Comunità giovanile di Bolzaneto
(NPG 1972-01-37)
Questa è la lunga storia di una comunità giovanile, fortemente decentrata al servizio del quartiere e, nel quartiere, dei più piccoli.
Ci è apparsa un'esperienza molto interessante, degna di essere raccontata con abbondanza di particolari. Un modo concreto di riprendere le linee portanti della Rivista.
Va letta con attenzione critica e amorosa: tra le righe balzano tanti particolari, vivissimi, capaci di fornire il motorino di avviamento a gruppi di giovani, in area di parcheggio per mancanza di iniziative da macinare.
Non tutto, come sempre, è trasportabile di peso: Bolzaneto (una grossa frazione alla periferia di Genova) è diverso, per definizione, dalle mille località in cui chi ci legge sta operando. Ma il quadro globale tratteggia elementi molto suggestivi e concreti: lo spirito» trascende i limiti geografici dell'esperienze.
Per fare un servizio, desideriamo sottolineare alcuni degli aspetti più significativi, come introduzione alla lettura.
♦ I pregi dell'esperienza:
1. la comunità giovanile di Bolzaneto si situa decisamente all'interno dell'istituzione parrocchiale, ne cerca un continuo raccordo, utilizza i mezzi che essa offre. Ma opera a più largo respiro.
I membri della comunità hanno tutti un preciso «incarico di servizio», spesso anche esterno alla vita normale del gruppo.
Il gruppo diventa un significativo momento di riferimento, di ricarica, di circolazione di valori, per «lavorare» nel vasto mondo. I quadri tradizionali dell'istituzione, sia pure rispolverati con cura e funzionalizzati, offrono la struttura di sostegno per un serio lavoro «fuori». Attraverso questo atteggiamento, l'istituzione stessa ne rimane animata e vivificata. Diventa cioè capace di un suo servizio sempre più aggiornato.
2. Caratteristica è la struttura interna della comunità. Chiaramente a cerchi concentrici: ha un cuore ed una periferia. In essa c'è lo spazio adeguato a ciascuno. E ciascuno si sente rapportato agli altri, al loro servizio. Il cuore della comunità è formato dal nucleo degli «educatori»; da questo nucleo, con un processo discendente di impegno diretto, si slitta ai bordi verso «gli amici del momento». Il contatto gomito a gomito con gente impegnatissima, la vita comune intensa, spontaneamente matura i meno sensibili, facilitando il ricambio dei membri verso il cerchio più interno, verso il cuore.
D'altra parte, il perno di coesione della comunità è decisamente lo stato di servizio. Le «cose da fare» fanno la comunità.
Quella di Bolzaneto non è certo una comunità «intimistica», una comunità di autodifesa per i vuoti psicologici dei suoi appartenenti.
3. Il servizio caratterizza la comunità. Nel servizio si raggiunge la contemporanea presenza dei due poli:
– il punto di sintesi: ogni servizio è visto chiaramente come impegno «politico», di animazione umana e cristiana del quartiere, un preciso progetto di «liberazione»;
– l'impegno di «liberazione» è vissuto a livelli diversi e con modalità diverse: ciascuno ha uno spazio suo caratteristico, a partire dalle sue capacità, dai suoi carismi.
4. Lo stato di servizio non è sedotto dalla «fuga» verso gli aspetti più allettanti. Il quartiere, le sue urgenze, la «località» forniscono i quadri precisi di riferimento del servizio. C'è un raccordo con gruppi di più vasto interesse (terzo mondo), ci sono progetti di campi di lavoro (anche in Africa), ma tutto «per capire meglio il quartiere», perché è soprattutto lì che essi si sentono chiamati ad una presenza operativa.
E nel quartiere, la scelta cade sui «piccoli».
5. La comunità non vive nel mondo dei sogni utopistici. La floridezza del presente non sfuoca gli interrogativi del futuro. Caratteristici sono i toni graffianti con cui essi si pongono il problema del «dopo», dello «sbocco». È uno dei problemi più assillanti. Non è una cosa da poco... questo sapore di concretezza, di maturità, in un gruppo di giovani che vivono oggi una curva di entusiasmo notevole.
6. Alla base di tutto il progetto pastorale della comunità di Bolzaneto, sta la figura del prete. Senza di lui (lui come uomo, ma soprattutto come «funzione» di coscienza critica del gruppo) le cose sarebbero certo ben diverse.
Ritorna il discorso già tante volte fatto: ogni gruppo ha bisogno – è questione di vita o di morte – di un adulto maturo, di un animatore capace. E se il gruppo vuole caratterizzarsi con una dimensione ecclesiale, di un prete!
• Qualche interrogativo.
Ci sono due elementi dell'esperienza che meritano una attenzione precisa: l'atteggiamento di rottura nei confronti delle famiglie e la grossa responsabilità educativa di questi giovani.
Potrebbero essere due punti in cui tutto l'ingranaggio si grippa. L'esperienza di Bolzaneto è molto equilibrata a questo proposito: i giovani sentono la loro responsabilità educativa e passano ore su ore a «prepararsi». E questo li rende sensibili alla costatazione che non sono, comunque, l'unica agenzia di formazione di «questi ragazzi. E quindi devono agire in raccordo con tutte le altre.
Non approfondiamo il discorso: lo abbiamo già fatto a lungo, commentando le esperienze di doposcuola (1971 /12) e sottolineando il ruolo educativo dei giovani nella animazione dei preadolescenti (1971 /6-7). A quelle pagine rimandiamo, per uno studio critico della perplessità denunciata.
LA NOSTRA COMUNITÀ È FATTA COSÌ
DUE BIGLIETTI DA VISITA
Gli alberi non sono di nessun palazzo.
Per questo i giovani della comunità li hanno scelti per sventolare le loro iniziative. E così ogni albero si è vestito a festa, con nuove foglie, fatte di cartelloni e di manifesti.
È un modo di far primavera. È la primizia di un'iniziativa che i giovani hanno preso e che si situa in un organico piano di impegno e di lavoro. «Foglio bianco» è il giornale della comunità.
Un foglio «su cui ci può scarabocchiare chiunque», «una circolare interna dei giovani della Comunità specialmente indirizzata ai loro Genitori che volessero tentare di capire a cuore aperto il mondo dei figli». Questi sono due biglietti da visita di una comunità, che vive in un ambiente per lo più «incolore, inodore, insapore» alle sue iniziative, un ambiente in cui l'aria è talvolta gelida, ma dove generalmente veleggia l'atteggiamento sornione di chi la sa lunga, di chi sa già come andrà a finire, di chi vuol freddarti con lo sguardo alla «lascia-fare-agli-illusi» e «ti-aspetto-al-varco-della-vita».
STORIA E STRUTTURAZIONE
La nostra è una famiglia particolare, costituita di 350 giovani. Il numero così elevato comporta una certa organizzazione che favorisce ma non mortifica l'attività e i rapporti tra di noi.
È la solita organizzazione che da parecchi anni regna negli ambienti giovanili cattolici e che ormai in parecchi posti viene buttata a mare perché ritenuta sterile ed inefficace, incapace di tenere a galla.
Noi l'abbiamo spolverata, restaurata, le abbiamo cambiato il motore, e ci pare, tutto sommato, che ci calzi abbastanza bene, rappresenti la taglia giusta del nostro vestire, ci permetta di esprimerci come siamo e di raggiungere i nostri ideali.
Diciotto sono i gruppetti dei ragazzi della nostra comunità e coprono la gamma delle associazioni dell'Azione Cattolica e delle ASCI: beniamine, fanciulli cattolici, aspiranti, pre-jù, jù, giò e inoltre lupetti, scouts, rovers, ecc.
Come capi e delegati di queste associazioni c'è un considerevole gruppo di animatori che svolgono il compito non facile di educatori. Questo impegno comune imponeva la necessità di ritrovarsi come educatori per mettere insieme le proprie esperienze, i propri progetti, le proprie difficoltà.
Si imponeva un contatto umano tale da coordinare e personalizzare un servizio così specifico e tale da costituire anche la base di incontro dei giovani non in quanto educatori, ma in quanto persone di una determinata età, con particolari dimensioni fisiche e morali, con i loro problemi. Questa base più ampia di incontro ha catalizzato verso il gruppo degli educatori tutta una gamma di giovani che tuttavia non dividevano responsabilità di animazione nei gruppi giovanili.
Cosi e iniziata la nostra comunità.
Il punto di partenza è stata l'esigenza di servire meglio i piccoli, un mettere in comune l'impostazione di questo servizio. Fare comunità per «donare» meglio.
Ma la comunità si è resa anche necessaria come momento di particolare identificazione, riflessione e ripensamento dei giovani stessi, come momento di presa di coscienza del particolare tempo che stavano vivendo. E in questo modo è diventata una comunità prima di tutto per «essere». Così ha allargato i ponti, è aumentata, ha richiamato molti altri giovani che non erano direttamente a servizio dei più piccoli.
Questa comunità per essere, per vivere se stessi, ha prontamente capito che il miglior modo di realizzarsi è quello di mettersi a completo servizio del momento e del luogo storici in cui si vive: accanto al servizio di educazione reso più cosciente e quindi qualificato, sono sorti altri gruppi in cui i giovani che non hanno un impegno diretto con i piccoli completano la loro formazione e concretizzano i loro ideali impegnandosi in vari modi: Acli, a servizio del terzo mondo e di un vicino orfanotrofio, impegno politico...
IL FULCRO
Tutto questo è la nostra comunità.
È ampia perché siamo molti, è varia poiché è estesa nelle sue ramificazioni. Ma non ha i difetti dell'elefantiasi o della dispersione. Il centro di essa infatti è uno solo, sempre presente nell'agire di tutti, o come nucleo o come sustrato dell'attività.
La ragione di essere del nostro gruppo è l'educazione dei piccoli. Abbiamo ripreso e fatto nostro quello che i gruppi giovanili più comuni non vogliono capire.
Noi veniamo dai piccoli e ritorniamo ai piccoli e li vogliamo con noi. Due motivi, l'esperienza e l'ambiente, ci hanno indicato questo dovere. L'esperienza ci ha insegnato che se noi oggi abbiamo qualche valore su cui impostare la nostra vita lo dobbiamo a qualcuno che in passato ha vissuto la sua giovinezza in mezzo a noi, si è interessato dei nostri problemi, ci è stato accanto nei momenti difficili, nelle scelte.
Il classico ciclo chiuso dell'A.C. per noi è ancora valido anche se non sufficiente da solo: tirar su dei bambini per farne dei grandi, con la preoccupazione dell'educatore di tirar su dei bambini che da grandi avran poi la cura dei ragazzi. E poi l'ambiente richiedeva questo nostro impegno. Ci siamo resi conto che non esiste altra forza educativa né contraria, né parallela al di fuori della nostra. Siamo l'unica forza non diciamo di evangelizzazione ma di umanizzazione di questi bambini. La nostra è una zona operaia e piccolo borghese, con un duplice inconveniente: per i figli degli immigrati il pericolo di essere esposti alla strada, nel senso più basso del termine; per tutti il pericolo dell'ideale di vita borghese e individualista che ormai domina la vita degli ex-operai e impiegati.
