Raul Silva Enriquez
(NPG 1973-11-02)
L'introduzione all'articolo sulla teologia della liberazione (1973/2) sottolineava l'equivocità con cui il termine «liberazione» viene interpretato su alcuni fronti. Come sempre, alla parola nuova, utilizzata spesso in contesti non direttamente ecclesiali, si aggrega, come effetto a causa, un mondo di scapigliature pastorali e di veri - o presunti - errori teologici.
E cosi la parola diventa sinonimo di tutto quello da cui decisamente ci si deve difendere. Con le conseguenze che ciascuno può immaginare...
Al termine «liberazione» si giustappone facilmente quello di «violenza»; anche perché troppo spesso le due voci risuonano di fatto assieme.
Questo, invece di saldare il dialogo, acuisce l'incomprensione.
I giovani da una parte non hanno affatto paura delle parole nuove e dall'altra sono poco critici nei confronti dei contenuti di cui esse sono cariche.
Se noi abbiamo paura delle parole, ci precludiamo la possibilità di guidarli alla criticità e alla valutazione oggettiva nei confronti dei contenuti.
L'articolo del card. Raul Silva Enriquez si offre come strumento per comprendere, con disponibile attenzione, il problema della violenza e della nonviolenza, nell'impegno di liberazione. La proposta è ricca di profonda ansia pastorale e di suggestiva concretezza.
L'autore, arcivescovo di Santiago nel Cile, si situa nel contesto dell'America Latina e nel quadro teologico offerto dai documenti di Medellin.
UN GRIDO PER LA LIBERAZIONE
«Un profondo grido di dolore sgorga dall'animo di milioni di uomini, che chiedono ai loro pastori una liberazione che non arriva da nessun'altra parte». «Voi ora Ci state ascoltando in silenzio; ma Noi piuttosto ascoltiamo il grido che sale dalle vostre sofferenze» ha detto Paolo VI ai contadini della Colombia.
Le circostanze storiche hanno portato le vecchie strutture sociali ed economiche al limite del fallimento. Il crescente dislivello di vita che l'organizzazione antica tende a sottolineare tra i ricchi e i poveri, la progressiva presa di coscienza delle masse popolari attraverso l'educazione e la diffusione sempre più estesa di idee e di notizie, accelerano il processo.
Molti pretendono di porre la loro azione al servizio di alcuni cambiamenti liberatori attesi con impazienza. In un problema così serio le soluzioni non possono essere né semplici né unilaterali. Economisti, sociologi, tecnici, politici, ideologi ed educatori portano tutti il loro contributo singolare nel grande processo.
Tuttavia, con un facile senso di generalizzazione ideologica, non mancano coloro che accampano il diritto di trasformare in soluzione unica la loro parte di verità. E così si aggrava il pluralismo che accompagna ogni epoca di transizione e di ricerca di soluzioni nuove.
Oggi, a tutti i livelli, si mescolano parole e gesti indirizzati ad ottenere una liberazione del popolo latino-americano.
Le intenzioni e i contenuti di parole molto simili possono essere profondamente differenti. Tuttavia, per quanto riguarda la loro manifestazione esterna, questi sforzi di liberazione possono essere raggruppati in tendenze violente e non violente.
LE LIBERAZIONI VIOLENTE
«La violenza costituisce uno dei problemi più gravi che esistano oggi nella America Latina» (M 2,15). «Tale situazione esige trasformazioni globali, audaci, urgenti e profondamente rinnovatrici. Non ci dobbiamo quindi meravigliare che sorga nell'America Latina "la tentazione della violenza". Non si può abusare della pazienza di un popolo che sopporta da anni una situazione che ben difficilmente verrebbe accettata da coloro che possiedono una maggiore coscienza dei diritti dell'uomo» (M 2,16). «La gioventù, particolarmente sensibile ai problemi sociali, reclama cambiamenti profondi e rapidi che garantiscano una società più giusta. E queste richieste spesso arrivano a manifestazioni violente. È un fatto indiscutibile che l'eccessivo idealismo dei giovani li espone facilmente all'azione di gruppi di diverse tendenze estremiste» (M 5,3).
