Basta con uno sport selettivo!



    Intervista con Aldo Notario

    (NPG 1973-03-58)

    Il Centro Sportivo Italiano (CSI), nell'ultimo Consiglio Nazionale (cfr. STADIUM, 3 giugno 1972), ha operato una scelta statutaria che si pone come simbolo di un progetto nuovo di attività sportiva.
    La fedeltà all'ispirazione cristiana di base, vissuta come impegno di liberazione dell'uomo all'interno degli interessi quotidiani, è stata avvertita come vocazione a passare da uno sport di tipo competitivo, e quindi selettivo e classista, ad uno sport promozionale, veramente «su misura d'uomo».
    La strada su cui cammina la realizzazione di una prospettiva così interessante, è lunga, difficile e faticosa. Anche perché, come sempre, i condizionamenti strutturali sono grevi: non è facile progettare un cammino diverso, quando il contesto in cui ci si situa è di tutt'altra tendenza pratica.
    Abbiamo intervistato il presidente del CSI, per conoscere, dalla viva voce di uno dei protagonisti della «svolta», contenuti e motivazioni.
    Le cose che Aldo Notarlo ci ha detto allargano immediatamente il quadro: dai problemi del CSI il discorso è facilmente slittato verso i problemi dello sport in generale. La piattaforma offerta, quindi, è di vivissima attualità pastorale. Molti operatori che credono, come ci crede la redazione, che non è possibile una pastorale giovanile che ignori gli interessi più vivi dei giovani, sentono in prima persona il disagio. Innestare la proposta pastorale «dentro» l'interesse sportivo significa non solo utilizzare un metodo di animazione capace (e di questo si è parlato a lungo nell'articolo apparso tra gli «studi») ma anche scegliere un tipo di sport che sia in sintonia con l'animazione cristiana.
    Uno sport selettivo e classista non potrà mai essere animato cristianamente dall'interno. A meno di accettare come normale la disintegrazione tra parole e fatti e quindi tra fede e vita.

    IL CSI: UNA PROPOSTA ALTERNATIVA

    D. Il CSI, con un coraggio ammirevole, ha detto basta ad uno sport di tipo selettivo e competitivo.
    La scelta ha una rilevanza notevole anche in campo di pastorale giovanile, perché prospetta un'alternativa interessante, all'interno della quale è possibile con verità un processo di animazione cristiana dei valori sportivi.
    Le chiedo di precisare per i lettori di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE il significato e l'oggetto della vostra scelta statutaria.

