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    La formazione della coscienza



    Maria Luisa Petrazzini

    (NPG 1977-03-24)


    La formazione alla responsabilità parte dalla scoperta dell'altro

    L'importanza del riferimento relazionale all'altro, per la crescita e la maturazione progressiva della persona umana, è iscritta nel dinamismo stesso e nelle leggi del suo sviluppo.
    Attraverso il confronto e la contrapposizione (non in senso conflittuale, ma nel senso di mettersi-difronte-a...) con se stesso, con la realtà (oggetti-situazioni-avvenimenti) e con gli altri, la persona arriva progressivamente e faticosamente a prendere coscienza di sé, e di sé come essere-in-relazione. Questo avviene prima di tutto a livello della propria realtà fisiologica e psicologica; e a partire dalle esperienze di vita della prima e primissima infanzia.
    È importante tener presente questo, quando si parla di «formazione alla coscienza-responsabilità» dei giovani, perché questi giovani hanno già una lunga storia.
    Nel momento in cui l'educatore dialoga con questi giovani, deve cercare anche di rendersi conto del punto (concreto e reale) a cui è arrivata la loro presa di coscienza (in senso psicologico-morale, e, eventualmente, religioso: non consideriamo questi fatti come indipendenti e successivi, uno rispetto all'altro, ma come intercomunicanti e interagenti).
    Il dinamismo personale del divenire fisiologico e psicologico è come l'humus in cui prendono progressivamente radice la coscienza morale e la coscienza religiosa dell'uomo. Con una terminologia un poco tecnica, si direbbe che questo dinamismo va da un atteggiamento di amore captativo (cerco l'altro esclusivamente per me) ad un atteggiamento di amore oblativo. Questo amore oblativo, al suo interno, si differenzia ancora in varie fasi.
    Nella prima fase, che corrisponde approssimativamente al tempo adolescenziale, si cerca l'altro, in quanto altro-da-sé, ma per quello che può dare.
    Nella seconda fase, si cerca l'altro e lo si accetta in quanto altro-da-sé, per darsi a lui e per aprirsi a ricevere da lui. In questa fase la relazione diventa «reciprocità». È la fase della relazione adulta (preferisco parlare di fase adulta e non di «maturità», come situazione definitivamente acquisita, perché condivido il parere di chi dice che siamo sempre in fase di crescita e anche da adulti dobbiamo continuare a formare e riformare la nostra coscienza religiosa e morale).
    La terminologia psicologica orienta verso un dato molto importante: l'ordine dell'amore è il principio che anima il dinamismo della crescita. Ma ciò non avviene per tutte le dimensioni della realtà-uomo, presa nella sua globalità. Quindi l'ordine dell'amore è anche il principio che favorisce il risveglio e la crescita della coscienza morale.
    Tradotto in termini cristiani, dovremmo dire: l'ordine della carità evangelica (nelle sue forme concrete in cui la presenza il Vangelo) è la regola dell'impegno morale del cristiano.

    Travaso di norme o confronto con modelli?

    L'ordine dell'amore ci riporta – a qualunque livello lo si prenda – alla categoria della relazione. E non c'è relazione se non tra persone. Di conseguenza, la formazione della coscienza non può essere un travaso di norme e di principi morali astratti e neppure di valori (presi nella loro oggettività disincarnata), da una persona all'altra, dalla coscienza di chi educa alla coscienza di chi viene (o dovrebbe venire) educato.
    Personalmente sono dell'avviso che la legge dell'incarnazione è fondamentale per una consistente, personalizzata e personalizzante educazione della coscienza. Di fatto, l'esperienza e la riflessione psico-pedagogica sono andate evidenziando come la coscienza di ciò che è bene o di ciò che è male, di ciò che è buono o cattivo, di ciò che è permesso o proibito, incomincia a manifestarsi soprattutto in riferimento al comportamento morale degli altri, al loro giudizio di valore su determinati atti o comportamenti. Di qui l'importanza dei «modelli» di riferimento; ma anche il pericolo – specialmente durante l'infanzia e la fanciullezza – che il bambino e il ragazzo percepiscano il valore morale dei loro atti, solo in riferimento all'approvazione e alla disapprovazione dei genitori o di altre persone adulte, e pensino di agire bene quando gli adulti sono contenti e soddisfatti, oppure di agire male, quando gli adulti sono scontenti e disapprovano. Questo atteggiamento si può riscontrare anche con una certa facilità in persone adulte, per le quali il riferimento si trasferisce dai genitori ad altre persone che – nella società, in un gruppo, in una collettività – rivestono il ruolo di «autorità». In ultima analisi è un atteggiamento di deresponsabilizzazione personale.
    La vera relazione educativa, invece, pur non saltando la tappa precedente, deve mirare non ad una morale eteronoma, ma a portare il ragazzo e il giovane ad una presa di coscienza di sé, come persona moralmente responsabile (essere responsabile = rispondere a-qualcuno-di-qualche-cosa). Il che significa imparare a vedere e riconoscere la portata delle proprie azioni a partire dalla propria intenzionalità e motivazioni personali e in considerazione delle persone che sono in causa, dei valori che sono in gioco e delle conseguenze che possono derivare.
    In questa linea incomincia a entrare in gioco la creatività del proprio comportamento morale, che non può essere ricalcato rigidamente e ripetitivamente su schemi prefabbricati e su liste prestabilite di prescrizioni e proibizioni, ma che deve essere continuamente ri-creato, a partire da alcuni punti-fermi di base. Per noi essi sono, elettivamente, quelli del Vangelo. Il religioso-cristiano non sta a fianco di..., ma si innesta nel
    morale umano, evidentemente con una scelta di qualità che è quella della «novità» di Cristo.

    In un quadro formativo globale

    Sembra molto importante non ipertrofizzare la formazione della coscienza (o farne una sfera a sé) a scapito di altri aspetti della realtà personale dell'uomo, considerata in se stessa e nel suo contesto relazionale.
    Tutte le qualità umane della persona devono essere coltivate, sviluppate e affinate in maniera unitaria e organica. Ciò è tutt'altro che indifferente ad una formazione equilibrata della coscienza e ad un risveglio non effimero e superficiale (o superstizioso) nel senso di Dio.
    Si parla spesso della necessità di una educazione al senso del sacrificio, della rinuncia, della responsabilità. Sono d'accordo. Ma preferirei includere questi aspetti in una definizione più globale: educare al senso di serietà della vita (prendere sul serio se stessi, la vita, il mondo che ci circonda). E ciò a partire dalle più semplici e umili, apparentemente banali, cose che fanno il tessuto quotidiano dell'esistenza di ciascuno e di tutti.
    Questo discorso vale non solo applicato alla formazione dei giovani alla responsabilità, ma, prima ancora, alla fedeltà da parte di coloro che questa formazione vogliono dare, ad un impegno di serietà, di concretezza e di coerenza in tutte le manifestazioni ed espressioni della propria vita.



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