La violenza è una situazione di soluzione a cui si giunge in forma logica. La disillusione provocata dai lievi tentativi pacifici di riforma e lo stato di violenta ingiustizia che si subisce, fanno si che la gente imbocchi la via della agitazione e della sovversione violenta.
Ordinariamente la violenza è legata a situazioni di estremo abbandono di chi non ha nulla da perdere nella lotta e spera di guadagnare tutto in un'azione armata. È legata pure all'impegno generoso e impaziente di coloro che avvertono quanto ci sia da distruggere prima che tutti possano godere dei diritti umani. E sono i giovani e i più poveri che in maniera più viva sentono la tentazione della violenza.
Le loro manifestazioni mirano a realizzazioni più o meno valide che garantiscano un minimo di efficacia, appoggiandosi sulla forza del numero e del sistema. Adottano forme audaci di azione e ricercano l'appoggio di ideologie e di mezzi materiali di sostegno.
Le manifestazioni di violenza si esprimono con varie azioni di virulenza variabile. La loro esistenza è evidente e, per il momento, non si può prevedere quali vie seguiranno e quale sia la loro mèta ultima. Anche se non è facile indagare nei fatti violenti per scoprire quali siano i veri responsabili, è evidente il fatto che spesso i giovani si trovano implicati in questi movimenti.
Quale giudizio meritano questi movimenti? L'atteggiamento della Chiesa non deve lasciar luogo a dubbi:
«Ci rivolgiamo finalmente a quelli che, dinanzi alla gravità della ingiustizia e alle resistenze illegittime per un cambiamento, pongono la loro speranza nella violenza. Riconosciamo con Paolo VI che tali teorie e prassi trovano spesso la loro ultima motivazione in nobili impulsi di giustizia e di solidarietà. Non parliamo qui del puro verbalismo che non implica nessuna responsabilità personale e distoglie dalle azioni pacifiche feconde, immediatamente realizzabili. Se è vero che la insurrezione rivoluzionaria può essere legittima nel caso "di tirannia evidente e prolungata che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune del paese", sia che provenga da una persona, sia da strutture evidentemente ingiuste, è pure vero che la violenza e la "rivoluzione armata" generalmente "è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri e provoca nuove rovine; non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande". Se consideriamo poi il complesso delle circostanze dei nostri paesi, se teniamo presente che il cristiano deve dare la sua preferenza alla pace, la enorme difficoltà della guerra civile, la sua logica di violenza, se teniamo presente ancora i mali atroci che determina il rischio di provocare l'intervento straniero, pur legittimo che sia, le difficoltà di costruire un regime di giustizia e di libertà partendo da un processo di violenza, auspichiamo che il dinamismo del popolo reso cosciente e organizzato, si ponga al servizio della giustizia e della pace. Facciamo nostre finalmente le parole del Santo Padre dirette ai novelli sacerdoti e ai diaconi a Bogotà quando, riferendosi a tutti coloro che soffrono, disse: "Saremo capaci di comprendere i loro affanni e di trasformarli non nella collera e nella violenza, ma nell'energia forte e pacifica di opere costruttive"» (M 2,19). «Nessuno si meraviglierà se riaffermiamo con forza la nostra fede nella fecondità della pace. Questo è il nostro ideale cristiano. "La violenza non è cristiana, non è evangelica". Il cristiano è un facitore di pace e non se ne vergogna. Non è semplicemente pacifista, perché è capace di combattere. Però preferisce la pace alla guerra. Sa che "i cambi bruschi o violenti di strutture sarebbero ingannevoli, di per sé inefficaci, e non certo conformi alla dignità del popolo, la quale reclama che le necessarie trasformazioni si realizzino dal di dentro, mediante cioè una conveniente presa di coscienza, un'adeguata preparazione e quell'effettiva partecipazione di tutti, che l'ignoranza e condizioni di vita talvolta infraumane impediscono oggi di realizzare"» (M 2,15).
