Evangelizzazione e «scelta dei poveri»



    Antonio Revelli

    (NPG 1973-05-21)

    Ci troviamo alla convergenza di due fatti: i giovani più sensibili e la riflessione teologica più viva affermano la necessità di compartecipare all'impegno per la liberazione dell'uomo, per rendere credibile l'annuncio, specificamente cristiano, di una sua liberazione totale, nel Cristo.
    Due testimonianze a livello di «cronaca».
    - Un giovane scrive a «Dimensioni nuove» (cf dicembre 1972) con termini che evidentemente risentono dell'ardore dei vent'anni.
    «Cristo si è rivolto agli oppressi, ai diseredati, è venuto a liberare i prigionieri e a dar la vista ai ciechi. Ho sempre creduto che dirsi cristiani volesse significare proprio questo: annunciare questo messaggio di liberazione fino alle estreme conseguenze, concretamente, ogni giorno, dovunque, con la nostra lotta.
    Ho capito che Dio fa nuove tutte le cose per mezzo nostro. Che il Regno dei Cieli si può e si costruisce adesso e qui, sulla terra. Mi impegno nel Manifesto e lavoro con l'Unione Inquilini, per chi non ha una casa, per chi vive in topaie con affitti enormi, per chi è sfruttato nel suo lavoro, per chi è oppresso quotidianamente, contro l'organizzazione capitalistica del lavoro. Per me oggi essere cristiano è anche impegnarmi nella lotta di classe a fianco di altri cristiani, di marxisti, di chiunque ha fatto una scelta ben precisa di amore, di chi ha sete di giustizia e di verità.
    Non basta infatti far bene e onestamente il proprio lavoro (sono uno studente di medicina al II anno), occuparsi coscienziosamente della propria famiglia, assistere magari saltuariamente i poveri o raccogliere stracci per «microrealizzazioni» nel Terzo Mondo (anch'io ci sono passato e ho incontrato molti giovani in buona fede). Ma non c'è più spazio per l'assistenza spicciola o il pietismo. Oggi i cristiani devono indirizzare la loro testimonianza, il loro impegno politico alla denuncia cruda dei mali del mondo, soprattutto alla ricerca spietata delle cause di questi mali; infine dovranno combattere questi mali con tutti i mezzi.
    La nostra è una lotta dura contro le paure, l'incultura, l'alienazione, le strutture soprattutto che opprimono, le istituzioni sempre più autoritarie e fasciste che bloccano ogni spirito vivo».
    - Un teologo afferma con perentorietà (cf Ph. Roqueplo, Esperienza del mondo: esperienza di Dio?, LDC, pag. 173):
    «Prendiamo l'esempio dell'evangelizzazione degli ambienti operai: se quello che abbiamo detto è vero, è chiaro che questa evangelizzazione si condanna a un verbalismo inefficace, e anche proprio «scandaloso», se non viene a rivelare il significato di un amore già effettivo e manifesto. Ora, è illusorio (addirittura falso) pretendere che noi amiamo veramente coloro che sono operai se non combattiamo con essi per migliorare la loro sorte, e particolarmente quella dei più sfortunati; la comunione reale a ciò che si è soliti chiamare la «lotta operaia» è quindi un elemento costitutivo dell'evangelizzazione del mondo operaio. Quando parlo qui di elemento «costitutivo», intendo dire che questa comunione interviene intrinsecamente affinché la parola evangelica esista, puramente e semplicemente, come parola. Siamo dunque molto lontani da un semplice «metodo missionario»: si tratta della condizione stessa affinché l'appello di Cristo interpelli effettivamente; ciò esige d'altronde che la comunione alla lotta operaia (come a qualsiasi valore umano) sia vissuta non come un atteggiamento in vista dell'evangelizzazione, ma al titolo puro e semplice dell'amore della giustizia».
    Queste affermazioni vanno soppesate con attenzione e comprese nel quadro della loro reale portata.
    Non bastano pero le affermazioni programmatiche. Il problema diventa acuto quando esse si fanno concrete nelle scelte a cui tutti i giorni siamo chiamati. A parole e soprattutto con i fatti.
    Non è sufficiente non porsi il problema o scartarlo come un falso problema. Questa è già una chiara scelta. Che, tra l'altro, tradisce la realtà più profonda della pasqua di Cristo e quindi l'identità cristiana, mentre tenta di salvarla con un impersonale processo di purificazione e di disincarnazione dalla spirale della storia.
    * Che significa compartecipare alle lotte per la giustizia? È possibile scegliere i poveri restando fuori dalla mischia? Sceglierli restando neutrali? Scegliere significa «escludere»? E se si fanno esclusioni che spazio ha ancora l'annuncio di una salvezza che afferra tutti, come è quella portata da Cristo?
    * Con quali connotazioni diventa storico il perenne impegno all'amore che caratterizza la nostra identità cristiana?
    * D'accordo sulla scelta dei poveri. Ma chi sono oggi i poveri? La povertà è un fatto sociologico, culturale, di mentalità?
    * La «classe operaia» è oggi la classe dei poveri, per cui scegliere evangelicamente i poveri significa dover scegliere la classe operaia al di là di ogni ulteriore distinzione?
    * Parlare di scelta di classe significa necessariamente sfociare nella «lotta di classe»? L'equivalenza è reale? E se lo è, che problemi pone?
    * La terminologia è di chiara estrazione marxista. Quindi da rigettare a priori? O da afferrare acriticamente con la scusa dell'analisi scientifica, aconfessionale per definizione?
    Gli interrogativi potrebbero essere moltiplicati: ogni gruppo giovanile vivo se ne pone a frotte.
    Da tempo, la rivista sta prospettando un'opzione verso l'impegno per la giustizia e la liberazione, nel quadro di un'attuale pastorale giovanile. Non è possibile quindi ignorare il confronto con questo nodo pratico della questione. L'articolo di Revelli risponde con coraggio, profondo equilibrio e vasto senso ecclesiale, all'insieme degli interrogativi.
    Questo studio, inoltre, si inserisce nel quadro delle preoccupazioni pastorali che la chiesa italiana sta vivendo, spinta come è a riflettere, come comunità chiamata ad essere «segno di salvezza», su «evangelizzazione e sacramenti».
    Prima di lasciare lo spazio all'intervento che abbiamo voluto articolato e vasto in rapporto all'urgenza del problema, desideriamo sottolineare due aspetti importanti.
    * Lo studio è impostato a partire da un taglio pastorale: ci si chiede cioè in quali termini la «scelta dei poveri» è essenziale per un processo di evangelizzazione. Non è quindi una riflessione di ordine sociologico e storico-filosofico sulla scelta di classe, anche se necessariamente la richiama. Prima di tutto è un chiaro progetto pastorale.
    * La risposta non è stata data in astratto. L'autore ripropone ai lettori una sensibilità largamente presente nella comunità ecclesiale torinese.
    Questa sottolineatura non mira a dare particolare ufficialità allo studio (è, come sempre, un articolo che investe la responsabilità del solo estensore) né tanto meno ad allargare l'ambito di presa.
    Parlare di sensibilità di una chiesa locale come piattaforma di una proposta, per noi, significa affermare che le scelte e le esperienze di una comunità diventano «luogo teologico» (si veda quanto è stato scritto introducendo lo studio di E. Viganò, in Note di Pastorale Giovanile, 1972/11), per una più precisa comprensione nell'oggi dell'eterna Parola di salvezza.

    FINALITÀ DELL'EVANGELIZZAZIONE

    L'opera di evangelizzazione non è fine a se stessa e non si esaurisce in un semplice annuncio dottrinale. Punta alla salvezza dell'uomo in Cristo, mediante l'accettazione del Suo Messaggio, ma soprattutto attraverso l'accettazione della Sua vita. Essa quindi deve portare alla «conversione» nel senso più completo: cambiamento di mentalità e cambiamento di comportamenti («Avete udito che vi fu detto... ma io vi dico...»).

    Il cambiamento di mentalità

    È in sostanza l'accettazione del «giudizio di Dio» sulle realtà dell'uomo, in sostituzione dei «giudizi dell'uomo», legati a prospettive di terrestrità e viziati spesso dal peccato.
    Non si tratta di una sconfessione dell'uomo, delle sue ricerche, del suo operato, ma, in positivo, del richiamo al valore più autentico e profondo di tutto ciò che è veramente umano. Un valore che viene dal fatto che l'uomo e le sue realtà vengono da Dio per la Creazione e sono state restituite alla loro condizione dalla Redenzione di Cristo. Commetteremmo un errore se intendessimo la Creazione e la Redenzione in modo statico, come fatti avvenuti una volta per sempre; essi sono processi dinamici: la crescita dell'uomo, la sua salvezza terrena e futura sono atti continui di redenzione e di creazione.
    La conoscenza della propria situazione creaturale è già frutto di un atto di fede nell'accettazione del dato biblico: «Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza».
    Condizione creaturale e immagine di Dio: sono due elementi di risposta che la fede dà all'uomo che ricerca il senso della sua vita, ma nello stesso tempo è continuamente tentato, nella sua ricerca, di chiudersi in prospettive puramente terrene e di rifiutare tutto ciò che sembra venire «dal di fuori», da altre energie. Con il progresso tecnico e scientifico l'uomo ha preso coscienza delle sue capacità creative. Ha ridotto se stesso, la propria vita individuale e sociale, ad oggetto di scienza e in parte almeno di manipolazione tecnica.
    A una ricerca del senso della vita che faceva perno soprattutto sulle «origini» dell'uomo, sulla condizione creaturale intesa come prevenienza e dipendenza assoluta da Dio, in una concezione prevalentemente statica dell'uomo e della «natura», sostituisce una ricerca di «senso della vita» che sia in prospettiva del dinamismo di una umanità capace di dominare le forze della natura, compresa la natura dell'uomo. Più che una fede che indichi delle «mete» da perseguire, si cerca una fede che indichi il significato profondo di tutta l'attività di elaborazione di mete, di ricerca di mezzi, di impegno trasformante della realtà. Chiede una fede che sia in grado di fornire criteri fondamentali in base ai quali sapere «quale uomo» costruire. È la prospettiva di S. Paolo, dell'uomo perfetto e liberato dal peccato nella misura in cui si avvicina a realizzare la «pienezza del Cristo», quella che può rispondere più efficacemente a una ricerca di questo genere.
    Così, nel suo dinamismo, l'uomo ha sostituito a valori tradizionali, centrati in prevalenza su atteggiamenti di accettazione e remissività (quando non addirittura di passività), una etica fondata sulla creatività. L'uomo sente di «realizzarsi» dominando la natura in tutte le sue dimensioni. Ma la storia stessa, letta nel suo passato e nelle sue prospettive future, si incarica di ricordare all'uomo i suoi limiti, i limiti dello sviluppo che ha avviato e vuole gestire, sia esso sviluppo nella vita economica, sia sviluppo nella vita politica e sociale verso sistemi nuovi.

