Verso un progetto di educazione alla preghiera



    Severino De Pieri

    (NPG 1976-6-37)

    Non esiste un progetto di educazione dei preadolescenti alla preghiera da privilegiare in astratto perché la bontà di un progetto è un concetto relativo sia alla situazione In cui di fatto si trovano i preadolescenti sia alla specificità del progetto educativo globale in cui questi sono inseriti.
    Esistono invece, lo abbiamo visto, dei modelli educativi elaborati a partire dalla esperienza concreta di quanti hanno tentato di educare con serietà alla preghiera. Tocca alle comunità educative pertanto orientarsi nella scelta del progetto in un primo tempo cercando di precisare quale tipo di progetto in pratica si sta già realizzando per verificarne la consistenza e la coerenza interna ed in secondo tempo aggiustando, per così dire, il tiro, attraverso una qualificazione maggiore degli interventi educativi.
    Del resto la scelta di un modello piuttosto che un altro non è affidata al caso ma è legata ad un duplice criterio: quello dei destinatari e quello del progetto educativo globale. Quello dei destinatari anzitutto, perché non è più possibile usare il termine preadolescenza in senso univoco. Esiste ormai una tipologia abbastanza larga di preadolescenti. Un qualsiasi progetto educativo deve tenerne conto mettendo in luce come «questi» preadolescenti vivono i bisogni psicosociali e gli interessi tipici della preadolescenza, senza nascondersi i diversi condizionamenti ambientali e culturali cui sono soggetti.
    Rispettare la situazione dei destinatari significa anche tener conto del secondo criterio di scelta e cioè del progetto educativo globale. Ogni ambiente educativo infatti ha un suo progetto pedagogico fatto di mete educative, e di metodologie attraverso cui giungervi, di interventi operativi tipici e di strumenti concreti. Una educazione alla preghiera che voglia rispettare il ragazzo non può non tener conto di tutto questo se non vuole sottomettere il preadolescente a delle tensioni che si risolvono in genere in indifferenza o in adattamento, anche alla preghiera, ai fini della sopravvivenza. Certe esperienze pilota in ambienti educativi tradizionali possono essere traumatizzanti, non meno di una educazione alla preghiera vicina al modello oggettivo in una scuola che fa uso abbondante di metodi induttivi di ricerca e sperimentazioni.
    In vista del lavoro della comunità educativa offriamo una serie di interventi che illuminano diversi aspetti della elaborazione di un progetto:
    – analisi di alcune caratteristiche psicologiche della preadolescenza e delle indicazioni metodologiche cui danno luogo (intervento di Severino De Pieri);
    – alcune piste di sensibilizzazione antropologica alla preghiera in vista di una educazione tesa più ad educare a degli atteggiamenti che a ottenere dei comportamenti (interventi di Joseph Gevaert e di Rosy Bindi);
    – una serie di interventi educativi fondamentali in ogni progetto di educazione alla preghiera (intervento di Pietro Gianola);
    – interventi educativi concretizzati secondo i diversi ambienti e momenti educativi: catechesi (Roberto Giannatelli), parrocchia, famiglia e gruppo dei preadolescenti (Erminio De Scalzi), «esperienze educanti» (Franco Floris);
    – la Bibbia come strumento di educazione alla preghiera (intervento di Cesare Bissoli). 

    MODALITÀ PSICOLOGICHE DELLA PREADOLESCENZA ED EDUCAZIONE ALLA PREGHIERA

    Al centro della educazione alla preghiera non sta la preghiera ma il preadolescente in stato di educazione. t un ritornello che si ripete in questa monografia ma che ci porta a formulare di volta in volta delle precisazioni.
    Il rispetto della originalità della preadolescenza può essere falsamente inteso se apre la strada ad un falso silenzio sul mondo della preghiera cui il ragazzo non potrebbe prendere parte o ad una specie di semplificazione del mondo della preghiera ad uso dei preadolescenti, o ancora ad una pura ricerca di strategie educative che ci permettano di vendere la nostra merce. Il problema è più profondo e consiste nel come dare un sostegno educativo al preadolescente affinché reinventi la preghiera dal di dentro del suo mondo e della sua umanità. Rispetto che non esige di sostituirsi allo sforzo e alle decisioni personali, ma l'impegno di aiutare il ragazzo a liberare la propria capacità di preghiera.
    Ma qual è, in fondo, questo mondo del preadolescente a cui vogliamo essere fedeli e quali sono i processi attraverso cui egli si educa? L'intervento dí Severino De Pieri non offre solo un'analisi di tipo astratto del mondo psicoaffettivo del ragazzo, ma soprattutto, ed è quel che conta, ci aiuta a riflettere sulle modalità della sua maturazione. È nella fedeltà a queste modalità che anche un discorso serio sulla preghiera diventa possibile.