Da sempre e con un criterio invariabile la Chiesa ha preferito la strada della pace e dell'ordine. Persino quando lungo la storia ha sostenuto l'uso della violenza - guerre di religione, Inquisizione - , anche allora il diritto coercitivo mirava invariabilmente alla salvaguardia dell'ordine stabilito. Questa posizione presenta frequentemente l'inconveniente di far vedere agli occhi del mondo, e soprattutto di quelli impegnati sinceramente nel processo di liberazione, una Chiesa che ostacola il processo di liberazione, quando non lo impedisce apertamente.
Motivazioni per il rifiuto della violenza
Tuttavia, anche se questa apparenza di alienazione ecclesiale nel processo di liberazione viene avvertita come un male, la Chiesa continua a insistere sulla sua ponderata condanna della violenza.
- Non militano a favore di questa posizione pure ragioni evangeliche di un credo che si sa portatore del comandamento nuovo della carità; questa posizione si fonda su abbondanti ragioni di ordine sociologico.
- Il principio del duplice effetto manca di applicazione in questa materia, almeno nella maggioranza dei casi. I mali che derivano dall'uso della violenza non hanno parità con i problematici benefici che si attendono. Nell'uso della violenza, è praticamente impossibile segnare un limite ragionevole che sopprima gli eccessi, le vendette personali, gli estremismi al di là di ogni misura. I vinti non si adattano alla sconfitta, le tensioni tra i gruppi antagonisti, lungi dallo scomparire, si rassodano come frutto del risentimento e per effetto delle violenze nuove introdotte dal gruppo dei vincitori. Il risultato finale di un simile stato è una situazione di violenza permanente che non favorisce nessuno dei due gruppi di contendenti.
- Si aggiunga a quanto detto sopra che molte volte i patrocinatori della violenza obbediscono a direttive personali, a idee proprie o di altri, che vogliono imporre agli oppressi, assoggettandoli alla loro liberazione personale, senza ottenere il loro consenso e tanto meno la loro personale cooperazione umana nel processo di liberazione che esige la partecipazione del liberato, sotto pena di lasciarlo sottomesso a uno stato di soggezione permanente.
- In non poche occasioni, inoltre, le azioni violente determinano forti rappresaglie da parte del potere costituito e la coscienza generale di incapacità di autopromozione pacifica nel popolo. La reazione dei gruppi di potere e il rifiuto sociale della violenza ritardano e rendono gravemente difficoltoso il processo di liberazione e di sviluppo, che viene avvertito come una minaccia, più che non come un'autentica partecipazione di tutti ai beni comuni della nazione.
Tuttavia, il carattere eroico che circonda l'azione violenta, i numerosissimi ostacoli che incontra qualsiasi tipo di azione pacifica di promozione, l'efficacia che un intervento armato potrebbe arrecare, aiutando a demolire l'ordine delle strutture vecchie che si avvertono come oppressive, offuscano il giudizio di valore di coloro che sono impegnati nel processo di liberazione e spingono, anche tra i cattolici, all'uso di mezzi drastici e violenti.
Anche se alcuni membri della gerarchia e laici entusiasti accettano la violenza come vera strada per giungere alla liberazione, questo fatto non vanifica la dottrina costante della Chiesa di cui si fa eco Medellin.
Nessuno nega che sia legittimo, in determinate condizioni, ricorrere alla violenza; ma ancora una volta si deve giudicare la convenienza e l'efficacia costruttiva di un sistema che non è il più conforme al Vangelo.
LE LIBERAZIONI NON VIOLENTE
La coscienza di una necessità urgente di liberazione cresce in tutte le sfere sociali. Oggi è praticamente impossibile non trovare questo fermento di azione, in qualsiasi settore della società.
Di qui, la molteplicità dei movimenti di liberazione che differiscono tra loro per i fini precisi perseguiti e per i mezzi adottati per raggiungerli.