    Fatti che provocano

    Fatti impressionanti costituiscono insieme un richiamo e uno stimolo a maggior impegno, se letti in un quadro più ampio, animato dalla volontà e dalla speranza del cambiamento; gli stessi fatti possono invece costituire motivo o alibi per giustificare mancati impegni e la volontà di conservare un ordine di cose che a una minoranza può anche andar bene.
    Tra questi:
    * l'accelerato incremento demografico, frutto anche di una «vittoria sulla morte» attuata con la scienza, pone gravi problemi di sopravvivenza a tutta l'umanità, legati al rapporto popolazione-risorse (spazio, materie prime, energie, generi alimentari, ecc...);
    * il nostro attuale processo di sviluppo comporta una distruzione massiccia di risorse naturali, con il rischio di compromettere lo sviluppo delle generazioni future, a distanza molto ravvicinata (da 100 a 150 anni);
    * l'industrializzazione è fonte di un processo di inquinamento in molta parte irreversibile: sostanze inquinanti non degradabili e non distruggibili per la loro composizione chimica particolarmente stabile, sono oggi presenti nell'atmosfera, nel terreno, nelle acque;
    * sul piano della convivenza umana, a uno stadio sempre crescente di socializzazione che rende sempre più profonda l'interdipendenza degli uomini e dei popoli, corrisponde una situazione di conflittualità che non solo divide tra loro popolazioni di diversa provenienza etnica, ma «taglia» questi popoli al loro interno, in un conflitto tra strati sociali, fondato sia su opposizioni create da diverse condizioni di vita, sia su diverse prospettive e diversi progetti per lo sviluppo dell'uomo. Inoltre nei fatti la coscienza della situazione di oggettiva interdipendenza è ancora troppo limitata e non ha ancora influito nella ricerca di nuovi criteri di impostazione dei rapporti sia su piano politico che economico.

    Per una conversione reale

    Questi e altri fatti inducono a cercare cause e rimedi. È necessaria una ricerca scientifica sempre più chiara e approfondita; l'uomo ne avverte l'esigenza, ma nello stesso tempo è tentato di fermarsi ad essa, di non credere più a nulla che non sia sperimentabile.
    La fede in Dio Creatore e in Cristo Redentore, mentre valorizza questo sforzo di ricerca mettendone in evidenza la fonte nella «immagine di Dio» in atto e nello stesso tempo in continua formazione, interviene a ricordare che la piena realizzazione dell'uomo, la sua piena liberazione dal male e da molti limiti della condizione creaturale è «dono di Dio», dono che «viene dall'alto». Basterebbe ricordare allo scopo il discorso sulla Provvidenza del Vangelo di Matteo, senza però rischiare ancora una volta di travisarlo in una predicazione di pura attesa passiva.
    Il limite creaturale trova il suo totale superamento soltanto in questo riferimento a Dio (che in molte persone può essere anche semplicemente implicito e non cosciente) e nell'accettazione della Fede come ultimo riferimento per comprendere sia il valore dell'uomo, sia il significato e il senso della sua vita individuale e collettiva, delle sue ricerche scientifiche sulla materia e su se stesso e per valutare la validità non soltanto «operativa», ma «etica» e «religiosa» (nel senso di fedeltà piena all'uomo e al suo riferimento costante a Dio) delle mete che ci si propongono e dei mezzi che si elaborano per il loro raggiungimento.

    Una nuova scala di valori

    In base a questo riferimento di fede si verificano le «scale di valori» che le diverse culture propongono, per regolare i diversi aspetti della vita politica ed economica.
    Per esemplificare, quando il criterio ultimo di ogni attività umana sia il servizio all'uomo e non la ricerca degli interessi più immediati o a lunga scadenza di qualche gruppo particolare: quando l'uomo venga posto veramente come valore assolutamente superiore a qualsiasi altro elemento terreno, la priorità si riserverebbe anche sulla vita economica (produzione e distribuzione di beni). Si tenderebbe cioè molto più apertamente:
    * alla primaria produzione dei beni di prima utilità per tutti:
    * a ricercare forme di distribuzione equa che tendano ad eliminare lo squilibrio attuale tra chi possiede troppo e chi possiede troppo poco;
    * ad attuare la necessaria accumulazione di capitali in prospettiva di un uso direttamente orientato al bene pubblico, nella convinzione che i capitali, frutto del lavoro comune, hanno, come prima destinazione, la funzione di servire a costruire condizioni comuni di benessere:
    * ad adottare tecniche di lavoro che non mortifichino, ma mettano in rilievo la creatività personale e collettiva.
    Al contrario, in una prospettiva prevalentemente individualistica ed efficientistica, anche «corretta» da qualche preoccupazione marginale di ordine etico, l'uomo è ridotto a «valere» per ciò che sa fare; non ha «diritti» se non in base a «meriti» legati a capacità operative o al possesso materiale di beni e non in base al suo essere di persona (i «diritti della persona» restano proclamati a livello teorico, di enunciati che non trovano mai il loro corrispettivo nelle situazioni concrete che si creano); l'autoconservazione e la perpetuazione delle strutture (e dei capitali accumulati) assume carattere primario e condiziona, quando non esclude, ogni altro tentativo, relegandolo nel mondo delle «utopie» irrealizzabili. Crea le condizioni per impedirne la realizzazione si giustifica in base alla «irrealizzabilità» di alternative.
    In ultima analisi, la scelta di conversione a Dio e a Cristo non può non comportare necessariamente il cambiamento di criteri che bloccano l'uomo in se stesso, nella sua storia, nella staticità di sistemi che tendono più alla propria autoconservazione che alla reale promozione della persona. In questo senso la Religione è chiamata oggi a dimostrare la propria validità non tanto in rapporto a una «Rivelazione» avvenuta, quanto piuttosto alla sua capacità di «rivelare» continuamente la presenza del Dio Creatore e del Cristo Redentore nello stesso sforzo dell'uomo che vuole superare continuamente le situazioni che egli stesso ha creato.

    Il cambiamento dei comportamenti individuali e collettivi

    Per «entrare nel Regno dei cieli» si deve «fare la volontà del Padre». Ciò comporta che la «conversione» operata nell'accettazione del «giudizio di Dio» sulle realtà dell'uomo si traduca in «novità di vita» per le persone e le collettività. Tutti gli aspetti della vita debbono esserne investiti; tutti i rapporti, quelli interpersonali e quelli «funzionali»; la vita individuale e la vita dei gruppi e delle collettività che si esprime in istituzioni e strutture.
    L'uomo, capace di «dominare la natura» deve attuare dei comportamenti che siano in grado di vincere e trasformare anche quelle «leggi naturali» in cui si è cristallizzato il frutto di comportamenti collettivi accettati e diffusi, ma toccati dal «peccato» (egoismo individuale e di gruppo, incapacità di solidarietà universale, ecc...). Deve essere capace di riportare ogni «legge naturale» in campo sociale, economico, politico, alla sua origine (il comportamento umano), al suo dinamismo (superando ogni concezione fissista) e al suo fine (il servizio all'uomo). Nella stessa prospettiva deve imparare a usare di eventuali «leggi» fondate su elementi non modificabili, in ordine alla creazione di situazioni di salvezza e liberazione per l'uomo.

    La solidarietà

    La prospettiva di salvezza si ritrova soltanto nella solidarietà, riscoperta e accettata non solo come tensione etica, come scelta «morale», ma come elemento costitutivo della realtà umana. In questo senso il discorso sulla «solidarietà» e sull'«egoismo» debbono perdere il loro sapore e la loro carica di moralismo, nella coscienza che ciò che noi chiamiamo egoismo è semplicemente la negazione che l'uomo fa di se stesso e della propria realtà più profonda. L'egoismo, ritenuto «naturale» è invece niente altro che la negazione della natura obbiettiva dell'umanità; nella prospettiva di fede diventa «peccato», perché è negazione della realtà dell'uomo visto con gli occhi di Dio. L'umanità è di fatto un tutto unico, non un semplice agglomerato di persone e gruppi giustapposti. Esiste una «situazione di solidarietà» che è inevitabile e diventa sempre più evidente: gli uomini sono uniti di fatto, nel godimento dei benefici di scelte valide come nel soffrire le conseguenze di comportamenti impostati su scelte errate.
    Mancare di coscienza rispetto a questa unità fondamentale significa ripetere oggi la scelta immorale di Caino e misconoscere un aspetto fondamentale della «immagine di Dio», quello che supera i singoli uomini, per estendersi all'Umanità in quanto tale. L'Umanità è stata creata «immagine e somiglianza di Dio».
    Tutta la storia della Salvezza presenta il peccato come divisione da Dio e dall'uomo e presenta nella Carità, intesa in senso realistico e non pietistico-sentimentale, il momento per eccellenza della Redenzione, come ritorno alla piena Comunione tra Dio e l'Uomo, singolo e collettività: «popolo di Dio». A titolo di pura esemplificazione, possiamo ricordare la storia di Caino (Gen 4,1-16) e di Lamech (Gen 4,19-29), la cui violenza contro l'uomo è abbinata alla loro separazione da Dio; lo stesso rapporto tra Adamo ed Eva, dall'entusiastico amore dell'incontro, dopo il peccato diventa divisione e accusa reciproca; tutta la storia delle oppressioni di cui è vittima il popolo ebraico, le divisioni e le oppressioni che si verificano al suo interno vengono presentate come colpa e ribellione contro Dio.
    Più significativo in questo senso il parallelo tra il racconto della «torre di Babele (Gen 11) e il racconto della Pentecoste (Atti 2)».
    Nel primo caso, la torre che l'uomo vuole costruire come segno di unità e come punto di incontro e convergenza prima della propria dispersione alla ricerca di altre terre su cui vivere, diventa segno e momento di divisione. Perché è stata costruita senza Dio, anzi in opposizione a lui. L'unità l'uomo la vuole costruire da sé, quasi come strumento e segno della propria potenza: non vuole avere bisogno di Dio, non vuole riconoscere la Sua presenza in quel desiderio di unità e di solidarietà che lo spinge a costruire «un monumento per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra». Così un popolo che era «di un solo linguaggio» si divide talmente che non c'è più possibilità di comunicazione, non solo di comprensione. Segno della divisione profonda diventano i diversi idiomi che l'uomo si è costruito nella pluralità di forme di vita che storicamente ha realizzato.
    Nel secondo caso, la redenzione che trova la sua pienezza nel dono dello Spirito Santo, rovescia il quadro: la solidarietà di fondo che unisce gli uomini nonostante le differenziazioni storiche viene riscoperta e viene riscoperto il suo riferimento a Dio. Un linguaggio diverso e diverse origini etniche non sono più una ragione per restare divisi. Si verifica una «nuova creazione» da cui sorge un «nuovo uomo».
    Si ritrova così la dimensione di «immagine e somiglianza di Dio» che è insita nell'Umanità come tale. Non solo la persona ha caratteristiche tali da essere «immagine» del Donatore di Vita. L'Umanità, nella sua pluralità, deve tendere a una unità che sia segno e riflesso dell'Unico Dio in tre Persone. È il nucleo della «preghiera sacerdotale» del cap. 17 del Vangelo di Giovanni: «Affinché tutti siano una cosa sola, come tu, Padre sei in me ed io in te, affinché anch'essi siano una sola cosa in noi, così il mondo creda che tu mi hai mandato. E io ho dato loro la gloria che tu mi hai dato, affinché essi siano uno: io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità e il mondo riconosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me».

