Gianfranco Cavallon
(NPG 1973-03-26)
Attraverso il racconto in prima persona offerto dal coordinatore di un campo-scuola per giovani, riportiamo un'esperienza che ci pare pregevole e stimolante per molti versi.
Nella conclusione, l'autore stesso ripropone gli elementi-cardine. Può quindi essere utile una lettura a ritroso: a partire dalla sintesi diventano più comprensibili i singoli gesti e i vari «perché» che hanno fondato le scelte.
C'è un aspetto che vogliamo comunque sottolineare. Il titolo restringe l'ambito dell'esperienza per mettere l'accento sull'elemento di maggior novità. L'abbiamo fatto apposta per «sorprendere» l'attenzione del lettore frettoloso.
Spesso affidiamo tutta la forza educativa alla sola parola: un'educazione illuminista, che ci trasciniamo pesantemente alle spalle, indicava la «parola» come la forza privilegiata di ogni «proposta».
Questa esperienza capovolge i quadri. L'accento è posto sulla «rappresentazione», sulla «espressione non-verbale», efficace (quando è ben condotta) anche senza parole.
Nell'articolo abbiamo riprodotto con abbondanza di particolari questo stile «nuovo», proprio perché il terreno è sconosciuto per molti operatori. Introdotta secondo questo taglio di comprensione, l'esperienza diventa significativa per tanti contesti. Basta un pizzico di fantasia.
Il modo di condurre il campo, il raccordo tra gruppi e animatori, la prevalenza data alle esperienze sulle parole, un tipo di catechesi fortemente antropologica, possono suggerire proposte concrete a chi spesso chiede con ansia indicazioni per «riempire» gli incontri giovanili.
Presento, cercando di documentare con abbondanza di particolari, una esperienza vissuta in un campo-scuola A.C. per giovani responsabili parrocchiali e vicariali.
Al campo parteciparono 79 giovani (ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni) e 4 sacerdoti. Moltissimi erano alla loro prima esperienza.
Il tema del campo-scuola fu: «Comunità locale, evangelizzazione e catechesi».
UNA METODOLOGIA CENTRATA SUL GRUPPO
Il ruolo del coordinatore
Fui presente al campo solo nella seconda parte. Durante i primi tre giorni un altro relatore parlò ai giovani sull'argomento: «Comunità locale ed evangelizzazione». Le sue lezioni furono ricche di contenuto, un poco noiose nella forma, completate ogni volta da gruppi di discussione.
Quando il 9 agosto io assunsi l'animazione del campo anzitutto precisai ai partecipanti il modo di presenza che intendevo realizzare tra loro. Non ero là come maestro, come teologo, come conferenziere. Non avevo nulla di precostituito da travasare nelle loro menti, idee brillanti da comunicare, emozioni da suscitare. Feci costatare invece che il trovarsi insieme di un'ottantina di giovani provenienti da ambienti diversi, era un'immensa ricchezza. Se si fosse riusciti a mettersi in ricerca insieme, con slancio e decisione, le scoperte anche sensazionali non sarebbero mancate. L'impegnarsi a lavorare in gruppo con convinzione dipendeva da loro: io li avrei aiutati proponendo un metodo di indagine, suggerendo di volta in volta le tecniche che avrei ritenuto più idonee per un approfondimento della ricerca. Quindi il nostro esperimento avrebbe avuto successo solo se poteva radicarsi su un terreno di fiducia: io avevo fiducia nella loro serietà di impegno, che di certo poteva dare risultati ragguardevoli; loro dovevano dar fiducia, talvolta ad occhi chiusi, alle mie proposte di metodo, che avrebbero rischiato di sbalordire e bloccare chi non le aveva mai usate.
I gruppi e gli animatori
Il perno della ricerca comune fu il gruppo. Gli ottanta partecipanti al campo, fin dall'inizio, furono invitati a distribuirsi in 8 gruppi secondo le preferenze personali, con attenzione a formare gruppi abbastanza uniformi per numero. La cosa fu facile e nessun gruppo presentò note strane nella sua composizione.
