Diocesi di Parma
(NPG 1973-02-39)
L'impegno pastorale si muove sempre di più a livello di «chiesa locale». Gli interventi sporadici sono spesso votati al fallimento, perché troppo pronti a restare risucchiati dal «clima» diffuso.
La diocesi di Parma si è sentita provocata dal problema «pastorale dei ragazzi». Lo ha fatto oggetto di attente riflessioni a livello di commissioni tecniche e di consiglio pastorale.
Il documento che presentiamo è il frutto di un lungo e documentato lavoro (la nostra trascrizione ha tralasciato la parte in cui si analizzava la realtà locale all'interno della quale si costruisce la pastorale dei ragazzi).
Proporre queste pagine è per noi molto più che offrire una testimonianza di lavoro serio.
Le linee portanti ci trovano in perfetta sintonia: ci sembra, questa, la strada maestra per una pastorale dei preadolescenti, adeguata alla attuale sensibilità sociale ed ecclesiale.
Abbiamo in cantiere una serie di interventi: questo documento può creare una buona piattaforma di sintesi in cui incasellarli.
PREMESSA
Per impostare una pastorale dei ragazzi, organica e completa, è necessario aver chiaro quale posto occupano i ragazzi nella Chiesa, sia di diritto che di fatto.
Il Concilio Vaticano Secondo ha fatto recuperare alla Chiesa la sua dimensione fondamentale di «Popolo di Dio», sottolineando che lo Spirito Santo, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui, dispensa pure, tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali, con le quali rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento ed alla maggiore espansione della Chiesa» (LG 12).
I punti principali, pertanto, da tenere presenti, sembrano i seguenti:
a) I ragazzi, adeguatamente alle loro possibilità, sono capaci di una autentica vita di fede, avendo ricevuto il dono dello Spirito Santo, che li rende idonei a guardare la vita con ottimismo, con l'occhio di Dio, a sperare nel suo aiuto e nelle sue promesse, ad amare con la sua stessa potenza di amore.
b) Proprio per questo non sono solo oggetto di cura pastorale, ma soggetto, direttamente chiamati a dare il loro contributo originale nella vita della chiesa.
c) Come conseguenza, nella pastorale dei ragazzi si dovrà tenere presente sia la proposta di salvezza che va fatta ad ogni ragazzo (come persona veramente libera a cui Dio si rivolge in Cristo) sia il contributo diretto che essi possono e debbono dare per la crescita della Chiesa in cui vivono e del mondo in cui sono protagonisti.
FINALITÀ, OBIETTIVI E CONTENUTI DELLA PASTORALE DEI RAGAZZI
L'obiettivo preciso che ci si deve proporre è aiutare i ragazzi a diventare veri uomini in Cristo. Volendo impostare un lavoro serio, bisogna quindi tener presenti sia i ragazzi, considerati nelle varie componenti della loro personalità (teologiche, fisiopsicologiche, sociali, ecc.) sia il fine pastorale specifico, vale a dire una proposta di salvezza, che è Cristo vivo nella Chiesa, fatta ai ragazzi, accettati nella loro concretezza. E dunque richiesta una duplice fedeltà: al ragazzo di oggi e al nucleo essenziale del messaggio cristiano.
Fedeltà al ragazzo d'oggi
Si esamineranno dapprima le caratteristiche ed esigenze dei giovanissimi fino ai 13 anni, per considerare successivamente i particolari problemi posti dal loro inserimento nella società odierna.
Caratteristiche ed esigenze del ragazzo
Il ragazzo va visto nel suo valore, nel dinamismo della sua completa esistenza, negli atteggiamenti che assume verso natura e società. Tenendo conto di questi elementi, l'educatore (ed in genere l'adulto) deve rispettare determinate condizioni, che saranno brevemente accennate:
♦ Il ragazzo è anzitutto un essere umano, con tutta la dignità propria dell'uomo. È una persona, una novità singolare, un sorgere originale e definitivo. Per lui Dio si è incarnato e Cristo si è offerto sulla croce. Ha dunque un valore assoluto: dobbiamo considerare le sue parole e le sue azioni con tutta serietà ed occuparci di lui e del suo destino con grande responsabilità.
♦ Tuttavia è un essere umano che comincia, un inizio. Contiene virtualmente tutto il suo avvenire, ma deve ancora realizzarlo. Vive oggi la sua pienezza, proprio come ragazzo, maturando progressivamente verso ciò che sarà. Bisogna perciò guardarci dal trattarlo come un eterno bambino, da condurre sempre per mano, ma anche dal pretendere da lui la maturità, il giudizio e la piena responsabilità che sono peculiari dell'adulto. È invece necessario aiutarlo, con grande delicatezza, a passare gradatamente dalla conoscenza fantastica a quella realistica e razionale; dalle valutazioni emotive al giudizio ponderato; dall'attività fine a se stessa all'azione creativa e intenzionale; dal comportamento imitativo e abitudinario alla decisione personale e alla coerenza morale, ecc.
