(NPG 1976-11-27)
Il movimento dei Ragazzi Nuovi è abbastanza conosciuto in Italia. Presentiamo questa esperienza, con abbondanza di particolari, non tanto per ripetere informazioni già risapute, quanto per sottolineare i contenuti e le scelte pastorali che lo contraddistinguono. Crediamo infatti che, nel suo complesso, il movimento rappresenti una proposta di pastorale dei ragazzi molto interessante. E questo sia a livello dei contenuti teologici che definiscono la spiritualità dei RN, che del tipo di collegamento su cui è costruito il movimento stesso: il minimo di strutture necessarie, con una attenzione educativa vivace, per evitare di anticipare nell'età preadolescenziale quanto è invece «sopportabile solo da giovani.
Nella stesura dell'esperienza ci siamo preoccupati di evidenziare queste scelte, con ricchezza di particolari. Non crediamo quindi necessario fare sottolineature speciali. Ogni educatore ha fantasia e ansia pastorale sufficiente, per farsi la sua lettura della proposta e reinterpretare il tutto nella propria situazione concreta.
Elaborazione di F. Floris su interviste dirette e materiale messo a disposizione dalla sede centrale (Via degli Astalli 16 - Roma).
UN PRETE, SETTE RAGAZZI E LA VOGLIA DI «SALVARE IL MONDO»
Quando le due ragazze entrarono in quel negozio di alimentari di Bastia, la signora che stava dietro il banco non si aspettava certo quella domanda insolita: «Scusi, signora, lei è contenta del mondo d'oggi?». La signora aveva fretta, anche perché doveva servire i clienti: «Io non credo in niente, e per me il mondo può andare dove vuole. Tanto in vita mia ho sofferto sempre...». Poiché le due ragazze continuavano a fissarla in silenzio preferì troncare bruscamente il discorso: «Beh, adesso andatevene, perché ho da fare! Il mondo... il mondo! Che me ne importa? Tanto per me andrà sempre male!». Le due ragazze tirarono fuori il quaderno per appunti e trascrissero fedelmente le parole della donna. Poi continuarono la loro inchiesta per le strade di Bastia.
C'erano 700 ragazzi e ragazze quel pomeriggio in giro per Assisi, Bastia, Spello, Santa Maria degli Angeli, con l'intento di intervistare la gente su questo argomento così delicato.
700 ragazzi e ragazze che si ritrovano ogni anno ad Assisi per la grande festa della «Scuola capi», come la chiamano loro, i Ragazzi Nuovi, 200 gruppi dalle elementari alle secondarie, sparsi per tutta Italia e migliaia di altri gruppi in tutto il mondo. Piantano un poco di caos in quei giorni, ma soprattutto discutono con molta animazione a gruppi e in assemblea, organizzano recitals di sensibilizzazione ed espressione delle proprie scelte, si ritrovano insieme in lunghi incontri di preghiera. Per loro è un appuntamento decisivo, conclusione di un anno di attività e inizio di un nuovo programma di lavoro.
La loro storia e la vita dei loro gruppi ci è sembrata interessante, sia come proposta associativa per i preadolescenti in genere, sia per il cammino fatto da loro in trent'anni di vita. Una storia che ci siamo fatti raccontare dal coordinatore centrale del movimento, in Via degli Astalli 16 a Roma.
La storia dei Ragazzi Nuovi inizia nel Gennaio 1944 a Firenze. Inizia con un prete che, da una finestra, osserva con attenzione l'accanimento con cui sette maschietti rincorrono un pallone, in mezzo alle rovine. Il prete è padre Virginio Rotondi. Li chiama e una volta avutili attorno a sé parla con franchezza raccontando loro la parabola del padrone della vigna che a ogni ora esce per cercare operai... Arriva presto al sodo affermando che «Dio ha bisogno di loro». Richiamandosi poi alla immagine più tragica che i ragazzi avevano dinanzi parla della più grande guerra del mondo: quella tra Dio ed il diavolo, tra il bene ed il male. Se volete arruolarvi – prosegue – le armi le avete già: avete frecce (le preghiere), nastri mitragliatori (le decine del rosario), bombe ad alto potenziale (messe e comunioni), bombe a medio potenziale (i sacrifici).... Effettivamente sono parole di taglio militare, come di... paramilitare sa un pochino anche la organizzazione che nasce! Divise, gagliardetti, squadriglie e capi, parole segrete, giuramenti di fedeltà... Altri tempi, altri metodi e linguaggi. Di fatto è una iniziativa che suscita entusiasmo. I gruppi CIDROS, così vengono chiamati, si diffondono a macchia in tutta Italia.
