(NPG 1977-02-19)
Questo DOSSIER affronta un tema molto importante, nell'educazione dei giovani e nella pastorale. Siamo tutti preoccupati di aiutare i nostri giovani a confrontarsi con valori signficativi, normativi della loro crescita umana e cristana. E ci chiediamo, con ansia: come comunicare i valori, oggi? Le parole non bastano più. La loro capacità di presa spesso viene vanificata dal fascino alternativo che esercitano i modelli diffusi nella nostra cultura. Molti educatori, da anni, stanno battendo una strada diversa, che offre maggiore forza evocativa: le esperienze. Per educare all'impegno e al servizio, viene sollecitata la partecipazione ai campi di lavoro. Per far scoprire il valore ,della preghiera, andiamo in luoghi di preghiera.
Ecco la conclusione: la comunicazione di valori per i giovani d'oggi è mediata, in modo privilegiato, da esperienze concrete e vissute.
Da questa considerazione nasce un nuovo interrogativo: quando si fa veramente «esperienza»?
Quali sono le condizioni metodologiche da utilizzare per far maturare
la partecipazione fisica ad avvenimenti, in vera, personale, esperienza vitale? Questo DOSSIER si colloca nel fuoco di problemi educativi così urgenti.
Questo DOSSIER affronta un tema molto importante, nell'educazione
dei giovani e nella pastorale. Siamo tutti preoccupati di aiutare i nostri giovani a confrontarsi con valori signficativi, normativi della loro crescita umana e cristana. E ci chiediamo, con ansia: come comunicare i valori, oggi? Le parole non bastano più. La loro capacità di presa spesso viene vanificata dal fascino alternativo che esercitano i modelli diffusi nella nostra cultura. Molti educatori, da anni, stanno battendo una strada diversa, che offre maggiore forza evocativa: le esperienze. Per educare all'impegno e al servizio, viene sollecitata la partecipazione ai campi di lavoro. Per far scoprire il valore della preghiera, andiamo in luoghi di preghiera.
Ecco la conclusione: la comunicazione di valori per i giovani d'oggi è mediata, in modo privilegiato, da esperienze concrete e vissute.
Da questa considerazione nasce un nuovo interrogativo: quando si fa veramente «esperienza»?
Quali sono le condizioni metodologiche da utilizzare per far maturare la partecipazione fisica ad avvenimenti, in vera, personale, esperienza vitale? Questo DOSSIER si colloca nel fuoco di problemi educativi così urgenti.
FATTI
La prima parte di ogni DOSSIER ha lo scopo di evidenziare, con ampiezza e forza stimolatrice, i termini esatti del problema.
Questo obiettivo corrisponde ad una scelta pedagogica qualificata, che ricordiamo a battute veloci.
Ogni fatto umano (e quindi ogni «problema») ha una risonanza immediata, che prende, entusiasma o preoccupa. Ma questa vibrazione esteriore si ricollega sempre a cause più profonde. Solo intervenendo a questi livelli ultimi e radicali, la comprensione del fatto è vera e quindi la soluzione del problema è possibile. Non sempre il collegamento tra esterno e interno è evidente. Qualche volta ciò che appare e che immediatamente stimola, sembra molto diverso da quanto sta a monte. Altre volte la dimensione esteriore del fatto sembra corretta, non pone particolari difficoltà; mentre invece nel profondo molte cose non vanno.
Aiutare la persona a liberarsi e a gestire un servizio in chiave di liberazione nei confronti degli altri (si pensi, per esempio, al ruolo impegnativo dell'educatore), non significa risolvergli i problemi, ma aiutare ciascuno a comprenderne i termini esatti, collegando esterno con profondo. La rubrica FATTI ha questa pretesa.
Lo faremo in modi diversi, anche per indicare possibili approcci.
Questa volta abbiamo utilizzato l'esame critico di alcune testimonianze giovanili. Le testimonianze, come provocazione, e gli interrogativi che le interpretano, hanno lo scopo di evidenziare il problema: ci vogliono esperienze per comunicare i valori; ma non basta «fare esperienza» comunque. Perché l'esperienza vissuta diventi reale proposta di valori, molte attenzioni concrete vanno messe in cantiere. Quali?
Daremo in seguito la risposta. Ora vogliamo soltanto creare il «sospetto»: non bastano le parole, d'accordo; ma anche i cosiddetti «fatti» sono insufficienti, da soli.
PROSPETTIVE
Nella rubrica PROSPETTIVE, il DOSSIER offre alcuni suggerimenti, di contenuto e di metodo, per una analisi ed una progettazione.
Essa è quindi la parte centrale del DOSSIER, che va letta con calma e attenzione, cercando ulteriori approfondimenti nella bibliografia suggerita.
La rassegna è condotta a flash, per facilitare la lettura: all'operatore resta il compito irrinunciabile di farsi una sintesi personale.
A proposito di esperienze, abbiamo suggerito quattro contributi interdipendenti:
– Il primo dà una definizione descrittiva di «esperienza», per superare l'equivoco che la parola contiene. Dalla definizione, che determina il «dover essere», nasce consequenzialmente l'invito ad adeguare quanto spontaneamente viene valutato come esperienza («ho fatto una esperinza meravigliosa...») alla sua ipotesi più matura («a queste condizioni abbiamo davvero fatto una esperienza»).