♦ È legato alla natura più dell'adulto. Ha un assoluto bisogno di esercitare e affinare le sue energie fisiche e psichiche a contatto con le cose naturali, che lo stimolano senza inibirlo. Esercizio fisico, educazione sensoriale ed estetica (molto importante), libero incontro coi coetanei si realizzano adeguatamente solo nel cosiddetto «spazio verde». Mentre però nella fanciullezza e preadolescenza (cioè dai 7 ai 13 anni) esso è l'ambiente normale per i giochi, le avventure, le scoperte del ragazzo, nei primi anni è il campo preferito degli esercizi sensoriali e delle immaginazioni e trasfigurazioni fantastiche delle cose.
Bisognerà quindi dare ai più grandicelli la possibilità di godere liberamente della natura e consentire ai più piccoli di sbizzarrirsi nelle loro creazioni fantastiche. Volerli abituare anzitempo ad una visione realistica delle cose vuol dire comprimere la loro spiritualità.
♦ Il ragazzo ha un'indole sociale, anche se la sua socialità attraversa fasi successive ed è nettamente differenziata da quella adulta. Nei primi anni è prevalentemente egocentrica, dettata dal bisogno di stare assieme, di giocare, di conoscere e conoscersi; successivamente nascono i primi accenni di un rapporto di amicizia, si scopre il valore del gruppo, viene colta progressivamente la bellezza del dono di sé e della dedizione agli altri.
E importante sottolineare che il rapporto con gli adulti è ancora luogo privilegiato dell'esperienza del ragazzo. Essi devono perciò avvicinarlo con grande attenzione, dedicargli il loro tempo, parlare con lui pacatamente, adattandosi al suo interesse, ai suoi giochi, alle sue scoperte, al ritmo dei suoi discorsi e delle sue attività. Nessuna dedizione indiretta può supplire a questa presenza affettuosa e informale. Essa del resto, distogliendo dal ritmo sempre febbrile e utilitaristico della loro vita, li ristora ulteriormente, salva la loro libertà e capacità di cogliere nel mondo i valori spirituali...
Dialogare con il ragazzo significa mediare per lui la cultura e gli eventi del mondo adulto, perché la sua ancora fragile libertà non ne venga del tutto condizionata, ma possa tuttavia recepirlo per la crescita del suo essere.
D'altra parte non bisogna dimenticare che vi è una «società dei ragazzi», che in certi momenti è impenetrabile per i grandi: sarebbe nocivo volervi entrare a tutti i costi o tentare di assorbirla in quella adulta. Il problema è di evitare che si chiuda in se stessa rispettandone la giusta autonomia, ma sollecitandola dall'esterno affinché faccia suoi, nei modi che le saranno congeniali, alcuni temi e problemi del mondo attuale.
♦ Il ragazzo custodisce in se stesso un mistero. La sua franchezza ed ingenuità, la sua illimitata apertura e confidenza, il suo coraggio, l'abbandono, la gioia di cui è capace, la sensibilità con cui sa gustare le cose più semplici, tutto ciò rivela che il suo essere è pronto all'incontro con Colui che si propone nei segni stessi della creazione e, in maniera del tutto nuova e superiore, nella parola che la Chiesa annuncia e testimonia. Fin dalla più tenera età, il bambino, se i rapporti affettivi ed emotivi con i genitori gli fanno sperimentare con gioia il suo essere al mondo, manifesta una tendenza spontanea verso il mondo religioso. E vero che egli riceve i modelli religiosi di comportamento dalle persone amate, ma lo fa con dei tratti di sincerità di entusiasmo e di iniziativa che dimostrano autentica la sua religiosità. Questa non può essere certo riflessa e sarebbe del tutto fuori luogo imporre ai fanciulli i nostri schemi mentali anche in questo campo, forzandoli ad un'impostazione razionalistica e volontaristica dei problemi.
Da principio la religiosità del fanciullo è simbolica, globale, contemplativa, conserva per un tempo assai lungo dei caratteri difficili da interpretare e che gli adulti hanno affrettatamente definito come antropomorfismo, egocentrismo, animismo, magismo, ritualismo e verbalismo.
E tuttavia una religiosità che cresce e si sviluppa parallelamente alla personalità totale e che viene purificata e nutrita dall'insegnamento religioso e dalle persone che il ragazzo accosta.
L'educazione religiosa deve stabilire un rapporto volta per volta adeguato fra l'esperienza spontanea del ragazzo e la proposta religiosa esplicita dell'insegnamento e della testimonianza. Bisogna sempre ricordare che il bambino è protagonista anche della sua crescita religiosa e che Dio si offre a lui seguendo le leggi dell'incarnazione e della progressione.
Se in molti casi non si ritrova oggi nei ragazzi una espressione religiosa esplicita o una maturazione nell'esperienza religiosa, ciò può essere ricondotto a due cause principali: l'insufficienza affettiva dell'ambiente familiare, che limita tutte le possibilità di sviluppo della persona (e tanto più quelle religiose, che nella loro autenticità si pongono come esito ultimo della crescita umana) e la mancanza o l'inadeguatezza dell'insegnamento e della testimonianza religiosa.
Sono ancora una volta gli adulti a nascondere al ragazzo il Volto di Colui, che li ama e li chiama ad una Comunità con Lui.