    Oggi, le persone più responsabili si pongono alcuni interrogativi su questa «età dimenticata» poiché per molti anni si è parlato dei giovani e dei loro o problemi trascurando i preadolescenti. Di essi circola in genere una immagine stereotipa che non tiene conto di come le recenti trasformazioni
    e economiche e sociali hanno influito sulla evoluzione della loro personalità modificandola o disorientandola. E questo proprio nel momento in cui le stesse istituzioni educative (famiglia, scuola, chiesa, mezzi di comunicazioni...) non riescono a dare adeguata risposta ai loro bisogni di maturazione.
    Questa breve inquadratura è da tener presente anche quando si vuol parlare della educazione dei preadolescenti alla preghiera, per non cadere in soluzioni superficiali e diseducanti. Bisogna partire sempre dalle modalità con cui oggi il preadolescente vive la sua maturazione psicofisica.

    LA MATURAZIONE DEL PREADOLESCENTE, OGGI

    Come è noto, lo sviluppo fisico ed intellettuale raggiungono con la pubertà un certo livello di maturità, ma ad esso non corrisponde un adeguato sviluppo affettivo e sociale. In fondo il preadolescente è disarmonico. Così, ad esempio, egli impara a ragionare, ma sbaglia spesso il tempo ed il modo: le conclusioni dei suoi discorsi incantano ma spesso sono lontane dalle premesse di partenza. Ciò è dovuto alla incertezza nell'uso dello «strumento» (il cervello) e alle turbe emotive cui va soggetto.
    In particolare lo sviluppo morale subisce il disorientamento dovuto alla violenza di certi valori mistificati, presenti nella nostra società. Il ragazzo è preso d'assalto dai mezzi di comunicazione e dalle diverse agenzie di valori, ognuno con una sua concezione e proposta di vita.
    Questo è complicato dal fatto che il preadolescente non sente ancora il bisogno di dare una risposta alla sua identità, cosa che invece caratterizza l'adolescenza e la giovinezza... Anche se oramai comincia a svegliarsi l'io, non è ancora capace di progetto autonomo.
    A questa età incominciano così a sorgere i primi atteggiamenti di contrasto con il mondo familiare (le ragazze per prime). Nel timore di perdere affettivamente i figli, i genitori divengono inquieti e ansiosi. Lo sganciamento dalla famiglia è facilitato dalla presenza di gruppi di coetanei, come occasione di svago, avventura, scoperta. Tutte queste esigenze possono suscitare momenti di forte tensione, ai quali il preadolescente reagisce spesso in modo illogico, col ripiegamento, l'evasione o la ribellione.
    Di fronte ad un mondo ancora pieno di incognite, il preadolescente si trova condizionato dall'ambiente, dai coetanei, dagli educatori. Gli è impossibile scegliere con oggettività e criterio. La scuola dovrebbe aiutarlo a maturare, ma è praticamente impossibilitata da tanti fattori di indole burocratica, politica e sindacale.

    La preghiera nel progetto educativo globale

    Quale deve essere il compito dell'educatore in questo preciso momento? In primo luogo egli deve assumere un atteggiamento di profondo rispetto che si manifesta nel rifiuto di ogni violenza ideologica e morale e, positivamente, nell'offrire «occasioni» di maturazione della capacità di scelta. Un certo modo di condizionare i ragazzi ai fini della riuscita immediata di una proposta, genera nel giro di pochi anni, il rifiuto viscerale di tutto ciò che riguarda da vicino la proposta stessa. Così, ad esempio, un certo modo di far pregare è manipolatorio quando propone al ragazzo un modello ed un ritmo di preghiera dedotto dal mondo degli adulti, quando si offrono contenuti teologicamente ineccepibili ma astratti, quando infine non si tiene conto del pluralismo che già regna a questa età nei confronti della fede e si fa pregare come se tutti fossero allo stesso livello di maturazione religiosa.
    Non si ha il diritto di misconoscere il punto di partenza dei singoli, come non si ha il diritto di fissare a tavolino delle tappe e dei tempi di maturazione.

    LA PREGHIERA ALLA LUCE DELA MOTIVAZIONE PSICOLOGICA

    Riaffermata la necessità di una presa di coscienza delle difficoltà che soffre oggi il preadolescente e il diritto primordiale al rispetto del suo grado di maturazione, riportiamo il discorso sulla preghiera per soffermarci sul «cammino psicologico» attraverso cui il ragazzo assimila i contenuti e i valori che caratterizzano la realtà che lo circonda.
    Aderendo agli sviluppi più recenti delle scienze psicologiche e sociali, riteniamo che la motivazione sia da riportare entro l'ambito di una teoria generale dei «bisogni», intesi non semplicemente come carenza (situazione che può scatenare reazioni aggressive, compulsive o compensatorie), ma soprattutto come ricchezza della persona e spinta verso l'autorealizzazione e la creatività individuale e sociale.
    Accettiamo dunque una teoria relazionale dei bisogni-motivi situandoli a vari livelli (fisico, sociale, esistenziale). Le conseguenze per la preghiera, sono di due tipi. La preghiera, in primo luogo, suppone un «bisogno di preghiera», riscontrabile nel bisogno emergente di dare una risposta ai tanti perché della propria vita. È educando questo primordiale bisogno che può maturare la preghiera cristiana. In secondo luogo l'educazione alla preghiera, come l'educazione in genere, passa attraverso il modo con cui ci si rapporta agli altri, matura dentro la risposta sociale ai bisogni vitali del preadolescente.

