Mario Midali
(NPG 1976-4-46)
Gli articoli di S. Galilea sulla «spiritualità della liberazione» (1975 /5 e 6, 1976 /1 e 2) hanno tracciato un quadro di riferimento per la spiritualità dei giovani seriamente impegnati nel quotidiano storico. Ora vogliamo affrontare, per completare il discorso, il tema dal versante dell'operatore pastorale.
È possibile una vita spirituale, specifica per operatori di pastorale giovanile? Si può cioè progettare per essi una vita spirituale propria, insita nell'agire pastorale stesso o, invece, è necessario mutuare le prospettive da altri tipi di attività ecclesiali, ricorrendo a spiritualità elaborate nella vita religiosa di tipo monastico o contemplativo?
Come si vede, il problema è serio; tocca in prima istanza la sintesi personale operata da ogni educatore tra ciò che è e ciò che fa: tra essere ed agire. Con evidenti riflessi anche sul suo servizio, perché una disintegrazione personale riproduce necessariamente schemi conflittuali e disintegrati.
Non è un processo facile quello che l'autore sta tentando. Purtroppo sono ancora dominanti certe concezioni che presentano la vita spirituale con un proprio dinamismo autonomo, rispetto all'apostolato.
Una vita spirituale:
– nonostante» la dispersione e gli ostacoli inerenti al lavoro apostolico; oppure «accanto» all'azione pastorale;
– o, nella migliore delle ipotesi, avvalendosi dell'apostolato come di un «mezzo» utile al raggiungimento della perfezione cristiana, sacerdotale e religiosa. Questo primo intervento imposta il discorso teologico: prende in esame, alla luce della fede, l'agire di Dio nella storia e evidenzia gli atteggiamenti spirituali richiesti ai suoi apostoli.
Il primo intervento dà quindi il quadro di riferimento globale. Il secondo riprende, in termini concreti, la dinamica spirituale dell'operatore di pastorale giovanile.
Ci troviamo a trattare un tema che ha una risonanza molto vasta. E, nello stesso tempo, è largamente nuovo. La riflessione teologica sull'azione pastorale è assai recente. Di conseguenza mancano studi specifici relativi alla ricerca di una spiritualità per coloro che sono chiamati a operare in questo ambito pastorale.
Il nostro contributo tenta quindi di avviare un discorso. Lo facciamo spesso tracciando elementi e suggerimenti, ciascuno dei quali richiederebbe una lunga riflessione.
In questo contesto, la nostra preoccupazione è quindi soprattutto sulla sintesi. Lasciamo al lettore l'approfondimento personale dell'itinerario spirituale che andremo delineando.
Lo studio teologico di una spiritualità dell'azione deve prendere in considerazione i temi seguenti.
IL MONDO SPIRITUALE DEI PROFETI DELL'AT
Il Dio dell'AT non è un Dio che rimane immerso nel suo mistero inaccessibile, ma un Dio che si rivela e opera nella storia e attraverso la storia di Israele: se lo sceglie come «suo popolo», con esso stabilisce una alleanza, ad esso dà una legge e un culto, ad esso fa una promessa, se lo forma e ne segna profondamente il destino e l'intero sviluppo in vista dell'adempimento della promessa.
Ciò è avvenuto attraverso gli eventi da Lui operati specialmente nei Patriarchi, in Mosè e nei profeti; questi portavoce e segni viventi dell'agire di Dio che giudica e salva nel divenire quotidiano della storia concreta d'Israele.
I loro atteggiamenti spirituali sono estremamente istruttivi per il nostro tema. Basti qui enumerarli, ma uno studio biblico della spiritualità dell'azione dovrebbe analizzarli ampiamente. Il senso profondo di essere stati chiamati da Dio (vocazione) e da Lui inviati alla comunità (missione comunitaria); l'esperienza sofferta di essere «suo possesso», da Lui spinti e quasi dominati; il sentimento tragico di una missione che trova opposizione, esige lotta, è spesso votata all'insuccesso e porta al martirio; la coscienza radicata di essere al servizio della gloria di Dio e della dignità dell'uomo, attuate nella osservanza delle condizioni dell'alleanza (legge, istituzioni e culto); la dura ascesi che richiede loro la denuncia delle trasgressioni della legge, delle manipolazioni delle istituzioni e della degradazione del culto; la fortezza nell'indicare i segni dell'agire di Dio negli avvenimenti umani e nel richiamare alla memoria le sue promesse.