♦ Infine va ricordato che il ragazzo si sviluppa gradualmente, attraverso alcune tappe nelle quali emergono caratteristiche diverse: la prima infanzia (0/3 anni), nella quale i genitori costituiscono l'ambiente psicologico quasi esclusivo del bambino e con la loro capacità di accoglierli ne determinano le reazioni affettive ed emotive decisive per tutta la vita; la seconda infanzia (3/7 anni), in cui la nascente personalità incomincia a organizzarsi, si protende ad una prima affermazione di sé e si apre sul mondo per sperimentarsi in esso con godimento e per dominarlo simbolicamente con le fantasie e i suoi giochi; la fanciullezza (7/11 anni), periodo in cui il pensiero si fa più oggettivo e il ragazzo è tutto rivolto all'esterno per esplorare il mondo delle cose e degli uomini e per adeguarsi ad esso con grande ricettività.
La condizione del ragazzo nella società d'oggi
La natura del ragazzo ovviamente non muta. Ciò che muta è la situazione in cui è storicamente inserito e che determina in lui reazioni, comportamenti, problemi a volta a volta nuovi. Quando parliamo del ragazzo d'oggi, intendiamo dunque riferirci alla condizione in cui egli viene a trovarsi.
Le caratteristiche che differenziano la società contemporanea da quella, ad esempio, di cinquant'anni fa, sono molte. Ci si limita qui a considerarne alcune indubbiamente rilevanti, per studiarne gli effetti sul ragazzo.
♦ Il primo effetto da valutare è quello dell'avanzamento tecnologico. Esso priva anzitutto il ragazzo del suo ambiente naturale, lo «spazio verde», impedendogli una crescita sana ed un adeguato sviluppo sensoriale, sentimentale ed anche sociale. Questo provoca un permanente stato di insoddisfazione ed una pericolosa accumulazione di energie compresse. Contemporaneamente, però, i ritrovati della tecnica lo sollecitano in mille forme, accelerando i processi conoscitivi, moltiplicando le esperienze fortemente emotive, creando nuove occasioni di incontro. In tal modo scarica su nuovi oggetti, un tempo impensabili, le energie accumulate. Senonché questa sollecitazione avviene tramite stimoli per lo più inadatti alle sue esigenze vitali (televisione, cinema, giornali; giochi concepiti per occuparlo innaturalmente tra le pareti domestiche; sports quasi esclusivamente competitivi; macchine: dalla lavatrice all'automobile, ecc.). Sono stimoli che intervengono quotidianamente su di lui, favorendo precocemente attitudini «adulte», e ritardano o comprimono lo sviluppo dell'immaginazione, del gusto della scoperta, della gioia delle attività creative, di un rapporto sociale semplice ed immediato. Il ragazzo finisce per considerare «naturale» e «suo» un modo artificiale di adulto. Se dunque è vero che nel mondo tecnologicamente avanzato non può scaricare le energie accumulate e compresse per la mancanza di un sufficiente contatto con la natura, è altrettanto vero che ciò non avviene senza il pericolo di una grave distorsione psichica. Egli è costretto anzitempo e senza capacità critiche ad entrare nel mondo dell'adulto, ad assimilarne valutazioni e comportamenti, ad adeguarsi ai loro gusti. Gli stessi adulti sembrano facilitare questo pericoloso processo non lasciando mancare nulla ai piccoli, coprendoli di regali costosi e complicati (che non lasciano spazio alla fantasia), consentendo loro (ma spesso di fatto costringendoli) di partecipare ai propri svaghi (dalla televisione alla gita domenicale), ecc. In tal modo li mettono in condizione di adattarsi agli schemi d'una società fondata più sul possesso ed il consumo che sull'inventiva, l'incontro, il dono reciproco.
♦ In generale tutta la dinamica della società dei consumi influisce negativamente sulla crescita umana del bambino e del ragazzo. La particolare prospettiva utilitaristica in cui avvengono tutte le reazioni adulte di fronte al bambino e con il bambino, causano in questo, una grande superficialità ed una incapacità di risonanza profonda agli stimoli più significativi (avvenimenti, persone, valori, spettacoli naturali ed artistici, ecc.). In genere la stimolazione tende ad essere eccessiva, rapida, condizionata. I ritmi artificiali a cui il bambino viene sottoposto ne spezzano la interiorità (non ha tempo né modo di interiorizzare nulla). Questo è aggravato dal fatto che non vengono anche sviluppate a sufficienza le sue capacità di riflessione e di contemplazione. In tal modo egli si prepara a diventare un essere conformista, non creativo.
♦ In parte come conseguenza dell'avanzamento tecnologico, in parte per altri fattori, la famiglia si trova oggi in una condizione del tutto nuova. Vi è una «rivoluzione familiare» (che comporta particolari problematiche e tensioni), non ancora terminata e di cui è difficile prevedere l'aiuto. Lo sviluppo del lavoro femminile, la specializzazione dei compiti (caratteristica della civiltà tecnologica), la conseguente diminuita presenza in casa dei genitori e la loro scarsa preparazione pedagogica, la generale stanchezza e l'assorbimento del tempo serale da parte della televisione, l'accentuarsi dei conflitti di generazione, ecc. Tutto ciò influisce fortemente sulla condizione del fanciullo e del preadolescente in seno alla comunità familiare. Più ancora di una volta si sente incompreso, trascurato, escluso. Le maggiori difficoltà del dialogo genitori/figli si ripercuotono soprattutto nella educazione morale e religiosa. Né dobbiamo trascurare il fatto che la maggioranza dei ragazzi disadattati provengono da famiglie in cui l'armonia o la convivenza dei genitori mancano o sono molto precarie.