Ciò che caratterizza i CIDROS, al di là di quel che può essere la organizzazione esterna (ad un certo punto si prese a prestito dagli scouts diversi elementi come l'attivismo, la responsabilizzazione dei ragazzi-capo, le promozioni...) è una spiritualità tipica, quella dell'Apostolato della Preghiera, di cui diventano la sezione giovanile.
Un manuale ed una legge
Al ragazzo e alla ragazza CIDROS si propone come stile di vita la stessa vita di Gesù: il vangelo è il vero manuale dei gruppi, fatto abbastanza insolito ai tempi della uniformità catechetica fondata sul catechismo di Pio X. Leggendo una pagina di vangelo ogni sera – si diceva allora e si ripete oggi ai ragazzi della nostra associazione – e rispondendo nella preghiera a ciò che Gesù ti dice in quelle parole lette, imparerai ad essere buono come lui e a lavorare con lui per il regno di Dio.
Questa di lavorare per il regno di Dio è una delle linee fondamentali di educazione del movimento, che intende dare al ragazzo la sensazione, anzi la certezza di compiere grandi imprese, di «salvare» il mondo. Un ultimo elemento qualificante è la centralità della eucarestia, qualifica da cogliere sullo sfondo delle molte proposte di vita spirituale del preconcilio, legate a devozionalismi di diverso stampo. «Vivi la messa» è appunto uno degli slogans (gli altri sono: prega per il mondo; ama i fratelli; sii il 13° apostolo) che formano la «legge» dei CIDROS e oggi dei Ragazzi Nuovi.
Dal Concilio una sensibilità nuova
Una tappa importante nella vita del nostro movimento è quella segnata daI Concilio, tappa che possiamo riassumere nel cambio del nome: da CIDROS a Ragazzi Nuovi. Non è solo un problema di sigle ma piuttosto di sensibilità. I Ragazzi Nuovi sono frutto della ventata di aria fresca che dal concilio ha raggiunto la Chiesa, aprendo nuovi orizzonti per quel che riguarda l'identità del cristiano e la sua missione in questo mondo, il tipo di educazione da dare alle nuove generazioni e la valorizzazione delle realtà terrene. Un invito quello del concilio a costruire «un mondo nuovo», che noi abbiamo fatto nostro anche nella denominazione del movimento.
A distanza di alcuni anni da questo sforzo di rinnovamento nato dal concilio ci sembra di poter dire di essere passati da un tipo di educazione a stampo moralistico e individualistico ad una impostazione di tipo piuttosto comunitario e «politico». È maturata in particolare una maggior sensibilità ai problemi sociali sia come lettura cristiana dei fatti della vita sia come proposta, ben lontana dallo spirito di crociata che aveva caratterizzato i primi passi del movimento, di inserimento attivo nel vivo dei problemi sociali come la povertà e la fame nel mondo, la solitudine e la diffidenza reciproca nelle nostre città, l'emarginazione degli anziani e degli handicappati, e così via.
Quando al nome «Ragazzi Nuovi» occorre una precisazione: in genere si parla di Ragazzi Nuovi, mentre l'avvio dovrebbe essere preso dal Movimento Eucaristico Giovanile, la sezione giovanile dell'Apostolato della Preghiera, di cui fanno parte i Gruppi Emmaus (i ragazzi delle elementari, grosso modo), i Ragazzi Nuovi in senso proprio (la scuola media), le Comunità 14 (14-16 anni) e i Gruppi «T», cioè Testimoni, dopo i 16 anni.