Se la nostra scelta evangelica è per i poveri, il vangelo incarnato a Bolzaneto ci diceva che i poveri erano per noi questi bambini, abbandonati fisicamente o dal punto di vita psicologico.
Per noi «tirar la carretta» significa per ora essenzialmente l'educazione verso i più piccoli. Il fulcro della comunità giovanile non è il servizio al terzo mondo o l'impegno nella politica partitica o altro: tutti-abbiamo compreso che pur avendo finalità diverse, manifestate dai diversi campi in cui i gruppi si impegnano e si realizzano, l'elemento coesivo di tutto l'insieme della comunità è il fatto educativo nei confronti dei ragazzi, dei «piccoli». Di fatto poi si verifica che alcuni giovani che costituiscono il cuore della nostra comunità, per capacità naturali, per formazione, per generosità, sono anche gli educatori dei piccoli e si riconoscono proprio come giovani in questo loro impegno.
L'ANIMATORE
Dietro tutte queste iniziative, dietro l'impegno di tutti i componenti la comunità (bambini-ragazzi-giovani), c'è la figura di uno straordinario animatore, il nostro «don».
È da tre anni che don Prospero è a Bolzaneto ed in questo tempo non sappiamo quanto il costruire «chiesa» con noi gli sia costato in medicine e visite dal dottore.
Lui è sempre lì, a nostra completa disposizione, a nostra animazione: prete di Dio in mezzo a noi.
In particolare col gruppo degli educatori il «don» ha un rapporto personale di direzione spirituale. È la persona che incarna Cristo in mezzo a noi, quella con cui noi ci identifichiamo, è il nostro prete, il prete della nostra comunità. Qui è davvero famiglia. Dire amicizia è dire niente. È avvilire. Qui c'è comunione. Ci sono tutte le specificità della famiglia: il mettere in comune quello che si è, con semplicità; il donarsi agli altri, senza pretesa; il condividere le gioie e le pene, con naturalezza; uno spartire le difficoltà e il peso dell'impegno; uno stimolarci a vicenda; una schiettezza di base. Famiglia significa pregare assieme, maturare assieme, divertirsi assieme.
Però il rapporto che il «don» ha con ognuno di noi è sempre di un certo tipo, ad un certo livello: il rapporto di prete a giovane, una persona a cui si da del tu, d'accordo, ma non assolutamente quello a cui dai la manata sulla spalla. Non è un rapporto né di amicone, né di professore, anche se tranquillamente vive la nostra vita. Noi gli diciamo così:
tu sei la nostra coscienza, non in quanto ti sostituisci a noi, tu sei la persona che non ci lascia mai stare in pace, che ci sobilla dal di dentro, che non ci lascia fermare ai bordi della strada, che ci fa compiere una rivoluzione «dentro». Tu sei il perturbatore delle nostre coscienze.
Se siamo giovani impegnati a costruire la chiesa qui, nel nostro quartiere, in gran parte lo dobbiamo a lui, perché ci ha fatti incontrare con Cristo, come individui e come comunità.
Ma da quanto la vicinanza lascia trasparire ci pare che anche il «don», se oggi è ancora prete, in esercizio, lo deve in parte a noi, con cui vive «chiesa». In questa famiglia risiede la forza perché ognuno continui per la propria strada e a questa sia fedele: lui nel portare Cristo alla nostra comunità, noi nel testimoniare e nel portare Cristo al mondo.
LA COMUNITÀ SI COSTITUISCE DALL'INTERNO
LO STILE DI VITA DEI GIOVANI DELLA COMUNITÀ
♦ Domandiamo ai nostri comunitari che per venire da noi:
• Devono venire a tempo pieno. Noi non ammettiamo che una persona vada a divertirsi per proprio conto e poi quando non ha niente di meglio da fare venga qui a pregare, a giocare ecc. Domandiamo la settimana intera. Chi viene con noi durante la settimana e la domenica abitualmente va via, non è che venga cacciato fuori: automaticamente se ne esce dalla nostra comunità.
• Ammettiamo rapporti con gruppi diversi dal nostro, proprio per non fossilizzarci, per non «morire» tra le nostre quattro mura e della nostra stessa aria. Ma diciamo fermamente che per ora il perno è qui, è la nostra comunità.
Con le famiglie, in genere operaie e piccolo-borghesi, abbiamo chiesto una rottura ideologica. Non temiamo di enunciarlo ad alta voce: alle famiglie abbiamo detto che stiamo tirando su una generazione che pur amandoli li rifiuterà per gli pseudo-valori che essi propongono. La lotta è per ora l'unico modo concreto per sfuggire alla cattura del perbenismo della vuotezza di cui la maggioranza delle nostre famiglie sono piene.
♦ Questi tre punti non hanno senso se considerati isolatamente, ma fanno parte di un certo modo di vivere comune a tutti i giovani.
La linea che la comunità persegue è essenzialmente di «rottura». Il momento che stiamo vivendo come giovani ci investe di responsabilità e ci impone una scelta verso la libertà. E il prezzo di questa libertà è la lotta che ognuno di noi nel proprio ambiente, è tenuto a portare avanti: è sacrificio, è sforzo, è spogliarsi del superfluo, è rimanere se stessi, è nuotare con le proprie braccia per non affogare.
♦ «Essere» vuol dire anzitutto «essere contro»:
• essere contro noi stessi, per tutte le volte in cui vorremmo rimangiarci la nostra generosità o ripiegarci su noi stessi in uno sterile narcisismo o in una comoda ma insipida pigrizia;
• essere contro l'ambiente ordinario in cui viviamo e che è montato, per la maggior parte, su valori comprati a scatola chiusa e spacciati per vergini ed in fondo avariati, anche se ben confezionati per il solito uso discreto e comune che la società propone;
• essere contro le nostre famiglie che si interessano tanto ma solo della nostra salute fisica, dei voti a scuola, delle belle figure, e che non parlano il nostro linguaggio, ancorate come sono al livello standard di convenzionalità e di mediocrità in cui naviga il ceto «bene» della società.
«L'essere in un certo stile» è la nostra proposta, il sugo di un articolo programmatico dei dirigenti della comunità che qui vi riportiamo per intero.
È «la storia istruttiva di Gigino e Gigina, Gigio e Gigia..., Gigetto e Gigetta e dei loro Genitori».
È la storia di ognuno di noi, che a poco a poco la percorre, con fasi alterne, che cerca disperatamente di raggiungere e vivere il proprio ideale. E «tale ideale», questo è il nostro chiodo fisso, «si può raggiungere sia ora che da adulti solo in una comunità».
La nostra proposta
articolo programmatico dei dirigenti della comunità
Gigino era uno di noi. Sveglio, sportivo, sorridente, facile nella battuta. Strizzava l'occhio sotto un ciuffo ribelle di capelli biondicci, ed era tutto un programma.
Poi un giorno scoprì di essere simpatico: camicia a fiori, motona, discoteque, utilitaria con sedili ribaltabili, ragazza, ragazze, in fila, uno come tanti. L'ho rivisto incollato al juke-box; lo sguardo sfuggente, un sorriso spento. Gigi era uno dei nostri. È una leggera.
Che peccato!
Gigina era una di noi. Si dava da fare, col suo stile fine e discreto, portando avanti le attività caritative della nostra comunità.
Non era la classica «vamp» travolgente ed esuberante, ma chi l'avvicinava di persona restava incantato dalla sua sensibilità, dalla sua vivace intelligenza, dalla squisitezza della sua femminilità.
Ma studiava al Liceo Classico... noi forse facevamo troppo caos per lei, «non mi accolgono», diceva.
E si mise a studiare da matti.
Lode in greco, in latino, in matematica, lode in tutto... fuorché nella vita! Gigina era una dei nostri. È una befana.
Che peccato!
Anche Gigi era uno dei nostri, impegnato, indaffarato, simpatico, sempre pronto a farti un piacere, rappresentante di classe nel consiglio scolastico: era un ragazzo «diverso».
Anche Gigia era una dei nostri, impegnata, indaffarata, simpatica, sempre pronta a farti un piacere, rappresentante di classe nel consiglio scolastico: era una ragazza «diversa».
Un giorno Gigi e Gigia si incontrarono, si capirono alla prima, si vollero un bene dell'anima.
Gigi fu tutto al mondo per Gigia e Gigia fu tutto al mondo per Gigi.
Si capivano alla prima, si aiutavano a vicenda, andavano anche a Messa insieme. Loro non frequentavano né l'Ovest-Danze, né i cespugli, ed anche darsi un bacino doveva essere tutto tenerezza, dicevano, e non piacere egoista. Si volevano proprio tanto bene, ma... luí era tutto al mondo per lei e lei era tutto al mondo per lui...
Il resto del mondo, amicizie, impegni affettivi, associazione, sport, cultura, ecc., tutto restava sempre più nello sfondo, sempre più lontano, sempre più sfumato. Passarono gli anni; si vollero sempre più bene... L'altare traboccante di fiori bianchi olezzanti, il velo candido di pizzo, sorrisi e sguardi dolci come lo zucchero filato, il fati dico sì!
Papà tornava dal lavoro, da un mondo brutto e cattivo, si infilava finalmente le pantofole, spalancava il giornale nella poltrona, mentre mamma, sorridente e giovane come sempre, dava l'ultimo tocco alla banana di biondi capelli dell'incantevole pargoletto, sussurrandogli dolcemente all'orecchio: «va, caro, va a dare un bacino a Papà e diglielo che gli vuoi un bene grande così!».
Era un incanto quella casa, arredata con gusto fine ed accogliente, il cantuccio della discoteca, il tavolino con l'album di famiglia, Sua Altezza Madama TV ben piazzata sul tronetto del salotto, la macchina nuova, sotto, in garage, per il pic-nic domenicale...
E vissero felici e contenti loro e i loro bimbi, per tanti e tanti anni...
Erano dei ragazzi «diversi». Sono due «bravi ragazzi». Saranno una «buona famiglia». Che peccato!
Cari ragazzi, care ragazze, carissimi Papà e Mamma!
Ecco la scoperta che io, vostro prete, vostro servo, assieme ai ragazzi e alle ragazze più grandi stiamo facendo:
Noi non siamo disposti a farci venire il mal di fegato,
noi non siamo disposti a bruciare la nostra giovinezza in mezzo a marmocchi e ragazzine,
mentre i nostri coetanei si divertono per conto loro
con il solo scopo di farne i «classici bravi ragazzi».
La nostra proposta, il nostro Gigetto, ora ve lo presentiamo.
È un invito a crescere ragazzi diversi, cioè controcorrente,
cioè cristiani davvero.