    R. Desideriamo, con la nostra scelta, porci in un piano di esemplarità, dimostrando con i fatti che è possibile passare dalla concorrenza alla collaborazione.
    Oggi i giovani sono giustamente allergici a tutto ciò che ha sapore di «inscatolamento». Questo, grazie ad un salto di maturazione umana in atto nella nostra società. Essi chiedono soprattutto dei «servizi». Abbiamo preso coscienza che le «strutture» spesso inscatolano, dividono, fanno concorrenza. A questo livello sono pericolose e quindi rifiutate dai giovani. Invece le accettano quando le avvertono su di un piano di servizio. Un servizio aperto, poggiato non più sulla concorrenza ma sulla collaborazione.
    Parto da questa premessa indispensabile, per giungere a ciò che concretizza la nostra scelta statutaria.
    Non ci fa problema avere tanti tesserati o pochi. Soprattutto non ci preoccupiamo di «portarli via» ad altri, di lavorare perché non li abbiano altre società. Ne vogliamo anche pochi, ma a patto che i pochi siano un «segno» esemplare nell'attuale contesto culturale. Il CSI vuole offrire un modello di associazione e non più di struttura organizzativa. Una associazione che ha come punto di partenza l'uomo e il contesto in cui egli vive.
    Tutto ciò sta alla radice della nostra scelta.
    Con questa chiave di lettura si possono analizzare i ventiquattro articoli dello statuto. possibile cogliere tre elementi cardine.
    Il primo è il rispetto della partecipazione dell'uomo alle scelte che lo riguardano. Il secondo è il passaggio da «direttivi» centrali a punti di servizio collegiali, in cui è inserita la partecipazione giovanile. Il terzo offre un capovolgimento della piramide: si parte dalle singole società e non dal «presidente nazionale». Da noi il «presidente nazionale» non è più un organo ma un membro componente un gruppo di servizio, a livello nazionale, dove assieme si decide e assieme si opera.
    Possono sembrare cambi di parole. Per noi è realtà precisa e impegnativa. Significa tante cose. Significa un nuovo modo di porsi nei confronti della base. L'organizzazione che ha come finalità il risultato è naturalmente un'organizzazione verticistica, che parte dall'alto e arriva al basso, con poteri accentrati. Per noi, il potere effettivo è nella base. Assolutamente e per tutto. Compresa quindi l'attività sportiva, che deve nascere dalla singola società sportiva.
    Inoltre, la società sportiva non è un mondo chiuso in se stesso: vogliamo società sportive aperte. Capaci di vivere in un determinato contesto sociale, capaci di mutuare tutte le componenti e le tensioni sociali in cui si vive, per comunicare con esse e programmare uno sport correlato ad esse. Il fatto più grosso sta proprio qui: come inventare un nuovo tipo di attività sportiva che sia al servizio dell'uomo e non che si serva dell'uomo. C'è tutto un lavoro di ricerca da fare. Lo statuto lo dichiara e ci impegna. Si tratta di uscire dal fatto organizzativo, strutturato verticalmente, dove gli ordini, le disposizioni, le proposte piovono dall'alto. Questo comporta l'impegno di aiutare la base a diventare creativa: a crescere, a individuare i propri modelli di vita.
    Il lavoro è davvero faticoso. Abbiamo scelto di inventare: gradatamente ma con progressione costante. Anche perché modelli nuovi cui ispirarsi non ce ne sono. Camminiamo un po' nel buio.

    D. Non ci sono modelli alternativi sul mercato, pronti ad essere indossati. Esistono però delle percezioni che girano per l'aria. Percezioni a cui la vostra scelta si è certamente ispirata, anche se purtroppo generalmente si tratta di sensibilità che sembrano tenute estranee con arte dal mondo sportivo.
    Da quali basi «teoretiche» (per dirla con una parola grossa e impegnativa) si è mosso il Consiglio Nazionale, prima di approdare alle scelte ultime di cui ci ha parlato?