Una proposta rispettosa della crescita del ragazzo
Pur rimanendo nell'ambito di una stessa impostazione, ad ogni tipo di gruppi facciamo un discorso specifico, adeguato agli interessi delle diverse età. Così, ad esempio, ai più piccoli si spiega che come i due discepoli di Emmaus riconobbero Gesù quando spezzò il pane, così loro, spezzando il pane della eucaristia, scoprono che il Dio della loro prima comunione è anche il Dio che è morto per il mondo e che Gesù li chiama ad aiutarlo a salvare il mondo, quello che è al di là della famiglia in cui finora erano rimasti chiusi, l'umanità.
Ai Ragazzi Nuovi si presenta invece Gesù che li chiama a fare un mondo nuovo insieme con lui, diventando loro anzitutto «ragazzi nuovi», cercando di copiare Gesù che ogni giorno si manifesta nel vangelo che leggono, mentre si impegnano a una forte amicizia con quelli del gruppo. Nelle «C. 14», il gruppo che proponiamo per i ragazzi e le ragazze dai 14 ai 16 anni, l'orizzonte si allarga: il mondo nuovo – diciamo loro – bisogna incominciarlo a creare nel vostro ambiente e cioè a scuola, a casa, nel quartiere. II lavoro diventa più impegnativo. Il grande vantaggio è di poter ormai contare su una vera comunità di amici ed amiche che hanno le stesse idee. Le «C. 14» non leggono più il vangelo, ma gli Atti degli Apostoli per scoprire insieme che vuol dire fare comunità cristiana.
Del tutto diverso è lo scopo dei gruppi Testimoni: più che gruppi di formazione, come i precedenti, sono gruppi di vita cristiana, incentrati sullo scambio di esperienze, sul confronto e l'incoraggiamento reciproco e sulla preghiera. Più che gruppi di appartenenza dovrebbero essere gruppi di riferimento. In genere ognuno lavora ormai nel suo ambiente. Ci si riunisce perché si sente il bisogno, di tanto in tanto, di «ritrovarsi» in una comunità di fede.
Ancora una precisazione per chiarire la vita interna del movimento. È evidente che non tutti gli iscritti oggi ai Gruppi Emmaus faranno parte dei Testimoni
Stando alle statistiche ci sembra che normalmente chi fa parte dei Gruppi Emmaus farà parte anche dei Ragazzi Nuovi. Quanto però ai passaggi successivi il discorso si fa più differenziato. La continuità è ostacolata specialmente dai cambi di scuola (molti gruppi sorgono in istituti, gestiti da religiosi, che non hanno la scuola superiore): orari diversi, difficoltà di incontrarsi come nelle medie, nuove amicizie... In compenso si con tano anche nuovi arrivi da altre esperienze. Nei gruppi Testimoni questa provenienza da altri gruppi o l'aggregazione ad un gruppo per la prima volta è naturalmente più frequente che negli altri. Con tutti i vantaggi e gli svantaggi che comporta un rinnovamento dei quadri nei diversi gruppi.
INFORMAZIONE E STILE EDUCATIVO
PIÙ CHE STRUTTURE ALLA BASE DEL MOVIMENTO
Uno dei nodi più grossi che la pastorale giovanile sta affrontando in questi anni è quello del collegamento tra i gruppi e la loro adesione a movimenti a vasto raggio. Dati i fermenti di rinnovamento e le esigenze nuove che i giovani manifestano in questo campo abbiamo chiesto ai Ragazzi Nuovi, che si sono dimostrati un movimento abbastanza stabile in questi anni di crisi, quale tipo di collegamento esiste tra centro e periferia e tra i diversi gruppi, dentro il loro movimento.
Di una grossa struttura di collegamento non si può proprio parlare... È vero che esiste qui a Roma una specie di centro, ma è anche vero che i gruppi godono di molta autonomia. Forse esagerando si potrebbe parlare di un movimento tutto base. Del resto abbiamo abolito da tempo tutti quegli elementi, per così dire folcloristici, come magliette, stendardi, distintivi. Un consumismo di gruppo che evitiamo di principio.
La stampa
Se di collegamento si può parlare dobbiamo invece riferirci alla stampa. Per i Gruppi Emmaus, i Ragazzi Nuovi e le Comunità 14 esce un giornalino di collegamento dal titolo uguale, «Ragazzi Nuovi», ma in realtà diverso. Siccome esce settimanalmente ogni tipo di gruppo ha il suo mensile, dato che la quarta settimana è coperta dalla edizione per i dirigenti, chiamata «Incontri». Per i Gruppi Testimoni esce invece un giornaletto a parte, «Il lievito».