CRISTO GESÙ MODELLO E FONTE DELL'UNITA DI VITA DELL'APOSTOLO
Quest'affermazione è fatta dal Concilio a proposito della vita nei presbiteri, ma è valida per tutti gli operatori pastorali. Tutti infatti devono proporsi Cristo come modello e fonte della loro vita spirituale e apostolica. In Gesù Cristo, Dio-uomo, appare in forma unica e sommamente rivelatrice tanto l'agire personificato di Dio nella storia umana, quanto l'atteggiamento dell'uomo che agisce in intima unione con Dio. In Cristo Gesù, vita spirituale e vita apostolica non sono giustapposte, tantomeno l'una strumentalizzata all'altra, ma piuttosto profondamente unite in una sintesi vitale, in una spiritualità apostolica, in cui gli stessi momenti forti di contemplazione sono traguardo e partenza dell'azione apostolica. Qualche parola di commento a queste affermazioni.
Cristo rivelatore dell'azione di Dio: Cristo è stato santificato dal Padre (comunione con Dio nello Spirito) e da Lui inviato nel mondo (missione) per essere a totale servizio del suo piano sull'uomo (servizio), nell'adempimento del triplice ministero della Parola (evangelizzazione), della santificazione (riconciliazione e liberazione) e della comunione (il Buon Pastore della sua comunità), attuato in un contesto storico concreto, quello del suo popolo. In tutto questo e per tutto questo, Cristo è stato il sacramento primordiale o fontale dell'agire divino nella storia umana.
A questa presenza unica di Dio corrisponde in Cristo, apostolo per eccellenza del Padre (questo tema è dominante nel quarto Vangelo), una vita spirituale che è paradigmatica per ogni apostolo. Eccone i tratti essenziali: la coscienza profonda di essere inviato dal Padre per compierne la volontà e realizzarne l'opera, guidato dallo Spirito Santo; l'impegno nell'annuncio del Vangelo del Regno, cioè, del progetto di Dio sull'uomo; una costante lettura di fede della situazione degli uomini del suo tempo (le parabole); la carità pastorale verso i «piccoli», i «poveri»; la denuncia coraggiosa dei mali (i «guai a voi»); l'intensa vita di comunione con i «discepoli», con i «dodici», con le «donne» del suo seguito; lo spirito profondo di preghiera apostolica sia solitaria (sul monte) sia in compagnia degli Apostoli («ti ringrazio Padre perché hai nascosto queste realtà ai sapienti... e le hai rivelate ai piccoli»); i grandi atteggiamenti spirituali condensati nelle «Beatitudini»; la tentazione e l'angoscia superate nella fiducia e nella donazione totale al Padre, nei tragici eventi della Passione e Morte.
LA SPIRITUALITÀ DEGLI APOSTOLI E SPECIALMENTE DI PAOLO
Gli Apostoli del NT sono stati i primi che, alla sequela del Cristo, hanno operato nella loro vita questa unità profonda. La spiritualità apostolica da loro vissuta, specialmente quella di Paolo, anche se per alcuni aspetti straordinari è irripetibile, per molti altri è più facilmente imitabile di quella sempre irraggiungibile del Signore Gesù. Per tutti i cristiani impegnati nell'apostolato essa è normativa e vincolante.
Per quanto riguarda l'agire di Dio nella storia umana, con la Pentecoste esso avviene ormai all'insegna dello Spirito inviato dal Padre e dal Cristo glorioso. Lo Spirito Santo diviene così, per l'attuale fase dello storia della salvezza, la presenza operativa personificata di Dio che giudica e che salva. Egli è l'animatore dell'intera vita della Chiesa apostolica (grazia e carismi) e il primo Missionario che opera tra i non cristiani e prepara l'opera evangelizzatrice degli Apostoli (il fatto del centurione Cornelio). Per quanto concerne i lineamenti fondamentali della vita spirituale degli Apostoli, ecco un sommario elenco puramente indicativo ma illuminante per l'argomento che trattiamo: l'esperienza viva della presenza dello Spirito di Amore che guida, illumina e sostiene la loro missione e l'intero loro ministero nella Chiesa e fuori di essa; la radicata coscienza di essere «ambasciatori di Dio», «collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9); la fortezza fino al martirio nel dare testimonianza; il coraggio, la fierezza e la fiducia nel compito di annuncio della Parola di Dio; la percezione del rischio di essere loro stessi riprovati da Dio (1 Cor 9,27) e la lucida consapevolezza di essere «gli ultimi degli uomini» (1 Cor 4,9) e dei crocifissi viventi per la vita dei fratelli (2 Cor 4,7-15); la sollecitudine pastorale delle Chiese, della loro vita e della loro comunione; la gioia nella prova, nella persecuzione e nella sofferenza; la speranza inconcussa nella vittoria costante di Dio sulle forze del male; la certezza serena della corona di gloria.