    La catena motivazionale

    Quali sono i bisogni che, di fatto, interpellano i preadolescente?
    Si può dire fondamentalmente che i preadolescenti hanno «bisogno di altri»: bisogno psicosociale di gratificazione, valorizzazione, accettazione reciproca corresponsabilità, affettività e dinamica di gruppo, partecipazione.
    Questi bisogni creano uno spazio di educazione. Ciò avviene trasformando i bisogni in motivi e collegandoli ad interessi e valori, come vedremo subito.
    I motivi sono bisogni razionalizzati, compresi pertanto e condivisi a livello di coscienza e di convinzione.
    È particolarmente importante sotto il profilo educativo che l'insegnante e il genitore facciano emergere e traducano a livello cosciente, anche verbalizzato, i bisogni e le istanze più profonde della personalità del preadolescente.
    L'opera di coscientizzazione è indispensabile per collegare un dovere astratto con una azione possibile, perché è la modalità attraverso cui l'azione viene percepita come realizzante la persona. Il rischio, in tutto questo, è il moralismo freddo e astratto di chi «fa la predica» per convincere il preadolescente, come quando non si fa che ripetere che bisogna pregare perché... bisogna pregare!
    In realtà i motivi resterebbero probabilmente inerti se durante la preadolescenza non venissero pedagogicamente trasformati in interessi, il che accade nel momento in cui la soddisfazione dei bisogni-motivi è percepita soggettivamente come piacevole e attraente.
    Questo perché il preadolescente è ancora fragile sotto il profilo emotivo-affettivo ed ha bisogno di gratificazione positiva e stimolante. Ecco allora il gusto della ricerca scientifica, la passione per lo sport, l'entusiasmo per la discussione, la spinta irrefrenabile verso il movimento fisico, il senso estetico, l'apertura sociale nell'esperienza religiosa, l'espressione della creatività, ecc.
    La stessa educazione alla preghiera deve passare attraverso gli interessi: una educazione che dia spazio alla ricerca personale e di gruppo, alle attività e alle discussioni di confronto, alla creatività e alla partecipazione...
    All'ultimo anello della catena motivazionale vengono i valori che per ora il preadolescente soltanto intuisce e verso cui gradualmente si orienta. La preadolescenza, ad ogni modo, non è l'età dei valori e della riflessione sui valori. Essi invece gli devono essere offerti «incarnati» in attività ed esperienze. Toccherà alla adolescenza e alla giovinezza ritornarci in modo riflesso.

    La centralità delle motivazioni psicosociali

    Grande importanza rivestono a questa età le motivazioni psicosociali che presiedono allo sviluppo dell'io in rapporto al contesto sociale, con particolare riferimento alle relazioni con i coetanei. Il rapporto con gli altri gli permette infatti di soddisfare i suoi bisogni di affiliazione (lo sviluppo è stimolato dal bisogno di prestigio e di influsso sugli altri), successo (lo sviluppo è facilitato dal bisogno di eccellere e avere un esito rapportato al proprio livello di aspirazione). La stessa educazione alla preghiera deve allora preoccuparsi di soddisfare questi bisogni garantendo un suo apprendimento ed esercizio congruenti con le sue motivazioni psicosociali. L'ancoraggio della preghiera a queste motivazioni deve essere una delle preoccupazioni dell'educatore.
    Una esplicitazione al riguardo.
    La centralità delle motivazioni psicosociali riafferma quel principio di dipendenza, già intravisto quando si parlava di scarsa autonomia dell'io del preadolescente. Ciò significa anzitutto che lo spazio privilegiato per la educazione alla preghiera è lo spazio in cui il ragazzo soddisfa i suoi bisogni di affiliazione, potere, successo, cioè il gruppo dei suoi coetanei. Non si dovrebbe allora parlare di preadolescente ma di gruppo di preadolescenti da educare alla preghiera.
    Il gruppo dei coetanei rimane del resto lo spazio normale in cui si fa preghiera. La preoccupazione maggiore non dovrà essere forse che il ragazzo preghi da solo ma che sia autentico quando prega col gruppo. Diverso sarebbe il discorso per l'adolescente cui bisogna richiedere un maggior equilibrio tra preghiera personale e preghiera di gruppo.