Il nostro Gigetto è un tipo sveglio, simpatico: gli piacciono i monti e le ragazze. Si lava la faccia tutte le mattine, i denti due volte al giorno, i piedi ogni sera... ma non è il classico tipo «lindo e puro «capelli accuratamente spartiti, cravatta al collo, leggermente storto.
Non veste i blue jeans consumati sulle ginocchia e sui fondi per sbulaccare proletariato... ma un nodo di tristezza lo ha colto alla gola quando ha saputo che papà stava mettendo da parte i soldini per l'appartamento al mare. Non vende i libri usati come nuovi, a fine anno scolastico, anzi li sfoglia e li sottolinea, s'arrabatta anzi per la borsa di studio, ma non lecca, non secchia, ben sapendo che quello che fa e vive fuori di scuola (amici, iniziative, «campagne «) gli serve, per la vita, talvolta più che la scuola e il diploma. Non accende il cero in chiesa, non viene a vespro ogni domenica, non porta l'immagine di san Cristoforo sul cruscotto della macchina: una buona polizza di assicurazione serve di più; ma si china in silenzio, singhiozzando e pregando quando scoprono un cancro alla nonna, cara come la Mamma: «sia fatta Signore la tua volontà!».
Legge in chiesa, a voce alta e distinta, durante la messa, fiero della sua fede... parla con coraggio, a voce alta e distinta, durante l'assemblea d'istituto dove lo hanno eletto rappresentante di classe.
Gioca mezz'ala e anche bene, ma non si abbona a tutte le partite vivendo con la testa nel pallone, gli piace la musica, il ritmo, gli piace ballare ma preferisce trascorrere la domenica a sciare piuttosto che spremersi in una sala da ballo. La sua non è una stanza ben ordinata: una chitarra tutta firme e il ritratto di Celentano fanno subito spicco sul fondo, ma più grossi ancora i manifesti di Luther King, Jean Palach, Gesù Cristo, il più capellone di tutti.
Va in giro, convinto e devoto, dietro la processione del Corpus Domini: deve dimostrarlo a tutti anche così, che è cristiano.
Va in giro, convinto organizzatore, al corteo in piazza, che la sua coscienza gli dice giusto: deve dimostrarlo a tutti anche così, che è cristiano!
«No, grazie papà, andate voi a fare il giro della Svizzera, io preferisco fare il campo di lavoro, sai papà, è per il Kenya, d'accordo papà che io lavoro e non mi pagano, anzi pago io ma... mi capisci, vero papà!».
Fa la comunione tutte le domeniche, ma... come fa tanta gente a fare la comunione senza tentare di muovere un dito per fare poi veramente «comunione-unione» con quelli con cui si fa la «comunione»? Per questo mobilita la parrocchia.
Strappa di mano e strappa davanti a tutti la foto-pomo che fanno girare in classe ma poi con Gigetta un bacio glielo sa dare di vero cuore, senza abbassare gli occhi, dopo, per non incontrare il suo sguardo.
Gigetto e Gigetta vogliono un bene dell'anima ai rispettivi Papà e Mamma: impianto elettrico, sturalavandino, il «tinta!» alle pareti lui; piatti, bucato e pavimenti lei.
Ma i bei vestiti alla moda da boutique, mamma, grazie no: lasciami vestire come piace a me e non come piace alla gente!
Gigetto e Gigetta vogliono un bene dell'anima ai rispettivi Papà e Mamma ma... perdona papà, io voglio per me una vita tanto tanto più bella di quella che ti sei costruita tu.
Ti voglio tanto bene, papà, ma perdona: non mi piaci!
Non mi piace la tua tranquillità, il tuo «buon senso», le tue pantofole e il tuo giornale.
Lo so papà che tu hai fatto la guerra e la prigionia in Germania ma, ecco, l'anno prossimo io e Gigetta ci vorremmo fidanzare in casa. D'accordo, penseremo anche ai mobili e all'appartamento per sposarci ma, credilo, per noi sarà ancora più importante lavorare adesso per i figli degli altri, e poi, forse, insieme nel sindacato o nella san Vincenzo, o nel doposcuola...
Noi papà, non ci vogliamo mettere in fila con tutta la gente borghese perché vive e lascia vivere cioè vive e lascia crepare.
Noi non vogliamo essere dei «bravi ragazzi» ma ragazzi diversi, ragazzi contro corrente, famiglia diversa, contro corrente!
Noi perdona, mi capisci, vero, perdona, non vogliamo fare la vostra fine! È un discorso duro, forse, ragazzi e ragazze carissime, carissimi genitori. Forse è un discorso ambizioso, ma certamente sincero.
Abbiamo giocato a carte scoperte.
Ma nella nostra comunità c'è solo posto per «ragazzi diversi»?
No, c'è posto per le leggere, per le befane, per i «bravi ragazzi», ma alla chiara condizione che stimino e desiderino diventare «contro corrente», come nella chiesa c'è posto per i peccatori che desiderino però diventare santi. Quanti ci riusciranno? Non sappiamo, sappiamo solo che la vetta è quella! Gli altri resteranno almeno dei «bravi ragazzi» e sarà qualcosa, rispetto alle leggere e alle befane.
Genitori, ora che sapete come stanno le case permetterete ancora ai vostri figli di venire con noi?
Ragazzo, ragazza: te la senti? Scegli! La tua vita è nelle tue mani.
IL GRUPPO DEGLI EDUCATORI
È essenziale soffermarci ancora sul gruppo degli educatori in cui tutta la nostra comunità si identifica e crede.
Le scelte che essi fanno diventano scelte di tutti, poiché lo stile e le caratteristiche loro vengono trasmesse, per un principio di osmosi, a tutti i giovani della comunità. Proprio come animatori, infatti, quanto essi insieme ripensano e maturano viene di riflesso irraggiato nei gruppi in cui si impegnano.
È uno stile di famiglia che si espande e contagia quanti si avvicinano. È un prendere coscienza che il problema primo, di tutti, sia animatori che «pierini» di 8-10-15 anni, è quello della propria formazione; è il proporci a vicenda degli ideali, è vivere in questa tensione di personale educazione alla libertà e alla maturità.
Le caratteristiche su cui il lavoro degli educatori si basa sono quelle della corresponsabilità e di un ampio orizzonte nell'impostare il lavoro di animazione.
Non viene solamente considerato il «volto oratoriano» del ragazzo. Il ragazzo è accettato così com'è, frutto dell'ambiente in cui vive, oggetto di bombardamento della società dei consumi, soggetto in formazione con i suoi problemi affettivi, scolastici, familiari, religiosi.
Tener presente tutte queste sfaccettature è necessario per impostare in modo corretto un lavoro di animazione, per proporre delle «risposte» efficaci alla scelta del ragazzo, per programmare un servizio valido ed utile.
La corresponsabilità è poi il modo ordinario in cui questo servizio viene condotto. Il lavoro educativo è un fatto di «insieme», è un accettare e un ricercare una linea comune di impostazione e conduzione, perché i «piccoli» non appartengono al singolo animatore più o meno dotato, ma sono membri della comunità, sono figli di questa comunità.
«Abbiamo impostato un lavoro educativo.
Non tappezzare buco per buco, falla per falla, adunanza per adunanza, così come viene, ma pensando una linea problematica discussa insieme tra i responsabili del settore, nata e studiata per i vari ragazzi.
Invece prima si diceva: tu hai questo problema e questa è la medicina.
Ora invece si guarda all'inserimento del ragazzo nella società, alla famiglia, alla famiglia futura... e tutto ciò ha costituito un quadro in modo da dare una visione ampia e completa al nostro lavoro.
Iniziamo dall'uomo e arriviamo alla chiesa comunità
L'uomo, Cristo-uomo, Cristo-Dio, Dio, l'uomo che insieme ad altri uomini costituisce una famiglia, la problematica dei ragazzi, dei genitori, l'insieme delle famiglie, la società, la scuola, il mondo del lavoro, la chiesa locale, la chiesa universale».
La corresponsabilità e un quadro generale di maturazione da tener presente ed in cui inserire poi i particolari momenti che ogni singolo ragazzo vive, sono mezzi necessari per far giungere a quella capacità di scelta che costituisce il nucleo dell'educazione.
La comunità procede su binari totalmente diversi da quelli della solita società perbenistica che la circonda. L'educazione è intesa in una forma particolare, che è la strada alla libertà e non la schiavitù a determinati modi di comportamento che al posto di far leva sull'interiore si rifugiano in atteggiamenti da personaggi che recitano, e non da persone che vivono.
«lo ho scelto di lavorare con delle persone che abbiano unità di formazione solo perché mi sono reso conto che l'educazione era intesa male. Ho notato come venivano confusi il buon costume, la persona corretta e rispettosa con l'educazione.
Dal momento che mi sono reso conto che educare voleva dire tirar fuori da quella persona che sta crescendo le sue capacità, aiutarla ad organizzarle in modo da essere libera in una posizione neutrale e critica, avere di fronte alla realtà una maturità tale per cui possa filtrare con la propria testa e decidere quanto riesce a captare, in questo momento ho deciso di lavorare così.
Ho scelto questo metodo perché ho visto che cosa ha operato su di me. L'esperienza l'ho fatta sulla mia pelle. Per questo ci credo e pago di persona. L'obiettivo massimo per me di educazione è l'avere il ragazzo eventualmente maleducato, cioè contro le solite regole che vengono spacciate per "buon costume", ma libero, un ragazzo che nel momento in cui deve prendere una decisione sa vagliare tutti gli aspetti pro e contro. È l'uomo che non piglia fuoco per la prima decisione che gli viene in mente e che sa valutare gli aspetti contrari e poi decide con consapevolezza e libertà.
lo so che nel momento in cui svolgo un'azione educativa ho le mie scelte alle spalle, ho le mie idee ed in più faccio un lavoro neutrale nei confronti dei ragazzi.
Aiutare una persona a crescere vuoi dire vederla poi a 17-18 anni fare delle scelte, magari diverse dalle tue, scelte però pensate, vagliate, non fatte solo per spirito di contraddizione, ma perché ha in mano gli strumenti per capire che quelle erano le tue e non sono le sue, che per lei non sono attuabili. Le hai dato l'attrezzatura per essere.
Al di là dello spirito di servizio, delle soddisfazioni, c'è proprio questa idea di educazione».
«Il significato che io do a quel che faccio è portare dei ragazzi, senza costrizione, senza inquadrarli, ad avere la chiara coscienza di quel che è il Vangelo, a vivere il Vangelo.
lo cerco di vivere il Vangelo con loro stessi, portandoli a fare delle scelte col Vangelo alla mano.
Quindi aiutarli, seguirli, discutere con loro di tutti i problemi che possono avere senza tener mai nulla per me.
Essere loro completamente disponibile. Questo comporta una certa priorità, nella mia vita, di alcuni valori. Solo in questo senso riesco a seguire questi ragazzi e a farli maturare verso una scelta».
