandosi in posizioni manichee, magari ipocrite e di comodo. La comunione gioiosa, ricercata dai giovani sia negli incontri sessuali che in quelli allucinogeni (e talvolta raggiunta malgrado le pseudo-droghe delle quali dispongono), ci conferma nella convinzione che non è possibile continuare a vivere nella solitudine nella quale ci confina l'attuale era, malgrado l'urbanesimo e la scoperta dei mezzi di comunicazione sociale, come non è possibile esaltare un ascetismo masochista, che sia pura rinuncia immotivata e illogica. Non sarà tirando troppo la corda che si riporteranno i giovani al posto giusto, bensì concedendo quanto giustamente intuiscono come valore e aiutandoli a liberarlo dalle scorie. La vera comunione interpersonale e gioiosa non è realizzata, ma compromessa da certi incontri a base di esibizionismo sessuale e di fuga nel mondo delle allucinazioni.
- La felicità umana, anche nell'era del consumismo opulento, non si raggiunge pensando egoisticamente a sé, ma aprendosi altruisticamente agli altri: solo un'oblatività che diventi servizio di carità consentirà lo sviluppo e la felicità giovanile. Sesso e droga non sono che le superstizioni dell'era secolare del benessere. Il paradiso artificiale della droga non è che l'inferno naturale della società dei consumi. Analogamente la sessualità animalesca è la conseguenza di una società che insegna a buttarsi in modo felino sui beni, valutandoli solo nella loro capacità di produrre piacere e di portare a gioire. Ma la gioia umana non sta fuori di noi, bensì dentro il nostro cuore: non è un avere, ma un essere. Il campanello d'allarme fatto squillare dal disadattamento giovanile ci aiuti veramente a convincerci che solo nella naturale carica di generosità i giovani potranno trovare la felicità che cercano. Questa oblatività umana gioiosa e liberante coinciderà in sostanza con la carità cristiana insegnataci dal Liberatore divino.
NOTE
[1] Fu il successore di Padre Gemelli che, capovolgendo il giudizio del maestro e predecessore, mostrò il suo apprezzamento per l'opera freudiana. Vedi: L. ANCONA, La psicanalisi, Ed. La Scuola, 1963. È comprensibile l'opposizione cattolica alla psicoterapia freudiana, se si pensa che la sua metodologia è nata in un clima positivista e che i suoi risultati sono stati spesso utilizzati per confermare i presupposti dello stesso clima (La religione diventò per Freud una forma di nevrosi ossessiva). In realtà tali scoperte scientifiche possono servire veramente a liberare l'uomo. Più precisamente: «L'opera psicoterapica è oggi essenzialmente caratterizzata non tanto dalla liberazione del soggetto trattato (che potrebbe anche trattarsi di liberazione degli istinti dalle norme morali), ma dalla sua costituzione in libertà, per ciò stesso dal fine di metterlo maggiormente in grado di cogliere e di vivere dei valori della vita, ivi compresi quelli spirituali, secondo una disponibilità massima e messa al servizio delle energie della ragione umana. E questo è proprio quanto auspicava Padre Gemelli» (p. 219).
[2] Tale problema è studiato bene da J. BONE - F. BOCKLE, Rapporti prematrimoniali: situazione nella gioventù studentesca, Brescia, 1969.
[3] G. LUTTE, Gli adolescenti nuovi protagonisti, in «Rocca», 1-4-1970, p. 8. Qui si spiegano i giovani nel seguente modo: «La loro ribellione non è fine a se stessa, ma è determinata dall'insofferenza dell'ingiustizia e dalla volontà di creare un mondo più fraterno. Non accettano l'abuso di potere e la soffocazione paternalistica e autoritaria della personalità; negano l'egoismo di gruppo che ha codificato la morale borghese; criticano la vita di famiglia fondata sul controllo possessivo; rifiutano l'alienazione di molte forme di vita religiosa; non sopportano il compromesso; fanno propri il coraggio e la virtù della "disubbidienza"; demitizzano il sesso» (p. 12). Si denunciano pure i mezzi alienati usati dalla società per far rientrare il dissenso: «Più efficaci per vanificare e assorbire i tentativi di dissenso appaiono gli strumenti di alienazione collettiva di cui il potere dispone: l'industria culturale, i mezzi di massificazione, i persuasori occulti, il vortice dei consumi. Il sistema vende l'oppio moderno dei campionati, di Canzonissima e del sesso commercializzato e raddoppia il suo profitto» (ivi).