♦ In campo morale il quadro dei valori è oggi soggetto ad una continua contestazione e discussione: molte sono le impostazioni presentate come possibili e serie; tutto viene valutato in relazione alle situazioni ed agli ambienti; gli stessi valori sociali, tanto conclamati sono tutt'altro che pacifici; la coerenza sembra una virtù superata, ecc. Il pluralismo ed il relativismo di dottrine e comportamenti morali caratterizzano il nostro tempo. Ora, tutto ciò può avere effetti stimolanti per l'adulto (nel senso di una assunzione di responsabilità più meditata); può anche costituire, in prospettiva una occasione per portare il preadolescente a scoprire ed usare con grande serietà la sua capacità di autodeterminazione. Tuttavia, se si considera il ragazzo in tutta l'ampiezza del suo sviluppo, è evidente che lo si priva di un qualsiasi punto di riferimento. Appellarsi alla sua capacità autonoma di giudizio e di decisione significa puntare tutto su qualcosa che in lui è solo in via di formazione; significa forzarne indebitamente lo sviluppo psichico e morale. Egli ha bisogno di essere posto a contatto con valori chiari, concreti ed evidenti, facilmente riscontrabili perché incarnati, vissuti in modo inequivocabile. Tutto ciò manca. L'assenza di punti di riferimento porta il ragazzo al turbamento o all'indifferenza; molto spesso egli si lascia vincere dallo smarrimento, dalla insicurezza, oppure cede agli istinti che in lui sono predominanti. Perde così la possibilità di sviluppare la propria sensibilità morale.
Questo quadro – che è incompleto – può essere sintetizzato così: la società contemporanea, mentre costringe i giovanissimi a diventare uomini anzitempo, li esclude proprio come ragazzi. Il ragazzo come tale non è tenuto presente nelle sue esigenze, nei suoi diritti, nella sua dignità specifica. Egli si trova oggi in una condizione di accelerazione innaturale dei processi di sviluppo (conoscitivi, affettivi, ecc.) ed anche in una condizione di sproporzione per le sue possibilità e i compiti che la situazione richiederebbe. Gli atteggiamenti apparentemente contraddittori, di rinuncia, indolenza e angoscia da una parte, e di ribellione e violenza dall'altra, documentano e provano in egual misura questo stato di cose. Il processo è poi irreversibile: in futuro certamente si accentuerà; fra l'altro la campagna, che oggi sembra presentare una situazione meno grave della città, assumerà gradatamente lo stesso volto preoccupante. D'altra parte, vanno tenuti presenti gli aspetti positivi della situazione attuale. Ne ricordiamo alcuni: il miglioramento igienico, sanitario ed assistenziale; la maggior considerazione in cui sono tenuti i figli; le aumentate possibilità di conoscenza e di apertura mentale; una vita più dinamica ricca di occasioni d'incontro e di stimoli, ecc.
Tutto ciò, però, non sembra controbilanciare a sufficienza gli effetti negativi sopra ricordati.
Che cosa fare allora? È evidente che non è possibile né ragionevole pensare di difendere i giovanissimi dall'esterno, procurando loro un ambiente artificiale da cui siano esclusi i fenomeni contemporanei. È ancor più evidente la impossibilità di forzare ulteriormente il loro sviluppo in modo che raggiungano prestissimo quella maturità di giudizio e quel senso di responsabilità che sarebbero richiesti.
Ci limitiamo per il momento ad indicare alcune necessità, che cercheremo di sviluppare meglio nella parte operativa:
• bisogna acquisire una conoscenza più precisa del mondo dei ragazzi nelle caratteristiche e nei problemi di oggi (il discorso precedente non può soddisfare, anche se costituisce un sufficiente campanello di allarme);
• gli educatori devono tenere maggiormente presente in ogni momento del loro lavoro, la situazione attuale dei ragazzi; un impegno generico è del tutto inadeguato e, a volte, controproducente;
• si impone una ristrutturazione della vita di tutta la comunità ecclesiale, in modo che in esso il ragazzo trovi lo spazio, gli stimoli e gli esempi necessari;
• occorre fornire nuove occasioni di impegno per i giovanissimi, che si impongono anche per la loro carica emotiva.
Fedeltà al nucleo essenziale del messaggio cristiano
Tenuto presente che «il centro vivo della fede è Gesù Cristo» (cfr. RdC, 57), è compito dell'attività pastorale aiutare il ragazzo ad incontrarLo, sperimentarLo, viverLo. Per raggiungere tale fine occorre:
Guidare i ragazzi all'incontro con la Parola di Dio
Primo compito in una pastorale autentica è guidare i ragazzi all'ascolto e all'incontro con la Parola di Dio. Deve essere un incontro tale che la Parola si inserisca nella vita dei ragazzi e ne diventi orientatrice.