«Riguardo al metodo, e tenendo presente il carattere relativo di ogni tipologia - che comporta necessariamente sfumature e semplificazioni - , e trattandosi di una classificazione in funzione del cambiamento sociale, segnaleremo i seguenti gruppi: i tradizionalisti o conservatori, i progressisti e i rivoluzionari che possono essere marxisti, di sinistra non marxisti o ideologicamente indefiniti» (M 7,5).
«I progressisti si occupano, di preferenza, dei mezzi di produzione, che, secondo essi, debbono essere modificati in qualità e in quantità. Attribuiscono un grande valore allo sviluppo della tecnologia e alla pianificazione della società. Sostengono che il popolo emarginato deve essere integrato nella società, come produttore e come consumatore. Pongono maggiormente l'accento sul progresso economico che sulla promozione sociale del popolo, in vista della partecipazione di tutti alle decisioni che interessano l'ordine economico e politico. È la mentalità che si nota frequentemente tra i tecnologi e tra le varie Agenzie che hanno di mira lo sviluppo dei paesi» (M 7,7).
È sufficientemente nota l'esistenza di numerose missioni di pace che si propongono di promuovere lo sviluppo e la formazione personale dei paesi sottosviluppati. La loro azione, inspirata insistentemente ai princìpi tecnici della produzione e a un forte senso collettivo di cooperativismo, costituisce certamente una azione liberatrice attraverso vie pacifiche.
Accanto a questi sforzi debbono essere posti quelli dei governi che promuovono riforme di strutture e modifiche di varia importanza nell'ordine stabilito, attenendosi alle limitazioni delle vie legali.
Non meno interesse suscitano le azioni di certi movimenti di tipo carismatico di sinistra che affiorano in non pochi posti del Continente, e che sono comandati dalla figura prestigiosa di qualche leader disposto a promuovere una azione rivoluzionaria, che si vuole mantenere lontana da qualsiasi violenza.
Non violenza = irenismo?
Secondo quanto abbiamo detto sopra, la Chiesa propende per questo tipo di azione non violenta. Questa propensione non significa però una scelta assoluta delle vie ireniste per promuovere il rinnovamento di alcune strutture, il cui cambiamento viene avvertito come la necessità esigente di «trasformazioni globali, urgenti e profondamente rinnovatrici» (M 2,17) Il cristiano che entra nel processo «non è semplicemente pacifista, perché è capace di combattere» (M 2,15).
Mirare a conseguire le profonde trasformazioni, esigite dall'ora presente nell'America Latina, con la convinzione che non vi dovrà essere nessuna forma di violenza, appare illusorio. Molti interessi inveterati debbono essere abbattuti, molte situazioni di privilegio debbono essere abbandonate, molti egoismi debbono essere lasciati da parte. Tutto ciò non potrà avvenire mai senza una parte notevole di violenze che, nella condizione storica dell'uomo peccatore, non si limiteranno alla violenta rinuncia di sé che il Vangelo proclama con insistenza per vincere lo stato di peccato da cui, in ultima analisi, proviene tutta la struttura di violenze sociali. Almeno, la Chiesa non potrà rinunciare mai a proclamare la negazione di se stessa, con tutta la sua violenza, come condizione indispensabile della pace e della promozione sociale. È facile calcolare il cumulo di tensioni che una simile predicazione suppone.
È possibile una seria riforma delle strutture attraverso le strutture stesse?
Un serio problema sorge pure dalla considerazione di quella azione pacifica, anche quando non giungesse ad essere pacifista. Ci riferiamo al fatto che racchiude una certa contraddizione, specialmente nel caso dei governi riformisti: ossia al tentativo di modificare le strutture dal seno stesso della struttura. La struttura, per propria natura, è stata concepita per dare stabilità a ciò che è stato conseguito, alle condizioni in cui trova una società determinata. Ogni suo dinamismo la porta a essere conservatrice e non rivoluzionaria. La collaborazione con la struttura per conseguire la riforma strutturale suppone, per lo meno, una lentezza che può diventare esasperante.