    R. È vero. Ciò di cui ho parlato è la conseguenza. C'è tutto un entroterra culturale che ha sorretto i nostri sforzi. Ci sono, in altre parole, delle scelte a monte.
    Quali?
    La scelta a monte, la più radicale, è quella dell'uomo. I giovani sono sensibili ad una società nuova, impostata su misura dell'uomo. Scegliere l'uomo significa essere fedeli alla nostra ispirazione cristiana di base. Abbiamo preso coscienza che la nostra ispirazione cristiana è credibile nella misura in cui coincide, sorregge l'impegno di liberazione dell'uomo.
    Dentro questa prospettiva trova spazio l'urgenza di non considerare il giovane oggetto ma soggetto di ogni proposta educativa e culturale, quindi la necessità di un largo impegno verso la partecipazione giovanile. Purtroppo oggi lo sport è una macchina. Una macchina non finalizzata all'uomo ma al suo prodotto, al risultato che l'uomo può produrre. A questo pensava de Coubertin proponendo le Olimpiadi moderne. De Coubertin era un cattolico di fino '800, quindi condizionato dai contenuti sociologici e teologici di quel mondo, un cattolico «integralista». Ha tentato di fare dello sport e del fatto olimpico una nuova religione, con i suoi sacerdoti, i suoi riti, i suoi templi... e le sue vittime. Monaco lo insegna. Una religione disancorata e disarticolata dalla vita. Lo sport oggi è disancorato dalla vita.
    Le ultime Olimpiadi hanno brutalmente messo il dito sulla piaga.
    A Città del Messico gli studenti trucidati sulla piazza reagivano al consumo, alle spese pazze gestite in un contesto di estrema povertà. A Monaco la condizione di un popolo senza terra, senza spazio vitale, si è espressa tragicamente attraverso i fatti che conosciamo. Una cosa fa meraviglia. Gli sportivi se ne sono altamente scandalizzati: perché venire a rovinare la nostra festa? Una festa sacra. Come se dei disoccupati entrassero in una chiesa, mentre si celebra la messa, gridando: voi fate bene a celebrare la vostra messa, ma intanto ci siamo anche noi che moriamo di fame...
    significativo che si sia deciso di continuare le Olimpiadi. Di tenere il villaggio olimpico, sia a Città del Messico che a Monaco, il più possibile staccato da questa realtà drammatica, per continuare la festa... Questo è il primo aspetto del problema.
    Ce ne è un secondo, non meno rilevante.
    Per sostenere certi ritmi, l'uomo viene sempre più condizionato e sempre più sacrificato. Spettatore e attore si incoraggiano a vicenda: più l'atleta ottiene risultati grossi, più fa spettacolo e quindi richiama le folle. E quindi la macchina gira, si amplifica: lo stadio da cinquantamila è piccolo... ce ne vuole uno da centomila!
    Fa ridere il bluff che esige il dilettantismo in uno sport che è ormai commercializzato fino al midollo: lo sport è staccato dalla realtà sociale quotidiana e nello stesso tempo esso ne subisce continuamente le compromissioni.
    In una società consumista, lo sport, come molte altre cose, è diventato un fatto di consumo.
    Chi ne paga lo scotto maggiore è sempre l'atleta, l'attore di questo «spettacolo di miliardi».
    Si fa in fretta a sborsare le diecimila lire che occorrono per entrare allo stadio. Ma l'attore, l'atleta, paga un prezzo molto più alto; tanto che finiscono tutti a trent'anni.
    Non solo bruciano gli anni migliori della propria vita. Ma li bruciano anche male. Ogni giorno devono dedicare quattro-cinque ore agli allenamenti. Ma come vivono queste ore? Come in una terribile catena di montaggio. Rifanno fino alla noia gli stessi gesti, in una monotonia alienante; sono sottoposti a sforzi fisici e psichici notevoli...
    Se le cose dette sono vere, la conseguenza è immediata. Non è possibile proporre uno sport del genere ad una generazione sensibile alla liberazione dell'uomo.

    D. La interrompo. Queste crisi sono presenti ai grandi livelli sportivi. Lei pensa che, in proporzione, condizionino anche lo sport che si fa ai piccoli quotidiani livelli?

    R. Certamente sì. Il piccolo campionato, vissuto dentro questa spirale, ne porta tutti i condizionamenti, le tare e i germi. Per noi è difficile proporre un tipo di attività sportiva «diversa», proprio perché a tutti i livelli si cozza contro un muro che sembra invalicabile.
    Secondo me, le difficoltà possono essere riassunte in tre motivi. C'è un motivo di ordine culturale: manca la coscienza al problema. Oggi lo sport è quello che la televisione passa, quello che si vede allo stadio e di cui si legge sui giornali. È lo sport di spettacolo, quindi di consumo.
    In secondo luogo, le strutture tecniche che gestiscono lo sport, tutte, girano secondo il ritmo di cui ho parlato. Involontariamente o consciamente si ripete il modello. Se si pensa ad un'attività... immediatamente nasce il problema della finale nazionale, attraverso le selezioni provinciali e regionali. Il modello culturale è quello e solo quello. Per cui si giunge alla coincidenza tra proposte e attese. Il ragazzo pensa alle selezioni in vista della finale. La società progetta in vista delle selezioni. C'è un terzo motivo, legato ai precedenti. Non si ha coscienza riflessa di questa spirale di alienazione perché non si discute sullo sport. Si discute dei risultati, non della sua anima.
    Lo sport è come la religione: tabù. Come non si tocca la religione e i suoi riti (come, meglio, non li si toccava un tempo), così, ancor oggi, sono intoccabili i riti e i regolamenti sportivi. Lo sport, per gli sportivi,
    non è legato solo ad una tattica politica, tesa a creare una riserva di caccia giocando ed equivocando su autonomia e isolazionismo; è anche compromesso ad una disarticolazione culturale.

    D. Il CSI ha preso coscienza riflessa di queste problematiche. Avete esperienze di tentativi nuovi per sbloccare il cerchio chiuso?