«Noi dobbiamo essere credibili di fronte a questi ragazzi, dobbiamo prima far noi la scelta per i poveri perché loro vedano che qualcuno prima di loro l'ha fatta e possano seguire. Essere noi i primi a farlo, essere con loro e dare l'esempio per primi, non mollare, non scansarmi, non lasciare, aiutandoli quando non ce la fanno, quando sono scoraggiati. Anche loro possono arrivarci come siamo arrivati noi nonostante le nostre cadute».
Il fatto della scelta dell'animazione dei piccoli e dei ragazzi ha un suo significato.
L'esperienza ha insegnato a questi animatori che se non si batte il martello fin che il ferro è caldo cercare di modificarlo poi diventa un'impresa particolarmente difficile.
Il periodo ottimale delle scelte importanti e fondamentali è quello dell'adolescenza. In questo tempo il ragazzo dimostra quella particolare capacità di captare ideali e valori su cui impostare una vita di impegno e dedizione. In seguito l'immettersi nella dinamica della società senza aver fatto delle precise scelte costituisce la premessa per un condizionamento deleterio dell'individuo che diventa facilmente portatore dell'ideologia dominante in questa società.
Un cambiamento a questo livello comporta una vera conversione, difficile perché costosa, anche se per lo più totale e incondizionata.
Il lavoro di animazione dei piccoli risulta molto funzionale agli stessi animatori. Il contatto con i ragazzi e bambini, il dar loro la maggior parte del tempo libero, il prendere su di sé i loro problemi per aiutarli, fa sì che si stabilisca un rapporto personale profondo tra animatore e ognuno dei «suoi» ragazzi.
È un rapporto che si concretizza anche in un ricevere da parte dell'animatore. Questo servizio infatti lo obbliga ad «essere» in una determinata maniera, sempre autentico nelle sue manifestazioni, sempre più maturo per poter essere maggiormente utile, sempre più a disposizione, per non avere un impegno a tempo misurato.
È uno sforzo notevole di maturazione che comporta anche vere crisi nei giovani educatori: si tratta di rimettere ogni giorno in discussione se stessi, si tratta di raggiungere un'unità morale e psichica molto profonda, per poter adempiere a quanto si crede e ci si è prefissi.
I bambini davanti a loro sono delle entità concrete, e concreto è l'impegno poiché non è possibile fare esperienze o prendere «alla leggera» certi atteggiamenti che ricadono sulla «pelle» di altri e per di più su pelle tenera, ancora in formazione e quindi in possibilità di sformazione.
«lo penso che il lavoro con i ragazzi, per la maggior parte di noi sia un momento di ricarica personale e che vivendo con i ragazzi uno non solo non si limiti, ma riesca a «prendere» moltissimo. e un dare e un ricevere, uno scambio».
«Questi piccoli mi costringono ad essere me stessa e questo diversifica il mio impegno con loro rispetto a quello che ho con i grandi. ll mio impegno con i più grandi, infatti, per il motivo stesso che è più consono a quella che è la mia età mi procura maggiori soddisfazioni. Vi sono più comprensioni, più scambi, c'è il momento in cui do, ma anche il momento in cui ricevo. Basterebbe che alla fine della giornata mi vedessero stanca per sentirmi dire: "cos'hai, sei stanca, qualcosa non va?".
I piccoli invece chiedono in continuazione che mi metta a correre, che non mi stanchi, che prepari sempre giochi nuovi, che diventi come loro, e proprio per questo, perché non posso mai essere la persona che può andare in giro per i fatti propri mi costringono in continuazione a diventare come loro, a perdere tante sovrastrutture di persona per bene, di moda.
Nel momento in cui io cerco di essere me stessa, la persona della mia età, automaticamente perdo il rapporto con loro ed allora è altrettanto più facile ricominciare subito, mentre i grandi mi danno la possibilità di adagiarmi, di stasi».
«Stando insieme ai ragazzi io riesco a rivelare me stesso esattamente come sono, ad esprimere veramente il mio carattere. Di qui nasce l'esigenza di correggermi se qualcosa non va: posso essere squilibrato, nevrotico, complessato e sono portato a riflettere e ad agire con calma, a fare uno sforzo su me stesso, ad essere lineare, comprensivo, coerente.
II maturare me stesso è requisito indispensabile per entrare in ciascun ragazzo, per riuscire a capirlo, per poterlo aiutare.
Inoltre poi con le loro domande, i loro forse e perché, i ragazzi non permettono che mi fossilizzi su scelte antecedenti, mi rimettono in crisi, in continua discussione, in crisi di crescita e maturazione personale.
La richiesta del tuo aiuto, la loro semplicità e immediatezza, la loro stima, danno la forza per andare avanti. Ii sentirsi in ricerca insieme a loro e da loro stimolati è fonte di sicurezza di aver scelto un impegno che qualifica la vita».
In questo servizio i giovani animatori si sono trovati dinanzi ad un effettivo pericolo che condizionava, se irrisolto e non affrontato, l'impegno stesso: il pericolo di strumentalizzare i ragazzi alla propria crescita. Anche in questo caso i poveri, i piccoli, potevano diventare uno strumento perché i giovani potessero formarsi, perché potessero diventare uomini veramente maturi.
La risposta che la nostra comunità sta dando a questo interrogativo è rappresentata dalla cosciente scelta del pluralismo e dalla costante attenzione e revisione in comune dell'impostazione e del modo di procedere.
«Alcuni di noi hanno caratteri forti, sono trascinatori e proprio per questi motivi rischiano di strumentalizzare davvero i ragazzi. La posizione del "capo" o del "responsabile" accresce il pericolo. Ma nel momento in cui ci poniamo il problema, si cerca di comprenderlo e di evitare i danni che ne possono derivare.
Come facciamo? Si presentano varie soluzioni. Si presenta l'esperienza propria, l'esperienza varia, non solamente quella interna della parrocchia ma anche di gente che è stata fuori e di molto dalla parrocchia.
È il ragazzo che deve fare le proprie scelte, le proprie esperienze. Ha preso una cotta? Faccia come meglio crede. lo lo seguo, prego, lo avvicino, non lo faccio sentire solo... Se lui viene a parlarmi gli dirò quel che penso. Però è lui che deve scegliere, fare, agire.
ll giorno in cui il ragazzo ha superato la cotta è pienamente recuperato è conquistato alla libertà, è maturato perché ha deciso lui».
I GIOVANI NON DIRETTAMENTE IMPEGNATI
NELL'EDUCAZIONE DEI PICCOLI
Lo scorso Natale, nel soggiorno di ripensamento che ogni anno passiamo sulla neve, insieme con l'esigenza della comunità, nacque anche l'idea di un'attività mista tra ragazzi e ragazze che non hanno impegni di animazione dei piccoli.
Sei mesi è durata questa impostazione. Da gennaio a giugno, tutti i giorni, ci riunivamo ragazzi e ragazze per lavorare insieme, cercando di collaborare uniti da ideali e intenti comuni. Ora però non è più così. Lo stare insieme per un certo periodo ci ha condotto a fare delle scelte diverse.
Ci siamo accorti che per andare in «profondità» un ambiente misto non era l'ideale, poiché conteneva pericoli di posa e di superficialità. Si rischiava di non essere autentici nei nostri rapporti quotidiani, di
recitare invece di vivere, di prendere degli atteggiamenti infantili che inaridivano e rendevano banali e convenzionali i nostri rapporti. Tutto ciò era contro la nostra impostazione di fondo della vita. Per questo abbiamo deciso di sdoppiare l'attività.
È una decisione nata dalla vita, dal momento che stiamo vivendo e che certamente in seguito verrà modificata. Siamo perfettamente consci dei valori che il vivere insieme tra ragazze e ragazzi comporta. Ma questo vivere insieme se non risulta funzionale alla nostra formazione perde il suo senso ed allora può essere proposto come momento di vita e di esperienza e ripreso quando abbia davvero lo scopo di maturare. Per ora riconosciamo di non essere ancora pronti per un certo tipo di rapporti tra di noi e la scelta di attività diverse vuol proprio manifestare la volontà di giungere al superamento di questo stadio e di diventare autentici in ogni nostra manifestazione ed impegno futuro.
Non è che ora tra ragazzi e ragazze ci sia il muro di Berlino! La comunità c'è sempre e ha i suoi momenti forti in cui tutti insieme si ritrovano. Però mentre prima tutta l'attività era mista ora vi sono alcuni momenti specifici in cui (maschi e femmine) ci ritroviamo separati. Gli obiettivi si sono diversificati.
♦ Le ragazze hanno scelto un contatto settimanale con un orfanotrofio qui vicino, non per andare a portare il tradizionale e insipido «pacco-dono», ma per cercare di stabilire un rapporto amichevole con le ragazze dell'istituto. Cercano quindi di essere loro vicine, di portarle un po' fuori dal loro ambiente di collegio, nelle loro famiglie, a passeggio, di organizzare con loro alcune feste.
♦ A questo unico campo di impegno delle ragazze, fanno riscontro molteplici campi di intervento dei ragazzi.
Stiamo cercando di portare avanti un'opera di lievitazione sociale di un paesino dell'entroterra ligure, un posto totalmente abbandonato ove vivono solamente più i vecchi che non hanno la forza di scappare. D'accordo con il parroco del luogo vorremmo rivolgerci a queste persone per portare un filo di speranza e di amore.
Un gruppo di giovani poi si dedica prevalentemente all'impegno politico e sociale ed ai doposcuola. È il gruppo «gioventù aclista» che sorto da quello parrocchiale con cui è in osmosi, da questo si diversifica per vari motivi e per il campo specificamente politico che ha scelto per il suo impegno e intervento.
Ma il «clou» dell'attività dei giovani è un'iniziativa sorta da poco e che ci impegna fino alle midolla: l'operazione Kenia. Si tratta di venire incontro alle esigenze di un missionario di Genova che si trova nel Kenia e che avrebbe urgente bisogno di costruire un ricovero per persone anziane.
Noi ragazzi ci siamo impegnati di portare a termine l'iniziativa, programmando un campo di lavoro in Africa per la prossima estate ed impegnandoci già fin d'ora a fare un campo di lavoro permanente, per reperire i fondi necessari per il materiale e per il viaggio.
Proprio per concretizzare questa iniziativa tra le altre cose si è progettato di raccogliere carta per tutta la valle e di autotassarci ognuno secondo le proprie possibilità.
«L'anno scorso abbiamo fatto grandi attività (mese per i lebbrosi, carnevale per i bambini, ecc.) e l'unico scopo era quello di imparare a stare insieme, di essere amici, di volere bene e far scomparire quelle ipocrisie che possono sempre esistere nei rapporti umani.
Invece quest'anno dovremmo fare qualcosa di maggiormente concreto. Pensiamo di fare un campo di lavoro permanente e poi l'estate prossima andare giù in Kenia a costruire una casa per le anziane che oggi laggiù sono considerate una nullità.