In altre occasioni, le piccole riforme e i piccoli benefici che si ottengono con questo lavoro lento e pacifico di rinnovamento, terminano per addormentare la coscienza della necessità di cambiamenti profondi e urgenti. Sono soprattutto i più miserabili quelli che, sentendosi migliorati nelle loro ridotte aspirazioni, perdono ogni interesse per un'ulteriore liberazione umanizzante. Anche i meno favoriti dalla fortuna tendono con frequenza a considerare come sufficienti i benefici di promozione che le strutture stabilite procurano ai diseredati. E tutto ciò non favorisce certamente la necessaria riforma di strutture tante volte proclamata.
Tuttavia, in questa posizione di non violenza si trovano validissimi motivi di promozione che dobbiamo far risaltare.
Il senso pacifico di questi movimenti li rende più atti a coordinare l'interesse di molti e a sopprimere le tensioni tra i gruppi tra loro contrapposti in ogni riforma. In un problema di così vaste proporzioni com'è la riforma dell'ordine secolare, si richiede la partecipazione di tutti, nessuno escluso. Ogni tentativo di coordinare le forze nel lavoro comune deve essere salutato con entusiasmo e deve essere riconosciuto come elemento positivo di riforma.
Il miglior elogio che possiamo fare di un simile atteggiamento consiste in questo: tale atteggiamento ha saputo, ordinariamente, porsi nell'ottica perfetta del rinnovamento, che non consiste tanto nella drastica trasformazione delle strutture quanto nella paziente promozione dell'uomo in uno sforzo incessante di umanizzazione totale:
«Come in altri tempi Israele, il primo popolo di Dio, sperimentava la presenza salvifica di Dio quando lo liberava dalla oppressione dell'Egitto, quando lo faceva passare attraverso il mare o lo conduceva verso la terra della promessa, così ora noi, nuovo popolo di Dio, non possiamo non sentire continuamente il suo passaggio che salva, quando si verifica il vero sviluppo che è il passaggio, per ognuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane. Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privi del minimo vitale e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall'egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dalla ingiustizia delle transazioni. Più umane: l'ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l'ampliamento delle conoscenze, l'acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l'accresciuta considerazione della dignità degli altri, l'orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell'uomo dei valori supremi e di Dio, che ne è la fonte e il termine. Più umane, infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà degli uomini, e l'unità della carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare, in qualità di figli, alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini» (M 1,6).
In questo complesso processo di umanizzazione crescente, di natura e di grazia, ben poco di positivo apporta l'azione repentina e violenta. Un sano realismo storico esige la sottomissione alla condizione temporale dell'uomo che si va sviluppando con una lentezza proporzionale all'importanza dei processi in cui si trova implicato.
Stiamo ben attenti, tuttavia, dall'identificare promozione della pace con indifferenza o con scarso impegno. La Chiesa avverte vivamente i problemi dell'ora presente e quindi non può giustificare nessun tipo di passività.
«Tutto quanto abbiamo sopra fatto rilevare risulta sempre più intollerabile in seguito alla progressiva presa di coscienza dei settori oppressi di fronte alla loro situazione. A ciò si riferiva il Santo Padre quando diceva ai contadini: "Oggi la questione si è fatta grave perché voi avete preso coscienza dei vostri bisogni e delle vostre sofferenze. e... non potete tollerare che codeste condizioni debbano durare e non abbiano invece sollecito rimedio". La visione statica della situazione descritta nei paragrafi precedenti si aggrava quando viene proiettata verso il futuro; la educazione di base, la alfabetizzazione aumenteranno la presa di coscienza e l'esplosione demografica moltiplicherà i problemi e le tensioni. Pertanto, se oggi la pace si vede ormai seriamente compromessa, l'aggravamento automatico dei problemi provocherà conseguenze esplosive» (M 2,7).
CHE COSA È LA LIBERAZIONE?
Sinora ci siamo riferiti sempre alle diverse liberazioni perché tutti i movimenti segnalati concernono un settore più o meno importante nella grande liberazione dell'umanità. Per ottenere questa liberazione collaborano coloro che cercano di dominare l'universo materiale, coloro che combattono contro le ingiustizie strutturali di diversi tipi e coloro che mirano alla riforma personale dell'individuo umano. Tutti costoro tendono a un fine unitario comune e agiscono nell'ambito di alcune ispirazioni generiche che ci permettono di delineare un breve studio della liberazione nelle sue linee essenziali.