A questo proposito le linee lungo le quali muoversi sono le seguenti:
• attenzione alla vita e alla capacità dei ragazzi in relazione all'età: per i bambini al di sotto dell'età di ragione, ad esempio, il problema si pone in termini molto diversi; più che di catechesi in questa età si dovrebbe parlare di pre-catechesi e si dovrebbero definire bene i compiti soprattutto dei genitori; o ripudio con decisione di una catechesi di tipo nozionistico ed intellettualistico, sia nei contenuti che nel metodo;
• elaborazione, quindi, di una catechesi adeguata alla fanciullezza ed alla preadolescenza sia nei contenuti che nel metodo; una catechesi a sfondo biblico-liturgico e dalla prevalente prospettiva ecclesiale e sociale;
• precisazioni delle modalità e dei ruoli specifici dei diversi momenti di catechesi cui il ragazzo è sottoposto: familiare, parrocchiale, scolastica, d'associazioni.
La catechesi, in sostanza, deve essere unica nei suoi contenuti di fondo. Tali contenuti, però, vanno offerti in modo adeguato ai diversi livelli di età e quindi di maturità del ragazzo; nello stesso tempo, poi, i contenuti così definiti vanno presentati ai ragazzi con modalità diverse, dai diversi ambienti che sono in grado di offrire una catechesi ai ragazzi: la famiglia, la scuola, la parrocchia, l'associazione.
– La catechesi familiare dovrebbe essere prevalentemente una catechesi occasionale. Con questa espressione si vuole concretamente indicare che in famiglia i genitori devono fare catechesi partendo dalle occasioni di vita e dalle richieste concrete dei ragazzi. Alle domande che i ragazzi pongono, ai problemi che sottolineano, alle esigenze che manifestano, i genitori cercano di dare una risposta nella prospettiva della fede in modo tale da abituare i ragazzi a vedere le cose, la vita, la realtà con l'occhio del Signore.
– La catechesi scolastica dovrebbe essere catechesi a prevalente carattere culturale-sistematico. Con questa espressione, naturalmente non si vuole indicare una catechesi che sia di nuovo nozionistica e intellettualistica: il carattere culturale e sistematico va riferito sempre ad una catechesi che rimanga autentica ed una metodologia che sia il più possibile induttiva, in consonanza con la metodologia generale della scuola.
– La catechesi parrocchiale dovrebbe avere il carattere prevalente di iniziazione liturgico-sacramentale. La parrocchia infatti è il luogo più proprio per la catechesi e l'esperienza liturgico-sacramentale.
– La catechesi dell'associazione o dei movimenti apostolici deve essere una catechesi a carattere prevalentemente esistenziale. Una catechesi, cioè, che faccia ampio posto alla vita e si riferisca costantemente all'esperienza dei ragazzi; una catechesi che partendo dalla vita dei ragazzi ritorni alla vita attraverso l'incontro con la Parola di Dio.
Guidare i ragazzi all'esperienza liturgico-sacramentale
La liturgia è l'espressione più viva della realtà della Chiesa; l'Eucaristia è la fonte e il culmine della vita della Chiesa.
Nell'azione pastorale è necessario, quindi, che la liturgia diventi fonte di vita per i ragazzi e che soprattutto l'Eucaristia diventi «la fonte e l'apice della loro vita cristiana».
Gli obiettivi da raggiungere, in proposito, e le linee di lavoro da seguire ci sembrano i seguenti:
• favorire nel ragazzo il conseguimento dell'unità interiore tra vita concreta quotidiana ed esperienza liturgica in modo da eliminare la pericolosa «spaccatura» che in genere si forma nella coscienza dei cristiani tra «esperienza religiosa» ed «esperienza di vita»;
• sottolineare la dimensione essenzialmente comunitaria della esperienza liturgica eliminando tutti gli aspetti che sanno di puro individualismo;
• rivedere profondamente, per questo, i criteri della pedagogia sacramentale sottolineando gli aspetti comunitari della liturgia e mettendo maggiormente in relazione il contenuto specifico dei singoli sacramenti con il corrispettivo di capacità e di maturità umana raggiunta dal ragazzo.
Guidare i ragazzi all'esperienza di amore e di servizio
Questa terza prospettiva d'impegno è in certo modo il senso ultimo e la sintesi delle altre due. Questa prospettiva, infatti, è immanente nelle altre due e rappresenta il termine verso cui tutta l'azione pastorale deve tendere: creare nei ragazzi un'attitudine d'amore e di servizio nei confronti degli altri.
Con questa terza prospettiva si vuol sottolineare l'essenza e la dimensione dell'educazione cristiana. Qui rientra tutto lo sforzo inteso a far superare ai ragazzi i limiti dell'egoismo e dell'individualismo personale e di gruppo, e ad aprirli, per gradi successivi, ad una visione internazionale ed ecumenica.
Si colloca qui l'appello vibrante di Paolo VI nella «Populorum progressio» ad educare fin dall'infanzia al senso e alla dimensione internazionale.