    Dalla conversione personale al cambio strutturale

    Comportamenti personali o collettivi, strutture e «leggi» economiche o d altro genere che si fondino sulla divisione e sulla contrapposizione e tendano a perpetuarle, sono realtà in cui il peccato è presente, sono realtà da «redimere». Il cristiano non può però credere che questa «redenzione» possa operarsi con un facile irenismo che nasconda la realtà con i suoi problemi, né che legittimi la situazione con argomentazioni di comodo.
    La disuguaglianza tra «ricchi» e «poveri» non è un fatto «naturale» appartiene sì all'attuale condizione dell'uomo, ma di un uomo peccatore ma non risponde al piano che nella Scrittura si evidenzia rispetto all'uomo che tende e deve tendere a togliere ogni disuguaglianza e discriminazione. Ma il senso della realtà e la volontà di risolvere realmente i problemi devono spingere a cercare e togliere le cause dei fenomeni di divisione e di opposizione tra uomini; deve portare a cercar di trasmettere in tutta la società, nelle sue strutture e istituzioni, l'elemento di novità che è presente nella ricerca di una unità che non sia solo di facciata, ma di sostanza. Un «convertito» non tiene per sé la sua «novità di vita», cercando di crearsi una piccola area di «moralità» individuale in una situazione immorale. Se si elimina la falsa e artificiosa contrapposizione tra «individuo» e «società» per recuperare a fondo la realtà della persona che è essenzialmente socievole e della società composta di persone che con il loro comportamento creano istituzioni e «leggi», si comprende come la «conversione» debba toccare le strutture in cui la società si articola e i comportamenti che vi sono diffusi e codificati. Al di là di ogni «legge»: «naturale» e «positiva». Inoltre non bisognerà mai dimenticare come le strutture e le istituzioni, per garantire la propria sopravvivenza, tendono a influenzare fortemente l'uomo, con i modelli di comportamento che gli propongono: il cambiamento anche radicale di certe situazioni strutturali in alcuni casi costituisce se non proprio una condizione, almeno un elemento importantissimo per poter comunicare la Parola di Salvezza. Ciò diventa poi ancor più necessario e doveroso quando si ravvisasse nel comportamento di qualche cristiano (singolo e popolo) una delle cause concrete della condizione di ingiustizia e di oppressione in cui un altro (individuo o popolo) si trova. In questo senso, detto per inciso, si ripropone l'esigenza di un serio «esame di coscienza» per i popoli più ricchi (quasi tutti «cristiani») nei loro rapporti politici e commerciali verso i popoli «in via di sviluppo» (di cui moltissimi sono in «terra di missione»).

    Costruire un mondo in cui «fratello» sia una parola vera

    Spesso una falsata «visione cristiana» ha ridotto la «conversione» a prevalenti dimensioni di ordine individualistico e intimistico: ciò diventa un comodo alibi di fronte alla durezza dell'impegno di trasformazione della convivenza sociale o alla necessaria «scelta» tra progetti diversi di sviluppo e promozione dell'uomo, quando non giunge a costituire una «copertura» per una situazione che si trova tutto sommato comoda e non si vuole cambiare, per non affrontare i rischi di compromettere le fonti del benessere proprio o del proprio gruppo sociale. Una visione religiosa del genere sfocia necessariamente in una concezione della Salvezza ridotta alle dimensioni ultraterrene: è una concezione monca, su cui si costruisce una religione che diventa davvero «oppio dei popoli». Una «religione» di «fuga» verso una salvezza futura, ricercata e garantita attraverso i meccanismi delle adesioni a celebrazioni rituali (di «penitenza» o di «unità» intimistiche) è veramente oppio; non solo per la vita terrena! Sicuramente compromette anche la salvezza futura. Una fede in Dio Padre e in Cristo Salvatore non può restare astratta: si impegna a realizzare un mondo in cui il termine «fratello» non si riduca ad una romantica espressione per momenti «liturgici» e la «libertà di cui Cristo ci ha liberati» non si riduca all'appannaggio di pochi privilegiati che dominano sugli altri. Questi stessi privilegiati non sarebbero liberi, in una situazione del genere, perché in un mondo di dominio e di sfruttamento chi domina e sfrutta è certamente meno «libero» dei dominati: legato al suo potere e al suo guadagno, è lontanissimo dalla libertà di Cristo. «I re delle genti le signoreggiano e coloro i quali dominano su di esse si fanno chiamare benefattori; ma non così voi...» (Lc 22,25).

    LA «SCELTA DEI POVERI» NELLA CHIESA

    Almeno come «proposta» di vita nella Carità, la scelta dei poveri appartiene alla storia più reale e viva della Chiesa, dalle prime comunità ai giorni attuali.

    Scrittura e padri

    Negli Atti degli Apostoli troviamo la testimonianza secondo cui «Tutto il gruppo dei convertiti, poi, era un cuor solo e un'anima sola e nessuno di loro diceva proprio qualunque suo bene: tutto invece era posseduto in comune... Tra loro in realtà non c'era alcun indigente: quanti infatti possedevano terreni o case ne vendevano ogni tanto e ne portavano il ricavato e lo rimettevano agli apostoli ed esso veniva distribuito a ciascuno proporzionalmente al bisogno» (Atti 4, 32, 34). È vero che questa forma di «comunismo» dei beni non era assoluta né obbligatoria («Forse che invenduto non sarebbe stato tuo e venduto non sarebbe rimasto in tuo dominio?», dice Pietro ad Anania che «inganna lo Spirito» perché porta soltanto una parte del prezzo del terreno venduto, facendo credere di portare il prezzo totale), né sarebbe attualmente realizzabile in quei termini, ma lo spirito che informava quel comportamento è importante e deve informare concretamente dei comportamenti analoghi validi per la nostra situazione. L'amore autentico non sopporta divisioni; la coscienza di essere realmente «fratelli» non tollera le disuguaglianze; in tempi diversi deve tentare di porvi rimedio con gli strumenti che concretamente si hanno in mano; sarebbe falso appellarsi allo a spirito» per lasciare le cose come stanno. In tempi in cui non era possibile andare più a fondo, la donazione volontaria di parte del «proprio» era una forma valida; oggi, pur non perdendo nulla della sua validità, deve ampliarsi a donazione volontaria e gratuita nella trasformazione del mondo, nell'eliminazione delle cause della propria stessa situazione privilegiata: perché la «povertà di spirito» e il «distacco dai beni» non restino parole...
    L'amore per l'uomo nel nome del Padre, che tende a ristabilire con gli strumenti storicamente possibili l'uguaglianza e la comunione tra gli uomini resi disuguali e divisi dal peccato, si manifesta con forza nella prima Lettera di S. Giovanni: «Se qualcuno dice "Io amo Dio" e ha in odio il proprio fratello, è mentitore: chi infatti non ama il fratello suo che vede, non può amare quel Dio che non vede» (4,20).
    È in nome di questo stesso amore (verso il povero e verso il ricco, cui l'amore deve portare a dire con chiarezza cose anche pesanti e dure, che invano si attenderebbero da chi non ti ama!) che l'apostolo Giacomo scrive le sue forti espressioni sui ricchi: «Ascoltate, fratelli miei carissimi, Dio non scelse forse quelli che per il mondo sono poveri, per farli ricchi nella fede ed eredi del Regno promesso a quanti lo amano? Ma voi disonoraste il povero! Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono, che vi trascinano nei tribunali, che bestemmiano il bel nome che fu invocato su di voi?» (2,5-7); «A voi, ora, o ricchi! Sfogatevi in pianto, ululando per le miserie che vi sovrastano. La vostra ricchezza è imputridita e i vostri vestiti sono stati rosi dalle tarme. L'oro vostro e l'argento hanno preso la ruggine e la ruggine sarà per testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come fuoco. Bei tesori ammassaste per gli ultimi giorni! Ecco, il salario degli operai mietitori dei vostri campi, quello che è stato da voi defraudato, le grida e le proteste dei mietitori sono entrate negli orecchi del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e nuotato nei piaceri, vi siete ingrassati per il giorno del macello. Avete condannato. assassinato il giusto: egli non vi fa resistenza (5,1-6).
    Analogamente Paolo Apostolo condanna gli abusi nelle Agapi perché «fanno arrossire i poveri» e sono il segno che non si «discerne il corpo di Cristo». Lo stesso apostolo traduce in termini di rapporti tra le comunità l'uso di dividere i beni che era invalso nella comunità di Gerusalemme, promuovendo e raccomandando a più riprese una colletta tra le chiese più ricche per le chiese povere e perseguitate.
    La polemica contro le ricchezze, causa della povertà altrui. sono frequentissime nei Padri della Chiesa.