Gli animatori o più esattamente i capigruppo furono imposti d'ufficio, scegliendo tra le vecchie conoscenze. Erano quindi in genere persone adulte, abituate più a dirigere che ad animare i gruppi, che io non avevo personalmente mai incontrato. La sera prima di incominciare i lavori ci riunimmo e illustrai loro i principi fondamentali e basilari della dinamica di gruppo. Cercai di far loro capire che nella discussione di gruppo c'è un contenuto che viene detto, un'affettività e emotività che è sempre in gioco, ma che emerge a intervalli discontinui, e infine una procedura da osservare. La loro funzione nel gruppo non era di fare gli ideologi, bensì di favorire la conversazione aiutando i silenziosi a parlare e tacitando discretamente i parlatori, chiarificando e sintetizzando di tanto in tanto la discussione, assicurando un foglio di sintesi finale dopo ogni riunione di gruppo. Ebbi l'impressione che il mio dire fosse un linguaggio cifrato incomprensibile, comunque erano ben disposti a tentare l'avventura.
Pur tra difficoltà, ottennero risultati meravigliosi. I gruppi lavorarono intensamente e l'inesperienza degli animatori non si fece risentire.
Il cammino percorso insieme
Gruppi di riflessione
Dalle 9.00 alle 9.30 del primo giorno feci un'introduzione nella quale chiesi a tutti la fiducia domandata la sera prima agli animatori. Era la condizione indispensabile per mettersi al lavoro. Ciascuno di noi doveva sentirsi impegnato a dar fiducia agli altri, essere disposto a donare agli amici di gruppo magari il poco che aveva, trovare il coraggio di esprimere sempre la propria opinione forse per dire che si sta perdendo tempo nel gruppo o per far notare al sottoscritto gli sbagli che certamente avrei compiuto. Infine proposi un punto di vista, di osservazione comune in cui situarsi per iniziare la nostra ricerca; indicai la finestra attraverso la quale avremmo guardato il panorama della nostra vita. Ciascun gruppo poi avrebbe avuto la libertà di seguire la sua via, di tracciarsi un percorso, pur tenendo conto del cammino degli altri. Lo stesso piede di partenza fu questa definizione di catechesi: la catechesi è il discorso sull'esperienza di fede della Chiesa.
Per il primo giorno invitai a restringere la riflessione sull'esperienza di fede della Chiesa: raccontare le esperienze di fede viste vivere dagli altri cristiani per arrivare a comunicare le proprie esperienze di fede, o la propria non-fede, o i propri dubbi di fede. Seguì il gruppo di riflessione dalle 10.00 alle 12.00.
Alle 16.00 riprese il lavoro con una mia breve sintesi, fatta a partire dai fogli che mi erano stati consegnati dagli animatori di gruppo. Rilevai in particolare che in quasi tutti i gruppi si era parlato molto e criticamente degli altri, e poco di se stessi. Si era rimasti in superficie, perché la profondità interiore personale fa paura.
In 4 - 5 gruppi la mia introduzione fu bloccante e alla sera gli animatori sfiduciati non mancarono di criticarmi. La mia sintesi era stata troppo generica. Non avevo saputo incoraggiare. I giovani al mattino credevano di avermi capito e nel lavoro di gruppo si erano impegnati e ritenevano di aver realizzato il compito loro suggerito; invece le mie parole sembravano sostenere il contrario. Serpeggiò la sfiducia. In ogni gruppo peraltro fu scelta una foto (FOTOLINGUAGGI0 LDC) come espressione della ricerca di gruppo in quella prima giornata, e dopo cena ci trovammo insieme una mezz'ora per osservare le foto scelte e ascoltare i relativi commenti.
Più tardi mi incontrai con gli animatori. Accettai le loro critiche, assunsi la mia parte di responsabilità nello sbandamento registrato al pomeriggio, e assicurai una sintesi più completa per il mattino seguente. Presentai poi loro il piano completo del metodo, che avevo previsto di suggerire fino alla fine del campo. Questo consentì di riorientarsi. Come suggerimenti immediati proposi: che ciascun gruppo seguisse il suo cammino pur non ignorando la ricerca degli altri, che si riprendessero al mattino seguente le domande rimaste in sospeso il giorno prima, che eventualmente sì facesse uso del fotolinguaggio (ogni animatore ne aveva un fascicolo), che mentre si svolgeva la discussione l'animatore si segnasse le parole più significative pronunciate dall'uno o dall'altro membro di gruppo, e così gli sarebbe stato più facile fare una sintesi finale valorizzando il discorso di tutti.