Uno sguardo al passato
La prima caratteristica che appare è la sua condizione di processo storico in un presente concreto, lotta contro i risultati di un passato che si sono cristallizzati in istituzioni ingiuste e in vari schiavismi antiumani, per preparare un futuro migliore, di più autentica realizzazione umana per gli individui e le collettività.
Dinanzi a questa storicità essenziale del processo di liberazione, è nostro dovere assumere responsabilmente il passato, renderlo cosa nostra, farlo nostro. Certi atteggiamenti critici, ogni giorno più frequenti, esacerbano questa condizione di responsabili di un passato sottolineando unilateralmente gli errori che le istituzioni cristiane debbono annotare in questa situazione; tuttavia sono nel vero e nel giusto quando guardano verso il passato, quando si sentono colpevoli e cercano di rimediare i propri errori, senza rifuggire dall'impegno, cercando di evitare i pericoli che nei tempi passati portarono la Chiesa a collaborare inconsciamente contro l'autentico sviluppo degli uomini.
Prendere coscienza del passato suppone pure assumersi la responsabilità del progetto iniziale dell'uomo che si vuole promuovere. Ogni essere umano, ogni gruppo autoctono, possiede caratteristiche proprie che corrispondono a una chiamata iniziale di Dio che assegna loro un posto determinato nel consorzio degli uomini e dei popoli. Promuovere una liberazione autentica non significa affatto identificare tutti gli uomini e i paesi con la fisionomia speciale di quelli tecnicamente più avanzati; significa invece sviluppare in pienezza i valori propri di ognuno così come risultano dalla storia e dal passato.
Verso il futuro
La seconda prospettiva deve essere rivolta al futuro. Ogni situazione di impegno nel presente, ogni opzione suppone la scelta di una strada con l'esclusione di un'altra o di varie altre. E ognuno può vedere che tali opzioni impegnano il futuro immediato e persino l'ultimo destino dell'uomo. Per questo motivo nessuno può presumere di adattare risoluzioni e di chiamarsi liberatore se prescinde dalla considerazione del fine ultimo che, in definitiva, è il fine supremo di ogni liberazione.
Naturalmente ciò pone in rilievo l'importanza determinante di una sana ideologia. Le diverse scuole filosofiche, e persino gli appassionati ai problemi trascendentali dell'uomo, differiscono notevolmente nella determinazione di questo fine ultimo.
Solo chi possiede la certezza di un fine rettamente scelto può permettersi il rischio di prendere decisioni liberatrici che impegnino gravemente il futuro dei popoli.
Evangelizzazione e liberazione: verso una «meta»
In questo ambito risalta con chiarezza l'importanza dell'azione evangelizzatrice della Chiesa come fattore necessario di sviluppo e di liberazione. Con la sua conoscenza superiore del mistero nascosto negli uomini, può meglio di qualsiasi altro dirigere e orientare rettamente le opzioni liberatrici.
Più volte abbiamo insistito sul termine «processo di liberazione». Suppone uno sviluppo, un divenire nel tempo. Non è un'azione istantanea, che possa concludersi magicamente. L'esistenza di una saggia pazienza storica si innesta in questa precisa condizione di processo che coinvolge la liberazione umana.
Come in ogni processo, anche qui è necessario aver ben definito la mèta ultima a cui tendere. Già precedentemente abbiamo fatto allusione al fine ultimo dell'uomo. Scendendo un po' più al concreto diremo che tale finalità consiste nella personalizzazione dell'essere umano.
La libertà consiste nel portare al pieno sviluppo e all'esercizio la propria libertà; cioè al possesso di sé, alla capacità di autodecisione senza pressioni da parte delle condizioni fisiche avverse, delle strutture che rendono schiavi, delle condizioni personali di incapacità di decisione.