    L'esempio dei santi

    Non si tratta soltanto di «dottrina»; in tempi e in contesti diversi la Chiesa trova nel suo seno forti assertori di una vita di povertà e di dedizione ai poveri: si combatte la povertà di quelli che vi sono costretti dal peccato e dalla divisione che esiste nell'umanità, mentre si sceglie di essere poveri, per condurre con efficacia questa lotta e per indicare, come «segno», la via di soluzione. Molti tra i «santi», proposti non solo alla venerazione, ma come esempio di vita cristiana, lo sono in virtù di questa «scelta dei poveri» e di questa «scelta di povertà»:
    - S. Giovanni de Matha e S. Felice di Valois, che fondarono l'Ordine della Santissima Trinità, che per regola doveva destinare un terzo dei propri beni e rendite al riscatto degli schiavi. Analogo scopo ebbe l'Ordine dei Mercedari, fondato da S. Pietro Nolasco, in cui la «scelta di povertà» si esprimeva in modo ancora più radicale con la disponibilità a dare non soltanto i propri beni, ma «se necessario la propria vita, come Cristo la dette per noi», stabilendo che ogni religioso assumesse con un quarto voto l'obbligo di rimanere egli stesso come schiavo in sostituzione di coloro che non potevano liberarsi in altro modo e correvano pericoli per la fede.
    - S. Francesco di Assisi, che sceglie di farsi evangelizzatore, per «salvare la Chiesa», come gli viene indicato nel famoso sogno della sua «vocazione», condividendo la povertà dei derelitti e degli emarginati della sua società: uomini senza mestiere e senza altra prospettiva di vita che l'elemosina.
    - S. Camillo dÈ Lellis, che fonda una congregazione religiosa per curare malati ritenuti incurabili o non accettati in altri ospedali per la loro estrema povertà.
    - Il Cottolengo che ripete lo stesso gesto, in un contesto già molto diverso: la città di Torino all'inizio della sua espansione demografica e industriale, quando le masse dei poveri nelle periferie operaie non hanno alcuna possibilità di cura e sono praticamente abbandonati dalle istituzioni assistenziali pubbliche e private, sempre più insufficienti di fronte all'aggravarsi dei problemi.
    - Don Bosco, che sceglie di dedicarsi ai ragazzi delle periferie torinesi circa nella stessa epoca e con gli stessi problemi, sceglie di mettersi al loro servizio riunendoli, facendo loro riacquistare la dimensione «sociale» della loro vita di emarginati, cercando di prepararli a un inserimento attivo attraverso la qualificazione professionale, garantendo loro un rapporto di lavoro fondato su basi chiare, attraverso bozze di contratti che egli esigeva fossero firmate dai privati che assumevano i ragazzi a lavorare. per impedire le situazioni di sfruttamento diffusissime in una società industriale in cui i «contratti collettivi» non erano neppure ancora ipotizzati. Anzi, secondo le teorie liberali-capitaliste presenti allora, tali tipi di contratti dovevano essere banditi, perché non avrebbero permesso un equilibrato sviluppo dell'economia!
    - S. Leonardo Murialdo che con il suo giornale «La Voce dell'Operaio» (che divenne poi «La Voce del Popolo»), conduce, spesso solo e isolato, accusato da moltissimi «devoti cattolici», la sua battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile e della donna.
    Gli esempi riportati sono soltanto una rapida e ridottissima carrellata di figure che hanno scelto i poveri e la povertà non solo «in spirito» (nel senso evasivo), ma nello Spirito rinnovante della Fede. Sono stati essi stessi poveri e in questa scelta hanno visto la realizzazione concreta della propria Carità verso Dio e l'uomo.
    Gli esempi riportati sono sufficienti a far vedere quali diverse forme, in contesti disparati, abbiano caratterizzato una scelta fondamentalmente identica: dall'aiuto immediato alla creazione di strutture e istituzioni, alla lotta contro le ingiustizie a mezzo della stampa. della predicazione,...

    Ombre e luci

    È vero che non tutto è così chiaro nella storia della Chiesa, che spesso l'alleanza con i forti e i potenti è prevalsa e che molte tra le migliori istituzioni hanno perso lo spirito originario e sono degenerate. Ma è interessante notare come, anche nei momenti più delicati. il riferimento ai «poveri» torna costante, fosse anche solo come pretesto e copertura. Le alleanze con i potenti e i ricchi vengono giustificate con la necessità di aiutare i poveri, con il fatto che, facendosi amico il ricco, si può ottenere da lui ciò che serve per i poveri e si può aprirgli, attraverso l'elemosina, una «via di salvezza».
    Al di là di quelli che possono essere gli errori storici dovuti a valutazioni sbagliate e monche delle situazioni, a prospettive troppo ridotte di intervento, a letture discutibili dello stesso Vangelo, e i veri e propri peccati dovuti all'egoismo che travisa insieme e il momento storico e il Messaggio di Salvezza, resta il fatto che si continua ad avvertire, in modo più o meno confuso. che la Chiesa non può operare altra scelta che quella di Cristo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare ai prigionieri la liberazione. ai ciechi il ricupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore... Oggi si è adempiuta questa scrittura nelle vostre orecchie» (Lc 4,18-21).

    Opere di supplenza e impegno politico

    Ancora oggi, alla radice di certe scelte troppo limitate, che riducono la «carità» a dimensioni di elemosina o di opera di supplenza, senza vederne le dimensioni «politiche», sono presenti insieme errori di valutazione storica e errori di lettura del Messaggio rivelato e della Storia della Chiesa. Riprodurre oggi i «modelli della carità» negli stessi termini in cui si sono realizzati, è assolutamente insufficiente. In certi casi determinate opere di «supplenza» oggi potrebbero anche costituire un comodo alibi per impegni più profondi, dispensare illegittimamente dal dovere di essere stimolo per una società che è in grado di darsi gli strumenti per risolvere alla radice molti problemi, chiudere in pseudo-soluzioni di assistenza quando la giusta ripartizione dei prodotti di un lavoro comune e la destinazione prioritaria delle risorse alle situazioni di maggior bisogno (anche se economicamente certi «investimenti» non sono molto redditizi) dovrebbero costituire le linee di fondo di una soluzione dei problemi a livello politico. In altri casi la supplenza potrebbe diventare addirittura opera di connivenza con poteri pubblici o privati nel «tamponare» le falle più evidenti di una conduzione ingiusta o errata che volutamente non dà spazio alla ricerca di soluzioni più reali o adeguate.
    Una tale opera potrebbe alla lunga diventare controproducente nei confronti degli stessi poveri, alimentando in loro uno spirito parassitario e fatalistico e impedendo loro di prendere coscienza della realtà in cui vivono, della solidarietà che li lega, della possibilità che essi hanno di unirsi per elaborare, proporre e promuovere modelli alternativi di vita, ispirati a una giustizia autentica e concreta. Tenere divisi i poveri con il ricatto dell'elemosina sarebbe una grave responsabilità non solo nei loro confronti, ma nei confronti di tutta la società.

    La carità come impegno politico

    Purtroppo nella storia della Chiesa si è venuta creando, grazie a questi equivoci, una artificiosa distinzione tra «giustizia» e «carità», sostenuta anche a livello teorico: ne abbiamo abbondanti esempi in testi di teologia morale, di spiritualità, di teologia pastorale.
    L'ansia che blocca molti cristiani di fronte a un deciso impegno politico con tutti coloro che vogliono una reale trasformazione della società trova anche in questa storia alcune sue radici. Ma soprattutto mi pare che manca oggi, per effetto di un'educazione almeno monca e carente, la coscienza che, in una società che è sempre più in grado di darsi gli strumenti per realizzare in termini sempre più completi dei rapporti di giustizia, la Carità più autentica deve mettere i cristiani tra i primi ricercatori di questi strumenti e di queste forme nuove di giustizia. La Carità, come la Fede e la Speranza, ha le sue dimensioni «politiche» precise, nel senso che, se è amore autentico, spinge a ricercare le soluzioni più complete possibili, a non limitarsi a rattoppi, per la ricerca e la eliminazione del male nelle sue cause. Limitarsi ad azioni marginali, quando si è in grado di cambiare radicalmente le situazioni, significa tradire insieme l'amore per l'uomo e l'amore per Dio, anche se a parole ci si ispira. Purtroppo questo errore di prospettiva è ancor oggi largamente presente nelle comunità cristiane, nonostante richiami autorevoli in questo senso siano venuti costantemente da molti Pontefici; basti ricordare qui l'insistenza con cui tornava su questo tasto Pio XI, nei suoi discorsi ai «rami adulti» dell'Azione Cattolica o a determinati gruppi di cristiani impegnati in modo più particolare di certi ambienti (FUCI, ad es.): più volte Pio XI indicò nell'impegno politico, inteso nel suo retto senso, una delle forme più elevate di espressione della Carità.[1]
    È questo un primo elemento di «novità» che viene a caratterizzare il modo con cui nella Chiesa si opera una «scelta dei poveri» e viene a costituire un nuovo modo di essere della Chiesa stessa, fatta di poveri e per i poveri: l'impegno politico dei fedeli che non si riduce a gioco di interessi partitici o di potere, ma ricerca a livello comunitario soluzioni di giustizia ai problemi della convivenza umana, collaborando in questo con tutti coloro che la stessa ricerca conducono, anche ispirandosi a ideologie che in sé possono entrare in contrasto con la fede cristiana. La Carità si fa «promotrice di giustizia», superando il vecchio equivoco e aiutando a superare le barriere ideologiche. In questo modo si ricerca una vera «unità», «perché il mondo creda»...

    MOTIVAZIONI ECCLESIALI DELLA «SCELTA DEI POVERI»

    Per un cristiano la motivazione di fondo della scelta dei poveri e di una vita di povertà è essenzialmente una scelta di fede.