Gruppi di attività ed espressioni non-verbali
La seconda giornata si aprì con 3/4 d'ora occupati da una mia sintesi dettagliata tratta dalle riflessioni effettuate il giorno prima. Citai abbondantemente i fogli-rapporto dei singoli gruppi.
Soprattutto non passai sotto silenzio il disorientamento risentito nel pomeriggio del giorno prima in qualche gruppo. La difficoltà si poteva attribuire alle stelle o ai «brillamenti» del sole, di cui parlavano i giornali quel mattino. La causa immediata e vera però era da ricercarsi più vicino a noi. Di certo aveva disorientato la mia sintesi malfatta. Il punto di vista da me proposto era risultato troppo vincolante. E poi in una discussione di gruppo non è sempre facile intendersi, e il discorso diventa ancor più difficile se interferisce il contenuto detto da altri gruppi, come era avvenuto nel nostro caso.
Ora senza piangere il passato tutti e ciascuno eravamo chiamati in causa per costruire una autentica autonomia di gruppo: io dovevo essere attento con i miei discorsi a non creare dipendenze inutili, qualcuno dei giovani a sua volta non doveva cercare una dipendenza da me insistendo perché girassi nei gruppi a portare una salvezza da «deus ex machina».
A dire il vero già nel primo giorno i gruppi si erano maturati, infatti i giovani si conoscevano di più, si erano rivelati agli altri, avevano gettato tutta o in parte la maschera, si sentivano più amici.
Seguì la proposta di lavoro per la mattinata, che mi sforzai di rendere il meno direttiva possibile proponendo varie piste:
– continuare automaticamente il discorso di gruppo, addirittura non tenendo conto della sintesi da me appena fatta
– domandarsi: che cosa mi ha più colpito ascoltando la sintesi della ricerca dei vari gruppi?, e mettere in comune le impressioni personali
– esaminare il secondo elemento della definizione data di catechesi: il discorso sull'esperienza di fede; il nostro discorso fatto ieri è catechesi? perché?
– altra possibilità: i discorsi che si fanno nelle nostre comunità locali sono vera catechesi, aiutano a crescere nella fede? che cosa noi possiamo fare per rendere questi discorsi più veri e autentici?
Seguì un'ora e mezza di gruppo di riflessione.
A mezzogiorno ci riunimmo in assemblea generale per avviare i gruppi di attività del pomeriggio.
L'intenzione era di lasciare da parte la parola, la discussione, per trovare altri mezzi espressivi all'interno del gruppo attraverso i quali poter poi comunicare un messaggio agli amici; liberarsi dalla schiavitù della parola, per recuperare la ricchezza dialogante di un nuovo linguaggio. Speravo di essere stato abbastanza chiaro nella mia proposta quando una ragazza mi interruppe, dichiarando candidamente che non aveva capito niente.
Per mia fortuna entrò un giovane che disse di volermi prendere in contro-piede. «Avanti il primo!» gridò. Dopo qualche istante: «Avanti il secondo! – e infine – Avanti il terzo!».
Tre giovani portarono in sala tre immensi setacci, che avevano scovato nella taverna. Il primo setaccio dai buchi molto piccoli portava la scritta: «Setaccio del Dio-giudice dell'infanzia». Il secondo dai buchi più larghi: «Setaccio del Dio delle comunità di base». Il terzo mi riguardava, era tutto smagliato, quasi rotto: «Setaccio usato da D. Gianfranco per la sintesi di ieri».
Tutti capirono, dopo un'esemplificazione così eloquente.
Completai con alcuni orientamenti sul contenuto.
Potevano esprimere mediante qualsiasi mezzo avessero saputo escogitare,
• la vita di gruppo
• il punto in cui erano arrivati nella ricerca
• l'argomento generale dibattuto nel gruppo
• una delle idee o delle esperienze dette nel gruppo, che avevano più colpito. Il pomeriggio fu laborioso. La stessa passeggiata pomeridiana fu per qualche gruppo occasione di raccogliere oggetti utili per l'espressione non-verbale. Alle 21.00 ci trovammo insieme per la serata e dopo qualche canto per creare un'atmosfera calda di amicizia, ciascun gruppo presentò agli amici quello che aveva preparato. Dopo la presentazione o la rappresentazione gli spettatori esprimevano la loro interpretazione, completata dalla comunicazione dell'intenzione con cui il gruppo aveva mostrato un determinato oggetto, foto o cantato una canzone. L'interpretazione degli spettatori fu sempre molto più ricca e varia del commento verbale preparato dal gruppo in riferimento alla rispettiva espressione non-verbale. La serata durò tre ore. Non ci fu un attimo di stanchezza o momento in cui l'incontro sia divenuto banale.