È chiaro però che una cosa importante per me è questa: noi non pensiamo di andare là a costruire un edificio per cambiare l'Africa, per cambiare il mondo. Ci rendiamo conto che andando là noi possiamo portare un messaggio cristiano e arricchirci personalmente con l'esperienza che poi dobbiamo cercare di mettere a frutto quando ritorniamo in Italia.
In questo impegno vi sono alcuni pericoli: andare là e dire: abbiamo fatto un viaggio in Africa ed ora sono a posto, ora sono un buon cristiano. Questo inaridirebbe tutto».
«Questa non è una critica, ma una costatazione. Prima l'A.C. si limitava solamente alla buona azione natalizia e a cose del genere. Erano azioni molto parziali. Ora questo campo permanente dimostra invece che il nostro impegno non si limita a una domenica su dieci, ma si estende a tutti i giorni. Cerchiamo pertanto di fare un qualcosa di continuo e questo campo dovrebbe culminare con quello che vogliamo fare in Africa.
Poi dopo è chiaro che se noi saremo cresciuti umanamente dovremmo impegnarci qui a Bolzaneto, perché è qui che dobbiamo vivere in concreto la nostra vita. L'Africa potrebbe anche risultare un'evasione.
Qui non è che ci sia gente che muore di fame per le strade e allora la cosa diventa meno patetica. Però i mali ci sono anche qui. Andiamo in Africa per fare un'esperienza che ci permette di vivere da uomini qui a Bolzaneto, nel nostro circolo, nella nostra parrocchia o fuori di essa».
«Il nostro impegno in Kenia non deve essere messo su un piano avventuristico altrimenti tutto quello che facciamo è contraddittorio. Non possiamo dire al negro che l'uomo bianco è suo fratello e poi andarcene e dormire nella casetta bella mentre lui continua a dormire nella capanna. Questo non quadra. Preferisco dormire io nella capanna insieme a lui oppure che lui vada a dormire nella casetta.
E non tiene il discorso che il negro non capirebbe se io mi adeguassi alla sua vita. lo vado proprio là per farglielo capire, perché io sono uguale a lui. Lui è un po' più scuro perché ha preso più sole...
Non andiamo là per prenderci delle ferie, per goderci i panorami, per fare delle gite alla fine della settimana.
Non voglio andare a vedere i laghi o i paesaggi!
Il paesaggio ce l'hai lì davanti: una popolazione distrutta in un paese bello. Piace anche a me il paesaggio: la domenica me ne vado sui monti che abbiamo qui intorno, per stare in mezzo alla natura e questo è il modo migliore per vivere.
Il panorama ce l'ho anche in Italia e non è necessario andare in Africa. lo non vado in Africa per portare un messaggio cristiano perché pur credendo nel Vangelo ho ancora molti dubbi da risolvere e devo maturare la mia fede. lo vado là per aiutare quella gente.
Non è umanesimo, non è pietà. No. lo aiuto quell'uomo lì come aiuterei uno che inciampa per la strada e cade per terra, perché, povero cristo, se non lo tiro su lui sta nel fango e quelli che passano magari lo prendono ancora in giro "cosa fai lì seduto?", mentre si è fatto male.
lo vado perché voglio che le persone come me, gli altri esseri umani, non soffrano. Come ci sono quelli che soffrono per la guerra così ci sono quelli che soffrono la fame in un paese che si rivela "aspro" per loro».
I MOMENTI FORTI DELLA VITA
DELLA NOSTRA COMUNITÀ
La riunione, la domenica, i campi-scuola: questi i tre «momenti forti» della nostra vita di comunità.
La riunione
La riunione è il momento di impostazione e di verifica del lavoro e degli ideali che i ragazzi e i giovani della singola sezione si sono prefissati. La scadenza di una volta alla settimana rende assiduo l'impegno durante l'arco dell'anno permettendo di affiancare e sostenere le attività e lo sforzo di formazione con un mezzo efficace di analisi e di stimolo.
Si presenta come momento «singolo» nell'ambito della comunità, nel senso che ogni sezione porta avanti un suo specifico discorso di formazione e di impegno. Si rivela però come un momento altamente funzionale alla comunità stessa poiché rappresenta il modo concreto di vivere quegli ideali e quei valori che appartengono a tutti i membri della nostra comunità.
La domenica
La domenica è molto importante nella dinamica della nostra vita comunitaria. Durante l'anno ogni domenica è vissuta tutti insieme e vengono alternate tre domeniche ricreative ad una impegnata. Quest'ultima è riservata all'attività di sezione che diventa o orfanotrofio o paesino di montagna da animare o raccolta carta. Per le domeniche ricreative invece c'è un gruppo incaricato di far funzionare l'immaginazione e la fantasia per escogitare una «trovata» ogni settimana e di condurre poi l'animazione delle feste.
Avviene così che la domenica costituisca un vario programma a cui tutti partecipano e che è composto di momenti susseguenti di cerchio, di giochi, di silenzio in chiesa a pregare, di far gruppo e poi domandare ai singoli il parere sulla giornata trascorsa, ecc. Ormai gli animatori hanno un certo numero di amicizie qualificanti che permettono loro di avvedersi del particolare clima che di volta in volta si crea e di notare il senso dei singoli momenti di una giornata per poter opportunamente intervenire con una adeguata iniziativa al momento giusto.
Pertanto la funzione della domenica è quella di permettere una vera «comunione» tra tutti i membri della comunità e di uscire dal possibile isolamento in cui i gruppi singoli possono venirsi a trovare per immettersi in un orizzonte più ampio.
È la riconferma della appartenenza alla comunità, un respirare i valori che in essa circolano e il riconoscere che il discorso del singolo gruppo concretizza in una forma particolare un comune campo di ideali. È un richiamo alla nostra vocazione comunitaria, un ribadire che apparteniamo ad una linea di ragazzi in marcia verso un comune ideale.
I campi-scuola
L'importanza che la riunione ha per la settimana corrisponde alla funzione che hanno i campi-scuola estivi per tutto l'arco dell'anno. Essi rappresentano un necessario momento di pausa nelle attività, un «tirare i remi in barca» non per snobbare l'impegno ma per ripensarlo in termini più credibili e più veri.
È un momento ideale di ricarica in cui i giovani saggiano ed acquistano forze per impostare in modo autentico la loro vita. È un momento di entusiasmo in cui ognuno è maggiormente recettivo ai valori che gli si presentano e che possono costituire una svolta per la propria vita. Per questo è necessario anche «andar fuori» dal solito abituale ambiente, cercare un contatto con la natura che favorisca un richiamo alla semplicità ed alla serenità.
Ed oltre questo clima esterno, è necessario vivere a fondo una esperienza comunitaria con quelle persone con cui si è stati impegnati tutto un anno e con cui si programmano i mesi futuri. Si tratta di mettere insieme le proprie idee, esperienze, quello che uno è, i propri sforzi, per verificare e per ricominciare con maggior coraggio, con la consapevolezza di essere in molti a percorrere la strada che ognuno si è prefisso.
In questo quadro si sono realizzati i diversi campi scuola quest'estate: due per i ragazzi (di cui uno scout) ed uno per le ragazze.
I ragazzi han fatto un campeggio con le tende in Val d'Aosta con un'impostazione fatta di escursioni, riflessione alla sera, momento di preghiera al mattino, discussione in comune del programma della giornata. Così con la ricarica fisica e spirituale son venute fuori delle persone nuove, ragazzi anche che non appartenevano alla nostra comunità, per lo più andati al campo con l'idea di divertirsi, che, catturati dai valori che circolavano, han compiuto delle autentiche conversioni.
«La scelta di fondo del campo era una scelta di amicizia verso tutti, col desiderio di fare veramente comunità. Leggevamo ogni mattina uno spunto meditativo (lettere di don Milani o altro) e poi ognuno aveva la possibilità di riflettere, di pensare.
E poi la giornata era piena di grandi camminate.
Su tutto dominava l'autoresponsabilità dei ragazzi; "ordine e disciplina" era lo slogan».
«Notevole è stata la preparazione del campo, sia a livello ideologico che a livello tecnico.
Però abbiamo lasciato abbastanza spazio a particolari momenti della giornata da viversi secondo la sensibilità del giorno e del gruppo. Lo scopo era costruire lassù un gruppo che potesse poi qui vivere ed agire. I ragazzi si sono "scoperti" prima individualmente se stessi, poi hanno "scoperto" gli altri.
L'importante, e per questo ci siamo battuti molto, era che non ci fosse soltanto entusiasmo, ma "convinzione".
Accanto alla gioia di vivere un campo particolare, doveva sorgere la consapevolezza di vivere una realtà che impostava diversamente la propria vita».
«Nella metodologia prettamente scout abbiamo cercato di inserire determinate novità: il nostro scopo era quello di portare questi ragazzi alla conoscenza del mondo che li circondava e pertanto abbiamo potenziato tutta una serie di attività rivolte a questo.
Nello stile scout, ad esempio, esiste la missione, il fatto cioè che i ragazzi vadano in giro da soli in un determinato territorio. In genere si forniscono di pianta, cartelli, indicazioni. Quest'anno li abbiamo forniti di tre giornali ciascuno e loro han dovuto fare un tipo di inchiesta in un determinato paese nei dintorni del campo sulla lettura del giornale, su quali articoli venivano letti, sulle preferenze, ecc. Questa iniziativa ha fatto sì che i ragazzi scouts han dovuto iniziare un dialogo difficile con gli intervistati, han dovuto mettersi davanti a determinate difficoltà e superarle, han potuto arricchirsi di un contatto umano non sempre immediato».
Anche quest'anno, per le ragazze, il campo estivo è consistito in un mese a Mazzin di Fassa, un soggiorno abbastanza normale di tipo ricreativo, con alcuni momenti fissi quali la revisione di vita alla sera, il pensiero giornaliero, l'esame di coscienza a voce alta, il potenziamento del canto. Questo soggiorno, totalmente in mano a un gruppo di ragazze maggiormente responsabili, si è diviso in due turni: il primo per le ragazze più grandi fino a 18 anni; poi un secondo per le ragazzine di 2a e 3a media.
«Per le ragazze non ci sono stati risultati così positivi come per i ragazzi e per il campo scouts. I motivi sono molti.
È tremendamente difficile mettere insieme delle ragazze, non solamente per divertirsi, per vedere le montagne, per fare gite, ma proprio per cercare di costruire qualche cosa. Questo qualcosa da costruire è l'amicizia tra di loro che va al di là di tutto, dell'università, di chi ha il vestito bello, di chi è corteggiata e di chi non lo è...
E poi c'è il servizio che l'organizzazione in montagna comportava e poi l'andare in giro, lo stare insieme, la fatica del camminare: tutte cose non solo fatte per mandare avanti la baracca, altrimenti non si mangiava, ma fatte per amicizia, l'una per l'altra, il lavoro fatto fino in fondo, non perché non se ne poteva proprio fare a meno.