    L'insegnamento della scrittura

    Nell'Antico Testamento ci è detto che Dio sceglie di intervenire a favore di un popolo povero e schiavo, per farne il , «suo» popolo. All'interno di questo popolo interviene ancora a favore di chi si trova in condizioni di maggior povertà e si trova per questo a subire lo stesso dominio dell'uomo e lo stesso sfruttamento che il popolo intero subì in Egitto e nelle successive deportazioni: «Non molesterai un forestiero, né lo opprimerai, poiché voi foste forestieri nella terra di Egitto. Non affliggerete vedova od orfano. Se tu lo affliggi, egli certo innalzerà a me grida di aiuto: io ascolterò le sue grida, si infiammerà la mia collera e ucciderò voi di spada; le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se presti denaro ad alcuno del mio popolo, al povero che sta con te, non ti comporterai verso di lui come un creditore: non gli imporrai alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole. Esso infatti è la sola sua coperta, è il mantello per la sua pelle, su che cosa giacerebbe? Se egli alza a me grida di aiuto io lo ascolterò, poiché io sono compassionevole. Non bestemmierai Dio né maledirai un capo del tuo popolo. Non indugerai nell'offrire dell'abbondanza della tua aia e del tuo frantoio» (Gen 22,20-28).
    Significativa al riguardo la storia di Neemia che tenta di riunire il popolo dopo le deportazioni nel sec. V avanti Cristo: ritrova all'interno del popolo tornato in patria gli stessi abusi e soprusi che vi erano prima (quelli che molti profeti avevano denunciato come la causa stessa del «castigo» venuto da Dio) e che erano praticati dai popoli che li avevano oppressi: gli interessi sempre più pesanti sui pegni che davano poi diritto a ritenere come schiavi componenti della famiglia debitrice. Neemia reagisce: «Il mio cuore deliberò su queste cose; biasimai i magistrati e i notabili e dissi loro: "Voi dunque percepite un interesse nei prestiti che fate ai vostri fratelli". Convocai contro di loro una grande assemblea e dissi loro: "Noi, secondo le nostre possibilità abbiamo riscattato i nostri fratelli giudei che erano stati venduti ai popoli; ora anche voi vendete i vostri fratelli perché siano rivenduti a noi!"» (Neemia 5,7-8). Istituzioni come il giubileo e l'anno sabbatico avevano lo scopo di impedire che la schiavitù e l'accumulazione privata dei beni divenissero situazione permanente o «strutturale», favorendo l'arricchimento dei più dotati, dei più intraprendenti e dei più forti a danno dei più deboli e sprovveduti.
    Gesù stesso sceglie per sé una vita di povertà e descrive la sua missione applicando a se stesso le parole di Isaia sull'evangelizzazione dei poveri (cf Lc 4,18 ss.).
    Nella sua riflessione sulla Fede nei grandi patriarchi e capi del popolo ebraico, l'autore della lettera agli Ebrei mette in evidenza come la scelta stessa di Mosè fosse una scelta di fede: «Per la fede Mosè, fatto grande, ricusò di venir chiamato figlio della figlia di Faraone. avendo scelto piuttosto di essere maltrattato con il popolo di Dio che di godere il passeggero vantaggio di un peccato» (Eb 11,24-25).
    La scelta dei poveri è priorità a coloro che, per essere amati, non hanno altro titolo che la propria umanità, il loro essere figli di Dio. L'amore verso di loro è veramente amore disinteressato e al limite inspiegabile se non come amore che «viene da Dio», che raggiunge l'uomo perché Dio lo ama.
    È priorità di attenzione a coloro la cui presenza è segno del peccato, che si manifesta come realtà concreta nell'accaparramento dei beni, nella discriminazione, nel dominio, nello sfruttamento. Chiedere di mettersi al servizio dei poveri, per la loro liberazione, è proposta concreta di «liberazione» spirituale, di «conversione» per ogni persona e gruppo sociale, che giunge a toccare i comportamenti e gli atteggiamenti interiori più profondi. È la proposta di diventare «poveri» nel senso evangelico: poveri nello spirito.

    Chi è il povero

    L'espressione del Vangelo di Matteo è stata oggetto di disparate interpretazioni, di esegesi raffinate, che hanno rischiato di toglierle ogni vigore, preoccupate come erano di rendere «comprensibile» (o «accettabile»?) il «Beati i poveri nello Spirito». Ancora oggi, con letture ambigue di questo testo, con il pretesto che in un modo o nell'altro «poveri lo siamo tutti», si finisce con il non fare alcuna scelta e di svuotare di significato il Vangelo.
    Credo benissimo che il ricco sia più «povero» di tanti poveri. Ma la sua povertà gli viene proprio da quel di più che ha (un di più nel «sapere», per i privilegi sul piano scolastico; un di più di «avere», sul piano economico; un di più di «potere», per il peso che la sua situazione gli dà sulle decisioni che riguardano la comunità umana in cui è inserito): esso finisce con lo svuotare di senso la sua vita, con il dargli delle «sicurezze» terrene da difendere, a scapito delle «certezze» della Fede.
    I termini «povero» e «ricco» nel Vangelo non possono essere presi solo in senso traslato e metaforico: non possiamo dimenticare come il Vangelo non sia stato scritto nel linguaggio elaborato dei dotti, ma con il linguaggio corrente (la koinè) del popolo; un linguaggio fortemente figurato, certamente, ma anche molto preciso nel significato che dà a certi termini. Si pensi a come Luca esprime la difficoltà per il ricco di entrare nel «Regno di Dio», cioè nei Piani di Dio di salvezza e redenzione universale: «Quanto è difficile per coloro che posseggono ricchezze entrare nel Regno di Dio»! (Lc 18,24).
    Avere «uno spirito di povero» significa allora qualcosa di ben concreto; significa, nel nostro contesto attuale, la capacità e il coraggio di lottare contro le cause e le fonti della propria ricchezza, quando diventa palese come essa costituisca sottrazione agli altri. Significa un uso diverso dei beni, cominciando da quelli più personali (intelligenza, abilità e «voglia» nel lavorare, conoscenze acquisite e studi effettuati, ecc...), nella coscienza che anche questi doni sono per «l'utilità comune» (cf 1 Cor 12,7) e non hanno in sé alcun valore, se non sono vissuti nella Carità (cf 1 Cor 12,27 - 13,1-13).
    Il povero di spirito giunge a vivere di fatto una vita povera ed è distaccato dai beni non solo nella misura in cui ne usa con discrezione e parsimonia, ma nella misura in cui è disposto a mettere in pericolo la sua posizione, a rendere impossibile ogni posizione privilegiata per sé o per altri, operando per la trasformazione radicale della società, in opposizione anche a interessi immediati suoi o del suo gruppo sociale già privilegiato.
    Si va ben oltre il moralistico «dono» del «superfluo».
    La conversione diventa allora reale cambiamento di vita, non può limitarsi ad essere commozione interiore di fronte a un bel messaggio.
    «La stessa comunità cristiana cerca la sicurezza che dà il potere, piuttosto che vivere l'incertezza, il dubbio, l'attesa angosciosa di chi sta cercando con gli altri. Questa mancanza di sicurezza viene interpretata come confusione, superficialità, immaturità. Il potere religioso deve comandare in nome di Dio, dare degli ordini secchi, precisi, particolareggiati. La generazione «economica» le chiede di essere salvata dal suo deserto con un mezzo economico, esige un dispositivo facile che stimoli il meccanismo del rimorso, della punizione e del perdono. In un ritiro di gente ricca cui ho assistito. tutti, a un certo punto, cominciarono a piangere come bambini castigati e pentiti. Nessuno, che io sappia, ha cambiato il suo stile di vita, ha compartito, ha assunto la causa dei «perseguitati per la giustizia». E continuano ad essere la gioia e il vanto dei loro direttori di coscienza. In poche parole, la comunità cristiana cerca nel rappresentante del potere religioso il maestro che sollevi l'uomo dalla fatica di cercare, il giudice che «cosifichi» il suo complesso di colpa e di paura e lo dissolva a un prezzo non troppo alto, il mago che, con il suo potere, esorcizzi quello spazio sconosciuto che la terrorizza». «Si è ripetuto fino all'esagerazione che Cristo ci libera "nello spirituale", che la redenzione non si vede; che la grazia ci lascia i nostri traumi, i nostri tic, tutti i difetti di struttura che abbiamo e che in fondo fanno parte della nostra fisionomia... Eppure la descrizione della Salvazione che ci dà il Nuovo Testamento è opposta a questa traduzione "spiritualista" e "invisibilista". Si parla di conversione che vuol dire mutamento di atteggiamento. Si parla di uno sguardo nuovo, di una sensibilità nuova, di un cambiamento radicale di gusti e di obbiettivi. C'è una trasformazione dell'essenziale, anche se restano dei segni del nostro passato e tratti della nostra fisionomia umana. Il cambiamento deve vedersi...».[2]

    Per non fare del povero un nuovo ricco

    Anche al povero è richiesto di avere uno «spirito di povertà» che si esprime soprattutto nel rifiuto di diventare domani un privilegiato, nel rifiuto di ogni forma di promozione individuale che sleghi dalla solidarietà con gli altri: in breve, nel rifiuto di copiare i privilegiati e di accettarne le sollecitazioni che tendono a dividerlo dai suoi compagni, da coloro che con lui sono chiamati a creare le basi per una condizione umana di vita per tutti. Anche per il povero il lavoro non può ridursi a puro strumento di guadagno individuale, anche se le necessità di procurarsi di che vivere premono su di lui con maggior immediatezza e intensità: egli deve porsi in grado di vedere come la sua vera promozione consista nella promozione collettiva del suo mondo, della sua classe, sia sul piano del benessere personale, che su quello delle conoscenze, della cultura, del potere, ecc... La trasformazione delle condizioni collettive, delle strutture che dominano e spesso predeterminano molti comportamenti umani, soprattutto sul piano economico e politico, sono un vero impegno di «povertà» anche per chi in questo trova la via per liberare se stesso e il suo gruppo sociale da attuali condizioni di povertà economica, culturale, politica.