La ricchezza di contenuti umani e di fede (di cui riferirò più oltre) fu tale che mi rese impossibile una sintesi. Mi limitai a invitare ciascuno ad attingere a piene mani a quell'immenso tesoro che avevamo messo in comune, senza paura di prendere troppo e di privare o lasciar troppo poco per gli altri.
La grande sala di riunione era diventata sala di esposizione degli oggetti più strani, ma per noi ricchi di significato.
Celebrazione della vita
Al mattino dell'ultima giornata si iniziò con un gruppo di riflessione per preparare la celebrazione eucaristica del primo pomeriggio. Ciascun gruppo avrebbe scelto un testo biblico, che poteva esprimere
• la vita di gruppo vissuta durante tutto il soggiorno oppure qualche suo momento più significativo
• la ricerca del gruppo a livello di riflessione, eventualmente sottolineando l'una e l'altra scoperta o esperienza più interessanti.
Ogni gruppo doveva anche formulare alcune intenzioni per la preghiera dei fedeli e per la preghiera di ringraziamento dopo la comunione.
Nel pomeriggio la Messa fu la celebrazione dell'esperienza di fede fatta al campo e una preghiera fiduciosa per gli impegni da assumere al rientro in parrocchia, fu punto di arrivo e di partenza per una autentica crescita nella fede. I giovani sperimentarono esistenzialmente che la liturgia può diventare culmine e fonte della nostra vita cristiana, e non ripetizione meccanica di riti, lettura passiva di testi, muta assistenza a funzioni annoianti.
Dopo la Messa i membri di ciascun gruppo si numerarono progressivamente (dall'i all'8, dall'I al 10 secondo la composizione di ogni gruppo). Poi tutti i numeri 1, 2, 3... e così via si riunirono creando dei nuovi gruppi, e in una riunione di un'ora ogni membro comunicò agli altri le scoperte fatte durante il campo, mentre gli amici ascoltavano senza controbattere o intavolare discussione. Alla fine fu scelta una parola sintesi della vita e della ricerca.
I CONTENUTI SCOPERTI INSIEME
La mia proposta di contenuto si condensò attorno alla definizione di catechesi che avevo dato il primo giorno e che era scritta a caratteri cubitali su un cartellone nella sala delle riunioni generali: La catechesi è un discorso sull'esperienza di fede della Chiesa (*).
Analizzando questo tentativo di definizione risulterebbe che l'elemento specifico di ogni catechesi è il discorso, che dà significato all'esperienza della libertà umana impegnata nella storia; è la parola, che rivela l'interiorità profonda dell'umana esistenza e fa un'ermeneutica della vita in chiave cristiana.
D'altra parte la priorità cronologica spetta all'esperienza, al vissuto. Se manca tale supporto al discorso, questo diventa vano verbalismo, inutile soliloquio, seguito di parole senza senso.
Si tratta peraltro non di un'esperienza qualunque, ma dell'esperienza di fede della Chiesa, del vissuto ecclesiale. La fede ci dice che è nel volto contingente della Chiesa d'oggi che per noi si manifesta una vita misteriosa, il mistero di Gesù Cristo e del Regno di Dio. La vita ecclesiale è costruita da cristiani, che sono tali perché nella loro esistenza fanno riferimento al Cristo Gesù e formano una comunità che è abitata dallo Spirito di Gesù, che permea anche le sue strutture istituzionali senza sopprimere la loro contingenza.
Tra l'esperienza e il discorso sull'esperienza nella nostra ricerca abbiamo introdotto le espressioni non-verbali, come momento fondamentale per una presa di coscienza globale della propria e altrui vita di fede. Questo passaggio intermedio valorizzato consente una verbalizzazione della fede più ricca e creativa, rendendo più efficace il processo di interiorizzazione e di appropriazione personale degli avvenimenti cristiani.
L'interpretazione delle espressioni non-verbali
Come ho già ricordato nelle pagine precedenti, nella seconda serata ciascun gruppo servendosi di mezzi di espressione non-verbali presentò o rappresentò qualcosa agli altri gruppi allo scopo di comunicare un dato messaggio. Anche quella fu un'occasione di reciproca catechesi.
