Giovani per un servizio «critico» alle parrocchie



    Una comunità di Viareggio

    (NPG-1973-04-66)

    Nell'ambiente del porto di Viareggio la comunità è conosciuta. I sacerdoti che la compongono condividono fino in fondo la vita dei pescatori e degli operai: una chiesa che ha davvero il suo «corpo» nel quartiere.
    Lontana, come spazio e come mentalità, la «città»: un aperto contrasto con la povertà e la semplicità che qui si respira. Ma anche la città è coinvolta nella scelta di fede della comunità.
    Nel quadro della presentazione di esperienze giovanili particolarmente significative, abbiamo preso contatto con queste comunità per raccogliere indicazioni sul tipo di «servizio» che un gruppo di giovani, animato e inserito in una «struttura» densa di fascino per la testimonianza che produce, può svolgere in una intera chiesa locale.
    Come sempre, offriamo qualche chiave di comprensione, per facilitare l'inserimento del discorso nel quadro globale delle riflessioni che stiamo portando avanti.
    • Ogni esperienza non nasce di punto in bianco. La «base» è data da una comunità viva e impegnata. ll tentativo di costruire sulle ali dell'entusiasmo è facilmente condannato alla sterilità. Una comunità che funziona è già una proposta implicita. Se è conosciuta, «colpisce»e costringe a prendere posizione. Così è di Bose, di Spello, del Centro di formazione alla preghiera di Cuneo, per non citare che alcuni dei casi «macroscopici»di cui abbiamo già parlato...
    • La scelta di lavoro è per un'opera di sensibilizzazione all'interno delle istituzioni esistenti. Le «parrocchie» (per utilizzare il riferimento cui si accenna spesso nell'intervista) esistono e hanno presa, di fatto. Il lavoro all'esterno, da libero battitore, può essere affascinante... ma spesso è sterile. La preferenza, indicata dall'esperienza trascritta, sottolinea la necessità di lavorarci «dentro», con una presenza «criticamente profetica», quando è necessario, per creare sensibilità nuove e impegni rinnovati.
    • È interessante il raccordo tra quotidiano e impegno speciale, tra i vari gruppi normali di appartenenza e la partecipazione alla vita della comunità per una ulteriore qualificazione, attraverso cui ritornare ai ritmi normali.
    Ancora una volta ci pare sottolineato con i fatti quel discorso teorico già più volte accennato: il rapporto tra qualificazione e servizio, tra quotidiano e «speciale», tra gruppo di appartenenza e gruppo di riferimento (anche se abbiamo l'impressione che sia un po' affrettata la conclusione circa la non ricercata appartenenza e la responsabilità formativa nei confronti dei giovani).

    CHI SIAMO

    D. Raggiungere la sede della vostra comunità, nel porto di Viareggio, non è stata impresa facile. Più di una volta ho dovuto chiedere indicazioni. Mi ha colpito un fatto: tutti vi conoscevano. E tutti parlavano con simpatia di voi. Ho avuto la netta impressione che nel sottofondo dicessero: «Sono dei nostri! I nostri amici...».
    Perché? Chi siete e che cosa fate, per attirare tanta simpatia?

    R. Ci siamo incontrati in comunità dopo esperienze molto diverse. All'inizio eravamo in 8. Oggi siamo quattro sacerdoti. Qualcuno ha scelto di vivere il proprio servizio in ambiente diverso. È stata una chiarificazione necessaria, per dare senso pieno alle nostre personali scelte.
    Che facciamo? È facile dirlo. Cerchiamo di guadagnarci il pane lavorando come tutti. Siamo inseriti in un ambiente di duro lavoro: il porto, cantieri navali, pescatori. La nostra è una zona operaia molto povera. Viviamo «dentro» al nostro ambiente, fino in fondo: cerchiamo di comparteciparne la vita reale. Il nostro modo di «esistere» coincide con quello degli amici che ci circondano.
    Questo crea un legame fondamentale con la gente: un legame di amicizia e di stima profonda reciproca.
    Hanno imparato a stimare la chiesa e i sacerdoti attraverso la stima che portano a chi si guadagna il pane come se lo sudano loro. Anche se sanno chiaramente che i nostri motivi di vita sono diversi dai loro. Per noi il lavoro non è solo «il fatto di lavorare»: è un modo di essere a contatto. La gente qui lo ha capito.
    Il nostro progetto è più a largo raggio. Ed è forse questo che vi ha spinto fin qui.
    Vorremmo allargare la nostra presenza a livello cittadino, per diventare un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono vivere un impegno cristiano serio e non sanno che fare. Per coloro che non si ritrovano in pieno nelle maglie un po' burocratiche della parrocchia tradizionale. Stiamo facendo dei timidi tentativi...