    La scelta dei poveri non è scelta di parte

    La «scelta dei poveri», nella prospettiva dell'evangelizzazione, si manifesta così come una scelta fondamentale che mette realmente in condizione di portare un messaggio qualificante e significativo per tutti, una proposta di «conversione» e di «penitenza» in cui tutti si sentano coinvolti; in definitiva, è l'unica scelta capace di aprire la strada a un messaggio di salvezza veramente universale.
    Potrà forse sembrare un paradosso, tutto questo, ma sono sempre più convinto che mettersi dalla parte del povero, difendere e sostenere i suoi diritti, ascoltare le sue proposte e rivendicazioni, non significhi affatto essere «uomini di parte», ma essere semplicemente «dalla parte dell'uomo». Perché a tutti questa scelta apre la strada per «farsi più uomini»:
    * ai poveri stessi, chiedendo loro di diventare diretti responsabili e protagonisti della propria elevazione e della trasformazione della società, nel rifiuto di ridursi ad eterni assistiti (una posizione di comodo per tutte e due le parti: ricco o povero!), per rendersi capaci di proposte e iniziative innovatrici e rinnovanti;
    * ai ricchi e ai potenti, in ogni tempo e sotto qualsiasi forma, con la chiara proposta di combattere ciò che li rende meno uomini: il potere e il dominio sull'uomo, lo sfruttamento nei confronti dell'altro, l'alienazione nell'amore per il denaro e i beni terreni o comunque nella difesa, conscia o inconscia, di quelle situazioni strutturali che, se hanno permesso o prodotto il loro attuale stato di privilegio, sono causa determinante della povertà altrui;
    * a tutti viene proposto allora lo «spirito di povertà» che non permetta di «perdere la propria vita», la stessa dignità di persona, sia nell'essere oggetto che soggetto attivo di sfruttamento o dominio, per guadagnare, alla fine, molto meno che «tutto il mondo»!
    Solo il povero («nello spirito» e nei fatti) è veramente capace di dare un senso al mondo e alle cose: «Gli investigatori scoprono i beni per l'uomo; i potenti li spartiscono; i ricchi li usano. I poveri e gli oppressi decidono se vivere ha un senso, se l'uomo è un essere felice, se la vita
    può essere ancora amore e progetto».[3]

    «Dare la parola» ai poveri

    Vedo in questo atteggiamento verso i poveri un secondo elemento di «novità» rispetto a posizioni tradizionali nella comunità cristiana; esso non è frutto solo di maturazioni interne alla comunità stessa, ma di maturazioni avvenute in seno ai «poveri» stessi, intesi come gruppo sociale e non come individui isolati:
    - I poveri tendono sempre più a rifiutare di essere considerati come una specie di «umanità inferiore» da «assistere» e beneficare. Vanno comprendendo di avere un ruolo ben preciso da giocare; sanno di avere cose importanti da dire a questa società: la conoscono sempre meglio e sanno criticarla e giudicarla con sempre maggior acutezza. Stanno prendendo sempre più profonda coscienza della loro condizione nei suoi termini reali: condizione «collettiva» e non di singole persone o gruppi isolati; condizione che deriva da precise impostazioni della vita sociale, non dalla «natura», dalla «sfortuna» o, peggio, da una presunta «volontà di Dio». Comprendono quindi che si tratta di una condizione che può e deve essere modificata. Nello stesso tempo si rendono conto che per modificarla bisogna cambiare l'assetto strutturale, istituzionale, della società. La loro presa di coscienza significa un passo avanti verso una maggior pienezza di umanità: per i singoli e per le collettività. La solidarietà che si crea tra i poveri assume il carattere di proposta essa stessa: è un modello alternativo di crescita che viene proposto e che si cerca ad ogni costo di realizzare, in una società che ha sempre privilegiato delle élites, con forme di promozione individualistica. È il segno e l'inizio della costruzione di una umanità fondata sull'unione e non sulla costrizione o sulla sopraffazione, anche se ammorbidite o camuffate. Un grande passo in avanti verso un Vangelo che è Carità.
    - Nella Chiesa allora la scelta dei poveri diventa rifiuto di sostituirsi ad essi, sia per «assisterli», sia per proporre o imporre loro delle «rivoluzioni» elaborate da specialisti a tavolino, incapaci di liberarli per davvero, perché ancora una volta li sottopongono a un vero e proprio colonialismo culturale. È il rifiuto ad ogni costo (anche a costo di rimandare nel tempo certe «liberazioni» particolari) di trattare il povero con sentimento di superiorità, da maestro e guida a inerte seguace, in attesa soltanto dell'elemosina o di qualcuno che agisca «per» lui.
    La coscienza che si debba giungere a «dare la parola ai poveri»[4] si diffonde, ma nei fatti si trova ancora molta difficoltà ad accettarne fino in fondo le conseguenze; per arrivarci è necessaria una «povertà di spirito» molto più profonda di quella che può portare anche a lodevoli distacchi da beni materiali: è necessaria una fede nell'uomo così radicata che faccia vedere come questi uomini sanno veramente proporre analisi, indicazioni operative, modelli di comportamento, estremamente validi; che questi «poveri» sono capaci di costituire dei propri movimenti per costruire una società diversa e sono in grado di fare cose che obiettivamente valgono molto di più di quello che altri potrebbero fare «per» loro. Non più tanto, allora, «fare per i poveri», ma mettersi con i poveri, per cercare con loro e come loro «cosa fare» insieme.

    «SCELTA DEI POVERI» E «SCELTA DI CLASSE»

    La scelta della «camminare insieme»

    È nota la famosa pagina della lettera pastorale «Camminare insieme» del Card. Pellegrino, che, riprendendo un articolo del P. Bartolomeo Sorge,[5] propone in termini «storici» una corrispondenza tra «scelta dei poveri» e «scelta di classe» a favore della «classe povera» nella società industriale: la classe operaia, con tutti gli aspetti della sua povertà, connessa alla situazione di soggezione e di sfruttamento che le deriva nel nostro sistema socio-economico dalla sua posizione nel rapporto di lavoro e nei rapporti con la società globale.
    «Riconoscere secondo il Vangelo il valore della povertà vuol dire rispettare e amare i poveri, mettersi dalla parte loro con una scelta preferenziale... Ho già accennato ai vari modi con cui si manifesta la povertà, alle varie categorie di poveri. Tenendo presente la realtà, spesso dura e cruda e le scelte prioritarie già fatte a suo tempo nella nostra diocesi, dobbiamo riconoscere che, "nel tessuto sociale del nostro tempo esiste la 'povertà di classÈ": si danno cioè classi sociali povere, le quali assumono sempre più un atteggiamento di rifiuto, di contrapposizione radicale e di impermeabilità nei confronti della società globale, a mano a mano che. sotto la spinta delle ideologie, maturano in esse la coscienza di classe e la conseguente strutturazione organica di quanti vi appartengono. L'esempio tipico è quello della classe operaia. Ma accanto ad essa si devono porre purtroppo numerose altre categorie di persone che non contano, di cui si dispone senza chiedere il loro parere, i cui membri per il solo fatto di appartenervi non riescono a farsi sentire, a Far valere i propri diritti, ma restano automaticamente emarginati, esclusi dal progresso, dalla cultura, dalle responsabilità. Ora, l'esistenza di queste classi povere, il fatto cioè che oggi, sociologicamente parlando, la povertà sia un fenomeno di classi intere, ripropone necessariamente ai cristiani in termini nuovi di "scelta di classe" il dovere evangelico della preferenza verso i poveri. Alla luce dell'insegnamento evangelico la scelta cristiana di classe deve consistere essenzialmente nella priorità e nella preferenza che i cristiani, per vocazione nativa e in vista del Regno di Dio, sono tenuti a dare non solo a parole, ma in modo effettivo ed efficace, alle classi più povere nella loro azione pastorale e sociale, di evangelizzazione e di promozione umana».[6]
    Questa pagina ha suscitato ovviamente grandi polemiche: contro il Vescovo, per l'espressione «scelta di classe» e tra gli «esegeti» della lettera che le hanno attribuito peso e significato diverso; da diverse parti si è tentato di svuotare del tutto il contenuto non solo dell'espressione, ma della lettera stessa, con interpretazioni improntate al solito genericismo sui «poveri».
    Ma la posizione del Cardinale di Torino, che in varie sfumature si trova pure presente in altre autorevoli voci di Chiesa,[7] rappresenta un terzo elemento di «novità» nella scelta dei poveri: l'accettazione della dimensione «sociale», collettiva della situazione di povertà, nel superamento di facili schemi riduzionistici che tendono a perpetuare concezioni forse meno inadeguate in una società meno fortemente strutturata della nostra, in cui era meno evidente la connessione strutturale tra fatti diversi. Credo tuttavia che, per comprendere meglio questo fatto, sia necessario sgombrare il terreno da alcuni elementi che possono generare equivoci.

    L'analisi marxista e le classi sociali

    I termini «classe sociale» e «lotta di classe» vengono letti quasi inconsciamente con un senso di prevenzione da parte di molti cristiani, che temono solo per il fatto di accostarli di trovarsi subito in «campo marxista», collegando direttamente questi termini all'analisi che Marx e la sua scuola hanno fatto della società capitalista.
    Sarà utile anzitutto ricordare come ormai l'espressione «classe sociale» appartenga alla letteratura sociologica, anche se usata con molte sfumature diverse. Non è un termine specificamente «marxista». Ma dobbiamo anche riconoscere che sarebbe infantile non accettare un termine, una categoria analitica, un concetto, solo appellandosi al fatto che chi lo ha elaborato fosse «ateo» o anche «anticristiano». Supposto che queste qualifiche possano anche essere valide nei confronti di Marx e molti suoi seguaci (ma sarebbe interessantissimo analizzare meglio quale tipo di «ateismo» vi sia in Marx e quali ne sono le cause),[8] i concetti analitici da essi elaborati debbono essere valutati in un discorso di merito, che affronti la questione della loro validità nel rappresentare e descrivere i fenomeni che si vogliono studiare. Ritorna il problema della correttezza nei confronti delle ideologie e delle scienze sull'uomo.
    Come tutte le realtà umane (e soprattutto come tutte le dottrine sulla società), il marxismo si presenta come una realtà molto complessa; nello stesso tempo dobbiamo prendere coscienza delle evoluzioni e differenziazioni che sono avvenute nel suo interno, ad opera di marxisti «revisionisti» come di marxisti «ortodossi».