LA SPIRITUALITÀ INERENTE ALLA MISSIONE DELLA CHIESA
Molti temi potrebbero essere sottolineati, per indicare i tratti essenziali di una spiritualità ecclesiale della missione. Preferiamo però ricordare qui solo alcune indicazioni riguardanti la spiritualità inerente ai diversi ministeri ecclesiali e alla vita religiosa apostolica.
Prima di tutto vanno ricordate due affermazioni generali della LG. La prima riguarda la vocazione universale alla santità: «... tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG 40 b). La seconda riguarda il fatto che tale santità va attuata e raggiunta nell'esercizio dei propri ministeri ecclesiali (non ordinati e ordinati) e nella propria forma di vita: «Nei vari generi di vita e nei vari uffici un'unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio... Ognuno secondo i propri doni e ministeri deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità» (LG 41 a). In questo stesso numero della LG, il Concilio presenta appunto la vita spirituale come un organismo interiore che si costruisce e giunge a perfezione non «accanto» o «nonostante», ma «insieme» all'esercizio dei differenti ministeri ecclesiali nelle differenti forme di vita (vescovi, preti, ministeri ordinati, coniugi cristiani, vedovanza, lavoratori, provati dalla sofferenza). t in questo contesto che proponiamo qui le principali dichiarazioni conciliari circa la spiritualità apostolica dei laici, dei preti e degli Istituti religiosi di vita attiva.
LA SPIRITUALITÀ DEI LAICI IN ORDINE AL LORO APOSTOLATO
Ci pare che meritino di essere rimarcati i seguenti dati che toccano direttamente il nostro tema.
Primo. Il tentativo compiuto dal Vaticano II nel numero 4 dell'AA di tracciare, a grandi linee, una spiritualità per laici che fosse in piena sintonia con il loro apostolato. Molto indicativo è il fatto che detto decreto tratta appunto della vita spirituale dei laici proprio a proposito del loro apostolato (AA 4).
Secondo. Il richiamo insistente perché i laici non separino l'impegno apostolico di tipo secolare dalla vita di unione con il Cristo, ma tendano piuttosto a raggiungere nel loro spirito una profonda unità tra vita spirituale e azione apostolica, sull'esempio di una grande apostola secolare: Maria (AA 4 i). «... mentre compiono con rettitudine gli stessi doveri del mondo nelle condizioni ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l'unione con Cristo, ma, compiendo la propria attività secondo il volere divino, crescano sempre in essa... Né la cura della famiglia né gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita» (AA 4 a).
Terzo. L'accentuazione secolare che assume nei laici, l'esercizio concreto delle virtù teologali: una fede che sa leggere e valutare la presenza di Dio nelle persone e negli avvenimenti e che sa giudicare rettamente il senso e valore delle realtà temporali; una speranza che stimola all'impegno generoso nell'animazione cristiana dell'ordine temporale, che fa affrontare con coraggio la sofferenza e la croce di tale impegno, che mantiene viva la coscienza della provvisorietà dei progetti umani e alimenta la fiducia nella realizzazione del progetto di Dio (il suo Regno); una carità dai vasti orizzonti, che raggiunge le persone e le realtà della vita quoti diana, che conferisce tratti concreti allo spirito delle Beatitudini, che si esprime in modo particolare nell'amicizia cristiana, la quale deve legare i laici tra loro (AA 4 b-f).
Quarto. Le caratteristiche peculiari che la vita spirituale dei laici riceve dal loro agire corrispondente ai doni di natura e di grazia, e alle loro forme proprie di vita (AA 4 g).
UNITÀ E ARMONIA NELLA VITA SPIRITUALE-APOSTOLICA DEI PRESBITERI
Prima di tutto va rilevato il notevole progresso segnato dalla dottrina del PO rispetto a quella della LG.
Quest'ultima, al numero 41 c, si muove in una visuale piuttosto esortativa e si limita ad affermare che l'esercizio del ministero è, per i presbiteri, mezzo di santificazione o un contesto nel quale i preti possono realizzare la loro perfezione spirituale: «... mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio crescano nell'amore di Dio e del prossimo...»; «... anziché essere ostacolati alla santità dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo di esse ad una maggiore santità, nutrendo e dando slancio con l'abbondanza della contemplazione alla propria attività». Come appare da quest'ultima affermazione e da altre asserzioni, la Costituzione tende a considerare la preghiera e la contemplazione come momenti distinti dall'azione apostolica e come sostegno e stimolo alla medesima.