Tutto questo è risultato abbastanza difficile proprio perché la ragazza non riesce ad essere in questa maniera, a superare la sua natura di ragazza che taglia, che mormora dietro, che è invidiosa, che si costruisce drammi, per cui nascono come funghi gruppi contro gruppi.
I risultati sono stati questi: mentre è da almeno sette anni che ripetiamo questa iniziativa del soggiorno ed in tutto questo tempo io mi sono sempre presa la responsabilità del condurla avanti, quest'anno un gruppetto di ragazze tra le più grandi si è decisamente compromesso, rompendo con le altre. Già qui a Bolzaneto e poi in concreto lassù, in montagna; hanno deciso di prendere in mano la situazione per imprimere una diversa concezione di vita e un'impostazione nuova.
Il loro scopo era di far nascere dalla base un diverso modo di vivere e questo ha comportato tutta una serie di fratture con liti, drammi, tragedie di giorno e di notte... Però alla fine è venuto fuori un gruppetto di persone (4-5-6) che han capito cosa vuol dire "essere in un altro modo", non solo lassù nel momento dello stare insieme 24 ore su 24, (perciò con problemi resi più drammatici dal pestarci in continuità i piedi ma anche con una tonalità più facile perché colorita di baldoria), ma soprattutto quaggiù, con maggior presa di coscienza.
In fondo sono tutte persone che attualmente hanno preso in impegno le sezioni minori, sono andate al campo di lavoro nel mese di settembre, han ciò concretizzato quel loro desiderio di una diversa impostazione. Così si crea un pochino di ricambio a quelli che da sempre e da soli han tirato per tanto tempo la carretta...».
IL PROBLEMA DELLO SBOCCO:
LA CONTINUITÀ DEL SERVIZIO
«Avrà un domani la nostra comunità?».Questo è l'interrogativo che i più maturi di noi si pongono ed a cui qualcuno tenta di dare una personale risposta pagando sulla propria pelle. La comunità infatti non ha chiuso i battenti per vivere una vita felice e contenta, baloccandosi del numero e della qualità dei propri componenti e pensando ad una maturità e a una vecchiaia felice e contenta, con tanti nipotini riconoscenti.Il chiudersi sarebbe un'utopia, un non senso, un tirare una rigaccia su tutto quello che i giovani hanno scritto sul «foglio bianco» della loro vita. La comunità è aperta al mondo.È una macchina, un cuore, un polmone... che fabbrica, pompa, respira uomini, sangue ed aria che dovranno vivificare il mondo. È una famiglia che non tiene i figli per sé, ma li trapianta nella società.
«Ho colto in alcuni di voi, specie nei più grandi una sorta di asfissia, come se Bolzaneto non bastasse proprio più. Ci ho pensato parecchio e penso che dobbiamo certamente trovare uno sbocco alla nostra vitalità, anzi meglio diversi sbocchi, dato che è ben giusto che ciascuno scelga a un certo punto la sua strada. Il circolo è infatti come una famiglia che alleva i figli non per tenerli per sé ma per regalarli al mondo».E lo sbocco è il problema di oggi della nostra comunità. Cosa fare un domani quando la vita ci chiederà di inserirci nella società; come continuare a vivere in un certo stile terminata la fase di formazione e di educazione; dove andare a finire per non essere degli allineati: questi i nostri interrogativi e problemi. Abbiamo dimenticato un po' il cristianesimo-amore per i ragazzi. Ci siamo accorti che fino all'età aspiranti si tratta di cristianesimo-lotta, di battaglie. E lotta è l'inserirsi del ragazzo nella sua scuola, il non essere il «violino», il farsi nemico il professore, se è necessario. Lotta è riceversi alla schiena un «figlio di un prete» solo perché hai impostato la giovinezza su altri binari. Lotta è la presenza nella famiglia, è amare i genitori ma non essere catturato dal loro amore talvolta soffocante ed oppressivo.
I ragazzi han capito che essere cristiani è essere controcorrente e quando diventano giovani non dimenticano più questo modo di vita: per loro è diventato naturale.
Per questo i più grandi di noi che han cozzato contro la realtà del mondo si chiedono se c'è un domani per la nostra attività, per il nostro stile di vita.
Qualcuno di noi che ha terminato gli studi e che va a lavorare ha la chiara impressione di doversi mettere in fila come tutti gli altri, di essere catturato dal sistema, di essere spersonalizzato.
Come si fa a chiedere a una persona di rinunciare, da oggi in poi, a quello che è?
Questo è il nostro dramma: che alla fine, dopo molti sforzi, ci dobbiamo riconoscere una fabbrica di spostati e di disinseriti in un mondo che corre su valori ed impegni totalmente diversi dai nostri?
L'incubo del sistema che ci aspetta al varco cresce di giorno in giorno. Come fare?
Come fare perché non abbia ragione questo ambiente che amiamo e che nello stesso tempo ripudiamo e che ci «lascia fare» con la nascosta speranza o certezza che un giorno tutto passerà?
Come fare perché non si avveri la lettera che una ragazza di 17 anni della nostra comunità, ha ricevuto da una sua amica di «buona famiglia»?
«Passerà, qualcuno in casa mi dice: "un giorno o l'altro passerà".
Quando avrai capito come si vive al mondo ti passerà la voglia di andare in giro con delle ragazzine quattro anni più piccole di te.
Ti passerà la smania di uscire di casa a salvare i figli degli altri, quando i figli li avrai tu,
Ti passerà l'ingenuità di credere a tutti, di voler bene a tutti quando ti accorgerai che il mondo è una giungla e che bisogna farsi avanti a gomitate. Ti passerà di vestirti così come capita, quando ti accorgerai che al mondo esistono anche i giovanotti.
In chiesa vacci pure, ma ci sono tanti buoni cristiani che vanno a messa e poi non danno fastidio a nessuno!
Cara ragazza, credi a me che ho più esperienza, ed ho sempre cercato di vivere onestamente e di far bella figura... vivi e lascia vivere!
Ti passerà, ragazza, ti passerà.
Ti passerà purtroppo, quando sarà passata anche la giovinezza e tu non potrai ormai godertela più "la giovinezza"».
«Pagare sulla propria pelle» è il prezzo dei primi tentativi di risposta che alcuni nostri comunitari han cercato di dare a questo vitale problema. Per alcuni si è trattato di scegliere un particolare indirizzo di studio maggiormente caratterizzante: tralasciare, ad esempio, gli studi di ingegneria (che vorrebbe significare un automatico allineamento al sistema) per altre facoltà che permettano un certo intervento sociale; altri stan maturando l'idea di scegliere la facoltà di Scienze Politiche perché lì vedono un modo concreto di azione e di maturazione in un preciso senso. Altri poi pensano ad un gruppo familiare post-giovanile, come sbocco della vita dei giovani della comunità, a continuazione dell'impegno e a sostegno di un inserimento nella vita.
Alcuni giovani invece si sono messi nella politica partitica scegliendo un'azione all'interno di un partito (nella sinistra DC, ma «dentro»), oppure sono entrati nella gioventù aclista per portare all'interno di questo movimento il proprio apporto di uomini e di cristiani.
Un diverso sbocco ancora è rappresentato da coloro che sono usciti dalla comunità per vivere esperienze diverse in altri gruppi più maturi quali l'IMO ed i focolarini.
Per le ragazze lo sbocco è più problematico.
La tentazione della famiglia è più insidiosa.
Nonostante che si stia demolendo il mito della «buona famiglia» per le ragazze si tratta di vincere un blocco emotivo, di superare quel po' di mammismo che si portano dentro, e capire così che la famiglia non è lo sbocco naturale di una ragazza. Devono prima sbloccarsi: rompersi, rivoltarsi...
I ragazzi, armati di santa pazienza, attendono il loro apporto anche in questo campo.
I VALORI CHE CIRCOLANO NELLA COMUNITÀ
Non è possibile racchiudere in una formula o in uno schema la realtà che stiamo vivendo. Sarebbe un inaridire tutto, un fissaggio che assolutamente non testimonia quello che siamo e quanto si snoda nella nostra vita di tutti i giorni.
Così non è possibile restringere e contenere in un'ipotetica griglia astratta i valori che stanno alla base del nostro agire.
Proprio come la vita i valori che abbiamo scelto come nostri presentano diverse angolature e sfaccettature. Essi, come la vita, sono molteplici. Li raccogliamo senza la pretesa pignola di non dimenticarne alcuno, né con l'ambizione di mettere in evidenza il «bello» che li comprenda tutti e tutti li generi.
Li elenchiamo così come li notiamo tra di noi, mano a mano che ognuno vedendoli negli altri o scoprendoli in sé come aspirazione, si mette nella scia di quanti tentano uno sforzo per tradurli nella quotidiana realtà. Al di là di queste righe i veri valori sono le persone, sono i giovani della nostra comunità.
– La scelta per l'impegno
– la scelta dell'autenticità in tutto
– la scelta che il segno manifesti la realtà
– la scelta dei valori classici del pagare di persona e della credibilità personale
– la scelta del lavorare per gli altri
– la scelta di formare l'uomo, di fare la rivoluzione dell'uomo la scelta dell'impegno politico
– la scelta di agire all'interno di strutture per modificarle
– la scelta della vita controcorrente
– la scelta per i poveri
– la scelta di una metodologia prevalentemente di rottura
– la ricerca di una fede sempre più autentica
– la scelta di momenti di meditazione e di silenzio come nostra esigenza
– la ricerca di una vita comunitaria
– la scelta di una comunità che sia famiglia con lo sbocco aperto sul quartiere, sulla società, sulla chiesa
– la scelta comunitaria di un cristianesimo visto come regno di Dio, come maturazione delle realtà terrestri fino a raggiungere quelle celesti la scelta del fare chiesa
– la scelta dei piccoli, di dedicarci alla loro animazione, alla loro educazione.
L'AGIRE POLITICO
Tra tutti i giovani della comunità c'è la chiara coscienza di costruire qualcosa di duraturo non soltanto per se stessi ma anche per la società. Il problema dello sbocco testimonia questa nostra sensibilità. Proprio per non isolarci, per non intristirci nelle nostre singole attività, abbiamo lo sguardo al domani, al nostro inserimento nella società. Questa attenzione al domani ci fa ribadire il nostro specifico impegno nell'animazione dei piccoli, in tutte le iniziative che abbiamo intraprese, in tutti i momenti salienti della nostra comunità. Essi infatti sono indispensabili per formare quell'uomo che dovrà fare le sue precise scelte nella società. Il servizio pertanto che facciamo ai ragazzini di Bolzaneto, le raccolte-carta, le riunioni, il contatto con le ragazze dell'orfanotrofio, l'animazione del paesino di montagna, l'attaccare i manifesti agli alberi, le nostre prese di posizione in famiglia, il nostro giornalino: tutto è in funzione di un cambiamento sociale, di un servizio che vogliamo rendere alla società ove riusciremo ad arrivare, a quella rivoluzione dal «di dentro» e «pagando di persona» in cui ci identifichiamo.