[4] Cf J.-C. DEPREUX, Significato e valore delle esperienze sessuali pre-coniugali, in «La coppia», n. 6, nov. 1969. «Spesso è la società che, in un certo modo, arbitrariamente, per pressioni economiche e di convenienza, impone ai giovani un'attesa che non ha più senso per loro, perché essi sono pronti ad un impegno pubblico che la società rifiuta loro. La cosa più urgente è che i giovani di oggi hanno bisogno, più che mai, di incontrare dei modelli di identificazione che diano loro il gusto della relazione interpersonale e il gusto di un amore che osa dire il suo desiderio di essere più espressivo, più carico di affettività e di erotismo» (p. 36).
[5] L. DE PAOLI, L'esigenza di un'educazione sessuale, in «Rocca», 1-4-1970, p. 71.
[6] Conferenza Episcopale canadese, L'educazione sessuale nelle scuole, in IDOC internazionale, n. 4, 15-2-1970, pp. 5-7. Ivi si dice: «Anche se gli alunni discutono di questi argomenti con i loro genitori, essi vogliono pur sempre riparlarne con gli insegnanti e con i compagni di scuola. E se non si dà loro la possibilità di farlo nell'aula scolastica, troveranno altre occasioni di farlo nei corridoi, in sala da pranzo, ecc. Simili questioni sono nell'aria. È questo il loro mondo. La scuola può essere un luogo particolare di scambio di idee sulla vita familiare e sull'educazione sessuale.
Invece di evitare questi problemi, l'insegnante dovrebbe essere capace di cogliere l'occasione di trattarne, di porli in discussione, mettendo in evidenza gli elementi positivi e negativi delle soluzioni proposte e promuovendo la ricerca dei valori in armonia con una visione globale della vita» (p. 6).
[7] Cf H. LUDUCHOWSKI, Teenager e coeducazione, Ed. Paoline, 1970, con la prefazione di D. VON HILDEBRAND.
[8] Cf VARI, La masturbazione, Torino, Gribaudi, 1968.
[9] Il punto sulla situazione lo faccio nell'ultimo art. sull'argomento: L. Rossi, L'omosessualità nelle mentalità contemporanee, in «Anni 70», giugno 1970, pp. 17-20.
[10] J.-C. DEPREUX, o.c., p. 36. Noi pure ci siamo occupati del problema negli ultimi due libri: «Pastorale familiare», Ed. Dehoniane, 1969, pp. 97-114; e «Il dono della sessualità» Ed. A. e C., Milano, 1970, 87-100. Buono è l'art. di G. PERICO, Riflessioni morali sui rapporti prematrimoniali, in «La famiglia», 20, 1970, pp. 105-112. Ivi la lodevole preoccupazione di motivare il divieto e di comprendere i giovani è un poco viziata dall'eccessiva preoccupazione apologetica (Es. «Il rapporto prematrimoniale è sempre un peccato contro l'amore, contro il matrimonio e contro la società», p. 112).
[11] J. ELLUL, Droga e società in «Sett. clero» n. 17 (26-4-1970), P. 7; D. BRESCIA, Droga: inizia la grande paura, in «Regno» 1-4-1970, PP. 153-163; G. PERICO, Giovani e droga, in «Aggiornamenti sociali», n. 3, 1970, PP. 217-232; G. B. GARBELLI, Il problema della droga, in «Anime e corpi», n. 29, 1970, pp. 7-19; P. CHAUCHARD, Farmaci, psicofarmaci e morale, SEI Torino, 1970.