È evidente che le riviste ci permettono un certo collegamento mediante la proposta e le tracce di lavoro per il tema annuale dei gruppi, la sensibilizzazione ad un certo stile di lettura e di intervento nell'ambiente, il dialogo tra centro e periferia e tra i diversi gruppi attraverso la pubblicazione delle esperienze più stimolanti.
Il collegamento centro-periferia è anche assicurato da un fitto scambio di corrispondenza... tanto che a volte rischiamo di essere denunciati come «evasori postali». Ma anche questo è un collegamento basato più sulla informazione che su vere strutture.
Le giornate cittadine, regionali e nazionali
Una struttura possono essere invece considerate le giornate cittadine, regionali e nazionali, che troviamo molto utili specialmente per i Ragazzi Nuovi e le «C. 14». Il fatto di ritrovarsi insieme da tutta una città, una regione o da tutta Italia li fa sentire comunità, li entusiasma e li carica per un lavoro in cui è facile sentirsi sperduti perché controcorrente... Quelli che si avvantaggiano di più sono i gruppi deboli: partecipando alle attività, incontri di studio, riflessione e preghiera, ai momenti ricreativi e ai canti con gli altri arricchiscono il loro bagaglio per la vita di gruppo.
Non neghiamo il rischio del folclore e della soddisfazione che può nascere dalle cifre e dalle parate. Da parte nostra cerchiamo di evitare questo, intanto selezionando gli elementi folcloristici con criteri di funzionalità e poi facendo sì che queste giornate siano apice, conclusione di un lavoro già iniziato nei gruppi e portato avanti per mesi e mesi. Del resto quello che per noi conta è la vita nei gruppi e il lavoro che vi si svolge, settimana per settimana. Contiamo più su questo sforzo che sulle grosse manifestazioni.
Una unità fondata su uno «stile pedagogico»
Alla domanda sul tipo di collegamento che cerchiamo di creare tra i gruppi è possibile anche un'altra risposta, questa volta relativa non agli strumenti ma ad uno «stile» pastorale. Per capirci possiamo prendere in mano una delle nostre riviste e sfogliarla, anche solo per leggere i titoli.
Leggo da Ragazzi Nuovi, edizione scuola media: «Perché si muore nel Libano?», sei pagine dense che riassumono quelle tragiche vicende; «Dio c'entra nelle nostre amicizie?», un articolo che fa parte di una rubrica che affronta da vicino i problemi dei ragazzi di terza media; «Una pietraia nel deserto», una delle tante relazioni dal villaggio per i poveri che i Ragazzi Nuovi stanno aiutando a costruire a Laisamis (Etiopia); «I ragazzi Nuovi di Torino incontrano i protestanti della loro città», resoconto di una attività di gruppo che crediamo stimolante per tutti; «Le nostre amiche hanno 80 anni», descrive la amicizia concreta tra un gruppo di ragazze e due anziane signore bisognose di assistenza e compagnia.
Questa rapida panoramica ci permette di sottolineare due aspetti di ciò che abbiamo chiamato stile educativo. Il primo è la scelta di partire dai bisogni e dagli interessi del ragazzo: amicizia, informazione e partecipazione ai problemi del mondo, simpatia per tutti e specialmente i più poveri, la gioia di fare gruppo e di confrontarsi con i coetanei, la maturazione delle proprie scelte attraverso il dialogo e la ricerca... Il secondo aspetto è quello di creare nel ragazzo un discreto grado di «cultura», intesa in senso largo ed in senso specificamente religioso.
Noi vogliamo che il ragazzo si renda conto di come stanno le cose a questo mondo: deve perciò informarsi, avere delle idee e confrontarle con gli altri, essere critico verso una certa stampa, sapere qual è il punto di vista del cristiano. A tutto questo noi lo educhiamo mettendogli tra mano un giornale che lo stimola e lo aiuta in questa direzione.