È un momento di formazione il nostro, ma non un momento astratto, nel senso che non attendiamo a vivere la vita domani, sognando un ipotetico ed utopico mondo migliore. Il mondo migliore ce lo costruiamo ogni giorno e quanto più ci sforziamo di costruirlo in noi tanto più riusciremo ad espanderlo a tutti i livelli in cui ognuno deciderà di inserirsi.
Politica è pertanto il nostro impegno educativo; politica è uscire dalle crisi in cui le situazioni concrete vengono a metterci; politica è chiarificare in se stessi per poter meglio servire; politica è inserirsi nei movimenti giovanili dei partiti, nei sindacati; politica è maturare delle scelte: questo è il nostro credo ed agire politico, molto concreto, fatto più di «camicie sudate», di impegno, di «olio di gomito» che non di parole fatue.
FOGLIO BIANCO
Storia di un giornale che lentamente matura e si trasforma nel battito del cuore della comunità.
I fatti si svolsero così.
Un bel giorno, «in questo ferragosto affollato per me soltanto dalla vostra presenza», il nostro «don» cominciò a picchiare a 78 giri sui tasti malcapitati di una macchina da scrivere.
Era il primo atto di uno sgravio di coscienza, il cui peso era rappresentato dalle 134 cartoline e 21 lettere che erano state spedite dai giovani della comunità sparsi nei vari pollai di villeggiatura della penisola. Non è che fosse il primo tentativo di risposta.
Aveva già cominciato diverse volte la lettera indirizzata a tizio o a caio, ma se uno dei due avesse voluto leggerla avrebbe dovuto imbarcarsi su un treno e andarsela a leggere al fondo del cestino della scrivania del «don».
Ora però aveva deciso di portarne a termine una, magari una sola, studiando un modo astuto per rivolgersi a tutti facendo la somma delle cose che avrebbe voluto dire ad ognuno. E così fu.
«Miei carissimi 100 e 1,
altre volte avrei avuto paura a scrivervi una lettera così lunga, così fitta. Avrei spremuto il cervello per trovare gli slogans e accalappiare la vostra attenzione. Ora invece preferisco la formula della "lettera agli amici", tipica di tutte le comunità ed i gruppi impegnati, fidandomi dell'amicizia, del tentativo di intesa profonda che ci può essere fra quasi tutti noi.
Se noi ci vogliamo veramente un po' di bene, una lettera "d'amore" non è mai troppo lunga! Fa conto che sia scritta a mano tutta per te!
Spero tanto che vorrai leggere queste righe con calma, attenzione ed amore. Non come cronaca ma come il diario di una vita che pulsa accanto a te, in te. Rileggi queste righe, rispondi se puoi.
Ho ripensato un po' all'estate della nostra comunità. Ho pensato a ciascuno di voi, nel deserto di questo ferragosto affollato per me soltanto dalla nostra presenza. Scorrendo l'arido elenco dei nominativi, ciascun nome è un volto, un cuore, un problema, una scelta, forse un rimpianto, un pensiero di Dio, che Lui ti dica tutto quello che ho in cuore per te, tutto quello soprattutto che avrò in cuore e non avrò mai il coraggio di dirti perché non potrò mai sapere fino in fondo se tu avrai il coraggio di accoglierlo».
Il discorso diventava più ampio e comprendeva tutta l'attività dell'anno trascorso e l'inventario dei campi estivi.
I momenti salienti vi erano ricordati, variamente soppesati e setacciati per scoprire quanto di significativo, a distanza di tempo e di spazio, avevano portato nell'arricchimento della comunità.
Ma al di là di tutti gli avvenimenti emergeva la storia delle persone. Ognuno, in poche frasi, in una battuta, in un esempio, poteva riconoscere la strada che aveva imboccato, la definizione del suo momento di maturazione, la scelta che aveva fatto.
«Ho visto tanti di voi cambiare durante l'estate. Soprattutto cambiare per maturare; ho visto tanti "bambini" e tante "bambine" morire per nascere uomini e donne, dalla parola più posata, dallo sguardo più profondo, dalle convinzioni meno numerose e più solide. Qualcuno ha anche conquistato questa maturazione a prezzo di facciate che lasceranno profondo il loro segno (crisi di fede, crisi di speranza, soprattutto). Qualcuna si è imprigionata in amicizie senza sbocco. Altre persone poi, prima validissime, hanno improvvisamente tirato i remi in barca.
Da tre anni ormai vi conosco quanto basta per non "contare" più su nessuno ma per amarvi tutti, pur senza la sicurezza delle vostre conquiste. Penso anzi che questa sia proprio una caratteristica dell'amore, amare senza calcolo alcuno. Penso che in questa estate ciascuno di voi, come io tento di fare ogni estate tramite varie esperienze, avrà lavorato dentro di sé per riesaminare le sue scelte, per «riscegliere «il suo sì.
Sarà certamente indispensabile che ciascuno di noi riscelga la vita cristiana realizzata in comunità (ammesso che la comunità si riapra a settembre, per vostro reale interessamento), perché questa scelta autentica vale, dopo il collaudo estivo, e non solo per il fatto che non sapreste dove andare a sbattere la testa abitando in Bolzaneto».
«A Mazzin abbiamo scoperto (e vale per tutta la vita) che l'uomo (e la donna!) nasce cattivo e vive per diventare buono, con fatica, contro voglia. E noi "viviamo" fin tanto che lottiamo per maturare bontà in noi e fuori di noi. "Vegetiamo" quando ci lasciamo vivere, sull'onda della nostra spontaneità, delle nostre simpatie, del nostro egoismo, in fin dei conti».
Così è nato il «Foglio bianco».
Ora tutti vi scarabocchiano sopra con l'unico dovere di sostenere con la propria firma quanto stampano o disegnano.
una raccolta di fogli vari, tenuta insieme da una copertina di cartone. Dal punto di vista tipografico, d'accordo, è una mezza delusione: nemmeno ben battuto, non troppo ben disegnato, le scritte così così... Però ha il sapore del pane fatto in casa e quel che conta è il contenuto. Anche per questo motivo è il simbolo delle scelte della nostra comunità: al fumo si preferisce l'arrosto.
Nostri sono gli articoli e da noi viene battuto a macchina, disegnato e ciclostilato. Ognuno ne ha una copia che deve leggere, meditare, riflettere, dormirci sopra e poi assentire o criticare o proporre o controproporre o stare zitto.
Ci è stato distribuito il giornalino sul quale meditare e su questo giornalino noi dobbiamo tirare fuori quello che pensiamo, cioè rimanere o andarcene. Non è un giornale da leggere ma da ponderare, perché è un giornale da vivere: bisogna capire se è possibile rimanere o andarsene».
Lo diamo già sottolineato (e questa è la novità) perché deve essere personalizzato. Il lavoro di pennello è delle ragazze. Formano una catena di montaggio. Poi, secondo un piano concordato in precedenza, l'una sottolinea quella determinata parola importante, l'altra fa un cuoricino ove è necessario, una terza riempie un passo di punti interrogativi, un'altra fa un cimitero di croci da una parte.
È un mettere in evidenza alcuni punti particolarmente significativi di ogni foglio, è un rendere viva e parlante una pagina, un rendere giovane e intuitiva la lettura.
Il giornale raccoglie quanto di più vario vi è nella nostra vita di giovani e di ragazzi. Ci trovate tutti i più importanti problemi che toccano la nostra comunità.
All'inizio c'è la storia di Gigino e Gigina i due «big» ideali della comunità, laddove emerge la già ricordata convinzione che si risolverà il problema sia ora che da adulti facendo parte della comunità.
Più avanti c'è la testimonianza del presidente delle Acli reduce da un convegno di impegno sociale ove non ha trovato l'amore e il rispetto della persona. Prima un po' ci snobbava. Ora invece ha visto la differenza che c'è tra un gruppo cristiano e uno non cristiano.
ll quartiere come vocazione di Dio: ecco un altro articolo. Noi facciamo la scelta di questo quartiere povero, ignorante, proletario. Facciamo una scelta di classe? No, diciamo: una scelta evangelica.
C'è inoltre la storia di dieci ragazzi che se ne sono andati dal nostro gruppo poiché han detto che a questo livello non potevano impegnarsi. Sono le perdite della comunità, il prezzo giusto che paghiamo alla nostra impostazione, alla scelta della libertà.
E poi altri articoli in cui i ragazzi criticano la superficialità delle ragazze; in cui si afferma che la comunità perfetta è una comunità che per se stessa si qualifica perché perde la visione missionaria e va verso la sterilità; in cui alcune mamme ci dicono le loro impressioni. E ancora l'articolo di un ragazzo che è sempre stato molto religioso che però ora è entrato in crisi e che afferma che a nessun attore si chiede di essere coerente nella vita con ciò che rappresenta sulla scena, mentre invece chi partecipa all'eucaristia dovrebbe...
La carrellata potrebbe continuare a lungo, ma ci pare sufficiente aver dato un'idea della funzione e degli argomenti del nostro «foglio bianco».
uno strumento che oltre a permettere un confronto tra di noi, serve anche per qualificarci in un certo modo presso i non appartenenti alla comunità e presso le nostre famiglie. In esse il giornale entra attraverso ognuno di noi e si pone come lievito di idee a tutti i livelli e a tutte le persone a cui è portato.
La prima pagina dice così:
Non farne carta igienica!
Queste pagine sono una storia d'amore: non gettarle!
È il romanzo vero dell'amore che ci unisce!
Gioie, progetti, delusioni, speranze, fallimenti.
Questo numero di Foglio bianco è un po' il nostro programma.
È costato fatica, tanta. Notti di lavoro. Decine di telefonate. Bozze e bozze corrette. Discussioni comuni. Decine e decine di ore di battitura a macchina, decine e decine di ore di sottolineature a pennarello.
Vi hanno collaborato un po' tutti!
È un po' il nostro programma.
È costato dei soldi. Qualcuno non si è comperato le scarpe invernali per far uscire questo giornalino.
Leggilo e rileggilo, ripensalo e rivivilo.
Conservalo a casa nel cassetto dei ricordi.
Leggilo soltanto se riesci a leggerlo non con gli occhi ma col cuore. Altrimenti fanne pure carta igienica subito!
LA COMUNITÀ VERSO L'AMBIENTE ESTERNO
LA PARROCCHIA
Noi facciamo la scelta di lavorare all'interno della parrocchia, all'interno della chiesa.
Molti di noi ancora non hanno piena coscienza di quanto comporti questa affermazione. Per molto tempo siamo andati avanti un po' spinti dall'entusiasmo, senza pensare a questo problema. Ci sembrava così naturale l'impegnarci nella comunità, che l'idea della «parrochia» come sottofondo sfumava ogni giorno di più. Ora però i più sensibili di noi comprendono di dover prestare un vero servizio alla chiesa nella sua manifestazione locale, alla nostra parrocchia. E questo servizio non è una elargizione, un qualcosa in soprappiù che facciamo con degnazione. È il nostro dovere di cristiani che ci impone un concreto impegno in questa fetta di chiesa che noi formiamo.