Sandali e scarponi
Un ragazzo e una ragazza: l'uno che cerca di calzare un paio di sandali piccolissimi per i suoi piedi, l'altra che nuota dentro immensi scarponi evidentemente non suoi. Finalmente lei si accorge della presenza di lui, e si rendono conto della comune difficoltà. Si scambiano le calzature, si aiutano a metterle ai piedi e partono felicemente insieme.
Interpretazioni:
– Mettersi nelle scarpe non proprie è come mascherarsi, voler non essere se stessi. Entrare invece nei propri sandali o nei propri scarponi, aiutati dagli altri, si diventa liberi.
– Una persona che non è al suo posto, nella comunità non serve a niente.
– È sì importante riconoscere il proprio posto, ma anche saper camminare insieme, così si sarà felici.
– Ognuno di noi può sbagliare e si ha bisogno degli altri per correggerci. Ciascuno ha sempre qualcosa di buono da dare agli altri, può scambiare con gli altri ciò che di positivo possiede.
– Le scarpe diverse sono l'esperienza diversa di ciascun componente il gruppo. Non si può imporre agli altri la propria. Si cammina bene in compagnia solo se ciascuno accetta che l'altro abbia esperienze ed esigenze diverse.
Assetato all'anfora
Su un tavolo un'anfora che sembra contenere acqua, ma è vuota. Un poveretto sfinito dalla sete, trascinandosi bocconi a terra, implorando acqua, s'avvicina all'anfora nella speranza che qualche goccia cada nella sua gola riarsa. Passa una ragazza, guarda e tira oltre. Poi arrivano una serie di persone e ciascuno versa nell'anfora il suo bicchiere d'acqua. L'ultimo dopo aver fatto il suo dono vede che il liquido non trabocca ancora. Allora piega l'anfora che finalmente lascia uscire l'acqua ristoratrice.
Interpretazioni:
– Grande è nei giovani la sete di Dio. Solo Dio può saziare questa sete, Lui è la fonte ristoratrice, fonte che può essere ravvivata dai fratelli.
– Non chi ha più esperienza può aiutare maggiormente. Dipende invece dalla generosità, con cui ciascuno sa donare, espressa dalla misura diversa dei bicchieri, con cui gli amici versarono acqua nell'anfora.
– L'anfora non traboccò perché i fratelli avevano dato poco.
– Due membri del gruppo che passarono da soli per primi non portarono niente. Le persone isolate non danno aiuto, è necessario l'aiuto collettivo, in molti si può soccorrere gli altri.
Fantasia di canzoni
Durò circa un quarto d'ora. Le numerose canzoni erano accompagnate da una messa in scena. L'impressione complessiva fu di un gruppo di hyppies che cercavano nel canto una salvezza.
Interpretazioni:
– Un itinerario di liberazione.
– Il gruppo si è divertito.
– La canzone può diventare strumento di degradazione, e può essere anche mezzo di liberazione.
– I giovani che fanno cattive esperienze, si possono poi recuperare creando qualcosa di nuovo, e non ritornando nel vecchio.
Ruota fiorita
Intrecciando alcuni rami di pino il gruppo aveva ottenuto una ruota raggiata, che poi ornarono di fiori.
Interpretazioni:
– Al centro sta Cristo, che si irradia nell'umanità, di cui è la vita e la forza. L'umanità dal canto suo sente il bisogno di convergere al Cristo, di ricapitolarsi in lui.
– Dalla dispersione il gruppo converge al centro, creando unità.
– Chi fa cerchio da solo si ripiega, si rinchiude in se stesso; chi fa cerchio con gli altri si apre e progredisce più rapidamente, così come è veloce il movimento delle ruote.
– Il perno della ruota può rappresentare la funzione dell'autorità, del Vescovo: unificare gli sforzi di tutti.
– Simbolo orientale: la ruota delle cose, il perenne rinascere della vita.
– Il cerchio è una figura molto significativa in quanto ogni punto è indispensabile e unito all'altro ed equidistante dal centro. Questo per noi (il gruppo costruttore) vuol dire:
1. I fiori all'esterno rappresentano tutti noi uniti in comunità di Chiesa. I fiori sono diversi l'uno dall'altro per significare che ogni uomo anche in comunità resta una persona unica ed originale.