    D. Quali tentativi avete messo in cantiere? Ci interessano molto sia i risultati che i progetti, proprio perché ogni esperienza può diventare significativa per i tanti che non sanno mai dove mettere le mani...

    R. La fetta privilegiata dei nostri... tentativi sono i giovani. Ci sono sembrati i più sensibili.
    Racconto quello che abbiamo fatto.
    Attorno alla nostra esperienza, anche perché costituiva un certo «richiamo» per la novità delle scelte, si sono lentamente polarizzati alcuni giovani. Molti provengono dalle parrocchie della città (venendo da noi non hanno assolutamente abbandonato il servizio attivo alle parrocchie, anzi! Ma ne riparleremo). Altri, invece, sono di estrazione un po' «extra». Con questi giovani abbiamo cercato di capire i problemi che dovrebbero stare a cuore alla comunità ecclesiale di Viareggio, soprattutto se si allarga l'orizzonte degli interessi un poco oltre a quello strettamente parrocchiale; a problematiche, insomma, che vanno al di là dell'impegno quotidiano. Per esempio, quest'estate si è cercato di portare una certa sensibilizzazione per la guerra del Viet-nam.
    Davanti alle chiese parrocchiali, un bel giorno, la popolazione si è trovata con un gruppo di giovani che «denunciava» (attraverso cartelloni, volantini...) un certo fatto, la cui denuncia generalmente giungeva da altre fonti politiche... E così per altri temi.
    La nostra ricerca e i toni della nostra denuncia vogliono essere fatti in continua fedeltà al vangelo. In nome della nostra fede ci pare importante allargare la sensibilità dei cristiani perché si viva la vita quotidiana in una dimensione più globale, sensibili ai problemi che attraversano la nostra storia.

    QUALIFICARSI PER SERVIRE!

    D. È stato toccato uno dei temi più scottanti nei gruppi giovanili impegnati politicamente: fede e impegno politico.
    Ci interessa molto la vostra esperienza come punto di confronto. Che significa, per voi, «denunciare in nome del vangelo»?

    R. Siamo ai primi passi e non ci sentiamo maestri di nessuno. Sia ben chiaro! Anche i giovani che lavorano con noi sentono fortemente questo stato di ricerca e quindi di provvisorietà.
    Ad ogni modo, riferisco il «punto» cui siamo giunti.
    La motivazione al nostro tentativo di allargare la «coscienza cristiana»delle parrocchie e di spingere a coinvolgersi in problemi che sono «del mondo»... la motivazione a tutto ciò, per noi, è nell'«amatevi come io vi ho amato». L'amore cristiano è la radice del nostro impegno.
    Siamo tutti fratelli. Quindi siamo «vincolati» reciprocamente, nell'amore di Cristo. Tutti gli uomini. Quindi il povero che bussa alla porta di casa mia e l'uomo che è oppresso, violentato, a centinaia di chilometri di distanza.
    Questa dimensione l'abbiamo chiara davanti agli occhi. La presenza di Cristo è viva e attuale per noi nell'uomo che incontro tutti i giorni lungo la strada. Ma nello stesso tempo e con la stessa intensità, Cristo è mio «prossimo» anche nel fratello lontano.
    La nostra dimensione politica nasce da questa coscienza di «lontananza ravvicinata» per e nell'amore di Cristo.
    Se sono serio con la mia fede, sento la necessità di assumermi sulle spalle il peso di situazioni ingiuste e oppressive. E di fare qualcosa per risolverle. In questo, lo ripeto, sta il nostro servizio alle parrocchie. Troppo spesso i molti problemi vicini sfuocano quelli lontani. Ci si preoccupa del fratello che bussa alla porta e non si fa attenzione a quello lontano.
    Noi vogliamo diventare la «coscienza critica» delle comunità parrocchiali, per costringere ad accorgersi dei fratelli lontani. Di Cristo che mi ama e che devo riamare, anche nei fratelli lontani.

    D. Le prospettive sono molto interessanti. Come vi accolgono le «parrocchie»? Nella domanda è racchiuso un ulteriore problema. Spesso ciò che qualcuno contesta ai giovani che fanno un tipo di servizio come il vostro... è la «retoricità». Dicono, cioè, che sono di facile parola... ma meno pronti all'azione, quando questa esige continuità e fatica.