Infine un terzo elemento di questo stile educativo: la vita di gruppo. Lo consideriamo sempre più uno strumento fondamentale per la educazione del ragazzo alla vita cristiana. È nel gruppo che egli può fare esperienza di Cristo e di Chiesa. Lo invitiamo a fare gruppo per vivere con gli amici, per pregare insieme il vangelo, per spezzare il pane eucaristico, aiutarsi a diventare migliori, lavorare per il mondo nuovo e per la Chiesa.
L'assunzione progressiva di «impegni»
Di una vera e propria metodologia nel fare gruppo non possiamo parlare. Tuttavia anche qui abbiamo qualcosa di tipico all'interno di uno schema metodologico abbastanza comune, qual è quello che educa i ragazzi attraverso l'azione e la riflessione sull'azione. Ci basiamo molto su tecniche come la intervista, la ricerca di gruppo, i recitals organizzati dai ragazzi stessi, e così via. Ma siamo ancora nel generico.
Quello che invece è più caratteristico è il cammino quasi catecumenale che proponiamo al ragazzo, attraverso l'invito ad assumersi successivamente nuovi impegni di gruppo e di vita cristiana. Con un criterio di progressività dunque. Quando un ragazzo o una ragazza viene nei nostri gruppi egli si assume l'impegno di massima di conoscere Gesù e il nostro movimento. Solo dopo alcuni mesi di «noviziato» egli può chiedere di entrare nei Ragazzi Nuovi ed esprimere la sua adesione davanti a tutta la comunità. Dopo aver vissuto qualche mese di vita associativa, se è pronto, fa domanda di assumere l'«impegno» dei Ragazzi Nuovi. Si prepara con una giornata di preghiera e riflessione e infine, sempre davanti a tutta la comunità, fa la sua promessa di «essere ogni giorno un ragazzo nuovo per fare con Cristo un mondo nuovo»... Cose tutte che possono far sorridere noi adulti ma che rispettano il mondo del preadolescente di fatto affascinato da questo cammino. Ci tengo subito a sottolineare che non sempre le cose avvengono con tutta serietà. In qualche gruppo purtroppo il passaggio da un impegno all'altro rischia di diventare più un problema di date e scadenze che di formazione raggiunta. In questi ultimi tempi stiamo pertanto insistendo sulla necessità di personalizzare maggiormente il cammino aiutando i ragazzi ad «autoselezionarsi», cioè a responsabilizzarsi maggiormente nelle proprie scelte.
La «legge» del Ragazzo Nuovo
Ogni gruppo ha molta autonomia dal punto di vista organizzativo, ma sempre all'interno di alcuni obiettivi da raggiungere, primi fra tutti quelli elencati da quella che abbiamo chiamato la «legge» dei Ragazzi Nuovi. Al centro sta l'eucaristia che viene presentata al ragazzo non come insieme di riti ma come «segno di ciò che si vive». Tendiamo cioè ad una presentazione esistenziale della eucaristia: la vita è una grande «messa sul mondo». Per questo non può mai finire: dura 24 ore su 24. Invitiamo il ragazzo non a «venire» a messa, ma a «fare» messa: offrendo la sua vita di ragazzo a Dio e offrendo la sua amicizia ai fratelli; sacrificando se stesso, facendo morire tutte quelle cose che non piacciono a Dio e mettendosi a servizio dei fratelli vicini e lontani; facendo comunione con Gesù e i fratelli, camminando insieme a tutti quelli che incontra. Vogliamo educare il ragazzo ad essere protagonista (= sacerdote) della messa e fare della messa il punto di riferimento della giornata e della settimana. Questa educazione a vivere la eucaristia 24 ore su 24 fa sì che il ragazzo senta che gli si chiede tutto, secondo le sue possibilità e capacità. E questo «tutto» noi vogliamo che lo viva stando dalla parte di Gesù, diventando con lui responsabile del mondo. Il Ragazzo Nuovo guarda il mondo con gli occhi di Gesù e ama il mondo con il cuore di Gesù. Deve perciò informarsi della vita del mondo. Lo abituiamo a leggere il giornale come una lunga lettera in cui i fratelli raccontano la loro vita fatta di gioie e di speranze, ma molto più spesso di lutti, dolori, fame, guerra... Ma questo è solo il punto di partenza: ciò che conta è amare, condividere la vita di tutti i fratelli del mondo, prendere parte ogni giorno alle loro gioie, speranze, dolori.