2. Il centro è Dio, che pur nel suo essere uno è tutti (varietà del mazzo di fiori al centro).
Quindi il nostro essere di cristiani non può essere disgiunto da un rapporto vero, autentico con gli altri, anche se si può partire da Dio per arrivare agli altri o dagli altri per arrivare a Dio.
Distruggere o costruire
Primo momento: entra un giovane e mostra alla platea la foto di un terreno secco e arido; segue un altro che butta a terra una cassetta di legno che aveva in mano e con un pestone la sventra.
Secondo momento: due ragazze, l'una mostra un disegno che rappresenta giovani e studenti che si danno la mano, l'altra presenta un meraviglioso scoiattolo fatto con pigne.
Interpretazioni:
– La violenza non produce nulla, distrugge.
– La violenza genera aridità nel cuore degli uomini.
– La nostra civiltà ci rende nevrotici, così trattiamo malamente gli altri, senza che ne abbiano colpa.
– È un giudizio pessimista sulla nostra società, ma ciascuno unito alla comunità deve saper impegnarsi, trovare il coraggio di reagire anche se tutto è arido intorno a noi.
– Come le crepe di un terreno disseccato sono separate e isolate l'una dall'altra, così chi è lasciato nella solitudine a lungo andare gli si inaridisce il cuore e si lascia andare alla violenza che distrugge.
– Mettendosi in comunità, tutto torna a vivere, la vita ha un futuro.
– Studenti e lavoratori con il loro lavoro e studio costruiscono la vita.
– Diverse pigne di pini diversi messe insieme da mani abili hanno dato forma a uno scoiattolo così stupendo da sembrare vivo: ugualmente il mondo ha bisogno che gli uomini, che i giovani si uniscano per costruire una società migliore e non distruggere quella che già esiste.
Figurazioni
Mazzo di fiori e mucchio di pietre poste nel mezzo della stanza.
Interpretazioni:
– II mazzo di fiori sono i piccoli doni che il Signore ci fa ogni giorno, da accettare con molta umiltà.
– Come più fiori formano un mazzo, così l'unione di più persone formano un gruppo, l'unione di più gruppi una comunità.
– Ogni fiore ha una armonia a sé, è originale. Unito in un mazzo di fiori diversi crea una nuova e più completa armonia. Così le persone, che hanno carismi diversi, unite insieme formano una comunità più ricca.
– Il gruppo non è mucchio di sassi, ma armonia di colori.
– Per l'uomo, che si sente montagna grandissima e sicura, gli basta poco per essere ridotto in frammenti.
– Quel mucchio di sassi per me è un tumulo: la nostra vita ha un termine con la morte.
– Sassi: possono diventare vita o morte dipendentemente dalla volontà dell'uomo.
– Sassi: piccole e umili cose! Anche una sola cosa utile può giustificarne mille altre di inutili.
– Pietre in attesa di essere adoperate. Tutti possiamo servire alla costruzione del Regno di Dio.
– Le pietre lasciate disperse sono inutili e anzi sono d'inciampo; unite insieme in uno scopo servono a costruire una casa, un ponte, un pozzo...
Le nostre capacità lasciate da sole si immiseriscono nella loro povertà e nel loro egoismo, fuse insieme alle capacità di altre persone si arricchiscono e costruiscono la comunità.
Il calvario fiorito
Cestino per la carta, rovesciato e ricoperto di fiori, con alla sommità una croce, due rametti di pino intrecciati.
Interpretazioni:
– Nella croce di Cristo si riuniscono tutti i valori umani.
– Cristo nella sua morte ci ha donato la vita.
– Dio in Cristo ci porta alla rinascita, al superamento, alla vera vita.
– Ricca è la vita dei nostri gruppi, quando diventa un dono per tutti.
I testi biblici per la celebrazione eucaristica
Essi ricapitolano le riflessioni e l'intensa esperienza di comunità fatte al campo. Ogni gruppo mise in risalto un aspetto particolare di vita, che ha una autentica ricchezza in sé senza essere isolato da un contesto d'insieme. Ciascun testo biblico è quasi una tesserina luminosa di un mosaico, che con linee essenziali rappresenta la comune ricerca.