Il PO, invece, affronta direttamente e in maniera asseverativa l'argomento, ed offre una risposta assai più articolata nei due numeri 13 e 14. Presenta l'unità di vita spirituale e attività apostolica dei presbiteri in una cornice sacramentale: i presbiteri, in forza dell'Ordine sacro, sono sacramenti viventi della carità pastorale del Cristo e del suo triplice ministero, che va esercitato con la ricerca costante della volontà di Dio nel divenire dell'azione pastorale. La loro santificazione personale viene così a coincidere con la loro carità pastorale (= amore a Dio nell'amore al gregge loro affidato); essa matura e giunge a perfezione all'interno dell'esercizio concreto del ministero della Parola, dei Sacramenti e della comunione ecclesiale.
Vediamo di evidenziare rapidamente le scelte essenziali del decreto. Esso pone in termini molto chiari la domanda che si fanno i preti presi dalla molteplicità dei problemi e dagli impegni differenti che li espongono continuamente alla dispersione: «come fare, cioè, ad armonizzare la vita interiore con l'azione esterna». Inizia quindi col segnalare delle soluzioni che sono inadeguate: «per ottenere questa unità di vita, non bastano né l'ordine puramente esterno delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità». L'unità quindi non si raggiunge dall'esterno con una migliore organizzazione del lavoro o con momenti forti di preghiera, pure indispensabili. Va cercata all'interno, nell'animo stesso dei preti (PO 14 a). Come? La risposta del Decreto è qui inequivocabile: Cristo è modello, principio e fonte della unità di vita dei presbiteri. È modello, in quanto ha vissuto in intima unione col Padre compiendone perfettamente la volontà proprio durante l'esercizio concreto della missione con cui ha realizzato l'opera affidatagli da Dio (PO 14 a). t principio e fonte perché, tramite il suo Spirito è presente nei presbiteri (in forza dell'ordinazione) e continua in loro a svolgere la sua missione e il suo ministero specifico (PO 14 b e 13 bcd).
I preti devono allora trovare l'unità della loro vita spirituale con la loro attività pastorale, nella coscienza di essere «rappresentanti del Cristo Buon Pastore» e segni viventi della sua «carità pastorale», chiamati a rivivere in se stessi e nell'oggi gli atteggiamenti apostolici del Signore Maestro, Sacerdote e Guida della sua Chiesa. «Per raggiungerla (l'unità tra vita spirituale e azione), essi dovranno perciò unirsi a Cristo nella scoperta della volontà del Padre e nel dono di sé per il gregge loro affidato. Così, rappresentando il Buon Pastore, nell'esercizio stesso dell'attività pastorale troveranno il vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l'unità nella loro vita e attività» (PO 14 b).
Nel ministero della Parola, essi raggiungono questa unità se nel leggere e ascoltare la Parola di Dio, nell'approfondirla e nell'annunciarla (catechesi, predicazione, ecc.), si impegnano prima di tutto a viverla loro stessi e se agiscono con la consapevolezza amorosa di essere intimamente uniti al Cristo Maestro e guidati dal suo Spirito, dal quale dipende tanto l'efficacia del loro annuncio quanto la disponibilità dei fedeli nell'accoglierlo ( PO 13 a).
Nel ministero dei Sacramenti, essi realizzano questa stessa armonia di vita spirituale e di attività apostolica se, agendo in modo speciale «in persona Christi», si pongono nella stessa lunghezza d'onda degli atteggiamenti oblativi del Cristo, e più precisamente, se si mettono in comunione: 1) con la carità di Cristo sacerdote che si offre al Padre e da Lui viene dato in dono ai fedeli nella celebrazione della Cena eucaristica; 2) con la carità del Cristo che perdona i peccatori e li riconcilia col Padre (Riconciliazione); 3) con l'atteggiamento permanente del Cristo orante presso il Padre (celebrazione della liturgia delle Ore) (PO 13 b). Nel ministero della comunione ecclesiale, essi raggiungono questa stessa unità se, quali rappresentanti di Cristo Buon Pastore, sono animati dalla sua carità pastorale che si esprime: 1) in una fede inconcussa nell'aiuto divino; 2) in una speranza incrollabile che sa consolare coloro che sono provati; 3) in una dedizione generosa, sacrificata e disinteressata al bene della comunità; 4) nell'impegno a progredire costantemente nella vita spirituale e a rinnovare coraggiosamente la propria azione pastorale nell'attenzione continua al libero intervento dello Spirito (PO 13 c); 5) in un lavoro apostolico svolto sempre in stretta comunione con i vescovi e gli altri fratelli nel ministero presbiterale (PO 14 c).