STRUTTURE DELLA PASTORALE DEI RAGAZZI
La chiesa del Vaticano II si è riscoperta come Popolo di Dio che cammina nella storia, esercitando, proprio come popolo, la sua missione di «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1). L'attività pastorale è pertanto un dovere per tutti; di conseguenza la pastorale dei ragazzi va considerata un compito di tutta la comunità ecclesiale. Come nella famiglia l'educazione dei figli non spetta solo alla madre, ma anche al padre e a tutti i componenti adulti, così tutta la famiglia diocesana e parrocchiale deve sentire ed esercitare verso i figli più piccoli la sua cristiana responsabilità.
Tutti dobbiamo prendere coscienza dei problemi della pastorale dei ragazzi, approfondirli e cercare soluzioni concrete. Questa comune sollecitudine diventerà più precisa attraverso quegli ambienti e strutture (famiglia, parrocchia, scuola, associazioni) che agiscono più direttamente sui ragazzi. Tra essi dovrà esservi un'intesa profonda, un'integrazione reciproca ed una fattiva collaborazione, in modo da attuare una pastorale veramente organica e completa.
La famiglia
fondata sull'amore e nata dal Sacramento, è la prima insostituibile comunità educativa, definita dal Concilio «Chiesa domestica». In essa, genitori e figli, quotidianamente costruiscono se stessi sino alla pienezza della maturità umana e cristiana. I genitori sono i primi testimoni della fede.
«Là (nella famiglia) i coniugi hanno la propria vocazione per essere l'uno all'altro ed ai figli, testimoni della fede e dell'amore di Cristo» (LG 35). Dal Sacramento sono aiutati a promuovere una nuova spiritualità ed un nuovo rapporto educativo.
La parrocchia
in unione con il Vescovo deve proporre la pienezza della esperienza cristiana, presentandosi ai ragazzi come:
• comunità di fede: «Qui, più che altrove, la catechesi può unitariamente divenire insegnamento, educazione, esperienza di vita» (RdC 149).
• comunità di culto: «In intima unione con i loro sacerdoti, tutti i fedeli assumono la responsabilità di ascoltare e celebrare la parola di Dio... Così la Chiesa si nutre del pane della vita, sia alla mensa della Parola di Dio che a quella del Corpo di Cristo» (RdC 148).
• comunità di carità: «Essa offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano ed inserendole nell'universalità della Chiesa» (RdC 148).
La parrocchia ha quindi il compito di dare al ragazzo la possibilità di approfondire la sua fede (catechesi), vivere la realtà sacramentale (liturgia), inserirsi nella comunità ecclesiale (vita di gruppo).
La scuola
può realizzare pienamente la sua missione solo realizzando un effettivo incontro tra gli insegnanti, le famiglie ed i vari tipi di associazioni. Essa, con i mezzi a disposizione, deve:
• maturare le facoltà intellettuali, sviluppando la capacità di giudizio;
• trasmettere il patrimonio culturale delle passate generazioni promuovendo il senso dei valori;
• permettere la concreta verifica dei valori sociali, generando un particolare rapporto di amicizia tra ragazzi di indole e condizione diverse.
Compito degli insegnanti cristiani è cercare di lievitare queste finalità con il mistero di Cristo:
• coordinando l'insieme della cultura con il messaggio della salvezza;
• aiutando i fanciulli perché nello sviluppo della propria personalità crescano secondo quella «creatura nuova» che in essi ha suscitato il Battesimo;
• dando vita ad un ambiente comunitario, permeato di spirito evangelico di libertà e di carità (Cfr. «Gravissimum educationis», 58).
Associazioni e gruppi spontanei
fatte «di» ragazzi, e «da» ragazzi.
Queste esperienze sono largamente motivate sia dal punto di vista psicopedagogico e sociale, sia dal punto di vista teologico cristiano. Il RdC 171 afferma esplicitamente: «La vocazione della persona umana è legata alla vita comunitaria, sia sul piano naturale, sia sul piano della grazia. Ciascuno è chiamato a dare, ciascuno riceve».
Poter fare un'esperienza di «vita di gruppo» vuol dire per i ragazzi, percepire come essenziale il rapporto con la comunità. Il gruppo viene ad assumere un ruolo di assoluta importanza come «mediazione», per assumere la dimensione sociale-comunitaria della persona.
Vivendo, inoltre, in gruppi «aperti», i ragazzi acquistano una iniziale capacità al dialogo con tutti e sempre. E proprio degli educatori creare le condizioni ambientali necessarie per favorire e animare tali esperienze. Rientrano nell'ambito del tempo libero i mezzi di comunicazione sociale (stampa, TV, cinema, ecc.). Data la loro innegabile incidenza e la loro incontrollata diffusione tra i giovanissimi, si rende necessario aiutarli a sviluppare, nei loro confronti, un atteggiamento responsabile e critico.