La nostra pretesa è di educare all'universalismo, alla mondialità, facendolo uscire dal gretto provincialismo, ponendolo in atteggiamento critico verso le modalità di rapporto umano «interessato», educandolo a sintonizzarsi con la «gente»...
Da questa partecipazione alla preghiera: «per il Ragazzo Nuovo "pregare per il mondo" vuol dire parlare a Dio dei problemi dei fratelli, presentare a Dio tutta l'umanità, raccontargli la storia degli uomini, storia di bene e di male, di gioia e di dolore». E nella educazione alla mondialità recuperiamo lo spazio per i «vicini»: «Simpatia a priori per tutti!» è uno degli slogans dei Ragazzi Nuovi; simpatia per tutti, senza distinzione, ancor prima di conoscerli. E non ci accontentiamo di slogans: egli deve evitare ogni forma di razzismo; se deve fare preferenze le fa per i più poveri; deve essere sempre disponibile al servizio: nell'autobus, a scuola, in famiglia, nel gruppo... Così facendo egli si realizza anche come «tredicesimo apostolo» in risposta alla chiamata che gli viene dall'essere battezzato e Ragazzo Nuovo.
La riunione settimanale ed il tema dell'anno
Qualche parola sulla riunione settimanale che consideriamo spazio formativo privilegiato. Intanto bisogna distinguere tra riunioni di squadriglia (5-6 ragazzi) in cui guidati da un caposquadriglia si discute, si lavora, si prega, e riunioni di comunità (da 20 a 50 ragazzi) in cui le squadriglie riunite prendono parte a incontri di preghiera e affrontano insieme al responsabile problemi di formazione umana e religiosa, riferendosi da vicino al tema annuale.
Questo accenno al tema dell'anno mi permette di ritornare su due argomenti di cui abbiamo già parlato ma che credo opportuno completare, e cioè cosa intendiamo per formazione e per collegamento tra i gruppi. Quanto al collegamento abbiamo già detto che non esistono delle strutture quanto una «spiritualità» e, più concretamente, un tema di catechesi per tutti i gruppi nell'arco di uno stesso anno. Così, ad esempio, i Ragazzi Nuovi quest'anno lavorano per capire e vivere cosa sia la messa, seguendo la traccia mensile che noi presentiamo sulla loro rivista. Ogni fascia di età ha il suo tema annuale. Vediamone uno da vicino. Nel 1974 le Comunità 14 avevano per tema «Costruire l'uomo». Mese per mese il loro giornaletto presentava un dossier, che serviva da pista di lavoro. Uno sguardo ai titoli, anche per ritornare sulla seconda delle precisazioni, e cioè la formazione: scuola e vita; l'impegno politico; il problema affettivo; la comunità familiare; la crisi di fede; il senso della libertà; il rapporto con gli altri; il tempo libero. Problemi come si vede molto vicini alle esigenze di maturazione di un quindicenne o di una sedicenne. Temi che permettono di aiutare i ragazzi ad impastare la fede con la vita di ogni giorno.
L'EDUCAZIONE POLITICA NEI RAGAZZI NUOVI
Fino a qualche anno fa il rapporto col «sociale» di molti movimenti cattolici per ragazzi riduceva spesso l'educazione politica ad un esercizio della politica del buon samaritano, come si dice. Oggi le cose stanno profondamente cambiando. I ragazzi sono sempre più politicizzati: discutono, hanno loro idee sulla società, partecipano a manifestazioni. Non senza esagerazioni. Ed allora: quale spazio dare all'educazione politica nei movimenti cattolici per ragazzi? Lo abbiamo chiesto ai Ragazzi Nuovi, perché ci descrivano le loro scelte.
Premettiamo alcuni dati. Il primo è che i Ragazzi Nuovi si sono sviluppati in ambiente che entro certi limiti possiamo definire borghesi, come molti collegi per i figli della media borghesia. Il secondo è che per molti anni il tipo di educazione portata avanti dal movimento è stata, come già detto, individualista. Il terzo è che l'azione sociale molto spesso è stata ridotta a quella assistenziale.