    L'analisi marxista come «analisi scientifica» della società

    È questa la prima forma con cui si presenta l'analisi marxista: anche di fronte ai tipi di socialismo che l'hanno preceduta (Proudhon, Saint Simon, ecc...) rivendica la propria originalità avocando a sé la prerogativa di presentarsi come prima analisi veramente scientifica, che viene a sostituirsi alle prime intuizioni, frammentarie e «romantiche». Vuole quindi proporre strumenti conoscitivi che abbiano valore critico e obbiettivo insieme, analizzando le forze che entrano in gioco nella vita e nell'evoluzione di una società, i loro reciproci rapporti, i conflitti e le tensioni, la dinamica attraverso cui può attuarsi una radicale trasformazione della società. Se il marxismo riesca o meno in questo intento è certamente discutibile, ma è questione di esame critico sul piano scientifico, non di valutazioni dedotte da presupposti di altro ordine: metafisico, etico... D'altra parte ogni analisi «scientifica» presenta larghi margini di opinabilità, anche nei suoi punti più validi. La decisione sull'accettazione e sul rifiuto di un metodo scientifico deve essere adottata in base a criteri interni, primariamente, cioè in base a una precisa analisi della sua adeguatezza rispetto all'oggetto studiato e ai fini conoscitivi e operativi che si propone.

    I presupposti ideologici del marxismo

    L'analisi marxista ha dei presupposti ideologici: questi sono nettamente ancorati a concezioni di una «terrestrità radicale», per usare l'espressione di uno dei più noti filosofi marxisti.[9] Forse questo elemento è stato troppo trascurato, soprattutto nei primi tempi in cui si cercava di ristabilire un «dialogo» orientato soprattutto a indagare le possibilità di operare insieme per mete comuni di giustizia sociale. Ma questo è certamente un errore, un danno per il marxista, come per il non marxista; la situazione diventa peggiore quando un falso «ecumenismo» ideologico si riducesse a un eclettismo che portasse a dimenticare l'opposizione netta e inconciliabile tra la Fede nel Trascendente e una filosofia materialistica e terrenistica; tra la Fede in Cristo morto e risorto con una concezione che chiude l'uomo nei ristretti ambiti del tempo e dello spazio terreno.
    Tuttavia, osservando il problema in una prospettiva storica, vorrei accennare ad alcune questioni al riguardo.
    Anzitutto dobbiamo tenere ben conto del tipo di «religione» con cui Marx si era incontrato e criticava. Una religione spesso senza fede, nel senso che riduceva la fede a prevalenti dimensioni di assenso intellettualistico a formule astratte, riferite a realtà ultraterrene. Dio stesso veniva proposto più come «verità da credere» che come un Padre che si manifesta all'uomo attraverso Cristo e che può essere manifestato dai credenti attraverso una vita di Carità, che fosse espressione concreta della verità che immediatamente deriva dalla Paternità di Dio: la fratellanza universale degli uomini. Non è solo il materialismo marxista a chiudere l'uomo in una terrestrità radicale, ma anche ogni visione religiosa che non sia capace di presentare le dimensioni di trascendenza delle realtà umane. In molta parte della predicazione del tempo la contrapposizione tra salvezza terrena e salvezza eterna, la giustificazione dello stato di divisione tra ricchi e poveri attraverso il ricorso alla «Provvidenza» e alla a volontà di Dio», erano frequentissime; si era ben lontani da impostazioni che si avvicinassero alla coscienza che si è venuta sempre più diffondendo nella Chiesa dei suoi rapporti con la comunità umana in genere, della sua funzione di «coscienza critica» per una redenzione dell'umanità nella liberazione già oggi ricercata da ogni ingiustizia, ecc...
    Inoltre, un'analisi scientifica, qualunque essa sia, prescinde dal problema di Dio e della trascendenza; non tocca alle scienze positive, neppure alle scienze sull'uomo dimostrare o negare Dio o il destino eterno dell'uomo: sono realtà che sfuggono per loro natura alle metodologie scientifiche di osservazione e di studio. In questo senso ogni scienza è «materialista». Certi modi di paragonare tra loro marxismo e cristianesimo, sia in prospettiva di «conciliazione», che in prospettiva di «opposizione» rischiano di operare una riduzione indebita del cristianesimo o un'esaltazione indebita del marxismo o di qualsiasi altra ideologia venga contrapposta al cristianesimo in termini analoghi: la fede cristiana viene ridotta a ideologia terrena e le ideologie rischiano di diventare degli idoli, degli assoluti.
    L'insegnamento del Concilio a riguardo della «autonomia» delle realtà terrestri e delle scienze che le studiano è, sotto certi aspetti, un'acquisizione abbastanza recente della coscienza cristiana: «Molti nostri contemporanei sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini. delle società, delle scienze. Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri che l'uomo deve gradatamente scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non è solo postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo di ogni singola scienza o arte. Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Iddio. Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono. A questo punto ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancarono nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano fra loro». Come sempre, quando non si riesce a operare una efficace sintesi tra fede e vita, quando si portano all'esasperazione le divisioni tra «spirituale» e «temporale», si finisce con il perdere il senso delle realtà, si è incapaci a comunicare il significato umano e divino che vi è in esse e, per garantirsi un determinato «spazio», si travalica nel clericalismo che soggioga e allontana: il Concilio l'ha denunciato abbastanza chiaramente. Ma forse, proprio perché è un'acquisizione abbastanza recente e sofferta, dovremo ancora riflettere e sperimentare più a lungo per giungere a compiere meno errori in questo senso.

    Poveri e classe operaia nella società urbano-industriale

    Premesse queste osservazioni, la questione che resta centrale è ancora sempre quella del rapporto fra «poveri» (intesi anche come gruppo sociale) e «classe operaia»: oggi è possibile compiere una identificazione per cui si possa dire che oggi i poveri costituiscano una vera e propria «classe sociale» e che questa sia la «classe operaia»?
    La stratificazione sociale quale si è verificata con il nostro sviluppo industriale ha posto una ingente massa di persone in condizioni obiettivamente uguali, pur con le inevitabili sfumature. L'analisi condotta nel mio precedente articolo[10] su «Mondo operaio e movimento operaio», permette di individuare nella classe operaia italiana una situazione di vera povertà e nello stesso tempo l'esistenza di una coesione interna, una coscienza di opposizione rispetto alla società globale e al potere che in essa si esercita, un movimento di elevazione e di ricerca di promozione sotto tutti gli aspetti della vita sociale. Ora possiamo affermare con una certa sicurezza che, se è vero che non tutti i poveri sono compresi nella «classe operaia», è anche verissimo che la povertà, nei suoi diversi aspetti, è una delle caratteristiche basilari di questa classe sociale, che la condizione operaia costituisce uno degli strati sociali tipicamente poveri nella società industriale-urbana. Su questa caratteristica il movimento operaio fonda molta parte del suo appello alla solidarietà. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere come molti operai non hanno essi stessi coscienza della loro condizione comune e della solidarietà che ne deriva, o per incapacità analitica, o disorientati da una «cultura ufficiale» che tende a ridurre l'importanza della stratificazione sociale, del fenomeno della divisione in classi, per ridurre fenomeni collettivi di povertà e di ricchezza a dimensioni del tutto individualistiche, da cui chiunque si potrebbe liberare, seguendo certi comportamenti e accettando determinati modelli.
    È il mito secondo cui chi «ha buona volontà» e ci sa fare, riesce ad affermarsi. Un mito che ha anche i suoi esempi concreti, ma che certo non vale per la maggioranza dei casi: le situazioni strutturali sono tali da resistere anche ai più generosi tentativi. Ma soprattutto è un mito che tende alla perpetuazione delle divisioni e delle ingiustizie: non stimola all'inventiva personale (valida e utile in ogni caso) se non in prospettiva del proprio interesse particolare.
    Spinti da questo mito molti rifiutano di prendere coscienza delle dimensioni reali della loro situazione e della necessità di profonde trasformazioni strutturali che sono necessarie perché la società raggiunga quegli scopi di giustizia che si prefigge. Non di rado, la promozione personale, ricercata con gravi sacrifici o anche con metodi non sempre pienamente accettabili, appare piuttosto come una fuga, un rifiuto delle proprie responsabilità verso gli altri, verso il mondo in cui si è inseriti, invece che un fatto di maturazione personale. Nell'alternativa tra l'impegno per far cambiare situazioni di ingiustizia che toccano tutti e il guadagno individuale, si sceglie la seconda via: quella che alla fine comporta meno responsabilità personali, minor dedizione. accettazione passiva e pratica della «realtà»: «Chi mi ha fatto custode del mio fratello?».
    Non tutti i poveri appartengono tuttavia alla classe operaia. Basti accennare ad alcune situazioni che si vivono ancora nelle zone rurali, in cui una cattiva distribuzione delle terre concorre, insieme ad altri fattori di tipo storico, a mantenere moltissimi lavoratori agricoli in condizioni di
    povertà e di emarginazione peggiori di quelle che toccano il mondo operaio. Esse toccano soprattutto gli anziani, perché la maggior parte dei giovani di quelle regioni hanno cercato la strada della città industriale. Così molte situazioni di povertà e di emarginazione derivano da altri fattori: salute malferma, minorazioni fisiche o psichiche...
    Ma dobbiamo anche riconoscere che, attirando costantemente l'attenzione sul «povero che lavora», il movimento operaio è stato stimolo potente per attirare l'attenzione anche verso queste categorie (anziani, braccianti, malati fisici o psichici, ecc...) e verso altre forme di povertà. Nello stesso tempo ha proposto a tutti i poveri un metodo per farsi ascoltare: unirsi e rendersi capaci di parlare e di agire nei confronti della società che provoca e accetta la loro condizione.