PROPOSTE PER UN PIANO ORGANICO DI LAVORO
Necessità di una pastorale «comunitaria»
Quell'aiuto che i ragazzi non ricevono dall'attuale ambiente socio-culturale, per la loro crescita armonica e il loro orientamento ai valori morali e religiosi, deve essere offerto dalla comunità ecclesiale. Non si tratta di inserirli ed assorbirli in un contesto chiuso e staccato dalla realtà contemporanea in cui comunque debbono vivere: il problema è di fare in modo che anche per essi la Chiesa, nel suo stesso volto concreto, divenga segno e strumento di ciò che devono diventare e testimoniare. Questo comporta una revisione di tutta la pastorale (non solo di quella dei ragazzi) e l'inizio di un nuovo modo di essere della vita parrocchiale e diocesana.
Cerchiamo di chiarire.
Non si può dimenticare la diversa situazione dei ragazzi di oggi, la diversa mentalità in un mondo secolarizzato, in cui non è tanto la famiglia di per sé, e neppure la società o la comunità ecclesiale di per sé, ma è la «persona» che assume la capacità di diventare modello di identificazione, a cui i ragazzi si riferiranno necessariamente nelle libere scelte e decisioni personali.
I ragazzi hanno bisogno di trovare tra i fratelli più grandi un ambiente naturale e libero, che incarni con chiarezza alcuni valori fondamentali ed a cui possono appoggiarsi con fiduciosa speranza. In particolare, se dovessero essere guidati all'incontro con la Parola di Dio, all'esperienza liturgica, all'esperienza d'amore e di servizio, non è sufficiente che questa guida venga loro offerta dai soli educatori. Bisogna che tutti si sentano impegnati in questo senso. Essi, i piccoli, devono poter vedere e capire che i grandi vivono in ascolto della Parola di Dio, si incontrano sacramentalmente con Cristo, si impegnano concretamente per servire e aiutare i più bisognosi. Ecco allora la necessità che ci sia una efficace catechesi per adulti, che la liturgia sia partecipata pienamente, che la comunità accosti realmente i poveri, vicini e lontani; non solo, ma che tutto ciò sia «visibile» e «verificabile» per i ragazzi. In questo modo tutto il popolo di Dio educherà i suoi figli più giovani con i fatti, accompagnando e motivando l'azione e la parola degli educatori.
Sulla base di questa testimonianza di vita, sarà necessario investire tutta la comunità della responsabilità della pastorale dei ragazzi in vari modi:
• attraverso l'interessamento diretto dei Consigli Pastorali e delle Assemblee parrocchiali;
• ristrutturando la vita delle nostre parrocchie, in modo che in esse sia dato ai gruppi dei ragazzi uno spazio reale: non solo nel senso di lasciarli giocare e sbizzarrirsi, ma di facilitare un loro impegno concreto di cui tener conto, ove e come possibile, nella stessa programmazione pastorale;
• curando una catechesi ed una liturgia veramente adatte alle capacità ed ai problemi dei giovanissimi, attualizzandole attraverso forme di servizio del prossimo adeguate;
• istituzionalizzando forme periodiche e libere di dialogo dei ragazzi (specie dei preadolescenti) con giovani, adulti, genitori, insegnanti, medici, sacerdoti (ed anche religiosi e seminaristi).
Istituzione, ruolo e competenze
del «Centro diocesano per la pastorale dei ragazzi»
Esso ha il compito specifico di:
• suscitare in tutti i modi una mentalità nuova», per una organica impostazione della pastorale dei ragazzi (secondo i principi contenuti nella prima parte del presente documento);
• stimolarne la realizzazione con interventi diretti e indiretti, personali e comunitari (presso centri parrocchiali, sacerdoti, catechisti, maestri, e, in modo tutto particolare, genitori), collaborando con gli organismi direttamente incaricati, ecc.;
• coordinare, valorizzare, scambiare e proporre esperienze e ricerche di contenuti nuovi e validi, di metodi adeguati e sempre rinnovati.
Tale Centro può risultare dalla trasformazione e potenziamento della Commissione diocesana per la Pastorale dei Ragazzi e deve disporre di almeno una persona a tempo pieno, che abbia la necessaria competenza e autorità per promuovere tutte le attività previste.
Tra queste le più urgenti ci sembrano:
♦ Promuovere una indagine sulla condizione socioculturale del ragazzo nell'ambito della nostra Diocesi.
Tale indagine: dovrà avere un carattere scientifico; contenere una parte generale ed una parte articolata per zone e ambienti; studiare i riflessi della situazione sulla educazione morale e religiosa dei ragazzi.
I risultati dell'indagine dovranno essere redatti in duplice copia: una di carattere scientifico, corredata di tutta la necessaria documentazione ed uno di carattere divulgativo. Sarà opportuno richiedere, almeno per alcune parti, la collaborazione non solo degli organismi religiosi, ma anche di quelli civili e scientifici.
L'importanza di questo lavoro è ovviamente solo strumentale, ma si annette ad essa il massimo valore, in quanto potrà condizionare ed orientare l'attività pastorale dei prossimi anni.
Qualora, per motivi seri (mancanza di disponibilità e di competenza delle persone a nostra disposizione, necessarie per tale lavoro, mancanza di mezzi economici), non si ritenesse praticamente possibile un'indagine a questo livello, si provveda almeno a realizzare qualche indagine più ristretta, eventualmente per età o per particolari aspetti dell'azione pastorale riguardante i nostri ragazzi (es. catechesi, vita sacramentale, preghiera,...). Quest'altro tipo di indagine, senza la pretesa di raggiungere tutti a livello scientifico, può avere però il pregio di essere attuata presto e con finalità pastorali immediate.