    R. Dicevo già prima che il cammino è lungo e faticoso. Si tratta di inventare sul nuovo.
    Stiamo cercando di muoverci secondo queste direttrici di marcia.
    I campionati vanno benissimo. Cambiano i «criteri» di promozione e di passaggio. Non c'è più la classifica tra chi vince e chi perde. Si può tentare una classifica che tenga conto non solo di ciò che avviene sul campo, ma anche di quanto è vissuto fuori. Una società che ha anche attività femminile, ha un certo punteggio. Una società che promuove attività con i giovanissimi ha altri punti. Per cui, al limite, può essere promossa alla fase successiva anche l'ultima classificata sul campo da gioco.
    I tecnici sono andati in escandescenza! Ma noi ne siamo profondamente convinti. Come CSI, o giochiamo queste carte o altrimenti perdiamo di significato e di identità.
    Che ci facciamo nel contesto sportivo italiano?
    O diamo una mano per la promozione dell'uomo o camminiamo sull'onda della corrente, integrandoci e integrando. Il nostro significato istituzionale diventerebbe ben povero...

    COMPETITIVITÀ E AGONISMO NELLO SPORT

    D. Ha affermato che i tecnici sono andati in escandescenze di fronte alla proposta di un tipo di classifica non basata sulle... reti segnate. Immagino perché essi ritengono che competitività e agonismo siano indispensabili allo sport. D'altra parte, camminando sulla strada della competitività, si giunge agli estremi che lei ha denunciato con tanta precisione.
    Come pensa il CSI di risolvere il dilemma, se dilemma c'è?

    R. Prima di tentare di sciogliere il nodo, è necessario prendere coscienza fino in fondo dei problemi che sono connessi con una delle due scelte. Per fare ciò, mi pare necessario aggiungere altri elementi di analisi.
    Il mondo sportivo è isolato, è un mondo a sé: quindi culturalmente sottosviluppato. Non ha preso ancora coscienza dei suoi problemi. In una parola, non si rende conto di essere classista. Attraverso la competitività, giunge alla selezione. Ne fanno le spese, come sempre, i deboli. Lo sport emargina proprio coloro per i quali bisognerebbe fare lo sport. Veramente, come ha affermato il presidente del CONI, è necessario passare da uno sport per pochi, allo sport per tutti.
    Oggi lo sport è per pochi, proprio perché è fortemente selettivo. Ma per pochi significa «per coloro che ne hanno meno bisogno», perché fisicamente sono i più dotati. D'accordo: non siamo più alle soglie di uno sport dominio dell'aristocrazia, quando solo chi aveva soldi poteva permettersi questo lusso. Ma non è che i tempi siano tanto cambiati... I soldi non li hanno più coloro che fanno lo sport... ma li ha la società. Chi entra in un determinato meccanismo può fare sport. Se ne sta fuori, non può fare sport. Chi non entra, è emarginato per principio. Ma non è sufficiente entrare. Chi non ha adeguati mezzi fisici... se ne sta in panchina. E le cose non cambiano.
    Come arrivare ad uno sport per tutti?
    Ritorna il problema dell'agonismo.
    L'agonismo ci vuole. Di fatto c'è, comunque. Anche rovesciando le prospettive, come ho cercato di affermare prima.
    Quando i ragazzi giocano a «nasconderella» (come dicono a Roma), a «nascondersi»... c'è agonismo, c'è qualcuno che vince. Ma giocano tutti. Tra parentesi ricordo che questo tipo di gioco i ragazzi se lo sono inventati da sé... e funziona. Quelli che inventiamo noi adulti per i ragazzi... qualche volta funzionano un po' meno.
    Il problema è un altro: non esasperare l'agonismo attraverso la finale nazionale, per citare un esempio.
    Non è detto che così non ci si diverta e non si faccia dello sport. Ci sono molte nostre società, fiorentissime, che da anni rifiutano di partecipare alle finali nazionali che una volta programmavamo. Scelgono quell'agonismo che permette di divertirsi. E non quella competitività che emargina e quindi discrimina.