    La chiesa come coscienza critica

    In questo senso mi sembra giustificato presentare oggi la «scelta dei poveri» nei termini di «scelta di classe», scelta di quella classe in cui la povertà sociale si presenta in una delle sue espressioni più tipiche e scelta di quella classe che, se resta fedele a se stessa e alla propria storia, è in grado di indicare vie nuove e più valide per combattere ogni forma di povertà: la divisione equa dei beni prodotti insieme, invece delle forme assistenziali In questo senso ritengo giustificata una scelta della classe operaia, come scelta qualificante per annunciare forme concrete di conversione a Cristo che libera dal male. Non certo per una scelta di «nuovi forti» cui allearsi in vista di un possibile potere su cui reggersi in futuro. Concordati di questo genere non farebbero altro che impedire ancora una volta la missione evangelizzatrice e profetica della Chiesa. La scelta sarà dunque primariamente una scelta di fedeltà ai valori rinnovanti che vengono portati; una scelta destinata a non chiudere staticamente negli interessi costituiti o costituendi di una classe sociale, ma volta a proporre storicamente il «convertitevi al Regno di Dio» che è l'unico messaggio che la Chiesa abbia da portare in quanto tale.
    Diventa allora una scelta nei confronti della classe operaia stessa: scelta di essere anche nei suoi confronti «coscienza critica» e stimolo, come verso ogni altra realtà dell'uomo, per aiutare la classe stessa e ogni singolo appartenente a superare la tentazione costante dell'egoismo individuale o di gruppo. L'adesione al movimento operaio, nella misura in cui realizza un impegno verso la collettività (al di là della classe sociale operaia in senso stretto) e significa un impegno preferenziale per tutti invece della ricerca prevalente del proprio interesse, è già sulla linea di questa conversione, essendo un reale passaggio dall'egoismo alla solidarietà e costituendo la base per proporre anche ad altri analoghi passaggi.
    Prendere coscienza della propria dignità umana, del ruolo che si può giocare nell'evoluzione della società, dei «valori» di cui si è portatori, è un segno di vera elevazione umana: è il primo passo per liberarsi da una causa fondamentale di divisioni e di ingiustizie: il fatalismo che induce a subire gli eventi, ad accettare ruoli di pura subordinazione, a ricercare come vie di soluzione le raccomandazioni, gli appoggi e le protezioni dei detentori del potere e della ricchezza.
    Facendo questo passo di coscientizzazione. rifiutando gli schemi individualistici proposti dalla società borghese, i poveri di oggi si faranno reali portatori di «culture alternative». Essi stessi però dovranno restarvi fedeli fino in fondo: liberandosi dalla povertà materiale, dovranno continuare ad essere i «poveri nello spirito». È molto diffuso (oltre che molto tradizionale) il tentativo di ingabbiare i movimenti di crescita umana collettiva dei poveri con favori particolari e con la proposta di modelli di vita ispirati al consumismo dei ricchi. È un metodo che permette alla società stabilita di «salvarsi», difendendo e diffondendo i criteri su cui si regge, facendoli accettare come gli unici validi, garantendo alla fine la sopravvivenza di strutture di divisione e di oppressione. Il povero, conquistato al consumismo, in cui vedrà dapprima una vera liberazione rispetto alle condizioni di vita subite fino allora, tenderà facilmente a rinunciare ai valori che sono propri della sua storia personale e della storia collettiva della classe cui appartiene, accetterà di relegarli tra le «utopie irrealizzabili». È questo che fonda la potenza di tutti i sistemi sociali fondati sull'interesse e sulla ricerca del predominio di una categoria sull'altra: far leva sull'egoismo dell'uomo o sulla sua naturale esigenza di tranquillità e di pace per rendere irrealizzabile qualsiasi alternativa: giocano su questi stessi elementi per rompere la solidarietà, farne perdere la coscienza, diffondendo con potenti mezzi propagandistici (le mode, i mass-media. gli spettacoli...) i propri modelli. Così le possibili proposte alternative. scartate e declassate, non si realizzeranno le «utopie» perderanno la loro forza «profetica»; le «speranze» rinnovanti dei poveri non troveranno realizzazioni al di fuori dell'accettazione di posti di marginalità, sempre subordinate all'accettazione di ruoli di sottomissione. Ciò permetterà di squalificare continuamente i movimenti stessi che si battono per la crescita umana delle classi e dei popoli che si trovano in condizione di soggezione e di sfruttamento, dimostrando «con i fatti» (gli unici «fatti» cui si permette di realizzarsi) che le loro proposte e la loro lotta «vanno contro gli interessi degli stessi poveri». La potenza dei mezzi di comunicazione e di altri mezzi di manipolazione dell'uomo permette di dividere le masse povere dai loro leaders, di far ricadere su di loro la responsabilità diretta di eventuali peggioramenti delle situazioni. Una tecnica molto vecchia: basti rileggere con questo occhio i1 cap. 5 dell'Esodo. La delegazione di scribi che erano andati dal Faraone a «implorare»: «Perché tratti così i tuoi servi?», uscendo si imbatté «in Mosè e Aronne che stavano là per incontrarli e dissero loro: Jahvè vi osservi e vi giudichi! Voi ci avete resi odiosi agli occhi del Faraone e agli occhi dei suoi servi e avete dato in mano a loro una spada per ucciderci» (Es 5,15-21). I «liberatori» appaiono come i primi responsabili delle sofferenze, anche perché la presa di coscienza e l'impegno finiscono con il costare molto di più che l'accettazione passiva.
    In una prospettiva efficientistica, quella della logica del potere e della ricchezza di parte, si tenderà ancora a dimostrare come l'unica via per liberarsi dalla povertà e da tutti i mali che vi sono connessi è quella «sempre seguita»; si farà di tutto per mostrarne i successi, tentando di ridurre l'ampiezza e l'importanza dei fatti che la possono smentire: il dilagare della povertà a livello mondiale, la distanza sempre crescente tra i popoli «ricchi» e quelli «in via di sviluppo», la creazione di sacche di povertà e sottosviluppo anche nelle società «progredite».. Nello stesso tempo si tenderà anche a caricare sulle spalle degli stessi poveri la maggior parte della responsabilità della loro condizione: li si accuserà di «pigrizia», di «immoralità», di «incapacità e di mancanza di spirito di inventiva», di «disponibilità a farsi strumentalizzare da agitatori estremisti», ecc... (si provi a ripensare, a questo riguardo, agli stereotipi presenti in molte zone di intensa immigrazione nei riguardi dei nuovi arrivati: vengono a coprire i ruoli di rango secondario che man mano si rendono disponibili con i1 diffondersi di un maggior benessere tra gli autoctoni e tra gli immigrati di più vecchia data, ma vengono accusati di cercare i «posti migliori», per «non dover faticare»).
    In queste situazioni, il richiamo alla fedeltà ai valori originari di solidarietà e di impegno di crescita collettiva nella trasformazione radicale delle condizioni che la impediscono o la rendono troppo difficile, è sempre più attuale e doveroso. Fa parte di un'opera di elevazione umana che non voglia ridurre l'uomo alla dimensione «economica» e non accetti di chiuderlo in prospettive di «crescita» puramente materiale.

    Prospettive ecclesiali

    All'interno della Chiesa, come ho notato più sopra, è cresciuta in questi ultimi anni questa doppia dimensione di coscienza: una scoperta sempre più profonda della povertà e dell'oppressione dell'uomo come fatto sociale e collettivo, non legato a puri fattori individuali, ma collegato a cause strutturali, presenti nel dinamismo stesso della società; la tendenza progressiva a identificarsi come «Chiesa dei poveri» e «Chiesa povera»; Chiesa in cui trovano piena cittadinanza quelli che non hanno potere e «non contano»; Chiesa che tende a rifiutare sempre di più il ruolo di potenza che dialoga con altre potenze, nella coscienza che il potere non libera nessuno; Chiesa che cerca di superare i modelli assistenzialistici e paternalistici, per impegnarsi in un'opera che sia insieme di promozione umana e di evangelizzazione, nella coscienza ancora che umanizzazione ed evangelizzazione sono termini inscindibili, anche se non riducibili l'uno all'altro.
    Nasce allora un atteggiamento nuovo e diverso verso i poveri e le loro stesse rivendicazioni: non sono più causa di stupore e di turbamento; soprattutto non vengono più viste solo come «disordine».
    Anche se ancora predominano modelli ormai superati e rinascono qua e là equivoci e incomprensioni, si fa sempre più frequente tra i cristiani l'appoggio e la partecipazione ai movimenti di liberazione dell'uomo, dal movimento operaio ai movimenti per la liberazione dei popoli oppressi e del «terzo mondo».
    Accanto ai pronunciamenti espliciti su fatti concreti e accanto all'impegno diretto dei credenti, sorge tutta una elaborazione teologica: le teologie della liberazione e della speranza. Si prepara così quel retroterra culturale che è mancato alla Chiesa nel secolo scorso per cui è restata estranea a molti tra i movimenti e i momenti più significativi della storia dell'uomo contemporaneo.
    L'azione pastorale è molto probabilmente destinata a risentirne fortemente gli effetti, soprattutto quando una maggiore e più approfondita esperienza aiuterà a superare l'attuale momento di ambiguità e di iniziative un po' abborracciate e farraginose.

    NOTE

    [1] Si veda ad esempio il discorso tenuto da Pio XI al Congresso dell'Unione Uomini di A.C. il 30.10.1926.
    [2] PAOLI ARTURO, La radice dell'uomo, Morcelliana, 1972, PP. 39, 59.
    [3] PAOLI ARTURO, op. cit., in copertina.
    [4] Sempre attualissime e stimolanti al riguardo le riflessioni contenute in MAZZOLARI PRIMO, La parola ai poveri, La Locusta, 1967.
    [5] SORGE BARTOLOMEO, Vangelo e «scelta di classe», in Civiltà Cattolica, 20-11. 1971, pp. 124 ss.
    [6] PELLEGRINO CARD. MICHELE, Camminare insieme, Linee programmatiche per una pastorale della Chiesa torinese, LDC, 1972.
    [7] Si vedano ad esempio: BIANCHERI EMILIO, La Chiesa riminese di fronte al mondo del lavoro, LDC, 1972. COMMISSIONE EPISCOPALE per il Mondo Operaio in Francia: Prima tappa di riflessione nel dialogo con militanti cristiani che hanno operato un'opzione socialista, in Regno - Documentazione, n. 11 giugno 1972. ASSEMBLEA EPISCOPALE FRANCESE, Politica, Chiesa e fede, Torino, LDC, 1973.
    [8] Molte reazioni dei socialisti premarxisti e di Marx stesso contro la religione sono più comprensibili se si rapportano a un tipo di predicazione religiosa molto diffusa tendente troppo spesso a «salvare» l'ordine costituito, anche quando se ne denunciavano alcuni aspetti di male.
    Esempi di questi tipo di predicazione religiosa si possono trovare negli studi di COSTE RENÉ, Chiesa e vita economica, Cittadella, 1972
    HAUBTMANN PIERRE, Proudhon, ou la genese d une antithéiste, Seuil, 1971.
    [9] LUKACS GYORGY, Il marxismo nella coesistenza, Editori Riuniti, 1968.
    [10] Note di Pastorale Giovanile, 1972/6-7.