    R. Come siamo accolti nella parrocchia? È difficile dare un giudizio univoco. Ogni situazione è diversa dall'altra.
    C'è una certa ostilità... Ma non ci spaventa..E normale.
    Lo strano è che qualcuno si inalbera perché nei nostri cartelli ad una frase del vangelo è spesso collegata una situazione che vogliamo denunciare. Quando il vangelo è letto spersonalizzato e fuori dalla storia... non dà fastidio a nessuno. Se lo si utilizza per comprendere i fatti della nostra vita quotidiana... le cose cambiano un poco.
    D'altra parte, proprio a questo livello si inserisce il nostro contributo critico.
    L'altro problema, quello della retoricità... è verissimo. Noi chiediamo ai giovani che accettano la nostra proposta di essere impegnati a fondo nel proprio ambiente.
    La partecipazione alle attività della nostra comunità deve essere sorretta da un impegno vissuto nel quotidiano..È uno dei punti chiave. Impegno nella parrocchia, per molti; nella scuola o nella fabbrica, nei comitati di quartiere..., per gli altri. Non vogliamo «disoccupati».
    Anche a questo proposito, siamo ai primi passi. Stiamo cercando di «capire» quale può essere la nostra vocazione di servizio nella nostra città.
    Il rapporto tra impegno quotidiano e la nostra attività di «denuncia», per noi, è problema di coerenza cristiana.
    Il cristiano non è coerente con la sua fede se non vive l'impegno di amore con il fratello che ha accanto tutti i giorni. Ma questo è un fatto normale. È fuori discussione, tanto dovrebbe essere normale. In questa prospettiva di «normalità», ci pare importante aggiungere qualche altra cosa. In fondo, essere cristiani dovrebbe significare avere una capacità di partecipazione che supera le dimensioni normali per giungere a livelli più universali: tutto ci riguarda, tutto ci colpisce, tutto bussa al nostro cuore e alla nostra vita...
    Sentiamo con insistenza il problema della qualificazione: non possiamo essere dei generici.
    Che cosa facciamo? Lo ricordo con un esempio. Si parlava della sensibilizzazione alla guerra del Viet-nam. Per prepararci abbiamo cercato di raccogliere tutta la bibliografia possibile sull'argomento, schedando tutti i dati, di qualsiasi estrazione fossero.
    Poi abbiamo consultato degli esperti. E abbiamo studiato a fondo.
    Lo stesso, ora, stiamo facendo per quanto riguarda i problemi del Brasile. Nella ricerca delle fonti, diamo una certa preferenza ai documenti e alle testimonianze di «matrice cristiana»: vescovi, sacerdoti, cristiani. E questo perché ci pare importante cogliere e mettere in evidenza l'aspetto della partecipazione di responsabilità del cristiano in questi problemi.
    Evidentemente, se si vuole, cerchiamo una certa coerenza all'interno dei documenti che scegliamo. E quindi li scegliamo con una certa attenzione... L'impegno allo studio e alla comprensione radicale dei problemi ha qualificato fortemente i giovani. Essi si sono costruiti una loro «visione delle cose», matura e profonda, al di là di ogni istintività.

    UN GRUPPO DI «RIFERIMENTO»

    D. Ancora una domanda, per raccogliere la vostra esperienza a proposito di un altro nodo di molte esperienze giovanili.
    I giovani che partecipano alle attività di cui ci ha parlato, si sentono gruppo in senso pieno e quindi abbandonano i gruppi dai quali provenivano, oppure si ritrovano con la comunità solo per maturare una dimensione di maggior qualificazione e quindi solo come riferimento culturale?

    R. I giovani che partecipano alle nostre attività e alla vita della nostra comunità non hanno nulla di strutturato. Non sono un gruppo. Ci teniamo che le cose vadano così, proprio perché desideriamo che ciascuno si impegni prima di tutto nel proprio ambiente quotidiano.
    Faccio un esempio che chiarisce meglio di mille parole.
    Noi teniamo molto alla preghiera. Tutti lo sanno. la forza che ci fa continuare a lavorare e a sperare. Eppure non organizziamo nessun incontro speciale di preghiera per i giovani.
    Essi sanno che diamo importanza alla preghiera. Sanno che tutte le sere celebriamo l'Eucaristia, nella nostra cappella, con molta pace e con molta calma.
    Ogni tanto qualcuno ci viene, liberamente.
    Non chiediamo nulla e non spingiamo verso una partecipazione più intensa. In altre parole, non vogliamo ricreare, nella nostra comunità, un nuovo gruppo giovanile, con una sua vita, con i suoi momenti di preghiera, per stare all'esempio. Vogliamo essere al servizio di tutti. Vogliamo essere una proposta di stimolo a coloro che si sentono chiamati in causa. Chi ci dà una mano, sa che non può e non deve abbandonare i suoi precedenti impegni. Non troverà qui né un gruppo né uno spazio particolare di impegno.
    La nostra è una proposta per coloro che desiderano assumere una dimensione nuova, più globale e quindi più cristiana, per vivere a fondo la propria fede nelle situazioni e nelle strutture di tutti i giorni.