Anche qui, lungo la storia del pensiero, sorsero diverse maniere di intendere la libertà umana; dal libertinaggio sino alla libertà di espressione di coscienza o di pensiero. Di fronte a concezioni tanto differenti, è necessario precisare di nuovo e con esattezza obiettiva quale sia l'autentico senso della libertà umana perché la sua promozione servirà di pietra di paragone per riconoscere la validità delle riforme in cui impegna la sua azione un uomo cosciente dell'importanza dei suoi sforzi. È valido tutto ciò che promuove la autentica umanizzazione dell'uomo. Il possesso sempre più completo di sé e il migliore esercizio della propria libertà sono elementi degni di essere promossi.
Il Concilio Vaticano II ha espresso questo principio:
«Pertanto questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno di Dio e la sua volontà essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e permetta all'uomo singolo o posto entro la società di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione» (GS 35).
Un processo permanente
Non sarebbe completa la nostra esposizione se non facessimo rilevare una altra conseguenza inclusa nella condizione di «processo», essenziale alla liberazione. Ci riferiamo al suo processo incessante.
In epoche precedenti, con una visione più essenzialista dell'uomo e delle cose, si poteva sostenere il concetto che in un determinato momento si era giunti al termine della marcia ascendente dell'educazione e della promozione umana. Oggi, potendoci rendere conto della storicità essenziale dell'essere umano, dobbiamo far risaltare la sua condizione di essere peregrinante incessantemente verso il futuro. Fin quando l'uomo è nel tempo, è perfettibile e non può mai dire di aver completato il suo processo di umanizzazione; è spirito e pertanto è sempre passibile di ulteriore perfezione.
Solo la sua uscita dal tempo, solo la fine della sua storicità determineranno la conclusione di questo processo di sviluppo incessante.
INTERPRETAZIONE CRISTIANA DEL PROCESSO DI LIBERAZIONE
lo stesso Dio che, nella pienezza dei tempi invia il suo Figlio perché fatto carne venga a liberare tutti gli uomini da tutte le schiavitù a cui li tengono soggetti il peccato, l'ignoranza, la fame, la miseria e la oppressione, in una parola l'ingiustizia e l'odio che hanno la loro origine nell'egoismo umano. Per questo, per una nostra vera liberazione, noi uomini tutti abbiamo bisogno di una profonda conversione perché giunga a noi il Regno di giustizia, di amore e di pace. L'origine di ogni disistima dell'uomo. di ogni ingiustizia, deve essere ricercata nello squilibrio interno della libertà umana che avrà sempre bisogno, nella storia, di un permanente sforzo di rettifica. L'originalità del messaggio cristiano non consiste direttamente nell'affermazione della necessità di un cambiamento di struttura, ma nell'insistenza per la conversione dell'uomo, che poi provoca questo cambiamento. Non avremo un continente nuovo senza nuove e rinnovate strutture; soprattutto non avremo un continente nuovo senza uomini nuovi che alla luce del Vangelo sappiano essere veramente liberi e responsabili» (M 1,3).
Solo alla luce di Cristo si rischiara veramente il mistero dell'uomo. Nella storia della salvezza l'opera divina è un'azione di liberazione integrale e di promozione dell'uomo che ha come unico movente l'amore. L'uomo è creato "in Gesù Cristo", fatto in Lui "creatura nuova". Attraverso la fede e il battesimo viene fatto nuovo, non di egoismo ma di amore, che lo spinge a cercare una nuova relazione più profonda con Dio, con gli uomini suoi fratelli e con le cose. L'amore, "la legge fondamentale della perfezione umana e, pertanto della trasformazione del mondo", non è solamente il comandamento supremo del Signore; è anche il dinamismo che deve muovere i cristiani a realizzare la giustizia nel mondo, avendo come fondamento la verità e come segno la libertà» (M 1,4).
Nella prospettiva del cristianesimo, tutto il processo di liberazione ha un carattere trascendente.
