Nota sul documento «Pastorale giovanile e sport»



    Vittorio Peri

    (NPG 1976-10-11)

    Il documento presentato prende l'avvio da una costatazione: esiste «un crescente disagio nei confronti dello sport da parte di molti operatori della pastorale. Si passa facilmente dalla sfiducia sulla sua capacità educativa e pastorale, alla contestazione più vivace» (n. 1,c).
    Non è difficile individuare i motivi di questa reale messa al bando dello sport negli ambienti della pastorale ecclesiale. Ne indicherò due, che mi sembrano i principali:

    1) Il mondo sportivo presenta macroscopici aspetti negativi certamente incompatibili con le esigenze della nuova cultura che è gelosa della libertà e della dignità dell'uomo, del suo primato su qualsiasi attività. La ricerca del risultato, diventato prevalente se non unico scopo di ogni competizione, asserve l'uomo all'atleta, l'atleta al tecnico, il tecnico al dirigente della società, questo alla folla dei tifosi. Nato come divertimento alternativo al lavoro, lo sport è diventato esso stesso un lavoro senza divertimento.
    Il commercialismo porta con sé la tratta dei giovani nei vivai dove il metodo dell'isolamento e della repressione a servizio del massimo profitto crea illusi e disadattati.
    Ritagliato sugli schemi del modello professionistico, anche lo sport dei giovanissimi si è deteriorato. Non è per tutti perché seleziona ed emargina col criterio della produttività tecnica; non è di tutti perché esclude la partecipazione alla gestione della vita del gruppo; non è per tutto l'uomo perché impostato su tabelle di preparazione atletica che pianificano i ritmi assolutamente personali di maturazione psicofisica.
    Inglobato nelle sabbie mobili della competitività esso genera conflitti e scontri, mentre l'uomo si sviluppa nella collaborazione e nell'incontro.
    In conclusione, lo sport attuale è estraneo alla nuova cultura antropologica perché impermeabile ad ogni seria istanza formativa.

    2. Una seconda difficoltà ad accettare lo sport nella pastorale giovanile nasce dalla coscienza dell'autonomia delle realtà temporali che hanno un «valore proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse, sia considerate parti di tutto l'ordine temporale» (A.A., 7).
    L'affermazione conciliare, che rende teologicamente illegittima qualsiasi strumentalizzazione per finalità di tipo religioso-culturale, induce non pochi sacerdoti a giudicare di conseguenza illegittima anche l'azione pastorale con gli sportivi utilizzando il loro interesse e le valenze oggettive dello sport ai fini della promozione umana e della evangelizzazione.

    DALLE PAROLE AI FATTI

    In contrapposizione con questo atteggiamento culturale che genera una prassi rinunciataria in questo settore specifico, il documento afferma con molta chiarezza l'importanza dello sport e la legittimità della sua utilizzazione nella pastorale, in particolare per i salesiani «per la fedeltà al carisma educativo di Don Bosco» (n. 2).
    C'è nel documento un'affermazione che mi sembra riassumere un po' tutto il senso dei diversi punti. Ricordato che i giovani hanno bisogno di scoprire l'amore del Padre che in Gesù li salva nelle situazioni concrete della vita quotidiana, esso afferma: «da questo modo nuovo di vivere le cose di tutti i giorni potrà nascere in essi la scoperta di un senso nuovo alla propria vita» (n. 2).
    Qui è indicata una precisa strategia di lavoro pastorale che innova il metodo tradizionale partendo dallo smantellamento degli attuali schemi tecnici e organizzativi per liberare i giovani dalla spirale del campionismo e aiutarli a vivere i valori insiti nel fatto sportivo.
    Viene dichiarato superato in sostanza un tipo di animazione che, partendo da astratte enunciazioni di principio, spesso finiva per esaurirsi in esse senza nulla concretamente modificare e che non ha affatto impedito alle nostre società sportive di riferirsi a quelle professionistiche assumendone tutti i connotati strutturali e le stesse finalità.
    Il cambio qualitativo proposto dal documento esige quindi:
    a) di abbandonare il giudizio di neutralità verso le norme tecniche, i campionati e i regolamenti che, essendo creati su misura di un sistema di «valori» che ormai tutti giudichiamo falsi, sono per ciò stesso alienati. Tutto il concetto tecnico-scientifico dello sport è infatti stato costruito in vista del risultato, non certo in funzione dello sviluppo dell'uomo;
    b) di dare l'ostracismo al cosiddetto sport dilettantistico cresciuto all'ombra dei campanili. Esso, per essere professionistico, manca ormai solo dei regolari rapporti di lavoro tra giocatori (i dipendenti) e dirigenti (i datori di lavoro). Non sono forse i gruppi sportivi parrocchiali e oratoriani ancora i migliori vivai dei club professionistici?

    IL CORAGGIO DI RISCHIARE

    Certo, uscire da uno schema collaudato è sempre esperienza traumatizzante perché implica la paura del nuovo, il crollo di certezze e di comode posizioni. L'esodo dalla terra dove dominano i faraoni del recordismo è però improrogabile ed esige coraggio sia per superare le inevitabili opposizioni, sia per affrontare i rischi del ricatto economico dei mecenati delle società sportive.
    Non sembri fuori luogo riportare qui, e applicare al nostro caso, le parole del presidente della Tanzania, Nyerere: «Se non parteciperà attivamente alla ribellione contro le strutture sociali e le organizzazioni economiche che condannano gli uomini alla miseria, all'umiliazione e alla degradazione, la Chiesa diventerà inutile per l'uomo e la religione cristiana degenererà in un insieme di superstizioni accettate dai paurosi».
    Il documento propone chiaramente un impegno rivoluzionario, ma non prima di una verifica della capacità educativa dello sport in se stesso e degli ostacoli che invece praticamente pone sulla strada di quella «integrazione tra fede e vita che i documenti ecclesiali e salesiani danno come obiettivo della pastorale con i giovani» (n. 4). La verifica va fatta sulla reale situazione tenendo presenti le esigenze della Fede per la quale non si dà una storia sacra e una profana, ma una medesima storia che si apre o si chiude sull'infinito.
    Il cambiamento di rotta non comporta affatto, come si vede, l'abbandono di una pastorale che si serve di strutture, ma postula – sulla base della insufficiente incidenza del consunto tipo prevalentemente kerigmatico – una pastorale che privilegia la prassi sulla riflessione astratta. L'educazione alla fede avverrà all'interno del cammino di liberazione. L'integrazione tra fede e vita per la mediazione intelligente dell'animatore decollerà gradualmente da un'esperienza sportiva umanizzata (n. 4,b) che, senza perdere la sua autonomia, assume significati nuovi alla luce della fede (n. 5,f). Dove l'uomo si fa più uomo, si compie il mistero di Cristo.