♦ Organizzare un piano di lavoro per:
• scoprire ed aiutare nuove vocazioni educative per la pastorale dei ragazzi, sia tra i giovani che tra gli adulti;
• predisporre corsi di preparazione ed aggiornamento per educatori (a carattere di scuola permanente); questi corsi dovranno venire organizzati in sede cittadina e zonale, prevedere parti generali e speciali (per catechisti, animatori di gruppo, pastorale dei ragazzi disadattati, ecc.), avviare anche a sperimentazioni pratiche svolte con la dovuta assistenza.
♦ Predisporre, d'intesa con l'Ufficio catechistico diocesano e le Associazioni professionali cattoliche interessate (AIMC, UCIIM, ecc.), un'opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione degli Insegnanti di Religione (maestri e professori) della scuola d'obbligo, ai problemi della pastorale dei ragazzi ed al relativo piano organico.
♦ Interessare la Comunità diocesana, perché prenda particolarmente a cuore i ragazzi più poveri e disadattati o handicappati, per un recupero che sia inserimento come fratelli fra gli altri fratelli.
♦ Sensibilizzare i politici con tutti i mezzi che possono essere a disposizione delle singole comunità, perché vengano rispettati, con intelligente programmazione e immediati interventi, i diritti fondamentali dei fanciulli (al gioco, allo sport, alla ricreazione...), riconosciuti da tutte le «carte internazionali», ufficialmente sottoscritte anche dal nostro paese.
Spetta infatti primariamente alle organizzazioni civili prevedere e provvedere a queste strutture di importanza essenziale per uno sviluppo armonico della personalità dei ragazzi.
Qualora, in concreto, non se ne tenga conto a livello politico, ogni comunità ecclesiale si esamini coscientemente sul da farsi anche in questo campo, interessando tempestivamente il Centro.
Interventi a livello zonale
Si ritiene necessario ed urgente procedere alla «sperimentazione», fatta con criterio e coraggio, nei seguenti campi specifici.
♦ L'animazione di gruppi spontanei di ragazzi considerando la necessità della presenza di un «animatore», che si muoverà, tenendo presenti le leggi della dinamica di gruppo.
Anche le associazioni di ragazzi, che si caratterizzano per finalità e metodi educativi cristiani precisi (es. Azione Cattolica Ragazzi, Associazione Scout Cattolici Italiani, Associazione Guide Italiane, ecc.) devono essere riscoperte, rinnovate e valorizzate con ogni mezzo, data la loro indiscussa urgenza ed efficacia.
♦ L'organizzazione di celebrazioni e liturgie, adatte ai ragazzi e calate nel loro contesto quotidiano.
Ci si riferisce soprattutto alla iniziazione sacramentale, nel reale sforzo di rivedere contenuti e metodi per la preparazione ed attuazione di:
• Messa di Prima Comunione;
• Penitenza come virtù e sacramento;
• Cresima;
• Celebrazione della solenne professione di fede».
Precisiamo che quest'ultima ha lo scopo di offrire, al termine della scuola d'obbligo, cioè alla soglia dell'adolescenza, l'occasione per far assumere, con maggior consapevolezza, glí impegni della vita cristiana – promesse battesimali – davanti alla comunità, che, a sua volta, prende coscienza del momento particolare e delicato che stanno vivendo questi adolescenti (cfr. Direttorio Liturgico Pastorale Regionale).
♦ Proporre iniziative concrete di carità, di aiuto al prossimo. È evidente che tali iniziative saranno la conseguenza naturale e necessaria di una autentica catechesi, di una viva esperienza di gruppo, di un reale incontro sacramentale con Cristo.
I ragazzi in questo modo, saranno chiamati a testimoniare la propria fede, oltreché individualmente, anche in gruppo, come segno del loro reale vivere come Chiesa.
In particolare per la città sembra opportuno puntare soprattutto su queste direzioni;
♦ Responsabilizzare le famiglie in ordine alla catechesi (specie sacramentale), alla preparazione remota e prossima alla liturgia, all'orientamento verso esperienze di servizio al prossimo.
Questa responsabilizzazione potrà ottenersi attraverso:
• corsi e incontri per fidanzati e giovani sposi;
• ma soprattutto attraverso un'azione capillare e continua di sollecitazione ed assistenza alle famiglie, svolta nei centri parrocchiali.
♦ Impostare un lavoro di rione, decentrando i nuclei di azione pastorale, e tenendo costantemente presente che le esperienze avviate in questa sede non debbono isolarsi, ma devono essere una preparazione ed un aiuto a vivere in pienezza i momenti forti della comunità parrocchiale e diocesana.
♦Tenere presenti le difficoltà particolari per il centro-città (piccoli gruppi, assoluta inadeguatezza delle strutture, necessaria mobilità festiva delle famiglie, ecc.) con la logica conseguenza di una pastorale particolare, attenta a sfruttare tutte le occasioni di incontri con altri gruppi a livello cittadino o zonale.