Risponde alla necessità di liberare l'uomo da alcune schiavitù che sono frutto e conseguenza del suo stato e della sua condizione peccaminosa. Sia le situazioni di soggezione alle forze del cosmo, sia le strutture di ingiustizia o le condizioni personali che rendono difficile o pongono ostacoli al libero esercizio personale dell'uomo, hanno una relazione con il peccato perché sono o un suo segno manifestativo o una sua conseguenza diretta. Liberare l'uomo suppone entrare nel piano soprannaturale di Dio e nell'azione redentrice di Cristo che tende a sciogliere i vincoli di ogni schiavitù, persino quella dell'infermità e della morte.
Non per nulla troveremo riferimenti incessanti alla condizione di peccatori come spiegazione delle strutture di oppressione:
«La povertà, come carenza dei beni di questo mondo è, in quanto tale, un male. I profeti la denunciano come contraria alla volontà del Signore e il più delle volte come frutto delle ingiustizie e del peccato degli uomini» (M 4; 14,4a).
«In questo contesto, una Chiesa povera denuncia la mancanza ingiusta dei beni di questo mondo e il peccato che la genera» (M 14,5).
Cristo, il liberatore
Supposto questo, ogni processo di autentica liberazione deve passare attraverso Cristo, unico Redentore concesso agli uomini.
La storia e i fallimenti successivi delle varie riforme e delle varie rivoluzioni che non hanno fatto altro che incatenare l'uomo in nuove forme di egoismi individualisti, evidenziano l'incapacità radicale di ogni sforzo umano per vincere l'egoismo, il peccato, che è l'ultimo responsabile delle situazioni infraumane di schiavismo.
L'unico garante da ogni attacco di egoismo è Cristo; Cristo, mediante la grazia del suo Spirito, opera nel cuore di tutti gli uomini, avviandoli sulla strada che porta alla vittoria sul peccato, che non è altra cosa se non la chiusura nel proprio io, escludendo tutti gli altri, persino Dio:
«Con la sua risurrezione costituito Signore. Egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, tuttora opera nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma per ciò stesso anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra» (GS 38).
«La pace è, finalmente, frutto dell'amore. espressione di una reale fraternità tra gli uomini: fraternità apportata da Cristo, Principe della pace, che riconcilia tutti gli uomini con il Padre. La solidarietà umana non può essere realizzata se non nel Cristo che dà la pace che il mondo non può dare. L'amore è l'anima della giustizia. Il cristiano che lavora per la giustizia sociale deve coltivare sempre la pace e l'amore nel suo cuore. La pace con Dio è il fondamento ultimo della pace interiore e della pace sociale. E di conseguenza, là dove questa pace sociale non esiste, là dove si riscontrano ingiuste disuguaglianze sociali, politiche, economiche e culturali, vi è un rifiuto del dono della pace del Signore; più ancora vi è un rifiuto del Signore stesso» (M 2,14 c).
Cristo è insieme fine e modello della condotta umana. Egli venne costituito Signore Universale nel suo mistero pasquale che rappresenta il modello di qualsiasi autentica liberazione liberatrice:
«Certamente per la Chiesa, la pienezza e la perfezione della vocazione umana si otterranno attraverso l'inserzione definitiva di ogni uomo nella Pasqua o trionfo di Cristo, però la speranza di una tale realizzazione consumata, lungi dall'affievolire deve "stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo futuro". Non confondiamo progresso temporale e Regno di Cristo; tuttavia il primo, "nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, è di grande importanza per il Regno di Dio"» (M 1,5).
Il riferimento alla Pasqua cristiana ci ricorda che il processo di liberazione non sarà autentico se non giungerà a sottomettere rettamente l'uomo al potere sovrano di Cristo, strappandolo dal potere delle tenebre.
Inoltre, come via di liberazione dal peccato e dalla morte, ci offre l'unica strada cristiana, dolorosa e violenta, della morte a se stesso, supremo atto di amore e vittoria definitiva su ogni egoismo individualista per entrare nella comunione fraterna degli altri uomini che permetta un armonico incontro nel pieno sviluppo personale di tutti gli uomini e di tutti i gruppi umani.