Giovani e adulti abbiamo un passato, un'infanzia che non va rinnegata, ma assunta nel nostro presente. Dobbiamo restare bambini per vivere intensamente una fede matura oggi, per entrare nel Regno dei cieli.
GESÙ E I FANCIULLI (Lc 18,16-17)
La maturità della nostra fede ha una unità di misura con cui confrontarsi: la carità. La fede non è un'idea, è un'esperienza vissuta nello spazio e nel tempo, e insieme trascendendo I'hic et nunc. Essere cristiano è vivere di amore, amando i fratelli e Dio.
AMORE DI DIO E DEI FRATELLI (1 Giov 4,18-21)
Quest'amore è totalitario, onnicomprensivo, esaustivo, senza limiti. Neppure il miglior poeta lo saprebbe cantare con compiutezza.
LE QUALITÀ DELL'AMORE CRISTIANO (1 Cor 13,4-7)
Possediamo però un esempio insuperabile, il Cristo Gesù, incarnazione dell'amore del Padre, Amore fatto carne per tutti noi, immagine del Dio vivente, specchio e forza della nostra sincera donazione ai fratelli.
SERVIZIO DEI FRATELLI (Giov 13,15-16)
Chi ama non può essere o restare solo. L'amore crea la comunità, la comunione di vita, sperimentate al campo, ma già vissute prima di noi da fratelli che ci hanno preceduto nel segno della fede.
VITA DEI PRIMI CRISTIANI (Atti 2,42-47)
La nostra comunità è sì comunione di santi, ma anche comunione di peccatori in continua conversione.
CORREZIONE FRATERNA (Mt 18,15-17)
E il nostro peccato è anche di omissione. Pur avendo qualcosa da donare di prezioso, ci tiriamo indietro; chiudiamo il nostro cuore, mentre è forte l'impulso divino dal di dentro che ci spinge all'offerta gratuita e generosa.
IL GIOVANE RICCO MA POVERO (Mt 19,16-22)
Talvolta viene meno anche la fede. Ci si trova nel buio del dubbio e dell'incertezza. In noi vien meno la speranza, anche se continua un dono agli altri quasi disperato. Gli altri, la comunità stessa può diventare pietra d'inciampo. Non resta che gridare verso o contro il cielo tanto oscuro.
LA TEMPESTA CALMATA (Mc 4,35-41)
Celebrando la vita della comunità con la parola e il rendimento di grazie, non facciamo discorsi astrusi, strani, da invasati. Lo Spirito ci anima, ravvivando la nostra comprensione in una comune semplice preghiera al Padre.
IL CARISMA DELLE LINGUE (1 Cor 14,6-20)
In sintesi, il cristiano
– ricco della semplicità, della freschezza, della sincerità del bambino e della maturità, del senno, della forza dell'adulto,
– vive in comunità, incarnando oggi l'amore dei fratelli e del Padre sull'esempio di Gesù, cosciente dei propri limiti, peccati ed egoismi, in perenne ricerca della luce e della forza divina,
– e annuncia, rende grazie, celebra l'esperienza di fede della comunità ecclesiale in cui è vitalmente inserito.
CONCLUSIONI
Desidero sottolineare alcuni elementi particolarmente significativi, come conclusione del resoconto di questa esperienza.
♦ Nell'esperienza da noi vissuta e descritta mi pare di poter riconoscere una struttura portante, strettamente articolata, che ha permesso di spendere utilmente il nostro tempo. Intendo riferirmi al trinomio: gruppo - animatori - coordinatore.
Le ottanta persone presenti al campo è evidente che non avrebbero potuto lavorare insieme. Un'attività fu possibile distribuendoci in 8 gruppi. Il piccolo gruppo ha appunto il vantaggio di favorire lo scambio, l'interazione, la relazione interpersonale.
All'interno di ogni gruppo fu designato un animatore, perché la spontaneità dello stare insieme quasi mai porta frutto. L'animatore ha la funzione del catalizzatore che facilita, che promuove un'intensa vita di gruppo.
Di nuovo gli animatori non erano abbandonati a se stessi, alla personale inventiva, erano aiutati nel loro compito dal coordinatore, il sottoscritto. Io cercavo continuamente di mettere fiducia negli animatori, di prevedere con loro un possibile cammino da non imporre ma eventualmente da seguire, di suggerire loro diverse tecniche per poter portare avanti la ricerca di gruppo, superando i punti morti.