Premesso tutto questo mi permetto di leggere alcune righe di una lettera recente di un animatore di gruppo che, d'accordo con i ragazzi, abbandona il movimento perché «borghese». «I motivi (dell'abbandono) – egli scrive – sono da ricercarsi nella linea finora portata avanti dal movimento: linea che ha sempre rispecchiato le ideologie borghesi della maggior parte dei Ragazzi Nuovi, ma che è completamente lontana dalla vita dei nostri ragazzi, figli quasi tutti di operai e manovali. Tra i Ragazzi Nuovi si parla tanto di poveri, ma non si sono mai seriamente affrontati i motivi per i quali queste persone si trovano in quella situazione. Si parla genericamente di egoismo... ma i nostri ragazzi, dal più piccolo al più grande, sanno che se il loro padre è disoccupato la colpa è del datore di lavoro... Non si tratta dunque di generica solidarietà con i poveri, o di fare elemosine per sentire la coscienza a posto...». La lettera termina chiedendosi tuttavia se il fatto che il gruppo sia arrivato ad una simile presa di coscienza non sia anche frutto della maturazione raggiunta insieme tra i Ragazzi Nuovi.
Che rispondere? In parte abbiamo già risposto nelle premesse fatte alla lettera in cui abbiamo evidenziato alcune carenze del movimento. D'altra parte, per intenderci, è necessario fare riferimento ad un aspetto della nostra fisionomia finora non emerso: i nostri gruppi nascono vivono e muoiono perché c'è qualcuno che li fa nascere, vivere e morire. Questo vuol dire che al di là delle scelte del movimento molto dipende dai responsabili dei gruppi. Ed in fondo preferiamo l'enorme limitatezza data dal non avere né programmi ideologici, né quadri, piuttosto che il rischio, che sta diventando tipico dei movimenti laici o cattolici in Italia, del plagio e della imposizione ideologica, di qualunque matrice essa possa essere, oppure dell'integrismo. Il nostro vuol essere un movimento che si qualifica direttamente attraverso la sua base. Ed è questo che ci spinge a desiderare una diffusione ed un inserimento in qualunque situazione sociale ed ecclesiale.
Quale educazione politica?
Abbiamo già parlato della scelta di passare da una educazione individualista a una educazione «politica». Occorre evidentemente essere più espliciti. La nostra paura, come educatori, è che ci si venda alla ideologia dominante, qualunque essa sia, senza fare una scelta cosciente. Tutti noi abbiamo fatto esperienza della schiavitù che è stata ed è la ideologia borghese, se non altro perché siamo stati acculturati in una scuola borghese.
E tutti noi abbiamo capito l'importanza di unire all'esame di coscienza una attenta analisi della società, per trovare le cause della disoccupazione non solo nell'egoismo individuale ma anche di una serie di strutture sociali oppressive. Corriamo tuttavia il rischio di diventare nuovamente schiavi, dimenticando che l'unica possibilità di rivoluzionare le strutture è e resta sempre quella di formare uomini capaci di prendere posizione personale, rivoluzionaria, se necessario, all'interno di quelle strutture in cui ci si trova ad operare.
Crediamo pertanto che il nostro compito di educatori sia quello di aiutare il ragazzo a formarsi uno spirito critico, sia sul piano personale che sociale, perché sappia essere fedele all'esame di coscienza e all'analisi politica. E alla fedeltà a questa doppia dimensione di analisi ci spinge anche il fatto che la ricerca delle cause, l'applicazione di un serio metodo critico hanno portato spesso a quell'inutile compiacimento di chi non sa compromettersi personalmente.
Un criterio fondamentale: il rispetto del ragazzo
Conviene tirare alcune conclusioni da quanto detto. Diciamo in primo luogo che non vogliamo affatto creare una «zona franca» in cui i problemi siano tenuti artificialmente a misura di un'immagine di ragazzo ed adolescente spensierato e pieno di quattrini. D'altra parte ci opponiamo all'avanzare di un altro mito. Si fa nuovamente strada il pericolo che i grandi, genitori ed educatori, proiettino sul ragazzo un «cliché» che non rispetta minimamente il graduale processo evolutivo dei ragazzi. Non si ha il diritto di vestirlo dei nostri modi di pensare, parlare e giudicare.