Abbiamo fatto la scelta di non vivere al di fuori delle istituzioni o della chiesa locale, perché diversamente penderebbe su di noi lo spettro di fare «chiesuola», magari una bellissima chiesuola di intelligenti ragazzi che contemplano allo specchio i loro volti incipriati.
Accettare quindi il pluralismo della nostra parrocchia, rispettare chi non la pensa come noi, cercare di amare anche quelli che ci mettono i bastoni tra le ruote, sono tutti momenti che fan parte di quella dimensione umana che è la nostra chiesa che viviamo tutti i giorni.
Il non accettare questa dimensione umana perché scomoda, perché difficile, perché esige lotta, perché non lascia in pace, è rifiutare una vita cristiana e il metodo della croce che Cristo ci ha insegnato.
Pertanto il nostro scopo consiste nel situarci in questo contesto come istanza di rinnovamento, di rottura, non per annientare gli altri, ma per conquistarli a quei valori in cui crediamo. Noi, in umiltà e senza merito, siamo i portatori di un messaggio e ciascuno di noi, che crede, è convinto che questo messaggio potrà propagarsi solo mediante il suo apporto, solo se lui riuscirà a morire un poco per i fratelli che lo attorniano.
Fare Kenia senza fare Bolzaneto sarebbe un controsenso, e questo vale anche per la nostra chiesa..
IL QUARTIERE
«Grazie, Signore, di avermi fatto nascere a Bolzaneto e non in Albaro perché così so cosa vuol dire vivere in una periferia fumosa e maleodorante per il fumo delle sue ormai poche industrie. Lo so perché vivo a contatto con i tuoi problemi e li sento sulla pelle giorno per giorno come tutti i miei concittadini e non vengo a fare dei bei discorsi in piazza per poi ritornare di corsa nella mia casa a Nervi, come fanno i molti comizianti che si sentono sbraitare sotto le elezioni.
Bolzaneto cara, mi piaci così come sei, ma non per questo voglio che tu rimanga sempre così. Per questo lotto assieme agli altri perché ci facciano le scuole nuove, (chissà perché nei quartieri alti le aule bastano sempre, e nei quartieri operai non bastano mai; forse perché qualcuno pensa che noi figli di operai non siamo abbastanza intelligenti per andare a scuola), e poi vogliamo anche campi sportivi perché i ragazzi non siano costretti a giocare per le strade o nei due fazzoletti di terreno che hanno a disposizione le parrocchie.
Grazie Bolzaneto per essere così, pettegola e maligna, chiusa nei tuoi vari ghetti, parrocchie, fratellanze, senza possibilità d'incontro, perché forse ci vogliono divisi gli uni dagli altri quasi che i bisogni dell'uno siano diversi da quelli dell'altro; ma proprio perché esiste questo fatto noi giovani non lo possiamo accettare, come ci consigliano di fare i benpensanti, e Io rifiutiamo con forza perché vogliamo sentirci tutti uniti non perché Bolzanetesi ma perché tutti figli di Dio.
Grazie Signore, anche per il futuro, per il giorno in cui avrò la laurea e tu mi aiuterai a non farmi avere la tentazione di rinnegare mai la mia origine. Grazie, Signore, di non avermi fatto nascere ad Albaro».
È uno di noi che scrive a nome dei «tanti» che sentono il quartiere come la loro vocazione, la loro personale chiamata ad una vita da impegnare per gli altri.
In questa povera zona noi ci troviamo ad essere l'unica forza giovanile esistente ed operante.
Abbiamo monopolizzato i giovani e quindi non solo siamo pericolosi come gruppo di chiesa, ma diventiamo anche l'unico gruppo giovanile forte, un gruppo di pressione.
Di qui la presenza anche tra di noi di alcuni ragazzi non credenti che vengono qui e si impegnano perché dicono: «io mi dichiaro ateo, però l'unico posto dove posso fare qualcosa per il mio quartiere è questo gruppo di chiesa. Io non condivido il fine ultimo, condivido però i fini intermedi e quindi ci sto!».
un fatto singolare questo: normalmente sono i cristiani che vanno nei gruppi di sinistra. Qui è viceversa.
Riportiamo la testimonianza di un giovane che pur dicendosi non credente accetta di impegnarsi con noi nel comune quartiere e che pur non condividendo la nostra impostazione cristiana della vita riscopre in essa, con franchezza e intelligenza, tutta una serie di valori che aveva vissuto in esperienze precedenti.
«lo ho una mia ideologia però m'accorgo di avere ancora dei problemi irrisolti ed uno di questi riguarda "il credere".
lo non credo nel cristianesimo, nella chiesa. Però credo nell'esistenza di Gesù Cristo. Però non so ancora se era una mente veramente soprannaturale o un uomo molto evoluto per il tempo in cui viveva, un Martin Luther King di 2000 anni fa, ad esempio. Infatti poiché era di una gradazione mentale superiore, molto precoce rispetto alle persone di quel periodo, i capitalisti dell'epoca possono aver pensato di toglierlo di mezzo, come ai nostri giorni i figli di quei capitalisti han tolto di mezzo King.
Da questi problemi irrisolti mi è venuta la voglia di capirmi e allora mi son detto che un modo molto bello per far luce era quello di mettermi in un gruppo che lavora per gli altri, in una vita di comunità, cercando in mezzo a loro anche me stesso. E così ho fatto.
Ho partecipato finora a tre adunanze. Nella prima sono stato "interrogato" perché praticamente ero già conosciuto per il mio modo di fare, il mio abbigliamento, i capelli lunghi, la mia ideologia. Poi ho scoperto che anche gli autori come Ginsburg, Kerouac sono apprezzati come li apprezzo io. E ho parlato del mio ideale di vita.
Siccome questa società non va, io ho iniziato con un gruppo di miei amici a pensare cosa poter fare per cambiarla. Ho iniziato contatti personali, a tu per tu, incontrando sempre ragazzi diversi, parlando insieme, incontrando gruppi. Si è formato un gruppo discreto una ventina e costituiamo un filtro di idee, di convinzioni, di opinioni.
È un modo per formarci e per reagire a questa società.
Ve ne sono altri che abbiamo scartato.
Sono stato dieci giorni a Saint Raphael, in Francia durante un raduno di hyppies. Qui ho conosciuto che cosa vuol dire amicizia vera, disinteressata, in cui si divideva tutto il mangiare, il bere, lo scomodo e il comodo, uniti da una comune concezione della vita.
Vivere dieci giorni così dava un significato alla vita, dà un'apertura, un altruismo, una carica enorme. Vivere casa-ufficio-famiglia dà un significato troppo egoistico alla vita. Lì se io avevo tre franchi e con un franco e mezzo mi compravo un panino, se c'era uno che non aveva mangiato l'altro franco e mezzo lo davo a lui. Si divideva tutto, il mangiare, il bere, il comodo e lo scomodo, uniti da una comune concezione della vita.
Devo però dire che ho ritrovato qui il valore migliore che avevo a Saint Raphael: la comprensione, l'amicizia. Anche se per la verità qui dobbiamo ancora fare molti passi in questo campo.
Qui invece c'è una cosa migliore, proprio quella che cerco io e che completa le mie esperienze precedenti e la visione che ho della vita. Qui c'è un modo più forte per aiutare il mondo: lavorare. È l'unico modo, non c'è altro da fare. Questi 15 giorni anche se sono pochi mi han detto: se vuoi cambiare qualcosa prima lavori, fai dei campi di lavoro e cose del genere e allora ottieni davvero qualcosa sia per te che per gli altri.
Un'altra cosa mi è piaciuta moltissimo in questa comunità: il modo con cui si è in contatto ragazzi e ragazze.
Perché anche in questo campo vi possono essere diverse impostazioni. lo credo che una ragazza in generale voglia un ragazzo da mettere in vetrina, la macchina bella, il vestito ultima firma. Così va a braccetto, per far vedere alle altre che ha il ragazzo bello! E magari gli dice: «Ti voglio bene!».
lo credo a una ragazza che me lo dice quando son per terra, magari mi si son rotti i pantaloni e non li ho ancora aggiustati, piuttosto che a un'altra che, mentre esco da una sala da ballo, col bel vestito e salgo in macchina, mi si stringe al corpo e mi sospira "ti voglio bene"!».
LA FAMIGLIA
«Vi sono accanto, seguo tutte le peripezie della vostra comunità.
Sento fremere dentro il cuore di mamma tutti i problemi di queste ragazze. Alle ragazze ormai ho aperto il mio cuore e perciò stesso ho aperto la mia casa. Vengono alle ore più impensate, mi parlano delle loro piccole cose. Le trovo tanto diverse da me quando ero ragazzina, più precoci più problematiche.
Mi sento tanto, tanto più giovane, con voi, vivendo la vostra vita!
Anche mio marito che sulle prime si spaventava ora è più contento di avere una moglie più giovane!
Sento l'esigenza di tutto questo ma so che devo farlo per i miei due figli, per restare giovane per loro.
Di tutto questo sono riconoscente a voi ragazzi e ragazze.
Grazie, grazie di cuore.
Conservo però ancora una speranza: di non essere sola "matusa" fra i giovani. Genitori, venite!!! Fidatevi di loro! I giovani vi vogliono bene».
La nostra comunità non ha mai avuto contatti significativi con i genitori. Finora si è trattato solo di iniziative saltuarie.
Gli unici rapporti (è il caso della lettera sopra riportata di una mamma), sono quelli che genitori coscienti instaurano con noi, sostenendoci ed aiutandoci, volendo veramente che il proprio figlio viva una vita diversa dalla loro. Questa apertura verso la nostra impostazione deriva dall'aver compreso l'errore in cui vivono: una famiglia chiusa, borghese, basata su valori che portano all'egoismo.
La maggior parte delle famiglie però se ne disinteressa totalmente e pertanto non ci aiutano.
Quando parliamo loro, va tutto bene, sono tutti d'accordo. Quando ricevono il giornalino cominciano però a darci addosso. Il problema quindi non è tanto dei rapporti con la famiglia ma dell'educazione delle famiglie. La mentalità del «genitore medio» è molto difficile da sensibilizzare! Il problema è comunque vitale per la comunità.
Non si può fare un discorso educativo, impostare una vita su determinati valori, e vedere che il ragazzo simpatizzante con questo stile di vita, trova in casa, ogni giorno, nelle persone che più gli sono vicine e care, una contraddizione a quello in cui crede e per cui si impegna.
(Il testo dell'articolo è stato redatto da Franco Garelli, con la consulenza di B. Bartolini e R. Tonelli, utilizzando l'abbondante materiale messo a disposizione dalla comunità: interviste registrate, documenti ciclostilati, il giornale).