In altre parole sono convinto che un gruppo catechistico può funzionare solo se ha un animatore, poco importa se adulto o giovane, purché sappia svolgere il suo ruolo con efficacia. Gli animatori a loro volta non sono dono gratuito della natura. Animatore non si nasce, ma si diventa: accrescendo il proprio spirito di osservazione, di comprensione, di attenzione agli altri, grazie anche all'aiuto di qualcuno più esperto di noi.
♦ Il posto d'onore al nostro campo fu dato al gruppo. Infatti gran parte del tempo fu trascorso in gruppo a riflettere, a discutere, a ricercare, a lavorare, anche a divertirsi insieme, a pregare. Non creammo dei gruppi solo per desiderio di novità o per accondiscendere a un bisogno giovanile, ma anche perché credevamo in tal modo di poter «lavorare» più intensamente e «lavorarci» gli uni gli altri.
Notiamo infine che non a caso abbiamo parlato di gruppi di riflessione invece di gruppi di discussione: la fede non si scopre o approfondisce discutendo, disputando, ma ripensando, pregando e agendo. In riferimento all'azione abbiamo proposto i gruppi di attività.
♦ L'autentica novità del campo furono le espressioni non-verbali del secondo giorno. Doppia fu l'utilità: stimolarono una ricchezza di discorso, che a priori non si sarebbe mai immaginato; ridestarono una creatività in qualcuno sopita e in qualche altro quasi mai utilizzata.
Rinunciare alle espressioni non-verbali, soffocare la creatività presente in ogni uomo è un impoverire la persona, è in fondo un disobbedire all'invito continuo di Dio a convertirci, a rinnovarci, a ricreare il mondo per trasformare noi stessi.
♦ Il discorso di fede al campo non si incontra ad ogni piè sospinto, non fu un ritornello a non finire. Di Dio, di Cristo, di fede si parlò di tanto in tanto quasi per inciso, in modo inatteso.
Di fronte a tale fatto doppia può essere la presa di posizione. C'è chi ci può accusare di orizzontalismo, ci siamo limitati a discorsi puramente umani, non abbiamo annunciato Gesù Cristo, non abbiamo fatto catechesi e perduta un'occasione di fare opera di evangelizzazione. Non neghiamo che l'esperienza da noi raccontata si possa prestare a tale interpretazione. Per noi il discorso umano fatto e vissuto al campo ha valore, purché crediamo non solo al Dio della Redenzione, ma anche al Dio dell'Incarnazione e prima della Creazione. Personalmente sento poi odor di bruciato quando uno parla di Cristo ogni tre frasi che dice, sono portato a minimizzare l'importanza delle sue affermazioni di fede fatte a ripetizione, anzi l'accuserei di peccato: di nominare il nome di Dio invano. Dire Cristo nella propria vita è accendere un fuoco che brucia, è sentire una lama tagliente nelle proprie carni, vivere di fede è anticipare un po' di eterno nel tempo: tutto questo non è né di sempre, né di tutti i giorni, né di ogni istante.
♦ La tecnica gruppo di riflessione o di attività, la vita di gruppo ha portato i giovani a fare esperienza e a riflettere sulla vita comunitaria. In ciò si può notare una mirabile sintesi tra contenuto e metodo: mentre si apprendeva criticamente il metodo dell'incontro per piccoli gruppi nello stesso tempo si approfondivano le proprie convinzioni sulla comunione di vita; mentre si veniva a conoscere la possibilità di applicare le tecniche non-verbali nelle attività di Azione Cattolica, si provava la gioia di creare qualcosa di nuovo e di significativo hic et nunc per la nostra fede.
In fondo, l'esperienza al campo fu sì indicativa per il futuro, come valore di simbolo per il domani, ma anzi tutto fu esperienza valida per il presente. Era valso la pena da tutti i punti di vista vivere insieme per alcuni giorni.
(*) I limiti di spazio non ci permettono di trascrivere gli elaborati dei vari gruppi relativi alla ricerca sui contenuti. Preferiamo riprodurre invece, per intero, le pagine relative alla «espressione non-verbale», perché contengono una proposta particolarmente nuova ed interessante.
L'autore ha elaborato una sua sintesi di metodologie per «gruppi di riflessione» nella sua opera: Demitizziamo il gruppo, Mec-school, Vicenza.