    D. Queste ultime battute hanno messo il dito sulla piaga. Purtroppo molti gruppi sportivi che crescono all'ombra di strutture parrocchiali e che sono magari animati da profondi progetti pastorali, vivono in un vortice di competitività esasperata. Tutto è in funzione della «prima» squadra: orari, programmi, campi sportivi... E chi non ha i mezzi per farne parte, se ne sta a guardare...

    R. Il problema è più vasto. Non tocca solo gli «oratori». E problema di tutti: manca una coscienza sportiva nel nostro paese. Siamo ancora, purtroppo, una nazione di tifosi e non un popolo di sportivi.
    Ho detto «nazione», perché penso subito alla «nazionale» di calcio... Un certo spirito sciovinistico aleggia ancora nelle olimpiadi e nei campionati del mondo. Ci riporta al vecchio '800.
    Purtroppo, troppi giovani giocano solo se c'è in vista la medaglia. Si tratta di aiutarli a maturare una coscienza diversa. Quando in una città c'è da costruire lo stadio per la squadra che è giunta in serie A, i soldi si trovano sempre e subito. Per altri motivi... un po' meno.
    Poi, nello stadio, ci giocano solo i pochi privilegiati. Si è giunti alla macchina dell'alienazione: 22 si alienano giocando e qualche decina di migliaia si aliena standosene seduta a gridare.
    I soldi vanno trovati perché tutti i ragazzi possano fare dello sport. Ma non «quello» sport. Una sport nuovo, diverso.
    Gli ambienti parrocchiali dovrebbero dare buon esempio. Porsi come alternativa. Come segno esemplare. Purtroppo le cose non vanno così. Ne ho una conoscenza diretta.
    Spesso i mille ragazzi che stipano l'oratorio sono in funzione dei cinquanta che possono giocare, su di un terreno da gioco che è monopolio di pochi fortunati... A che serve tutto questo?
    Quando si è giunti in serie A... quale grande vetta si è conquistata? Può essere utile per farsi pubblicità? Ma, di che cosa? Per richiamare nuovi ragazzi? Non ci credo. Ho l'impressione che oggi ci vorrebbe un don Milani disposto a scrivere «Lettere ad una professoressa» in chiave sportiva. Una lettera all'allenatore, al presidente della società sportiva, al parroco e al vice-parroco...

    SPORT E ANIMAZIONE CRISTIANA

    D. Apro un'ultima pagina, anche se ho coscienza di toccare un argomento che merita un intero trattato.
    Come il CSI vede il grosso problema dell'animazione cristiana all'interno dello sport?

    R. Ha ragione. Sarebbe un discorso lungo e importante. Lo affronto a volo d'uccello. D'altra parte le riflessioni che la rivista porta avanti coincidono largamente con le nostre prospettive.
    Noi sentiamo che l'impegno di liberare l'uomo, nello sport, è già animazione cristiana. Ci sentiamo cristiani responsabili di un mondo sportivo che ha bisogno di liberazione, per le tante cose che ho ricordato. Ci mettiamo al servizio dello sport in questa prospettiva, al servizio della sua liberazione. Sentiamo di giocare così la nostra identità cristiana.
    Il nostro compito di laici cristiani, soprattutto nel mondo sportivo, coincide largamente con la liberazione dell'uomo da pastoie che lo schiavizzano, in nome di bandiere altisonanti.
    All'interno di questo progetto di liberazione trova posto una proposta esplicita cristiana, una proposta naturalmente rispettosa al massimo della libertà e della gradualità di maturazione dei ragazzi che accettano il nostro servizio.
    Devo aggiungere un'altra cosa.
    Questo impegno passa attraverso una esperienza comunitaria. Sentiamo cioè che la società sportiva deve diventare un gruppo, nei termini con cui ne parla la dinamica di gruppo. Da qui l'impegno di qualificazione, in prospettiva direttamente comunitaria, della circolazione di valori, di una leadership di servizio...
    In altre parole, per noi essere cristiani significa ridare all'uomo uno spazio di libertà in cui vivere la propria vita di fede, se la sente congeniale con il progetto di sé, all'interno dei valori sportivi che persegue. Ma tutto questo, dentro e attraverso una forte esperienza comunitaria. Perché la chiesa è prima di tutto un clima che si respira, nelle cose che fanno i comuni interessi quotidiani.