Teresio Bosco
(NPG 1976-11-81)
Leggiamo nel RdC: «Alla sua catechesi il catechista deve premettere un'accurata preparazione immediata, tutta orientata a "come dire", a "come insegnare" la realtà e la verità della fede, a "come far vedere" l'amore e l'opera di salvezza delle divine Persone. Egli non può improvvisare, né tanto meno recitare una lezione; deve impartire un insegnamento vivo, che lo renda interprete del colloquio di Dio con gli uomini. Tale insegnamento è un annuncio organico ed efficace. Il contenuto della fede non viene soltanto trasmesso perché sia conosciuto; la catechesi lo rende attuale, perché chi ascolta entri concretamente in comunione con Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Il catechista sa che la parola di Dio si attua una volta per sempre e si attua ogni giorno; che, anche "oggi", questa parola riceve compimento in chi l'ascolta» (RdC, 187).
I due interventi che seguiranno nelle pagine seguenti vogliono in concreto rispondere a questa istanza del Documento, sia pure in settori assai specifici e particolari. La prima parte ci offre alcuni spunti utili per l'utilizzazione di personaggi-modelli. Essi, personaggi, possono mediare con vera efficacia la parola di Dio vissuta nel concreto della vita, purché offerti con alcune attenzioni non sempre presenti negli educatori «frettolosi». Essi possono diventare stimolo ad atteggiamenti di conversione e modelli di «parola di Dio attuata nel quotidiano», strumento di preziosa catechesi: sarebbe un peccato scivolare su occasioni tanto attuali ed incisive.
La seconda parte è uno stimolo alla utilizzazione di alcune esperienze vissute nell'ora di religione. Un primo tentativo, per chi non vi ci fosse ancora avventurato, di coinvolgimento nella lettura del Vangelo. Non si tratta di recitare o leggere una lezione (o anche un fatto del Vangelo), ci ammonisce il documento sopracitato, ma di ricercare «il modo» di dire e insegnare che sia efficace e vivo. È quanto ci si propone, senza grosse pretese.
Non v'è scuola né tantomeno educatore che non sia convinto della grande incidenza che la figura di un uomo riuscito ha sull'animo del ragazzo. Si parla appunto di «pedagogia dei modelli», «pedagogia dell'eroe». I mezzi di comunicazione sociale vi hanno affondato le mani ricavandone antologie abbondantissime di eroi che incantano fanciulli, ragazzi e persino adulti.
Ma quando l'eroe diventa modello di vita? O, quale personaggio è tale da poter occupare a pieno titolo il ruolo di modello vivibile? All'educatore interesserà conoscere a fondo i personaggi che hanno fatto la storia e che sono proponibili come «modelli»: dai santi agli uomini che hanno lasciato un'impronta. Ma più ancora gli sarà utile conoscere come presentare un personaggio perché in concreto, nell'animo del ragazzo diventi, occupi il pasto di modello che lo stimoli a crescere.
LA PREADOLESCENZA: MOMENTO PSICOLOGICO APERTO AL MODELLO
«Durante la preadolescenza, il ragazzo, oltre ad assimilare nuove conoscenze, incomincia ad interiorizzare un sistema di valori e schemi di comportamento che si concretano e prendono forma in un "io ideale". Nasce così e si delinea progressivamente il progetto di vita che prenderà una configurazione più definitiva negli anni dell'adolescenza e della giovinezza.
L'io del preadolescente tende ad identificarsi con il modello presentato da persone concrete, da "eroi" che lo attraggono e lo entusiasmano. Questo dinamismo psicologico si fonda su due bisogni propri del preadolescente:
– il bisogno di concretezza, per cui valori ed atteggiamenti vengono assimilati non deduttivamente, per via di ragionamento, da un sistema di
convinzioni e principi, ma induttivamente quasi per osmosi con il gruppo primario (famiglia e gruppo di coetanei) e con persone che sono per lui significative;
– il bisogno di sicurezza: mentre l'intelligenza e l'immaginazione fanno intravedere al preadolescente un ideale di vita, l'inesperienza, la fase di desatellizzazione dalla famiglia che attraversa, la libertà non ancora affermata, gli fanno sentire tutto il rischio e l'insicurezza della sua realizzazione. Il ragazzo ha bisogno di vedere il suo ideale già compiuto in una persona concreta» (U. Gianetto - R. Giannatelli, La catechesi dei ragazzi, vol. I, LDC, pag. 162).