– Il secondo intervento suggerisce le motivazioni pedagogiche del rapporto tra comunicazione di valori e esperienze: quindi fonda il ricorso alle esperienze nella educazione dei giovani. Nello stesso tempo ricorda le condizioni educative di validità. Questo intervento integra il precedente, perché suggerisce anche l'itinerario da percorrere per toccare la soglia più matura di esperienza.
– Il terzo e il quarto intervento allargano il discorso dalla educazione alla pastorale giovanile. Viene sottolineato il valore essenziale delle esperienze nella scoperta della fede. E, soprattutto, sono suggerite le condizioni di questo rapporto. Globalmente, il recupero della «dimensione del profondo» e, analiticamente, il processo per realizzare questo recupero.
I due interventi restano sul versante «umanizzante» (perché questo è il nostro tema); rispondono cioè all'interrogativo pregiudiziale: come umanizzare le esperienze, perché diventino luogo dell'incontro con Dio che si salva.
In sintesi, la nostra proposta è questa: la riassumiamo, per stimolare la lettura analitica degli articoli che seguono.
Per decidere quando si fa esperienza, bisogna prima di tutto mettersi d'accordo sul concetto di esperienza. Noi veniamo da concezioni antropologiche che hanno messo l'accentò sulla dimensione individuale e razionale dell'esistenza e quindi dell'educazione. Oggi, come reazione, si sta facendo strada una visione emotiva e romantica, che mette l'accento sulle cose che si fanno, per le suggestioni di cui sono cariche e non sul significato contenuto in queste cose, giudicato alla luce di valori oggettivi. Tutta la pubblicità si basa sulla forza persuasiva dell'emozione. È «proibito» riflettere sulle proposte, perché facendo così si smette di essere creduloni.
Questi modi di concepire la proposta dei valori e l'esperienza, sono tutti inadeguati. Non basta, cioè proporre razionalmente i valori, come non bastano le suggestioni.
Si rende invece necessario il contatto vitale con fatti e gesti, un contatto vissuto con altri, in modo solidale. Un contatto però compreso nella sua Sgnificatività: e quindi valutato, giudicato, interiorizzato.
Solo a questa condizione si fa esperienza. E, quindi, questa è la condizione per una comunicazione di valori davvero incisiva. Ne parlano i primi due articoli. Assodato questo fatto, tutto sulla sponda strettamente «educativa», spostiamo il problema in campo di pastorale giovanile. Come comunicare i «valori» della fede e la persona di Gesù Cristo?
Dal momento che anche la crescita del cristiano percorre le stesse prospettive della maturazione umana, la risposta è la stessa: facendo reali esperienze di fede. Ma, come? Sui contenuti della fede e sulla persona di Gesù Cristo, non può esistere un contatto «fisico», vissuto come gli altri normali contatti umani. Siamo, infatti, in un altro ordine di cose.
Gli ultimi due articoli (Tillich e Tonelli) rispondono al problema.
I giovani fanno esperienza di fede se sono aiutati a vivere seriamente la loro esperienze umane. «Seriamente» significa: evitare la superficialità,
scendere nel profondo, leggere dentro, fino alle soglie più intime dell'esistenza quotidana. Dunque: fare esprienza del profondo, in ogni esperienza quotidiana. A questo emergono domande che sono «religiose», perché interpellano il senso ultimo della propria vita. Il giovane è quindi disponibile ad accogliere la «risposta» che è la fede. A questa condizione, perciò, si può veramente affermare che nelle esperienze quotidiane è possibile incontrare Dio, nel senso che ci si rende attenti alla proposta che Dio è per ogni uomo.
E così «il messaggio cristiano è appreso e assimilato come buona novella, nel significato salvifico che ha per la vita quotidiana dell'uomo» (RdC 52)
PER L'AZIONE
La terza rubrica del DOSSIER ha un'intonazione prevalentemente zitjca: suggerisce itinerari operativi, sussidi, strumenti di lavoro, mediante i quali tradurre le riflessioni più teoriche delle rubriche precedenti.
Nel presentare i suggerimenti PER L'AZIONE abbiamo quindi un doppio obiettivo.
Da una parte iniziamo già a livello redazionale quel difficile lavoro di traduzione, a cui ogni comunità educante è chiamata, per trasferire le indicazioni culturali in progetti. Troppo spesso, infatti, ci troviamo tra le mani strumenti che sono collocati in una cultura diversa da quella in cui teoricamente ci si riconosce. E questo vanifica l'aggiornamento.
Dall'altra crediamo che dal concreto del materiale di lavoro sia possibile indurre alla riflessione culturale. Gli strumenti, in altre parole, aiutano a comprendere, meglio e più esistenzialmente, le linee portanti di ogni proposta.
Questa volta, PER L'AZIONE propone un itinerario educativo che faciliti il raggiungimento di una reale «esperienza». Si tratta di una griglia,
forse un po' fredda, destinata a «fare mentalità». Da abbandonare, quindi, quando ogni educatore è in grado di progettare un suo itinerario per l'interiorizzazione dei valori propri dell'esperienza.
Rispondiamo così alla domanda da cui siamo partiti: che significa «fare esperienza».








