Ecco perché ci teniamo a che i ragazzi si impegnino nella assistenza agli anziani e si facciano amici degli handicappati. Lo crediamo uno stimolo fondamentale per la loro maturazione sociale. Per lo stesso motivo, e non per sfruttare la loro emotività, crediamo importante che si diano da fare per costruire con i loro risparmi e lavori un villaggio a Laisamis. Ed ancora su questa linea educativa che rispetta il ragazzo crediamo importante che si apra gradualmente all'impegno «politico» incominciando a creare una vita di gruppo e di comunità che sia «alternativa». La concretezza di questa rivoluzione lo educherà agli impegni successivi, nella scuola, nella parrocchia, nel quartiere.
RAGAZZI NUOVI: ABILITARE LAICI PER IL SERVIZIO DELLA CHIESA LOCALE
Prima di chiudere questa «storia» dei Ragazzi Nuovi vorrei affrontare un tema molto attuale nel dibattito interno al nostro movimento. I Ragazzi Nuovi, e soprattutto i Gruppi CIDROS, si sono sviluppati in un primo tempo negli ambienti collegiali in senso largo, abbastanza lontano – in genere – dalle parrocchie. Non che formassero una chiesa parallela, ma in realtà i contatti con la Chiesa istituzione erano abbastanza sporadici. Oggi la situazione sta profondamente cambiando. Non solo cresce l'interesse dei gruppi per la parrocchia in cui vivono, ma molto di frequente i gruppi sono «parrocchiali». Del resto la sensibilità ecclesiale è sempre stata molto viva nel movimento, naturalmente con uno stile diverso.
Le nostre scelte «ecclesiali» ci portano a lavorare oggi in due direzioni. In primo luogo a rendere coscienti i ragazzi e i giovani del ruolo che essi possono e debbono assumere nelle comunità ecclesiali. Il modello di comunità che noi presentiamo nei gruppi è quello della comunità degli Atti: un presbitero circondato da responsabili laici che collaborano nell'annuncio del regno e nella gestione della vita di comunità. Educhiamo pertanto a dare al sacerdote il suo posto, ma anche ad assumersi le proprie responsabilità di battezzati. Un obiettivo che noi cerchiamo di raggiungere responsabilizzando fortemente i singoli ragazzi al buon andamento della loro piccola chiesa (il gruppo, la comunità tutta) e stimolando quelli più capaci e sensibili ad assumersi compiti di animazione tra i compagni o anche, ed è il caso soprattutto dei Testimoni, tra quelli più giovani delle sezioni inferiori. Un tentativo di animazione che ha avuto i suoi inconvenienti, come quando qualche gruppo è stato abbandonato nelle mani di ragazzi di terza media, ma che ha portato i suoi frutti formando un gran numero di educatori alla fede e di laici impegnati nelle comunità ecclesiali e nella loro professione.
È anche vero tuttavia che ancora oggi gran parte degli animatori dei gruppi sono sacerdoti, religiosi e religiose. Forse però stiamo assistendo ad un fenomeno di «declericalizzazione» degli animatori del movimento. Molti adolescenti che hanno finito il loro ciclo formativo nelle Comunità 14 si rendono disponibili alla animazione dei Ragazzi Nuovi e dei Gruppi Emmaus. Così, tanto per fare un esempio, a Torino dove abbiamo un nucleo molto forte, gran parte del lavoro di animazione è svolto da universitari e da studenti delle scuole secondarie, che finito il loro curriculum formativo si sono messi al servizio dei più piccoli.
È evidente, ad ogni modo, che non tutti quelli che hanno finito il loro ciclo formativo possono o vogliono continuare a rimanere nel movimento. Noi stessi favoriamo il loro inserimento nel vivo delle problematiche ecclesiali e sociali, aiutandoli a trovare uno spazio di servizio ai fratelli. Purtroppo, ci sembra doveroso dirlo, non sempre le strutture delle Chiese locali sono capaci di assorbire questi giovani e di fare loro lo spazio adeguato.