MA CHI SONO GLI «EROI» DEL PREADOLESCENTE?
In un'inchiesta condotta nel 1969 da psicologi specializzati (G. Lutte - C. Mattioli, Adolescenti d'Europa. Modelli di comportamento e valori, SEI, Torino) è stato domandato a trentaduemila ragazzi europei: «Descrivi la persona alla quale vorresti assomigliare». Prendendo di vista soltanto 4800 intervistati italiani, i risultati sono i seguenti: 18,6% dei nostri ragazzi trova il suo «tipo ideale» in un compagno; il 14,2% in un divo dello spettacolo, dello sport o della canzone; il 5,7% vorrebbe assomigliare ad un componente della sua famiglia; il 5,6% al papà o alla mamma; soltanto il 5,3% vorrebbe ricopiare nella vita qualcuno degli eroi antichi o moderni (da Garibaldi a Kennedy); mentre il 3% trova il suo «tipo ideale» in qualche personaggio dei fumetti (seguono altre percentuali).
Una conclusione che si può trarre da queste cifre è la seguente: fuori dalla famiglia e dal gruppo di coetanei, la società italiana non offre all'adolescente «modelli ideali di vita» se non nei campi dello spettacolo, dello sport e della canzone.
Se si prende coscienza di questa realtà è facile considerare la validità di ogni sforzo che tende a presentare ai preadolescenti personaggi validi, positivi, affascinanti, che possano sedimentare nel profondo, diventare «tipi ideali» della loro vita. Tra questi sforzi si collocano ad esempio parecchie pubblicazioni della LDC: dai «fotoproblemi», alla rivista Mondo Erre, ad alcuni miei libri pubblicati appunto presso la LDC.
PERCHÉ CERTI PERSONAGGI E NON ALTRI?
Dall'inchiesta sopracitata risulta che i motivi della preferenza che i preadolescenti italiani hanno nei confronti di un «personaggio ideale» sono molteplici. In testa però vengono i motivi «ricchezza» e «successo». Questo ci conferma il fenomeno che molti sociologi hanno sottolineato: da trent'anni su per giù dura e s'ingigantisce il fenomeno della «esaltazione delle cose». Probabilmente è iniziato con il brusco contatto del nostro vecchio Occidente con la civiltà americana. Nella lingua degli Stati Uniti c'è una espressione molto significativa: «Quest'uomo vale un milione di dollari...». Il valore di un uomo cioè si misura dalle cose che possiede: il conto in banca, lo stipendio, la cilindrata dell'automobile, l'appartamento. Questa «cosificazione» porta una sete senza fine di possesso di altre cose: è una malattia cronica di infelicità.
Se i nostri preadolescenti prendono come modelli persone che si sono fatte un piedestallo di «ricchezza» e di «successo», le conseguenze possono essere paurose.
Erich Fromm scrive: «Superare l'isolamento, evadere dalla prigione della propria solitudine, è un bisogno profondo dell'uomo. La soluzione completa sta nell'amore. L'amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amare è soprattutto dare e non ricevere. Non quello che ha molto è ricco, ma colui che dà molto.
La sfera più importante del dare, tuttavia, non è quella delle cose materiali, ma sta nel regno umano. Che cosa dà una persona a un'altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita. Le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale. In questo dono di se stessa, essa arricchisce l'altra persona. Non dà per ricevere: dare è in se stesso una gioia squisita».
Queste parole di un grande psicologo contemporaneo fanno eco a parole antichissime. Dice Gesù: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere»; «Chi avrà dato un bicchiere d'acqua a uno di questi piccoli non rimarrà senza ricompensa»; «Avete sentito che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Io invece vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia».
Il Vangelo e la psicologia concordano nel dirci che l'uomo vero, l'uomo riuscito, è colui che dà con amore.
Presentare ai ragazzi personaggi che si sono dati, che si sono spesi con amore per gli altri è la via più efficace per rivelare loro la soluzione vera, completa della vita. Prendere per proprio ideale dei personaggi «ricchezza-successo» vuol dire chiudersi in se stessi, diventare egocentrici, vuol dire fare della vita un tempo in cui «si prende», non «si dà». L'infelicità sarà il risultato più ovvio.
Prendere a ideale personaggi «amore», vuol dire avviarsi, pur tra difficoltà e ripensamenti, a rompere il guscio del proprio egoismo, e a provare la gioia profonda, calma, spesso inesprimibile della donazione.
ALCUNE NOTE PEDAGOGICHE
Occorre evocare concretamente il personaggio attraverso i «fatti» della sua vita. Ma sotto questi fatti deve trasparire qual è l'idea portante che costituisce l'unità spirituale del personaggio: donarsi, mettersi a disposizione, fare del bene, soffrire della sofferenza degli altri, godere del bene altrui, rendere migliore il piccolo angolo di mondo dove si vive.
Presentando i personaggi, occorre evitare di farne dei miti, dei divi. Il cinema, i fumetti, la TV, stanno proponendoci molti miti: eroi «senza macchia e senza paura», superuomini che passano di vittoria in vittoria, campionissimi che non hanno un momento di esitazione né una pausa di stanchezza. Il preadolescente, a contatto con questi modelli, finisce per cadere nella «trappola psicologica» del mito: sogna di essere così, di vivere una vita così, assume pose e atteggiamenti del divo. La sua personalità, invece di svilupparsi nella sua originalità, viene schiacciata dalla personalità del divo. E l'impatto quotidiano con la vita vera, non fatta di continui colpi di scena e di continue vittorie, lo avvilisce e lo scoraggia. Occorre presentare i personaggi nella realtà della loro vita, composta dalla grandezza della scelta di fondo che essi hanno fatto (il servizio dei fratelli), dalla calda umanità che li anima e li sostiene, ma anche dai dubbi, dai fallimenti, dalle decisioni discutibili che sono spesso presenti nella loro azione, e dai lunghi spazi di grigiore e di «normalità» che ha fatto da tessuto della loro vita come di tutte le altre vite, solo avvivati (questi spazi) dai richiami all'ideale e dalla preparazione ad esso. Tutto questo farà sì che il ragazzo non si arrenda di fronte alla troppa diversità fra la sua vita e quella dell'eroe. Se non si usa questo continuo richiamo alla realtà, è facile che il ragazzo diventi «tifoso» del personaggio, ma non che senta il desiderio concreto di imitarlo. Occorre invece che si senta spinto a operare come lui una grande «scelta di fondo» per la sua vita, senza lasciarsi scoraggiare da dubbi, errori. Occorre che l'educatore, accanto ai «grandi personaggi di cui tutti parlano» sappia presentare altre persone «grandi» che vivono nello stesso ambiente del ragazzo, senza che nessuno si preoccupi di metterle troppo in luce. Non bisogna cioè, dare l'impressione che «importanti sono quelli di cui tutti parlano». Il ragazzo deve capire che un uomo è importante per quello che è, non per quello che dicono di lui. Anche presentando gli «uomini ideali» come Papa Giovanni o Schweitzer o altri attuali, occorre sempre sottolineare questo aspetto: se Schweitzer o Papa Giovanni o altri fossero morti 15 anni prima e non avessero ricevuto determinati premi (Nobel) o determinate missioni (supremo pastore della Chiesa) e nessuno ne avesse parlato, non avrebbero perso nulla della loro grandezza.

